{"id":42814,"date":"2018-06-10T12:00:14","date_gmt":"2018-06-10T10:00:14","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=42814"},"modified":"2018-06-10T09:06:21","modified_gmt":"2018-06-10T07:06:21","slug":"limperialismo-colpisce-ancora","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=42814","title":{"rendered":"L\u2019imperialismo colpisce ancora"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRAINRETE (Paolo Paesani)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ha ancora senso parlare di imperialismo? E se la risposta \u00e8 s\u00ec, che forma assume l\u2019imperialismo, inteso come forma organizzata di sfruttamento, nel mondo post-coloniale, post-moderno e globale di oggi? Queste domande hanno animato due incontri che hanno avuto luogo, pochi giorni fa, presso le Facolt\u00e0 di Economia dell\u2019Universit\u00e0 Roma3 e di Scienze Politiche della Sapienza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A fornire l\u2019occasione per questi incontri \u00e8 stata la recente pubblicazione, per i tipi della casa editrice Routledge, di un volume dal titolo \u201cThe changing face of Imperialism\u201d. Il volume, curato da Sunanda Sen (Jawaharlal Nehru University) e Maria Cristina Marcuzzo (Sapienza Universit\u00e0 di Roma), raccoglie quattordici saggi che analizzano la teoria e la prassi dell\u2019imperialismo e i suoi legami con l\u2019idea di potere, adottando una prospettiva multidisciplinare, indubbiamente \u201cdi sinistra\u201d, ma fondata sull\u2019analisi rigorosa dei fatti e sulla costruzione di modelli interpretativi , non su semplici slogan.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dal confronto fra le curatrici del volume e alcuni colleghi, tra i quali chi scrive, \u00e8 emerso tutto il disagio della teoria economica contemporanea nei confronti del tema del potere e la tendenza a relegarlo tra il fallimenti del mercato (potere di monopolio, Big business, potere dei manager nelle grandi tecnostrutture) o a nasconderlo dietro la cortina di fumo della teoria dei giochi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il libro, adotta un approccio diverso e tratta l\u2019imperialismo, il potere e i conflitti che ne accompagnano l\u2019esercizio come aspetti essenziali del capitalismo e dei rapporti economici fra le nazioni e al loro interno, partendo dalla premessa che il capitalismo industriale e post-industriale \u00e8 ormai diffuso dovunque e che la globalizzazione lancia una sfida all\u2019idea tradizionale di un mondo in cui i paesi sviluppati sfruttano sistematicamente quelli intrappolati nel sottosviluppo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questi due fatti rendono necessario rivedere concetti-chiave come Centro e Periferia, Nord e Sud, Primo, Secondo e Terzo mondo. Nella realt\u00e0 delle catene di approvvigionamento globale (global supply chain) il Nord e il Sud sono ovunque e si riflettono nella disuguaglianza dei redditi e della ricchezza fra i paesi e al loro interno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Alcuni saggi, fra quelli contenuti nel volume curato da Sen e Marcuzzo, identificano uno dei tratti essenziali dell\u2019imperialismo contemporaneo nell\u2019esistenza di una comunit\u00e0 finanziaria globale, priva di legami nazionali, autosufficiente e sempre meno legata all\u2019industria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Presentando nessi causali che meritano attenzione e approfondimento, il volume analizza le caratteristiche ideali che un paese deve avere per attrarre i membri di questa comunit\u00e0 con i vantaggi che ci\u00f2 pu\u00f2 comportare: piena libert\u00e0 ai movimenti internazionale di capitale, tassazione e spesa pubblica contenute, bassa inflazione, tassi di cambio e d\u2019interesse ragionevolmente stabili, adesione ai principi del libero scambio e una regolamentazione leggera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In un ambiente del genere, i capitali esteri possono trovare un impiego profittevole senza perdere la possibilit\u00e0 di spostarsi rapidamente, qualora le circostanze o le politiche adottate dai singoli paesi lo rendano necessario. In questo modo, la comunit\u00e0 finanziaria globale esercita il suo potere \u201cimperiale\u201d sui singoli stati, condizionandone la struttura economica e le scelte di policy.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dal dibattito sono emerse le contraddizioni di un simile modello, che raccomanda a tutti i paesi, indistintamente, di fondare la propria crescita sulle esportazioni, sull\u2019austerit\u00e0 e sulla competitivit\u00e0 di sistema, limitando la possibilit\u00e0 di adottare politiche di tipo keynesiano, mirate a combinare piena occupazione e stabilit\u00e0 dei prezzi con il pareggio (e non il surplus) nei conti con l\u2019estero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel contesto di questo modello, si delinea un ordine internazionale basato sull\u2019esistenza di quattro livelli distinti. Il primo \u00e8 occupato dal paese egemone, gli Stati Uniti, che fornisce liquidit\u00e0 e potere d\u2019acquisto al resto del mondo, attraverso un ampio deficit commerciale, reso sostenibile dallo status del dollaro e dalla forza economica e militare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel secondo livello troviamo i paesi sviluppati che si specializzano nella produzione e nell\u2019esportazione di beni ad alto valore aggiunto, tecnologicamente avanzati. Questi paesi, di cui la Germania e il rappresentante per eccellenza, registrano surplus cospicui nei conti con l\u2019estero, fonte di attivit\u00e0 finanziarie da reinvestire nella costruzione di catene di approvvigionamento globali attraverso gli investimenti diretti all\u2019estero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il terzo livello \u00e8 quello dei paesi emergenti, specializzati nella produzione e nell\u2019esportazione di beni industriali di contenuto tecnologico e valore aggiunto intermedio. Questi paesi, fra cui collochiamo la Cina, godono di un surplus nei conti con l\u2019estero e di una certa solidit\u00e0 finanziaria e sono il terminale ricevente degli investimenti diretti dall\u2019estero proveniente dalle economia pi\u00f9 sviluppate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Infine, l\u2019ultimo livello \u00e8 occupato dalle economie in via di sviluppo o sottosviluppate che si specializzano nella produzione e nell\u2019esportazione di materie prime e beni industriali a basso valore aggiunto e a basso contenuto tecnologico. Questi paesi, situati soprattutto in America Latina e in Africa, pur esportando molto non riescono a realizzare un surplus nei conti con l\u2019estero e sono dipendenti dal resto del mondo sia sul versante commerciale sia su quello finanziario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In un mondo con queste caratteristiche, gli squilibri globali sono la norma come ricorda, fra l\u2019altro, Marcello De Cecco in un\u00a0saggio del 2012\u00a0citato nel volume. Questi squilibri sono l\u2019esito di una concorrenza basata sulle esportazioni ad oltranza, un gioco concorrenziale con i suoi vincitori (i paesi in surplus strutturale) e i suoi vinti (costretti all\u2019indebitamento e pi\u00f9 o meno vulnerabili a seconda della posizione occupata nella gerarchia globale).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La partecipazione a questo gioco concorrenziale giustifica la liberalizzazione dei mercati, la compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori, lo sfruttamento dell\u2019ambiente, il ricorso a oltranza all\u2019outsourcing, al sub-appalto, alla delocalizzazione e, in parallelo, la specializzazione produttiva secondo il principio dei vantaggi comparati, che porta alcuni settori a crescere e altri a scomparire, impoverendo la matrice produttiva dei singoli stati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019India, alla quale sono dedicati i saggi raccolti nella terza e nella quarta parte del volume, costituisce un laboratorio perfetto per verificare la validit\u00e0 di questa interpretazione. Il saggio di Utsa Patnaik (Jawaharlal Nehru University) dedicato all\u2019India durante il periodo coloniale, mette in luce il suo ruolo come fattore di equilibrio nei pagamenti internazionali della Gran Bretagna, impegnata a estrarre il surplus prodotto nell\u2019economia indiana (sotto forma di materie prime, prodotti alimentari e proventi della tassazione) per finanziare il deficit commerciale britannico nei confronti degli Stati Uniti e dei paesi dell\u2019Europa continentale (su questo Cfr. M. De Cecco, Moneta e Impero, Donzelli 2016 a cura di Alfredo Gigliobianco).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sunanda Sen si concentra sull\u2019impiego dei lavoratori indiani, assunti a contratto, per lavorare nelle piantagioni zuccheriere britanniche di Trinidad, delle Mauritius e della Guiana Britannica, a seguito dell\u2019abolizione della schiavit\u00f9 in Gran Bretagna fra il 1833 e il 1840. Sen descrive le durissime condizioni alle quali venivano sottoposti questi lavoratori ma anche i conflitti all\u2019interno del capitalismo britannico fra i proprietari delle piantagioni e le banche che li finanziavano, interessati a tenere alto il prezzo dello zucchero grezzo e pi\u00f9 basso possibile il costo del lavoro, e le industrie britanniche impegnate e raffinare lo zucchero e interessate alla riduzione del costo della materia prima.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Partendo da questa narrazione, che si arricchisce con il saggio di Sabyasachi Bhattacharya (Association of Indian Labour Historians) sull\u2019introduzione di tutele formali a protezioni dei lavoratori indiani e dei loro salari, fra il 1919 e il 1947, l\u2019ultima parte del volume di concentra sull\u2019India di oggi, sugli aspetti positivi e su quelli negativi di un sviluppo basato sui servizi pi\u00f9 che sull\u2019industria, tanto da\u00a0spingere alcuni\u00a0a classificare l\u2019India come un esempio di de-industrializzazione precoce.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In un contesto del genere, lo sviluppo del settore finanziario non appare in grado di innescare meccanismi moltiplicativi di rilievo, come osservano Sukanya Rose e Abhishek Kumar, partendo dall\u2019analisi della matrice Input-Output per l\u2019economia indiana e effettuando alcuni test di causalit\u00e0. Rimane la fragilit\u00e0 di un modello di sviluppo sbilanciato, in cui una \u00e9lite di super-ricchi, membri a tutti gli effetti della comunit\u00e0 finanziaria globale, coesiste affianco di una moltitudine di poveri e poverissimi che sembra difficile poter assorbire all\u2019interno di un sistema produttivo, in cui la componente manifatturiera tende a indebolirsi, e in cui permane e si rafforza la dipendenza dai produttori cinesi e dai consumatori statunitensi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La presenza della Cina aleggia in molti dei saggi che compongono il volume ma nessuno \u00e8 dedicato direttamente a questo paese, candidato,\u00a0secondo alcuni\u00a0osservatori, a sostituire gli Usa nel ruolo di potenza egemone nello scacchiere dell\u2019Asia e del Pacifico e\u00a0secondo altri\u00a0a rimanere intrappolato nella\u00a0middle income trap.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Al termine della lettura del volume non si pu\u00f2 non pensare ai molti limiti di un modello di sviluppo basato sulla conquista dei surplus commerciali e sulla ricerca della competitivit\u00e0 a oltranza. Il protezionismo, e i conflitti che lo accompagnano, non sembra offrire una via di uscita rispetto ai problemi che questo modello presenta e che il volume pone in evidenza in maniera molto efficace. E\u2019 innegabile che dal commercio internazionale e dalla globalizzazione degli ultimi decenni siano derivati vantaggi e non solo ma questo libro ci pone di fronte all\u2019esigenza di immaginare un nuovo ordine economico globale. E per immaginarlo possono essere utili queste parole di Keynes, che risalgono al 1933:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Idee, conoscenza, arte, ospitalit\u00e0, viaggi: queste sono le cose che per loro natura dovrebbero essere internazionali. Ma cerchiamo di far s\u00ec che i beni vengano prodotti al proprio interno quanto pi\u00f9 ragionevolmente e convenientemente possibile; e soprattutto che la finanza sia essenzialmente nazionale. Nello stesso tempo, per\u00f2, chi cerca di liberare un paese dai suoi intrecci internazionali dovrebbe procedere adagio e con cautela. Non \u00e8 questione di strappare le radici ma di abituare lentamente una pianta a crescere in una direzione differente.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/estero\/12538-paolo-paesani-l-imperialismo-colpisce-ancora.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/estero\/12538-paolo-paesani-l-imperialismo-colpisce-ancora.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRAINRETE (Paolo Paesani) &nbsp; Ha ancora senso parlare di imperialismo? E se la risposta \u00e8 s\u00ec, che forma assume l\u2019imperialismo, inteso come forma organizzata di sfruttamento, nel mondo post-coloniale, post-moderno e globale di oggi? 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