{"id":41810,"date":"2018-05-11T08:56:09","date_gmt":"2018-05-11T06:56:09","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41810"},"modified":"2018-05-11T00:04:23","modified_gmt":"2018-05-10T22:04:23","slug":"berlino-roma-e-i-dolori-del-giovane-euro-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41810","title":{"rendered":"Berlino, Roma e i dolori del giovane euro"},"content":{"rendered":"<p><em>Riportiamo un interessante articolo del 2013, in parte ancora condivisibile.<\/em><\/p>\n<p>di <strong>LIMES, pubblicato da KEYNESBLOG<\/strong><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\"alignnone size-full wp-image-4194\" src=\"https:\/\/keynesblog.files.wordpress.com\/2013\/05\/vlahovic-germany.jpg?w=560\" alt=\"vlahovic-germany\" \/><\/p>\n<p><strong>I guai dell\u2019Eurozona originano da una grave anomalia: l\u2019essere imperniata su un paese esportatore, che drena valuta invece di crearla. Il ritorno della Mitteleuropa. Il\u00a0bluff\u00a0delle \u2018triple A\u2019. Se la moneta comune salta, un\u2019Italia senza timoniere rischia la deriva.<\/strong><\/p>\n<p><em><strong>di Marcello De Cecco e Fabrizio Maronta\u00a0<\/strong>da Limes 4\/13\u00a0<\/em><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/limes\/litalia-di-nessuno\/46032\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-medium wp-image-4193\" src=\"https:\/\/keynesblog.files.wordpress.com\/2013\/05\/cover_italia.jpg?w=207&amp;h=300\" alt=\"Cover Contro rivoluzioni\" width=\"207\" height=\"300\" \/><\/a><em>Per gentile concessione della rivista Limes, pubblichiamo il seguente articolo di M. De Cecco e F. Maronta. Il sommario dell\u2019interessantissimo numero, tutto dedicato all\u2019Euro e all\u2019Europa, \u00e8 disponibile\u00a0<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/limes\/litalia-di-nessuno\/46032\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">qui<\/a>.<\/em><\/p>\n<p>1. La zona euro detiene invidiabile primato storico: \u00e8 l\u2019unica area monetaria imperniata su un paese creditore, la Germania. Si tratta di una condizione assolutamente anomala: mai, prima d\u2019ora, si era data una moneta a circolazione plurinazionale costruita attorno a un paese strutturalmente esportatore, perch\u00e9 la funzione del fulcro di un sistema monetario \u00e8 creare liquidit\u00e0, non drenarla. Tale funzione viene normalmente assolta mediante il commercio: importando beni e servizi altrui e stampando moneta per pagare le importazioni, il paese economicamente egemone alimenta la massa monetaria della sua zona d\u2019influenza, fornendo cos\u00ec il carburante degli scambi e degli investimenti. Ci\u00f2 presuppone, per\u00f2, un deficit commerciale quasi permanente e una certa tolleranza, da parte del paese in questione, per l\u2019inflazione e le oscillazioni del tasso di cambio.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 stata la condotta dell\u2019Inghilterra, specialmente tra la prima e la seconda guerra mondiale, quando Londra reinvestiva sistematicamente i proventi delle colonie alimentando il commercio mondiale e tamponando i guasti provocati dall\u2019aggressivo mercantilismo statunitense, in una fase in cui Washington era impegnata ad affermarsi sui mercati internazionali. Questa \u00e8 stata la posizione degli Stati Uniti a partire dal secondo dopoguerra, una volta rilevato il testimone dal Regno Unito: prima con il Piano Marshall, che schiuse l\u2019enorme mercato nordamericano all\u2019esangue industria europea; poi, dopo l\u2019abbandono unilaterale del sistema di parit\u00e0 aurea \u2013 reso insostenibile proprio dalla crescita degli scambi transatlantici \u2013 con la creazione di moneta.<\/p>\n<p>Non \u00e8 questo il caso della Germania: paese che ad oggi mantiene una percentuale di esportazioni sul pil (50%) superiore persino a quella della Cina, ma che in virt\u00f9 della sua statura economica si \u00e8 sempre trovato al centro delle dinamiche europee d\u2019integrazione commerciale (prima) e monetaria (poi). Un ruolo, tuttavia, svolto senza mai abdicare alla propria natura di Stato esportatore. Questa anomalia \u00e8 esplosa con la creazione dell\u2019euro, che ha determinato un paradossale rovesciamento dei ruoli: la Germania, fulcro dell\u2019area valutaria comune, non crea liquidit\u00e0, ma la assorbe costantemente, esportando beni e servizi altamente competitivi che vengono pagati dagli importatori pi\u00f9 o meno \u00abperiferici\u00bb dell\u2019Eurozona emettendo debito. Ovvero, sobbarcandosi quella funzione di zecca monetaria che spetterebbe a Berlino.<\/p>\n<p>Quest\u2019ultima, in realt\u00e0, per qualche tempo dopo la riunificazione fu costretta a stampare moneta, per assorbire l\u2019immane fardello economico e fiscale dell\u2019Est. In quel periodo (siamo a met\u00e0 degli anni Novanta), i benefici dell\u2019abbondanza di marchi si fecero sentire in tutta Europa, ma la festa \u00e8 durata poco. Bundesbank, governo e parti sociali reagirono con un doloroso programma di contenimento della spesa pubblica; con una ferrea politica di moderazione salariale, negoziata con i sindacati; e con una profonda razionalizzazione del mercato del lavoro, che ha infranto il tab\u00f9 post-bellico del posto fisso e ha creato un\u2019ampia area di lavoro flessibile, essenziale alla competitivit\u00e0 del\u00a0<em>made in Germany<\/em>. La risultante precariet\u00e0 lavorativa \u00e8 stata tamponata da uno Stato sociale la cui leggendaria generosit\u00e0 \u00e8 uscita ridimensionata dalla cura dimagrante dell\u2019\u00e8ra Schr\u00f6der. Ma che resta pur sempre un welfare vero, dove lo Stato fornisce servizi efficienti a valere sulla fiscalit\u00e0 generale e in regime di bassa evasione. Una realt\u00e0 assai lontana da quella italiana, dove l\u2019evasione fiscale vale circa il 20% del pil, le pensioni finanziano i consumi e le reti della solidariet\u00e0 (soprattutto) cattolica suppliscono alla mancanza di servizi, in un arcaico baratto tra diritti e carit\u00e0.<\/p>\n<p>Da parte sua, il mondo produttivo tedesco \u2013 specialmente la grande industria \u2013 ha puntato con decisione su ricerca e innovazione, onde mantenere alto il valore aggiunto dei suoi prodotti e contribuire all\u2019aumento della competitivit\u00e0. Questa, a sua volta, ha consentito all\u2019industria tedesca \u2013 metodicamente sostenuta da governi e sistema bancario \u2013 di insediarsi stabilmente nei mercati emergenti (soprattutto in Cina), di cui ha agganciato il ciclo economico espansivo. Certamente, una grossa mano \u00e8 venuta dall\u2019Europa. Specie da Francia e Inghilterra, che all\u2019indomani del 1989 accettarono di trattare la riunificazione tedesca alla stregua di un allargamento comunitario e la Germania Est come nuovo Stato membro, per consentirle di aggiudicarsi ingenti aiuti economici. Cos\u00ec suggellando il patto storico che voleva la riunificazione tedesca cofinanziata dai partner europei e la Germania (ri)unita ancorata saldamente all\u2019Europa per tramite dell\u2019euro.<\/p>\n<p>Ma forse quel patto chiedeva troppo ai suoi contraenti: ben presto i tedeschi hanno realizzato che calarsi nel ruolo di \u00abAmerica d\u2019Europa\u00bb, accettando un persistente deficit fiscale e commerciale per finanziare l\u2019export britannico, francese, iberico e italiano, avrebbe distrutto l\u2019armonioso sistema di relazioni sociali e industriali che costituisce la cifra del capitalismo renano, sul quale la Germania ha ricostruito se stessa dopo la catastrofe bellica. Questo sistema, intrinsecamente avverso all\u2019inflazione, presuppone degli elementi strutturalmente incompatibili con il ruolo di creatore internazionale di valuta: un\u2019attenta regia della Banca centrale sull\u2019economia, una moderazione salariale da parte dei sindacati, un occhiuto controllo della spesa pubblica, il mantenimento di un\u2019alta produttivit\u00e0 da parte delle aziende.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 che il famigerato ricordo di Weimar \u2013 costantemente evocato dagli osservatori stranieri, ma di fatto estraneo alla maggior parte dei tedeschi contemporanei, se non altro per ragioni anagrafiche \u2013 \u00e8 dunque l\u2019insostenibilit\u00e0 economica dell\u2019inflazione a rendere cittadini e leader tedeschi inflessibili di fronte a ogni ipotesi di lassismo monetario. Malgrado non si debba mancare occasione di ricordare alla Germania quanto l\u2019Europa abbia contribuito, a suon di deficit commerciali, a finanziare la sua riunificazione, sarebbe anche bene che qualcuno, nei cosiddetti paesi debitori, evidenziasse con maggiore enfasi l\u2019entit\u00e0 dei sacrifici cui i tedeschi si sono sottoposti per riedificare l\u2019Est. In ultima analisi, la Germania \u00e8 riuscita a tenere in riga i conti pubblici e a mantenere competitiva la propria industria pur sborsando l\u2019equivalente di 200 miliardi di marchi all\u2019anno per vent\u2019anni a favore dei L\u00e4nder orientali. Dieci volte pi\u00f9 di quanto il nostro Nord abbia dato al Mezzogiorno in oltre un secolo.<\/p>\n<p>2. Oggi \u00e8 giunto il momento di chiederci onestamente se Berlino sia in grado di svolgere la funzione di fulcro del sistema monetario europeo. Ovvero, se abbia validi incentivi a ricoprire tale ruolo. La sua storia suggerisce il contrario: sin dall\u2019unit\u00e0 nazionale (1870), la Germania ha registrato un costante surplus nel settore dei beni d\u2019investimento, non a caso coincidente con l\u2019industria bellica. Quando il paese non era impegnato in guerre d\u2019espansione finalizzate a ritagliarsi l\u2019agognato\u00a0<em>Lebensraum<\/em>, l\u2019efficiente industria pesante si riconvertiva alla produzione civile, che alimentava il mercato nazionale e poi \u2013 una volta completata l\u2019industrializzazione e la messa in piedi di una poderosa rete infrastrutturale interna \u2013 le esportazioni.<\/p>\n<p>Questo meccanismo ha preso ulteriore slancio nel secondo dopoguerra, quando gli Stati Uniti, appresa la lezione keynesiana di Versailles e di fronte alla minaccia sovietica, hanno optato per agevolare in ogni modo l\u2019export tedesco, come mezzo di ricostruzione economica alternativo all\u2019ormai impraticabile (per Bonn) politica degli armamenti. Mai scelta fu pi\u00f9 felice: sostituiti i marchi ai\u00a0<em>Panzer<\/em>, come si suol dire, la Germania (Ovest) ha interiorizzato l\u2019uso dell\u2019export come valida alternativa alla politica di potenza militare. Il risultato \u00e8 stato una politica di potenza implicita, che nominalmente non infrangeva il tab\u00f9 della sottomissione tedesca all\u2019Europa e agli Stati Uniti, ma che di fatto ha consentito al paese di risorgere economicamente, politicamente e socialmente. Il prezzo economico pagato dalla Germania per l\u2019acquiescenza euroatlantica al suo mercantilismo \u00e8 stato il ruolo di ufficiale pagatore dell\u2019Europa: prima dell\u2019euro, in qualit\u00e0 di principale (ancorch\u00e9 non unico) contributore netto al bilancio comunitario; dal 2002 in poi, anche mediante la condivisione del suo merito di credito con le economie meno disciplinate e competitive di Eurolandia.<\/p>\n<p>Ma questa camicia di forza valutaria non \u00e8 valsa a mutare i connotati di fondo del sistema economico tedesco e della\u00a0<em>forma mentis<\/em>\u00a0ad esso sottesa. La Germania era e resta un paese naturalmente votato all\u2019export: basta leggere lo statuto della Deutsche Bank, in cui \u00e8 scritto nero su bianco che la banca nasce per favorire le esportazioni tedesche. In quale altro paese il principale gruppo bancario privato ha come mission statuita il sostegno all\u2019industria nazionale nella conquista dei mercati esteri? Dunque la Germania si trova in una posizione per certi versi ambigua: essa \u00e8 il fulcro di un\u2019area valutaria che continua a ospitare il grosso dei suoi interessi commerciali; al contempo, per\u00f2, \u00e8 fortemente insediata in mercati esterni che, stante la severit\u00e0 della crisi europea, risultano sempre pi\u00f9 importanti.<\/p>\n<p>Non che i destini dell\u2019Europa mediterranea siano indifferenti alla logica economica di Berlino. I reprimendi Pigs sono stati tradizionalmente delle spugne dell\u2019export tedesco. L\u2019Italia, in particolare, non \u00e8 solo un mercato di sbocco, ma anche un importante acquirente di beni intermedi presso il settore chimico, meccanico e farmaceutico tedesco. Se dunque il crollo del nostro potere d\u2019acquisto danneggia le esportazioni tedesche, altrettanto fa l\u2019incipiente deindustrializzazione che sta investendo il Belpaese. Senza contare che il settore bancario di Berlino \u2013 specie le banche regionali \u2013 \u00e8 in condizioni preoccupanti, non da ultimo per l\u2019ingente esposizione verso le economie debitrici. Tutto questo spiega perch\u00e9 la Germania eviti di spingere a fondo sul pedale della sua competitivit\u00e0 in Europa, sfruttando l\u2019assenza di barriere valutarie e doganali nella zona euro per fare\u00a0<em>dumping<\/em>\u00a0commerciale alle altre economie manifatturiere (come l\u2019Italia), che verrebbero spinte fuori mercato con conseguente implosione dell\u2019Eurozona.<\/p>\n<p>Si spiega cos\u00ec anche l\u2019appoggio della Merkel alle audaci operazioni d\u2019acquisto di titoli (soprattutto) italiani e spagnoli sul mercato secondario da parte della Bce di Mario Draghi, che per formazione culturale \u00e8 pi\u00f9 vicino a Ben Bernanke che a Jens Weidmann. Resta per\u00f2 che Draghi non pu\u00f2 supplire all\u2019assenza di un coordinamento politico europeo, men che meno alla drammatica\u00a0<em>vacatio<\/em>\u00a0di Roma. Ma soprattutto, non pu\u00f2 mutare due dati di fondo: l\u2019impossibilit\u00e0 di un duraturo riequilibrio della bilancia commerciale intraeuropea, stante il carattere intrinsecamente mercantilistico dell\u2019economia tedesca; e la parallela incompatibilit\u00e0 del lassismo economico mediterraneo (che pure ha consentito a Italia, Spagna, Grecia e Portogallo di acquistare a debito le merci tedesche) con un capitalismo renano che postula la disciplina fiscale come elemento strutturale della propria competitivit\u00e0.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/keynesblog.files.wordpress.com\/2013\/05\/screenshot11.png\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-large wp-image-4192\" src=\"https:\/\/keynesblog.files.wordpress.com\/2013\/05\/screenshot11.png?w=560&amp;h=559\" alt=\"screenshot1\" width=\"560\" height=\"559\" \/><\/a><\/p>\n<p>3. A questa relazione problematica e conflittuale si contrappone la cogenza dei legami storici che ancorano la Germania alla sua tradizionale area d\u2019influenza economico-valutaria. All\u2019ombra dell\u2019euro si \u00e8 andata ricostituendo quella Mitteleuropa che dal 1870 a oggi, con la parentesi della cortina di ferro, ha rappresentato il cuore produttivo e finanziario del continente. Nonch\u00e9 la spiegazione dell\u2019apparente mistero per cui un paese relativamente piccolo come la Germania, arrivato tardi all\u2019unit\u00e0 nazionale e uscito sconfitto da due guerre mondiali, sia assurto a potenza esportatrice globale, tenendo testa a giganti economici e demografici quali il Giappone, la Cina e gli Stati Uniti. La risposta sta, appunto, nell\u2019area d\u2019integrazione economico-produttiva tedesca, gi\u00e0 zona d\u2019influenza del marco: la quale, oltre alla Germania, include Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Liechtenstein, Polonia, Slovenia, Croazia, Svizzera, Repubbliche baltiche, Olanda e Lussemburgo, pi\u00f9 la Francia carolingia e parte dell\u2019Italia settentrionale. Sommati, questi territori assommano a quasi 165 milioni di persone e al grosso del pil europeo.<\/p>\n<p>Oggi, di fronte a una crisi globale che ha portato al pettine i nodi di un\u2019unione monetaria mal concepita, si va profilando un dilemma epocale, dalla cui risposta dipende il futuro stesso dell\u2019euro. Quest\u2019ultimo ha costituito l\u2019apice di un pluridecennale iter di \u00abnormalizzazione\u00bb della Germania, dopo i disastri delle due guerre. Tale processo, vigilato dagli Stati Uniti e seguito con apprensione da una Francia e da un\u2019Inghilterra scottate dal militarismo tedesco, \u00e8 passato per la divisione del paese e il suo imbrigliamento nelle sfere d\u2019influenza statunitense e sovietica. Nel caso della Germania occidentale, ci\u00f2 ha comportato l\u2019integrazione nella Nato e in una costruzione europea il cui atto di nascita prevedeva la messa in comune di carbone e acciaio. Cio\u00e8 della base su cui Berlino aveva costruito la sua potenza militare. Caduto il Muro, ad essere precipitosamente diluite nel condominio comunitario furono la Banca centrale e la moneta tedesche, ulteriore antidoto alla presunta minaccia posta da una Germania riunificata.<\/p>\n<p>Ora l\u2019espiazione \u00e8 conclusa: pezzi importanti dell\u2019establishment economico e politico tedesco considerano il paese pienamente riabilitato e pertanto faticano a giustificare a se stessi, oltre che alla propria opinione pubblica, l\u2019adesione acritica a paradigmi in parte o in tutto contrari alla traiettoria economica e geopolitica del paese. Ovvero al suo interesse nazionale, almeno nella percezione che di questo hanno i ceti politici e produttivi in grado di orientare le scelte strategiche di Berlino. Alcuni, come il neocostituito partito Alternative f\u00fcr Deutschland (Alternativa per la Germania), lo dicono apertamente; altri sono pi\u00f9 obliqui. In ogni caso, l\u2019euro \u2013 e di riflesso la concezione federalista dell\u2019Europa, di cui la moneta unica \u00e8 somma espressione \u2013 sembra aver in gran parte esaurito la sua funzione storica agli occhi di un paese che si sente \u00abredento\u00bb. Ma venuto meno il vincolo storico e strategico, di fronte alla peggior crisi economica dell\u2019ultimo secolo e a un\u2019America che non ha pi\u00f9 nel Vecchio Continente il suo ambito d\u2019interesse prioritario, la mera esistenza della moneta unica \u00e8, di per s\u00e9, un vincolo sufficiente alla sua sopravvivenza? Nell\u2019ottica della Germania \u2013 paese dalla cui volont\u00e0 politica dipende, in ultima istanza, l\u2019esistenza della moneta unica \u2013 i vantaggi dell\u2019euro continuano a superarne i costi?<\/p>\n<p>Difficilmente una risposta negativa pu\u00f2 essere esclusa a priori. Pertanto, la spaccatura della moneta unica cessa di essere un\u2019ipotesi di scuola, sebbene resti ufficialmente un tab\u00f9. \u00c8 improbabile che l\u2019iniziativa di un\u2019uscita unilaterale venga dall\u2019Italia: paese teoricamente in grado di far saltare il banco o di utilizzare tale minaccia per negoziare un\u2019attenuazione dell\u2019austerit\u00e0, ma di fatto paralizzato dal terrore delle conseguenze di una simile scelta e attualmente privo di una guida politica capace di teorizzare e attuare qualsivoglia disegno strategico, pi\u00f9 o meno audace. Date le dimensioni della nostra economia e dei nostri problemi, non servirebbe peraltro un atto plateale; basterebbe omettere di attuare le misure di austerit\u00e0 concordate in sede europea. Ci\u00f2 in parte sta gi\u00e0 accadendo, ma pi\u00f9 per inerzia burocratica che per volont\u00e0 politica, dato che svariate misure di austerit\u00e0 varate dal governo Monti mancano ad oggi dei necessari decreti attuativi. Finora l\u2019austerit\u00e0 \u00e8 consistita nell\u2019ennesimo aumento delle tasse a danno di chi le tasse le paga; mancano le riforme strutturali della spesa pubblica, le uniche in grado di spezzare la spirale del debito e di consentire la riduzione di una pressione fiscale ormai insostenibile.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 probabile che, se divorzio dev\u2019essere, a prendere apertamente l\u2019iniziativa sia il coniuge pi\u00f9 volitivo e munito di dote. La Germania, ancorch\u00e9 restia a provocare un terremoto valutario che nell\u2019immediato affonderebbe alcuni dei suoi principali mercati, potrebbe giungere alla conclusione che l\u2019euro \u00e8 un\u2019opzione non pi\u00f9 praticabile. Specialmente se il perdurare della crisi dovesse determinare un tracollo dell\u2019export verso l\u2019Europa e il mercato cinese non dovesse riuscire a compensare l\u2019ammanco. Per ragioni uguali e contrarie, la Francia \u2013 che a differenza dell\u2019Italia conserva una chiara concezione del proprio posto nel mondo, ma che a differenza della Germania ha una situazione economico-finanziaria assai precaria \u2013 potrebbe giungere alla medesima conclusione. Ma ci\u00f2 presupporrebbe un drastico peggioramento del quadro economico e occupazionale francese, essendo la permanenza di Parigi nell\u2019empireo dei probi strettamente connessa al suo legame economico e geopolitico con la Germania.<\/p>\n<p>Il crack dell\u2019euro schiuderebbe scenari da incubo per un paese politicamente acefalo qual \u00e8 attualmente l\u2019Italia, che perso il pur problematico ancoraggio europeo sarebbe costretto a navigare in mare aperto senza nessuno al timone. E insieme svelerebbe impietosamente il bluff delle \u00abtriple A\u00bb, per il quale l\u2019Europa risulta artificiosamente divisa in un paradiso di creditori \u2013 cui va il plauso delle agenzie di rating \u2013 e un purgatorio di debitori \u2013 con scorci d\u2019inferno, come nel caso greco e cipriota. Ridotto alla sua essenza, il vagheggiato Neuro (euro del Nord) altro non sarebbe che il redivivo marco tedesco. E l\u2019esclusivo club dei creditori si scoprirebbe per ci\u00f2 che realmente \u00e8: una societ\u00e0 ad azionista unico \u2013 la Germania \u2013 attorno alla quale gravitano svariati\u00a0<i>clientes<\/i>\u00a0dipendenti in tutto e per tutto dalla performance dell\u2019export germanico. Il quale trarrebbe notevole pregiudizio dal collasso del mercato europeo.<\/p>\n<p>Nel corso della loro turbolenta e plurisecolare storia, gli europei hanno appreso a loro spese che nessun paese \u00e8 un\u2019isola e che questa regola non ammette eccezioni. Nemmeno per Berlino.<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/keynesblog.com\/2013\/05\/20\/berlino-roma-e-i-dolori-del-giovane-euro\/\">https:\/\/keynesblog.com\/2013\/05\/20\/berlino-roma-e-i-dolori-del-giovane-euro\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riportiamo un interessante articolo del 2013, in parte ancora condivisibile. di LIMES, pubblicato da KEYNESBLOG I guai dell\u2019Eurozona originano da una grave anomalia: l\u2019essere imperniata su un paese esportatore, che drena valuta invece di crearla. Il ritorno della Mitteleuropa. Il\u00a0bluff\u00a0delle \u2018triple A\u2019. Se la moneta comune salta, un\u2019Italia senza timoniere rischia la deriva. di Marcello De Cecco e Fabrizio Maronta\u00a0da Limes 4\/13\u00a0 Per gentile concessione della rivista Limes, pubblichiamo il seguente articolo di M. 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