{"id":41963,"date":"2018-05-15T15:11:03","date_gmt":"2018-05-15T13:11:03","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41963"},"modified":"2018-05-15T15:11:30","modified_gmt":"2018-05-15T13:11:30","slug":"i-moti-del-98-fra-rivolta-del-proletariato-e-colpo-di-stato-della-borghesia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=41963","title":{"rendered":"I moti del &#8217;98 fra rivolta del proletariato e colpo di stato della borghesia"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di SINISTRA IN RETE (Eros Barone)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>\u201cA questo mondo si rassegna solo chi non ha bisogno di fare altrimenti. La rassegnazione \u00e8 la filosofia di chi non \u00e8 obbligato a lavorare sempre col dubbio di perdere il lavoro, a lottare sempre col dubbio di rimanere sconfitto nella lotta, a dormire sempre col dubbio di svegliarsi e di trovarsi affamati. La rassegnazione \u00e8 la filosofia dei soddisfatti. La ricchezza fra gli altri vantaggi che procura, procura anche quello della rassegnazione. Io credo che se Lei da bambino avesse sofferta la fame e l\u2019avesse sofferta in compagnia dei Suoi fratelli e della Sua mamma, se Lei dovesse vivere sempre nell\u2019incertezza del domani, se Lei dovesse vedere davanti a s\u00e9 sempre la minaccia di vedere i Suoi figli soffrire la fame, come Lei la soffr\u00ec quando era bambino, io credo che la filosofia della rassegnazione non sarebbe fatta per Lei\u2026.\u201d<\/em>.<br \/>\nLettera di Gaetano Salvemini all\u2019amico Carlo Placci del 15 giugno 1898.<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify\">\n<li><b>Le premesse<\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<i>Oppressori e oppressi sono sempre stati in contrasto fra di loro, hanno sostenuto una lotta ininterrotta, a volte nascosta, a volte palese.\u201d <\/i>(Marx-Engels, Manifesto del partito comunista)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il \u201998 rappresenta, non solo a Milano ma in tutta Italia, il culmine di una crisi sociale e politica che per profondit\u00e0, durata ed estensione ha indotto gli storici a qualificare tale periodo, riferendosi ai conflitti di classe e alle repressioni statuali degli anni \u201990, attuate con il continuo ricorso allo \u201cstato di assedio\u201d e quindi all\u2019intervento militare, come <i>\u2018decennio di sangue\u2019<\/i>. Quei conflitti avevano trovato la loro espressione, durante il biennio 1893-1894, nel movimento popolare dei <i>Fasci siciliani<\/i>, che alla protesta contro il fiscalismo e il dominio del latifondo univa la rivendicazione di terre da coltivare, e nel <i>tentativo insurrezionale anarchico in Lunigiana<\/i>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Mentre il governo Crispi, che aveva affrontato quel ciclo di lotte popolari con la politica del pugno di ferro operando con tutti gli strumenti legislativi ed istituzionali a sua disposizione in difesa dello \u2018Stato forte\u2019 e degli interessi del blocco industriale-agrario, che erano il nucleo duro di tale Stato, dava le dimissioni all\u2019indomani della sconfitta di Adua (1896) e passava la mano ai governi Rudin\u00ec e Pelloux, che avrebbero seguito sostanzialmente la stessa linea sino alla \u2018crisi di fine secolo\u2019 (1898-1900), Sonnino elaborava, con il consenso della Corte, dell\u2019esercito e delle frazioni pi\u00f9 conservatrici di quel blocco, <i>un organico progetto reazionario<\/i>, basato sulla prevalenza del potere esecutivo e dell\u2019autorit\u00e0 regia e sullo svuotamento delle istituzioni parlamentari, progetto che all\u2019inizio del \u201997 fu esposto nel famoso articolo <i>Torniamo allo Statuto <\/i>della \u00abNuova Antologia\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come suole accadere nelle fasi di <i>transizione da un ciclo economico recessivo ad un ciclo economico espansivo<\/i>, anche la fase che segu\u00ec la fine della \u2018grande depressione\u2019 del capitalismo liberoscambista (1873-1895) e la trasformazione di quest\u2019ultimo in senso monopolistico, inaugurando l\u2019epoca dell\u2019imperialismo e dei suoi robusti rampolli (protezionismo, colonialismo, militarismo e sciovinismo), fu segnata dalla esplosione di guerre fra gli Stati e conflitti fra le classi. Nel caso italiano, il decollo industriale si intreccer\u00e0 con la crisi agraria e le alte tariffe doganali si sommeranno alle crescenti spese militari, determinando un aggravamento delle condizioni di vita e di lavoro delle classi popolari e provocando una vasta opposizione antigovernativa che coinvolger\u00e0 anche settori della borghesia imprenditoriale del nord, danneggiata dalla politica economica protezionista del governo centrale nelle sua ricerca di sbocchi sui mercati esteri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Decisivo, tanto rispetto al ciclo economico quanto rispetto agli equilibri del blocco di potere, diviene il <i>ruolo dello Stato<\/i> quale organo attraverso cui si opera il trasferimento di quote crescenti di ricchezza dalle classi popolari alla classe dominante. In questo senso la sinistra al governo, se da un lato ha formalmente abolito la tassa sul macinato, scarica dall\u2019altro sulle classi popolari, con la restrizione dei consumi, con il protezionismo e con una maggiore pressione delle imposte indirette, sia la difesa della rendita fondiaria sia il costo della nascente industrializzazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La gravit\u00e0 della <i>situazione socio-economica dell\u2019Italia alla fine del secolo scorso<\/i> \u2013 un paese in cui, di fronte a 9 milioni di contadini, la principale attivit\u00e0 industriale, quella tessile, raggruppa meno di 300.000 operai \u2013 trova puntuale riscontro nei seguenti dati, che mostrano, fra l\u2019altro, che l\u2019agricoltura, oltre a non nutrire adeguatamente gli stessi contadini, dipende in modo sempre pi\u00f9 gravoso dall\u2019approvvigionamento estero. Fra il 1891 e il 1898 la produzione agricola \u00e8 rimasta costante, ma la popolazione \u00e8 aumentata di oltre tre milioni e mezzo; da tale divario sono risultati tanto la diminuzione della produzione agricola in tutti i settori con la prevalenza delle importazioni, specialmente di grano, rispetto alle esportazioni, quanto il mancato rinnovamento delle colture e dei metodi di coltivazione: tutto ci\u00f2 va posto in relazione con la svolta protezionistica attuata mediante l\u2019introduzione della tariffa doganale dell\u201987 (la pi\u00f9 alta d\u2019Europa), che ha di fatto neutralizzato la discesa dei prezzi, mantenendo artificialmente alta la rendita agraria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La difesa della rendita (attraverso il dazio sul grano), la diminuzione dei raccolti che contrasta con i crescenti bisogni alimentari delle masse e, conseguentemente, le sempre maggiori importazioni si sono rivelate assai vantaggiose per il bilancio statale, grazie alla incidenza del fisco su un bene di largo consumo quale \u00e8 il pane. In dieci anni (1887-1897) il dazio ha fruttato ai proprietari terrieri circa un miliardo e mezzo e al fisco non meno di 365 milioni, prelevati dalle tasche dei consumatori. Nitti osserver\u00e0 amaramente, riferendosi al rapporto tra il dazio sul grano e le malattie causate dalla scarsa e cattiva alimentazione: \u00ab<i>Il popolo paga di pi\u00f9 anche per continuare a morire di pellagra<\/i>\u00bb. Relativamente alle spese militari, Arturo Labriola ha calcolato che, nel decennio 1884-1893, l\u2019Italia aumenta tali spese di 1.413 milioni rispetto al periodo 1874-1883: questo aumento \u00e8 stato coperto per 1.047 milioni dalle imposte sui consumi popolari (dazio compreso) e per 366 milioni con il maggior gettito sulla ricchezza mobile, dovuto a un incremento di reddito e non a inasprimenti fiscali. Gli agrari e gli industriali non vi avrebbero assolutamente contribuito. Non \u00e8 difficile determinare gli effetti di tale fiscalismo sul tenore di vita delle masse: \u00e8 sufficiente considerare che nel 1898 il consumo medio annuo di grano per abitante \u00e8 sceso dai 123 Kg nel 1884-1885 a una media di 106 nel triennio 1896-1898 e la disponibilit\u00e0 di pane pro capite \u00e8 passata dai 330 g del 1884 ai 277 del 1897, contro, ad es., i 553 g dei francesi (parimenti, il reddito medio annuo italiano nel \u201998 \u00e8 di 223 \u00a3, contro 573 \u00a3 in Francia e 802 \u00a3 in Gran Bretagna, mentre il deficit alimentare \u00e8 superato soltanto da quello spagnolo e russo e con una media nazionale di 60 analfabeti su 100 abitanti l\u2019Italia si colloca, nel campo dell\u2019analfabetismo, al secondo posto tra i paesi europei).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le tragiche condizioni di esistenza delle masse nell\u2019ultimo decennio del secolo emergono, inoltre, dall\u2019aumento delle vendite giudiziarie di beni immobili sequestrati a contribuenti morosi con debiti inferiori a 5 \u00a3, dal 43 % di riformati e di rivedibili tra i giovani di leva nel 1893 per gli effetti della denutrizione, dall\u2019emigrazione pi\u00f9 che raddoppiata nel solo 1896, dall\u2019aumento della criminalit\u00e0 nelle campagne durante gli stessi anni del decollo industriale. I prezzi del grano salgono rapidamente, passando dalle 23 \u00a3 al quintale del 1897 alle 31 \u00a3 dell\u2019inizio del 1898.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il caropane, causato da un cattivo raccolto che, date tali condizioni, si muta in una vera e propria carestia; connesso alle guerre doganali fra gli Stati nel campo dell\u2019esportazione dei prodotti alimentari; inasprito dalla guerra ispano-americana per Cuba con l\u2019aumento dei noli marittimi che si ripercuote sui costi di trasporto del grano importato e reso intollerabile, oltre che dall\u2019incidenza del fisco che rappresenta quasi il 43 % del prezzo totale di 1 q di pane, dalla speculazione, far\u00e0 divampare le <i>sommosse<\/i> che, in un crescendo irresistibile e lungo una direttrice che dal sud si svolge verso il nord, si trasformeranno in una <i>rivolta generale<\/i>, interpretata dal blocco dominante, in parte per convenienza in parte per convinzione, come il prodotto di un organico piano insurrezionale (che non esisteva) e, quindi, come il pretesto per un organico piano reazionario (che esisteva).<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify\" start=\"2\">\n<li><b>Le \u2018quattro giornate\u2019 di Milano<\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<i>La borghesia&#8230; ha creato citt\u00e0 enormi, ha grandemente accresciuto la popolazione urbana in confronto con quella rurale.\u201d<\/i>(Marx-Engels, Manifesto del partito comunista)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Da Bari a Foggia, dalla Puglia, dove sar\u00e0 inviato il generale Pelloux, alla Sicilia e a Napoli, il 1\u00b0 maggio 1898 vede la popolazione meridionale passare dalla sollevazione alla rivolta. A partire dal 2 maggio la rivolta si estende alla Romagna, alle Marche, all\u2019Emilia, alla Toscana e alle regioni industriali del nord, in cui la <i>classe operaia<\/i>, caratterizzata da una maggiore coscienza politica, svolger\u00e0 il ruolo trainante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quivi le masse lavoratrici, sulle quali l\u2019esperienza delle Camere del Lavoro (quella di Milano era nata nel 1891) e la propaganda anarchica e socialista (il partito socialista si era costituito a Genova nel 1892) non erano passate senza lasciare il segno, introducono nella rivolta un contenuto politico, indirizzandola verso gli obiettivi della repubblica e del socialismo. Proprio a Milano, dove non si era ancora spenta l\u2019eco della commemorazione alternativa del <i>cinquantenario delle \u201ccinque giornate\u201d<\/i> e dei <i>funerali dell\u2019esponente radicale Filippo Cavallotti<\/i>, morto in un duello con un deputato di destra, esplode il 6 maggio l\u2019insurrezione, preannunciata il giorno prima dal <i>grave episodio di Pavia<\/i> in cui, a seguito degli scontri tra le forze dell\u2019ordine e i lavoratori, era stato ucciso lo studente universitario Muzio Mussi, figlio del vicepresidente radicale della Camera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A Milano, la \u2018capitale morale\u2019 d\u2019Italia, la citt\u00e0 dove si \u00e8 compiuto il passaggio dalla manifattura all\u2019industria, il centro dove si erano gi\u00e0 verificate nel corso dell\u2019800 <i>due insurrezioni<\/i> (quella del <i>1848<\/i> e quella del <i>1853<\/i>, definita sprezzantemente dalla borghesia milanese, a causa della sua spiccata componente proletaria, la \u2018rivoluzione dei barabba\u2019), <i>un vasto fronte<\/i> che comprende, oltre al popolo, anche quei gruppi borghesi di tendenza liberista che vedono nel protezionismo una camicia di Nesso per i loro interessi di esportatori, scende in lotta non solo per il pane ma <i>contro un governo autoritario, colonialista, militarista e fiscalmente oppressivo<\/i>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><b>Venerd\u00ec 6 maggio: la classe operaia d\u00e0 il segnale della rivolta<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<i>\u00c8 cos\u00ec che gli operai incominciano a formare coalizioni contro i borghesi, riunendosi per difendere il loro salario&#8230; Qua e l\u00e0 la lotta diventa sommossa.\u201d <\/i>(Marx-Engels, Manifesto del partito comunista)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche a Milano la scintilla che d\u00e0 fuoco alle polveri della rivolta \u00e8 l\u2019aumento del prezzo del pane che sale da \u00a3 23 a \u00a3 34. Il 6 maggio, durante l\u2019ora di pausa per la colazione, alcuni militanti diffondono fra gli operai della Pirelli un manifestino del partito socialista che, pur denunciando i privilegi, la guerra e il governo responsabile della carestia, esprime quella posizione attendista e legalitaria cui anche in seguito si atterr\u00e0 il gruppo dirigente raccolto attorno a Turati. \u00c8 proprio quest\u2019ultimo a consigliare di \u00ab <i>non<\/i> fare <i>dimostrazioni <\/i>\u00bb alle migliaia di operai affluiti nella zona dopo l\u2019arresto di uno dei diffusori, Angelo Amodio detto \u201c il pompierin \u201d. Una parte degli operai d\u00e0 ascolto al dirigente socialista, ma molti altri si incamminano verso il centro e si scontrano con la truppa schierata lungo la strada. Alle sassate dei dimostranti i soldati rispondono sparando a zero. Il cadavere di Silvestro Savoldi, uno dei 5 operai rimasti uccisi in seguito alla sparatoria, viene sistemato su un tram e trasportato in corteo fino a piazza del Duomo, dove si avranno altri scontri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Comincia cos\u00ec a manifestarsi <i>la \u2018grande paura\u2019 della borghesia verso la Milano operaia<\/i>, che con le sue industrie moderne (Stigler, Erba, Bocconi, Grondona, Manifattura Tabacchi ecc.) e con i suoi 37.000 lavoratori rappresenta una forza compattamente antigovernativa. Per soffocare la rivolta, che il blocco dominante interpreta, in parte per convinzione in parte per convenienza, come il prodotto di un organico piano insurrezionale (che non esisteva) e, quindi, come il pretesto per un organico piano reazionario (che esisteva), il governo proclama lo<i> stato di assedio<\/i> e mobilita <i>20.000 soldati dell\u2019esercito, posti, assieme alle squadre di poliziotti e carabinieri, sotto il comando del generale Fiorenzo Bava Beccaris<\/i>, che installer\u00e0 il quartier generale delle operazioni repressive in una tenda in piazza del Duomo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><b>Sabato 7 maggio: una insurrezione senza capi e senza armi<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<i>Le vostre concezioni borghesi della libert\u00e0, della cultura, del diritto, ecc&#8230;. sono anch\u2019esse un prodotto dei rapporti borghesi di produzione e di propriet\u00e0, cos\u00ec come il vostro diritto non \u00e8 che la volont\u00e0 della vostra classe innalzata a legge.\u201d <\/i>(Marx-Engels, Manifesto del partito comunista)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La mattina di sabato gli operai trovano chiusi i cancelli delle fabbriche. La <i>serrata<\/i> \u00e8 stata imposta dalle autorit\u00e0 militari su ordine della prefettura e delle autorit\u00e0 civili. \u00c8 ormai scattato il <i>piano reazionario del blocco dominante<\/i> che, imponendo la chiusura delle fabbriche e utilizzando la paura degli industriali, si pone lo scopo di spingere i lavoratori nelle strade a dimostrare, in modo da creare il pretesto per una repressione draconiana. Alcune migliaia di operai formano allora un corteo per protestare contro l\u2019eccidio della sera prima e si dirigono da via Moscova verso corso di Porta Nuova, dove si scontrano con la cavalleria. Un altro corteo, composto anch\u2019esso da migliaia di operai, arriva in corso Venezia alle 10,30 del mattino. La cavalleria carica i dimostranti che, per difendersi, erigono con i tram, tolti dalle rotaie e rovesciati, <i>le prime barricate<\/i>. Dall\u2019alto dei palazzi piovono sui soldati tegole e mobili. La truppa e la cavalleria, sparando e caricando, assalgono le barricate. I militari d\u00e0nno, inoltre, la caccia ai ragazzi sui tetti dei palazzi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Scattano intanto gli <i>arresti in massa<\/i> dei dimostranti e degli stessi dirigenti socialisti. Alle 14 si verifica il <i>massacro<\/i>. I lavoratori, che sono stati respinti da piazza del Duomo, si concentrano in via Torino, dove l\u2019esercito spara a zero, facendo venti morti e decine di feriti. Altri scontri avvengono al Carrobbio, in corso di Porta Ticinese, a Porta Garibaldi e al corso di Porta Vittoria. Vi sono posti di blocco in via Torino, a Porta Venezia, in Piazza del Duomo e in altri punti della citt\u00e0. \u00c8 tutto un susseguirsi di scontri accaniti, di barricate erette, difese e poi espugnate, di lanci di tegole e sassi, da una parte, e di sparatorie, cariche di cavalleria e colpi di cannone, dall\u2019altra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel frattempo, <i>i dirigenti politici delle opposizioni di sinistra<\/i> si riuniscono clandestinamente per definire un piano di azione. Descrivendo l\u2019atteggiamento di quei dirigenti, Paolo Valera, il cronista proletario delle \u201c<i>terribili giornate del maggio \u201998\u201d<\/i>, enuncia con chiarezza il dilemma: \u00ab<i> Non c\u2019era alternativa: o mettersi alla testa della rivolta, se fosse una rivolta, o tacere e lasciare che gli avvenimenti si svolgessero da s\u00e9 <\/i>\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><b>Domenica 8 maggio: la \u201cdomenica di sangue\u201d<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<i>La borghesia \u00e8 di continuo in lotta: dapprima contro l\u2019aristocrazia, poi contro quelle parti della borghesia stessa i cui interessi sono in contrasto col progresso dell\u2019industria; sempre contro la borghesia di tutti i paesi stranieri.\u201d <\/i>(Marx-Engels, Manifesto del partito comunista)<i> <\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche in questa giornata le fabbriche restano chiuse (a quel tempo non esisteva il riposo festivo, che sar\u00e0 istituito solo nel 1907). Le sedi della stampa legata alle organizzazioni operaie e ai cattolici intransigenti, come \u00abL\u2019Italia del popolo\u00bb, \u00abIl Secolo\u00bb, \u00abLa Lotta di Classe\u00bb e \u00abL\u2019Osservatore Cattolico\u00bb sono state perquisite il giorno prima e i redattori arrestati; perci\u00f2, la mattina di domenica i quotidiani non escono, tranne il \u00abCorriere della Sera\u00bb, \u00abLa Perseveranza\u00bb e la \u00abLega Lombarda\u00bb, organo dei cattolici moderati. Proprio in questa giornata la repressione diventa, se possibile, ancora pi\u00f9 cruenta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A Porta Ticinese e a Porta Garibaldi <i>i cannoni sparano a mitraglia sulla gente<\/i>. Si tratta di interventi senza alcuna giustificazione militare, che utilizzano la<i> \u2018strategia della tensione e del terrore\u2019<\/i> per innestare sulla psicosi del piano insurrezionale attribuito ai repubblicani e ai socialisti il <i>piano reazionario<\/i>, preparato di lunga mano dal blocco dominante (borghesia, corte, esercito), che mira ad attuare il colpo di Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Basti pensare che il deputato repubblicano De Andreis, ingegnere elettrotecnico della Edison, arrestato durante la perquisizione dell\u2019\u00abItalia del popolo\u00bb, verr\u00e0 accusato di complotto contro lo Stato perch\u00e9 aveva in tasca una pianta della citt\u00e0. Un semplice schema dell\u2019impianto elettrico milanese, sul quale comparivano, in corrispondenza delle fognature e delle bocche di presa dell\u2019acqua, le lettere <i>F e B, <\/i>fu fatto passare dai giornali governativi per un piano insurrezionale in cui quelle lettere simboleggiavano, rispettivamente, \u201cfuoco\u201d e \u201cbombe\u201d. Torelli Viollier, direttore del \u00abCorriere della Sera\u00bb e portavoce dei settori della borghesia imprenditoriale del nord che si opponevano alla politica del governo, riassume il senso vero di tale politica con queste parole, che gli costeranno il licenziamento: \u00ab <i>Siamo dunque in pieno colpo di Stato fatto a beneficio della borghesia contro il popolo, ossia di una classe contro un\u2019altra, dell\u2019oppressore contro l\u2019oppresso <\/i>\u00bb<i>.<\/i><i> <\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il cannone tuona per tutta la giornata, gli attacchi alle barricate sono incessanti. Mentre si fa notte e ai 20.000 soldati gi\u00e0 impegnati nella repressione si aggiungono i rinforzi richiamati da altre localit\u00e0, Di Rudin\u00ec invia al generale Bava Beccaris questo telegramma: \u00ab <i>Dalla quiete di Milano da Lei cos\u00ec prontamente ristabilita dipende la quiete di tutto il Regno<\/i> \u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><b>Luned\u00ec 9 maggio: la \u2018Porta Pia\u2019 milanese di Bava Beccaris<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><i>Tratteggiando le fasi pi\u00f9 generali dello sviluppo del proletariato, abbiamo seguito la guerra civile pi\u00f9 o meno occulta entro la societ\u00e0 attuale.\u201d <\/i>(Marx-Engels, Manifesto del partito comunista)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La mattina del 9 maggio \u201cl\u2019ordine regna a Milano\u201d. In una Milano, le cui strade e le cui piazze sono bagnate dal sangue dei popolani (tra la forza pubblica si contano solo due morti: un poliziotto colpito per errore dal fuoco dei commilitoni e un soldato fatto fucilare per disobbedienza). Il governo ha imposto la riapertura delle fabbriche, ma il generale Bava non ritiene che sia ancora il momento di autorizzare la ripresa del lavoro. Mentre i lavoratori trovano i cancelli della fabbriche chiusi, ci sono ancora sporadici conflitti con i soldati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tuttavia, il \u2018clou\u2019 della giornata \u00e8 il <i>cannoneggiamento del convento dei cappuccini di Porta Monforte<\/i>, cui assiste lo stesso generale Bava, convinto di trovare all\u2019interno dell\u2019edificio sia i cinquecento studenti di Pavia, Padova, Torino e altre universit\u00e0, sia le bande organizzate di saccheggiatori provenienti dalle vicine campagne, sul cui arrivo a Milano avevano favoleggiato i giornali. Con quelle bande immaginarie i soldati, durante la mattinata, fra Porta Ticinese e Porta Vittoria, hanno sostenuto per ben quattro ore, senza scorgere un solo nemico, un furibondo conflitto a fuoco. Aperta nel muro di cinta del convento una breccia pi\u00f9 larga di quella di Porta Pia, i difensori delle istituzioni si trovano davanti (e li arrestano) soltanto ventotto frati e una quarantina di mendicanti in attesa della ciotola di minestra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Alla repressione militare segue la repressione giudiziaria. Se soldati e poliziotti hanno causato, secondo le cifre ufficiali, palesemente sottostimate, 80 morti e 450 feriti fra la popolazione (ma un calcolo reale indica <i>400 morti e un migliaio di feriti<\/i>), i giudici in spada e speroni nella sola Milano infliggono agli 828 imputati, nei 129 processi che vengono celebrati, <i>oltre 14 secoli di galera<\/i>, condannando 688 di tali imputati, un terzo dei quali \u00e8 rappresentato da <i>minorenni<\/i>. La repressione colpisce, assieme a centinaia di lavoratori, esponenti socialisti, anarchici, repubblicani e cattolici intransigenti come don Albertario. Un mese dopo il \u2018re buono\u2019, Umberto I, premier\u00e0 il generale Bava Beccaris con la Gran Croce dell\u2019Ordine militare di Savoia per il servizio reso \u00ab <i>alle istituzioni e alla civilt\u00e0 <\/i>\u00bb.<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify\" start=\"3\">\n<li><b>Stato, classi e forze politiche nella transizione dalla crisi di fine secolo all\u2019et\u00e0 giolittiana<\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201c<i>Il potere politico dello Stato moderno non \u00e8 che un comitato, il quale amministra gli affari comuni di tutta quanta la classe borghese.\u201d <\/i>(Marx-Engels, Manifesto del partito comunista)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dopo la sconfitta parlamentare della politica reazionaria che il governo Pelloux, succeduto a quello di Rudin\u00ec, ha cercato di attuare mediante le \u2018leggi eccezionali\u2019 del 1899, <i>la classe dirigente<\/i> rinuncia al tentativo, fino ad allora tenacemente perseguito, di realizzare un colpo di Stato e, costretta dai rapporti di forza obiettivi, <i>adotta una politica diversa<\/i>. Preceduto da un governo di transizione quale era il governo Saracco (durante il quale si ebbe il massiccio sciopero generale del porto di Genova), si forma cos\u00ec il governo della sinistra liberale di Zanardelli, che costituisce il prologo dell\u2019et\u00e0 giolittiana: <i>il 15 giugno 1901 il gruppo socialista vota alla Camera la sua fiducia a tale governo<\/i>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma il suggello alla crisi di fine secolo viene posto da <i>Gaetano Bresci<\/i>, un operaio di Prato, anarchico internazionalista emigrato negli Stati Uniti, che rientra in Italia con il proposito di vendicare i morti del \u201993-\u201994 e del \u201998 e uccide a Monza il re Umberto I. Turati, pur vivamente pregato dal Bresci, rifiuta di assumerne la difesa (non solo per il timore di una speculazione sul nesso tra socialismo e anarchismo, tanto caro ai conservatori, ma anche e soprattutto) per l\u2019orientamento collaborazionista che egli ricaver\u00e0 dalla drammatica esperienza della crisi di fine secolo e che si tradurr\u00e0 nel sostegno al governo Zanardelli. Il processo si svolge dinanzi alla corte di assise di Milano il 29 agosto, esattamente un mese dopo il regicidio: al termine di un dibattito pro forma durato poche ore giunge la condanna all\u2019ergastolo e Bresci \u00e8 tradotto a S. Stefano. Non \u00e8 trascorso ancora un anno quando, il 22 maggio 1901, Bresci, secondo il comunicato ufficiale, si impicca con un asciugamano alle sbarre della finestra della propria cella: il tutto sarebbe accaduto in meno di tre minuti, durante una distrazione della guardia carceraria che ha l\u2019obbligo tassativo di sorvegliarlo \u201ca vista\u201d, nonostante che il piede di Bresci sia incatenato ad una palla di ferro. In realt\u00e0, per ordini ricevuti dall\u2019alto, tre guardie gli hanno fatto il \u201cSantantonio\u201d, cio\u00e8 gli hanno buttato addosso coperte e lenzuolo e poi l\u2019hanno ammazzato di bastonate. I resti verranno fatti sparire da due ergastolani inviati appositamente da un altro carcere e tenuti all\u2019oscuro del nome del morto. Poco dopo il direttore del carcere \u00e8 promosso e le tre guardie sono premiate. Un altro \u2018suicidato\u2019 entra cos\u00ec nella lunga storia delle \u2018istituzioni totali\u2019 italiane. Come si \u00e8 ricordato poc\u2019anzi, il presidente del consiglio dei ministri \u00e8 Giovanni Zanardelli, il ministro dell\u2019interno Giovanni Giolitti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">I moti del \u201998 si erano inseriti in una situazione politicamente fluida, che vedeva la borghesia impegnata nella ricerca di una unificazione fra le sue diverse frazioni. Se tale ricerca assunse un carattere violentemente antipopolare e repressivo, ci\u00f2 dipese, per un verso, da una <i>crisi organica di egemonia della classe dirigente liberale<\/i> (resa pi\u00f9 acuta dal divario crescente tra un ciclo economico espansivo e un ceto politico chiuso e privo di ricambio) e, per un altro verso, dall\u2019intreccio fra un organico piano reazionario e quella <i>\u2018linea nera\u2019<\/i> che pi\u00f9 di una volta dopo l\u2019Unit\u00e0, nei momenti di maggiore tensione, \u00e8 emersa sotto la difesa dei rapporti di classe della societ\u00e0 italiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per quanto riguarda le <i>classi popolari<\/i>, i moti del \u201998, bench\u00e9, come si \u00e8 visto, fossero stati un\u2019insurrezione senza capi e senza armi, posero tuttavia in luce alcuni dei tratti che contraddistinguono le grandi insurrezioni proletarie della storia moderna: l\u2019<i>egemonia<\/i> della <i>classe operaia<\/i>; l<i>\u2019autonomia<\/i>, giacch\u00e9 la classe operaia os\u00f2 infrangere la propria normale subordinazione alla dinamica economica, sociale e politica del sistema capitalistico (\u00ab <i>L\u2019\u00e8 vegnuda l\u2019ora che nun lavorem p\u00fb, ve toccar\u00e0 a vialter adess a sgobbaa <\/i>\u00bb, grida un operaio all\u2019industriale C. Grondona); la <i>generalizzazione<\/i> ad altri strati sociali subalterni e ad altri territori; la <i>radicalit\u00e0<\/i> delle forme di lotta. Una esplosione di conflittualit\u00e0 di tale portata non poteva non produrre, proprio per la presenza di quei tratti, un effetto durevole di spavento sugli \u201canimal spirits\u201d del blocco dominante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per quanto riguarda le <i>forze politiche di opposizione<\/i>, il \u201998 ha un valore di <i>spartiacque storico<\/i> rispetto agli orientamenti e all\u2019azione dei due \u2018nemici\u2019 dello Stato liberale, i \u2018rossi\u2019 e i \u2018neri\u2019. Infatti, dopo il \u201998 sia il partito socialista che le organizzazioni di massa controllate dall\u2019Opera dei Congressi faranno le loro scelte, ripudiando la passata intransigenza e avvicinandosi allo Stato liberale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In particolare, gi\u00e0 nel corso dei moti di Milano il gruppo dirigente socialista raccolto attorno a Turati aveva cercato di fermare l\u2019insurrezione o vi si era opposto (basti ricordare, fra l\u2019altro, l\u2019intervento diretto a bloccare quei fuorusciti politici italiani che vivevano in Svizzera e che, non appena appresero la notizia della rivolta di Milano, si mobilitarono per rientrare in Italia), manifestando quell\u2019<i>atteggiamento, ad un tempo legalitario e rinunciatario, <\/i>ben individuato in una lettera che Salvemini invi\u00f2 al Placci il 27 maggio del 1898:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00ab <i>&#8230;nel Natale passato, parlando a Milano col Turati, gli dicevo che in primavera il prezzo del pane avrebbe prodotto gravi tumulti e che noi avremmo dovuto prepararci per intervenire in essi e trasformarli in rivoluzione, ma Turati mi mise in burletta dicendo&#8230; che non c\u2019era da pensarci neppure lontanamente alla possibilit\u00e0 di uno scoppio. La sera del 1\u00b0 maggio, quando lessi sui giornali le prime notizie dei moti di Molfetta e di Piacenza, scrissi al Turati&#8230; perch\u00e9 il Partito si ponesse a capo dell\u2019agitazione&#8230; Ma Turati il 4 maggio, alla vigilia dei tumulti di Milano, mi rispondeva&#8230; che a Milano nessuno pensava neanche alla possibilit\u00e0 di una rivolta; che quelli erano moti isitintivi della plebe affamata, a cui Milano non si sarebbe associata, perch\u00e9 Milano si muove solo per un<\/i> concetto<i> e non per un <\/i>istinto<i>&#8230; La massa che aveva quell\u2019istinto rivoluzionario, che mancava a noi, sent\u00ec che il momento buono era venuto e si precipit\u00f2 nella lotta. E il nostro partito, invece di precipitarsi anch\u2019esso nella lotta e di dirigerla ad uno scopo, pretese di fermarla&#8230; e, quando non pot\u00e9 fermarla, si astenne <\/i>\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il giudizio di Gramsci sul <i>nesso dialettico di continuit\u00e0\/discontinuit\u00e0 tra il \u2018decennio di sangue\u2019 e l\u2019et\u00e0 giolittiana<\/i> pu\u00f2 essere assunto come conclusione per il suo valore paradigmatico:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00ab <i>L\u2019insurrezione dei contadini siciliani del \u201994 e l\u2019insurrezione di Milano del \u201998 furono l\u2019<\/i>experimentum crucis<i> della borghesia italiana. Dopo il decennio sanguinoso \u201990-\u2019900 la borghesia dovette rinunciare a una dittatura troppo esclusiva, troppo violenta, troppo diretta: insorgevano contro di lei simultaneamente, anche se non coordinatamente, i contadini meridionali e gli operai settentrionali. Nel nuovo secolo la classe dominante inaugur\u00f2 una nuova politica di alleanze di classe, di blocchi politici di classe, cio\u00e8 di democrazia borghese&#8230; un blocco industriale capitalistico operaio, senza suffragio universale, per il protezionismo doganale, per il mantenimento dell\u2019accentramento statale (espressione del dominio borghese sui contadini specialmente nel Mezzogiorno e nelle isole), per una politica riformista dei salari e delle libert\u00e0 sindacali. Giolitti imperson\u00f2 il dominio borghese; il partito socialista divenne lo strumento della politica giolittiana <\/i>\u00bb.<\/p>\n<hr \/>\n<h5><b>Indicazioni bibliografiche<\/b><\/h5>\n<h5>A. Canavero &#8211; G. Ginex, <i>Il \u201998 a Milano<\/i>, Fondazione Cariplo, Milano 1988<\/h5>\n<h5>G. Candeloro, <i>Storia dell\u2019Italia moderna<\/i>, vol. VII, Feltrinelli, Milano 1974<\/h5>\n<h5>F. Catalano, <i>Vita politica e questioni sociali<\/i>, in <i>Storia di Milano<\/i>, vol. XV, Treccani, Milano 1961<\/h5>\n<h5>N. Colajanni, <i>L\u2019Italia nel 1898<\/i>. <i>Tumulti e reazione<\/i>, Universale Economica, Milano 1951.<\/h5>\n<h5>R. Colapietra, <i>Il Novantotto<\/i>, Edizioni Avanti!, Milano-Roma 1959<\/h5>\n<h5>R. Del Carria, <i>Proletari senza rivoluzione<\/i>, vol. 1, Edizioni Oriente, Milano 1970<\/h5>\n<h5>A. Gramsci, <i>La costruzione del partito comunista \u2013 1923-1926<\/i>, Einaudi, Torino 1971<i> <\/i><\/h5>\n<h5>U. Levra, <i>Il colpo di Stato della borghesia<\/i>, Feltrinelli, Milano 1975<\/h5>\n<h5>P. Valera, <i>Le terribili giornate del maggio \u201998<\/i>, De Donato, Bari 1973<\/h5>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/storia\/12310-eros-barone-i-moti-del-98.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/storia\/12310-eros-barone-i-moti-del-98.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Eros Barone) \u201cA questo mondo si rassegna solo chi non ha bisogno di fare altrimenti. La rassegnazione \u00e8 la filosofia di chi non \u00e8 obbligato a lavorare sempre col dubbio di perdere il lavoro, a lottare sempre col dubbio di rimanere sconfitto nella lotta, a dormire sempre col dubbio di svegliarsi e di trovarsi affamati. La rassegnazione \u00e8 la filosofia dei soddisfatti. 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