{"id":42899,"date":"2018-06-12T15:30:43","date_gmt":"2018-06-12T13:30:43","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=42899"},"modified":"2018-06-12T16:27:56","modified_gmt":"2018-06-12T14:27:56","slug":"il-capitalismo-come-patologia-storica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=42899","title":{"rendered":"Il capitalismo come patologia storica"},"content":{"rendered":"<p>di\u00a0<strong>ANDREA ZHOK (FSI Trieste)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Parte prima: nichilismo<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Del termine \u201ccapitalismo\u201d si \u00e8 fatto uso ed abuso nell\u2019ultimo secolo e mezzo, fino allo sfinimento, finendo per logorarne inevitabilmente il significato. Logorarsi nell\u2019uso \u00e8 il destino di tutte le parole di successo, e forse dovremmo rassegnarci ad inventarne una diversa per evitare di ricadere in connotazioni stantie, o di essere assimilati alla retorica anticapitalista, spesso rabbiosa quanto confusa. Tuttavia il termine \u201ccapitalismo\u201d \u00e8 di per s\u00e9 un termine mirato e preciso, e preferiamo perci\u00f2 conservarlo in vita limitandoci a circoscrivere il pi\u00f9 precisamente possibile cosa intendiamo con il termine.<\/p>\n<p>Pur esistendone diverse definizioni, per \u201ccapitalismo\u201d qui intendiamo, coerentemente con il conio marxista, un sistema di produzione economica e riproduzione sociale che si fonda sulla centralit\u00e0 del capitale (denaro, valore di scambio) e non del bene (merce, valore d\u2019uso). Anche se il termine capitale \u00e8 stato esteso a posteriori a qualunque cosa potesse essere storicamente tesaurizzata per uso futuro (dal frumento ai monili), di fatto il senso di capitale moderno \u00e8 strettamente legato alle funzioni del <em>denaro<\/em>. Solo il capitale in senso monetario porta alla luce le caratteristiche del capitalismo in senso pieno, e ritrovare \u2018capitalismi\u2019 in epoche passate, dove c\u2019era tutt\u2019al pi\u00f9 accumulazione della terra, \u00e8 improprio.<\/p>\n<p>Ci sono in verit\u00e0 \u2018episodi\u2019 di meccanismi capitalisti discernibili in Mesopotamia, nella Grecia classica, nel tardo Impero romano, agli albori del Rinascimento italiano, e in qualche altra occasione, ma fino alla cosiddetta Rivoluzione Industriale inglese non \u00e8 esistito alcun meccanismo sociale ed economico stabile dove il capitale fosse centrale rispetto a variabili umane come il potere politico e religioso, la natura delle merci e dei bisogni.<\/p>\n<p>Cosa comporta qui la \u201ccentralit\u00e0 del capitale (denaro)\u201d? Implica che il meccanismo degli scambi \u00e8 organizzato in modo tale che esso pu\u00f2 funzionare, e continuare a funzionare efficientemente, anche in assenza di alcun accordo politico, valoriale o morale tra gli agenti economici. Mentre le precondizioni per un\u2019azione collettiva nella storia precapitalistica erano determinate dalla capacit\u00e0 di alcuni agenti di creare consenso attorno ad un progetto (consenso, beninteso, ottenibile con la persuasione ma anche con la minaccia, il ricatto, l\u2019eliminazione fisica del dissenso, ecc.), nel sistema capitalistico azioni collettive possono costantemente prendere forma senza essere progettate da nessuno, in modo del tutto preterintenzionale. Questo aspetto fondamentale del capitalismo \u00e8 ci\u00f2 che faceva dire ad Adam Smith che \u201cnon \u00e8 dalla benevolenza del macellaio, del fornaio o del birraio che ci aspettiamo il nostro pranzo\u201d, ma dal fatto che essi, perseguendo i propri interessi, finiscono per essere di giovamento anche a noi nel perseguimento dei nostri. Come osservava acutamente F. von Hayek un paio di secoli pi\u00f9 tardi, la potenza del sistema economico e sociale capitalista (o \u2018di libero mercato\u2019) sta proprio nel non richiedere alcun accordo per funzionare: \u00e8, in un certo senso, un sistema strutturalmente apolitico, che ha bisogno della politica solo per la creazione ed il mantenimento delle \u2018regole di mera condotta\u2019, le regole formali che garantiscono al sistema di funzionare (tutela della propriet\u00e0 e dei contratti, funzionamento giustizia amministrativa, ecc.) In un sistema capitalista, idealmente, ciascuno pu\u00f2 esercitare i propri talenti vendendoli sul mercato e ottenendo, attraverso un capillare sistema di scambi (divisione del lavoro), beni che mai sarebbe stato in grado di procurarsi o produrre da solo.<\/p>\n<p>Prima di esercitare la critica \u00e8 importante comprendere appieno la potenza del modello capitalistico (il \u2018libero mercato\u2019). Esso favorisce un\u2019elevatissima divisione del lavoro che si genera spontaneamente, per iniziativa periferica degli agenti economici, e che dunque non ha bisogno (di solito) di essere coordinata e progettata dall\u2019alto. L\u2019elevata facilit\u00e0 degli scambi consente l\u2019elevata divisione del lavoro, che permette a sua volta elevata specializzazione e con ci\u00f2 anche elevata produttivit\u00e0.<\/p>\n<p>Di tale potenza storica Marx (diversamente da molti suoi epigoni) era perfettamente consapevole ed egli infatti invitava nelle prime pagine del <em>Manifesto<\/em> a riconoscere le straordinarie conquiste operate dal nuovo sistema produttivo, il sistema capitalistico o sistema della borghesia (dove per \u2018borghesia\u2019 al tempo di Marx si intendeva il 5% circa della popolazione, che possedeva i mezzi di produzione). Qualunque superamento (l\u2019hegeliana <em>Aufhebung<\/em>) del capitalismo, per Marx doveva essere in grado di giovarsi della potenza produttiva e organizzativa portata alla luce dal capitalismo medesimo, modificandone radicalmente le forme, non certo di cancellare con un colpo di spugna il capitalismo, per ritornare ad un\u2019idealizzata condizione precapitalistica. \u00c8 essenziale comprendere (ed \u00e8 un punto in cui paradossalmente Marx e Hayek concordano) che il capitalismo non pu\u00f2 essere letto come una sorta di incidente della storia: si tratta di una realizzazione storica emersa spontaneamente, e che si \u00e8 imposta progressivamente grazie ad alcuni suoi specifici pregi. Il capitalismo \u00e8 una tradizione specificamente occidentale, cresciuta sulla scorta della maturazione di tecniche specifiche, dalla scrittura alfabetica, alla numerazione posizionale, alla stampa, e che ha favorito l\u2019imporsi delle forme di governo democratiche.<\/p>\n<p>In quanto tradizione il capitalismo \u00e8 emerso per prove ed errori, consolidandosi nel tempo, e non si \u00e8 certo imposto per caso. Questo implica che obiezioni e soluzioni semplicistiche, che pure hanno avuto corso nella storia, come l\u2019abolizione tout court di ogni forma di propriet\u00e0, o del denaro, siano sicuramente fuori bersaglio.<\/p>\n<p>Ma una volta detto che il capitalismo non \u00e8 un accidente della storia e che ha innumerevoli pregi, questo non significa che esso debba essere santificato. Come per tutte le tradizioni, si possono (e in questo caso credo si debbano) creare le condizioni per esigere un loro superamento.<\/p>\n<p>L\u2019obiezione che spesso viene imputata come problema principale del capitalismo, ovvero di essere economicamente ingiusto, se presa isolatamente \u00e8 un\u2019obiezione debole. Dopo tutto si pu\u00f2 facilmente ribattere che di ingiustizie la storia \u00e8 piena, e che almeno quelle distributive odierne tendono a beneficare a lungo termine molte pi\u00f9 persone che in passato. Da sempre uno degli argomenti preferiti dei filo-capitalisti \u00e8 che oggi un cittadino medio pu\u00f2 godere di beni che qualche secolo fa nessun re poteva avere a disposizione, dai mezzi di trasporto privati, ai telefoni, alla TV, all\u2019aria condizionata, ecc. (cfr. von Mises). Ed in effetti una critica del capitalismo che verta sul semplice elemento dell\u2019ingiustizia economica, criticandolo dal punto di vista dei \u2018perdenti\u2019 del sistema, pur essendo certo legittima, \u00e8 in definitiva una critica di scarso respiro. Dal puro e semplice punto di vista della disponibilit\u00e0 generale dei beni, anche per i meno fortunati, il capitalismo rappresenta, rispetto alle realt\u00e0 storiche precedenti, comunque un passo avanti per la maggior parte delle persone. Che ci siano le condizioni perch\u00e9 le cose vadano meglio di come vanno, e che tale possibilit\u00e0 sia colpevolmente negata, \u00e8 indubbio, ma non si tratta certo un\u2019obiezione radicale.<\/p>\n<p>I veri problemi legati a quell\u2019epocale trasformazione del mondo rappresentata dal sistema economico e sociale dello scambio monetario competitivo ( = capitalismo) sono meno direttamente ovvi e molto pi\u00f9 insidiosi.<\/p>\n<p>Il primo problema, su cui vogliamo soffermarci oggi, non \u00e8 un problema che riguarda il rapporto del capitalismo con i beni, ma con i valori. Come abbiamo detto, la forza del capitalismo sta nella sua capacit\u00e0 di funzionare anche senza doversi appellare ad alcuna cooperazione, anche in assenza di alcun accordo intersoggettivo su fini o valori. Il problema \u00e8 che questa virt\u00f9 ha anche un suo lato oscuro.<\/p>\n<p>Il sistema di relazioni economiche e sociali generato in un \u2018sistema di mercato\u2019 pu\u00f2 disinteressarsi di un coordinamento intersoggettivo su intenzioni o valori in quanto ad essere valorizzato \u00e8 primariamente il medio di scambio ( = denaro), e non le realt\u00e0 scambiate. In altri termini: non \u00e8 importante per il sistema, n\u00e9 per i pi\u00f9 potenti tra gli agenti economici, quali siano le qualit\u00e0 intrinseche di ci\u00f2 che viene prodotto, ma solo il fatto che esso \u2018abbia un mercato\u2019, cio\u00e8 che possa essere venduto, ovvero che possa essere trasformato in denaro eccedente rispetto a quello impegnato per produrlo.<\/p>\n<p>Il sig. A pu\u00f2 aver trovato con immani fatiche e sacrifici personali la cura per il cancro, ma se essa non trova uno sbocco di mercato, limitandone l\u2019accesso ad esempio con brevetti, e poi vendendola in modo selettivo, essa potr\u00e0 anche avere enorme valore umano e sociale, ma non avr\u00e0 <em>nessun<\/em> valore monetario.<\/p>\n<p>Il sig. B pu\u00f2 produrre <em>Snuff Movies<\/em>, sfruttando indecorosamente persone malate o bisognose, ma se trova il modo di limitarne l\u2019accesso a chi paga, e di diffonderli dietro compenso, pu\u00f2 arricchirsi in questo modo.<\/p>\n<p>Una volta trasformato un atto o prodotto in denaro, la sua origine viene cancellata: il denaro, quale che ne sia la provenienza, non porta seco nulla del percorso che lo ha generato, dunque quanto maggior valore pubblico viene riconosciuto al denaro, tanto pi\u00f9 i modi di procurarselo sono sottratti ad ogni valutazione critica, essendo letteralmente <em>privi di valore<\/em> (monetario). Diviene cos\u00ec normale giustificare attivit\u00e0 che in altri tempi o luoghi sarebbero state ritenute ridicole, parassitarie, indegne, immorali, dannose dicendo (e dicendosi) che \u201cdopo tutto \u00e8 un modo come un altro per guadagnarsi da vivere\u201d. E questo, beninteso, non coinvolge soltanto le attivit\u00e0 marginali di chi fatica a sbarcare il lunario, ma anche attivit\u00e0 altamente remunerative: fare qualcosa <em>per denaro<\/em> \u00e8 divenuto giustificazione sufficiente ed esauriente, cui chiedere qualcosa di pi\u00f9 suona velleitario o moralistico.<\/p>\n<p>Che un venditore menta o illuda per vendere qualunque cosa vendere debba, \u00e8 divenuto moralmente accettabile. L\u2019esistenza stessa di quella forma di menzogna, inganno o illusionismo sistematico che \u00e8 l\u2019onnipresente <em>pubblicit\u00e0<\/em> nel mondo contemporaneo \u00e8 un\u2019evidenza macroscopica in questo senso. Tutti noi viviamo questa sorta di patetica doppia verit\u00e0: diciamo a noi stessi, ai nostri figli, al prossimo, che \u2018mentire \u00e8 male\u2019, ma poi accettiamo e digeriamo quotidianamente serie sterminate di comunicazioni pubblicitarie che sappiamo essere appunto forme sistematiche di distorsione del vero, di persuasione illusionistica, create strumentalmente per ottenere il fine precostituito della vendita di un prodotto.<\/p>\n<p>Qualunque sia il bene o servizio originariamente venduto, una volta trasformato in denaro (capitale), esso diviene un\u2019entit\u00e0 in grado di dare accesso a ogni altro bene e servizio nel mondo: il denaro, in quanto medio universale di scambio, \u00e8 divenuto <em>condizione di possibilit\u00e0 universale<\/em> per l\u2019ottenimento di ogni fine, e perci\u00f2 esso pu\u00f2 diventare anche potere, e dunque riconoscimento pubblico.<\/p>\n<p>In sostanza, nel processo storico in cui il capitale monetario ha acquisito centralit\u00e0, avvengono simultaneamente due processi di trasformazione assiologica fondamentale:<\/p>\n<p>1) in direzione del passato, il <em>modo<\/em> di raggiungere il successo monetario viene separato radicalmente dal successo stesso (l\u2019attivit\u00e0 viene \u2018valorizzata\u2019 solo dal suo esito, dalla vendita, dalla metamorfosi in denaro);<\/p>\n<p>2) in direzione del futuro, il capitale stesso (denaro) diviene una sorta di \u2018supervalore\u2019, proponendosi idealmente come mezzo di accesso ad ogni bene, di realizzazione prospettica d\u2019ogni fine materialmente disponibile.<\/p>\n<p>La sovrapposizione di queste due tendenze ha come esito un mutamento strutturale nel nostro modo di relazionarci alla realt\u00e0. Come noto sin dal tempo delle prime analisi marxiane, il meccanismo del capitale colloca sistematicamente come saliente il <em>mezzo<\/em> al posto del <em>fine<\/em>, e tende perci\u00f2 a trasformare in fine il mezzo (il denaro diviene il Fine che non ha bisogno di altre giustificazioni). La finalit\u00e0 che viene promossa dal meccanismo autoriproduttivo del capitale dunque non concerne l\u2019appagamento di alcun bisogno o desiderio: si tratta dell\u2019incremento del capitale stesso, della riproduzione accresciuta del denaro.<\/p>\n<p>Qui non si tratta di \u2018antropomorfizzare\u2019 il capitale facendone un\u2019entit\u00e0 dotata di volont\u00e0 autonoma. Il punto \u00e8 che il funzionamento del capitalismo spinge ciascun agente economico (e volenti o nolenti lo siamo tutti) ad assumere l\u2019accrescimento del capitale come modus operandi e forma mentis.<\/p>\n<p>Come noi tutti siamo costretti ad imparare precocemente, qualcosa si muove nel mondo delle relazioni materiali se il capitale pu\u00f2 con ci\u00f2 essere accresciuto (come interesse, come profitto, ecc.), e questo rappresenta la normalit\u00e0, la spontaneit\u00e0 che definisce le nostre aspettative. Tutti gli altri casi appartengono al regime d\u2019eccezione proprio della moralit\u00e0, della nobilt\u00e0 di coscienza, della buona volont\u00e0, cui concediamo volentieri l\u2019onore delle armi, ma che viene sempre pi\u00f9 relegato nella sfera degli enti voluttuari e dispensabili. L\u2019ordinariet\u00e0 sta nell\u2019aspettativa che, se ci sono interessi sufficienti in ballo, ad esempio contro un intervento di tutela ambientale, quali che siano i proclami in senso contrario, esso rimarr\u00e0 lettera morta. L\u2019ordinariet\u00e0 sta nell\u2019aspettativa che se i traffici di eroina, o di organi, o di bambini, o di uteri in affitto o multipropriet\u00e0, ecc. rendono, essi troveranno sempre un modo di realizzarsi e perpetuarsi.<\/p>\n<p>Le relazioni sociali in regime di capitalismo educano ad una forma mentis informata dal perenne <em>rinvio dell\u2019appagamento<\/em>, dall\u2019accrescimento indefinito dei mezzi senza comprensione dei fini, del potere di andare ovunque senza definire alcuna direzione, di fare tutto senza dedicarsi a nulla. Diversamente da quanto riteneva Heidegger, non \u00e8 la Tecnica in generale che livella, non \u00e8 la Tecnica che omologa, non \u00e8 la Tecnica che cancella le differenze ed oblia il fondamento, non \u00e8 la Tecnica (o la \u201cTecnoscienza\u201d) che realizza il <em>nichilismo<\/em>. Tecniche, e strumenti, e la ricerca di tecniche e strumenti pi\u00f9 efficienti, sono tutte cose che esistono da quando vi \u00e8 l\u2019uomo. Ma sono le tecniche, gli strumenti, la scienza in quanto ingranaggi di quella tecnica sociale che \u00e8 il meccanismo di riproduzione del capitale a spingere ad obliare ogni fondamento. \u00c8 un sistema di riproduzione della mera <em>potenzialit\u00e0 fine a s\u00e9 stessa<\/em> a generare ci\u00f2 che abbiamo imparato a chiamare <em>nichilismo<\/em>.<\/p>\n<p>L\u2019annullamento sistematico di ogni valore tende a procedere spontaneamente dall\u2019aver introiettato il processo di accumulazione del capitale, dall\u2019aver fatto (dall\u2019essere costretti a fare) della sua logica una seconda natura che guida le nostre iniziative pubbliche e private. L\u2019accumulazione di capitale \u00e8 un\u2019ipertrofizzazione del potere astratto e vuoto di fare; non di quel poter fare concreto che ritroviamo nelle abilit\u00e0, negli abiti, nelle capacit\u00e0 acquisite, o nelle virt\u00f9; no, qui si tratta di mera capacit\u00e0 di fare astrattamente qualunque cosa, una capacit\u00e0 che rimane estrinseca, esterna a noi, incarnata in un oggetto trasferibile (denaro), cio\u00e8 in qualcosa che pu\u00f2 essere acquisito accidentalmente, persino casualmente (la \u201clotteria\u201d, l\u2019\u201ceredit\u00e0\u201d, ecc.); tale <em>capacit\u00e0 vuota, potenzialmente onnipotente, indifferente alle sue origini, ed esterna alle nostre facolt\u00e0<\/em> (a ci\u00f2 che siamo) sostituisce nelle nostre vite la comprensione di cosa sia opportuno, sensato o giusto fare.<\/p>\n<p>Si lamenta spesso come la nostra epoca sia, e soprattutto sia vissuta dalla nuove generazioni, come un\u2019epoca dell\u2019<em>immagine<\/em>, intendendo con ci\u00f2 della <em>superficie<\/em>, dell\u2019<em>apparenza<\/em>, della forma segnica senza contenuto. Ma sarebbe stupefacente se fosse altrimenti, giacch\u00e9 questo \u00e8 precisamente ci\u00f2 che il funzionamento ordinario del valore in quanto capitale alimenta. L\u2019immagine, la superficie, \u00e8 semplicemente la datit\u00e0 presente che, a prescindere dal suo passato, dal suo retroterra e dal suo potenziale a lungo termine diviene in grado di guadagnarsi potere reale (denaro, potere d\u2019acquisto universale). A comandare il processo di valorizzazione \u00e8 solo il tempo corrente dell\u2019acquisto, della metamorfosi in denaro, la buona parvenza nel momento della transazione: non cosa lo ha preceduto e non le sue implicazioni reali.<\/p>\n<p>Una nota cautelativa finale. Naturalmente il meccanismo della virtualizzazione monetaria (capitalismo) che abbiamo iniziato a descrivere non \u00e8 un potere sociale unico, n\u00e9 incontrastato. L\u2019essenza nichilistica del capitalismo rappresenta perci\u00f2 una tendenza di sviluppo, una pressione costante e crescente, ma fortunatamente non l\u2019unica istanza capace di influire in profondit\u00e0 nelle societ\u00e0 contemporanee, neppure in quelle maggiormente dominate dalla logica del capitale. Si tratta di una tradizione potente e capillare, capace come tutte le tradizioni di autoalimentarsi inerzialmente, ma una volta che se ne scorga il funzionamento \u00e8 anche qualcosa che pu\u00f2 essere opposto, corretto, trasformato.<\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><strong>Parte seconda: entropizzazione<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Nella prima parte di questo intervento abbiamo rilevato alcune cautele e precisazioni che \u00e8 opportuno adottare nell\u2019uso del termine \u2018capitalismo\u2019. In linea di massima per capitalismo intendo qui dunque un sistema di autoriproduzione sociale, storicamente emerso nel XVIII secolo, che tende ad estendere indefinitamente lo spazio degli scambi competitivi monetizzati.<\/p>\n<p>Come abbiamo avuto modo di notare in precedenza, il capitalismo conduce preterintenzionalmente ad esiti nichilistici. Questo tipo di esito concerne il lato <em>soggettivo<\/em> delle sue implicazioni. Il quadro per\u00f2 va completato con una visione di un secondo lato, <em>oggettivo<\/em>, di tali implicazioni. Se soggettivamente il capitalismo induce un logoramento di ogni sfera assiologica, oggettivamente esso conduce ad una peculiare e storicamente inedita forma di \u2018<em>rivolgimento sistematico<\/em>\u2019 della realt\u00e0 storica, rivolgimento che pu\u00f2 essere catturato da termini come \u2018eversione\u2019, \u2018dissoluzione\u2019 o \u2018entropizzazione\u2019.<\/p>\n<p>Come Marx osserv\u00f2 per primo, uno dei caratteri fondamentali del capitalismo \u00e8 di essere sistematicamente <em>rivoluzionario<\/em>. Questo aspetto caratterizzante \u00e8 stato poi spesso rimosso o frainteso alla luce del richiamo marxiano alla rivoluzione. Il carattere eversivo del capitalismo non ha niente a che vedere con, e non dipende da, un qualche carattere eversivo dei \u2018capitalisti\u2019. Chi detiene i mezzi di produzione, essendo gi\u00e0 in una relativa condizione di favore, di norma \u00e8 interessato al mantenimento dello status quo ed \u00e8 dunque ben lontano dall\u2019auspicare rivolgimenti. Ciononostante, quali che siano le opinioni private dei singoli capitalisti, il capitalismo come sistema di autoriproduzione sociale ha una tendenza interna costitutiva verso il rovesciamento di ogni status quo e verso la dissoluzione di ogni ordinamento, identit\u00e0, struttura, tradizione.<\/p>\n<p>Il carattere rivoluzionario che Marx ascrive al socialismo e al comunismo non va interpretato come una libera scelta, una decisione elettiva: non \u00e8 il prodotto di un desiderio positivo di eversione, distruzione, \u2018violenza creatrice\u2019 (e chi cos\u00ec lo ha interpretato non ha capito nulla della lezione marxiana). L\u2019auspicata rivoluzione anticapitalista \u00e8 (doveva essere) semplicemente l\u2019esito, nell\u2019interpretazione marxiana l\u2019unico esito disponibile, di contraddizioni <em>interne<\/em> all\u2019autoriproduzione capitalistica; in altri termini, la prospettata rivoluzione anticapitalista era parte (terminale) <em>del processo di sviluppo capitalistico stesso, <\/em>un esito obbligato dal carattere costitutivamente eversivo del capitalismo stesso.<\/p>\n<p>In questo senso, pochi fraintendimenti sono stati pi\u00f9 profondi dell\u2019identificazione del capitalismo con la <em>conservazione<\/em>. Si tratta di una confusione fatale. La rivoluzione prevista da Marx \u00e8 l\u2019esito <em>tragico<\/em> della forma internamente eversiva propria del sistema capitalistico. Pensare alla rivoluzione come ad una sorta di \u2018appagamento finale\u2019, di \u2018festa popolare\u2019, di \u2018trionfo emancipativo\u2019 in cui il popolo si liberer\u00e0 \u00e8 una delle tante visioni popolari fuorvianti di cui si \u00e8 spesso nutrita, per finalit\u00e0 propagandistiche, la tradizione socialista e comunista. La rivoluzione, cos\u00ec come Marx la pronostica, doveva essere l\u2019esplosione terminale di un meccanismo che produceva simultaneamente pauperizzazione di massa e concentrazione del potere economico, un sistema che perci\u00f2 <em>costringeva<\/em> le masse degli oppressi ad un atto finale distruttivo come unica alternativa ad una vita (o una morte) di stenti.<\/p>\n<p>\u00c8 per questo motivo che nel periodo di momentanea riduzione della forbice sociale nel \u2018900 (tra la Seconda Guerra mondiale e i primi anni \u201870) si \u00e8 potuto pensare ad una obsolescenza del modello \u2018apocalittico\u2019 marxiano. Ed \u00e8 invero per lo stesso motivo che il violento riaffacciarsi dell\u2019ampliamento della forbice sociale, dovrebbe indurre a ripensare la possibilit\u00e0 (che non significa desiderabilit\u00e0) di eventi rivoluzionari.<\/p>\n<p>Marx fu il primo a comprendere al tempo stesso il carattere intrinsecamente rivoluzionario del capitalismo e il suo carattere storicamente dissolutivo. Ma quali sono le ragioni sistemiche di questa tendenza? Per chiarirne i tratti principali bisogna ricordare alcune dinamiche, piuttosto note se prese una ad una, ma raramente esaminate nel loro concerto, del processo di produzione ed autoriproduzione sociale che chiamiamo \u2018capitalismo\u2019.<\/p>\n<p>Le dinamiche in questione sono enumerabili come segue:<\/p>\n<p>1) Il capitalismo funziona a prescindere da ogni pianificazione (questo come abbiamo visto \u00e8 un suo elemento di forza);<\/p>\n<p>2) Il processo capitalistico esige costantemente <em>crescita economica<\/em> e non pu\u00f2 sopravvivere ad una perdurante stasi di crescita;<\/p>\n<p>3) Il sistema di divisione del lavoro e di scambio che definisce il capitalismo pone ciascun agente economico in ideale e obbligata <em>competizione<\/em> con ogni altro;<\/p>\n<p>4) Nel sistema capitalistico esiste un premio fondamentale associato all\u2019ottenere profitti con <em>priorit\u00e0 temporale<\/em> rispetto ai competitori;<\/p>\n<p>5) Il sistema spinge ciascun agente economico a <em>innovare<\/em> il prodotto e\/o i modi di produzione, in modo da poter competere efficacemente.<\/p>\n<p>Prima di vedere quale effetto complessivo produce l\u2019interazione di queste istanze, proviamo ad illustrarle brevemente.<\/p>\n<p><em>Ad 1) Il capitalismo come \u2018ordine spontaneo\u2019<\/em>.<\/p>\n<p>Questo fattore \u00e8 gi\u00e0 stato brevemente discusso nella prima parte dell\u2019intervento e dunque ci limitiamo a ricordarne il profilo generale. Il sistema di scambi in regime capitalistico consente ed incentiva esplicitamente la libera iniziativa individuale, e permette, grazie alle potenzialit\u00e0 della pratica monetaria, di ottenere vantaggi individuali che prescindono sia dal buon funzionamento relazionale, sia dall\u2019efficacia di una visione collettiva di lungo periodo. Questo punto, naturalmente, non significa affatto che il libero gioco delle iniziative economiche tenda ad avere esiti ottimali (questa sarebbe la tesi del \u2018mercato perfetto\u2019 come ideale normativo). In verit\u00e0 \u00e8 ben noto che in tutti gli ambiti dove \u00e8 richiesta una visione dell\u2019interesse comune di lungo periodo, le iniziative brade di singoli portatori di interessi risultano ampiamente subottimali. Ben note sono le insufficienze di fronte a iniziative come la creazione di sistemi infrastrutturali di trasporti, o di sistemi di comunicazione collettiva (quali la prima istituzione di Internet), o di organismi di ricerca di base, ecc.;tutti casi dove l\u2019intervento di una direzione collettiva centralizzata risulta generalmente decisivo. Il punto qui non \u00e8 dunque che un sistema lasciato a libere iniziative individuali dia risultati ottimali (dubito che oggi neppure il pi\u00f9 ideologico dei liberisti possa sostenere qualcosa del genere). Il punto cruciale \u00e8 che, diversamente da epoche passate, nell\u2019epoca del capitale l\u2019assenza di coordinamento degli individui in un progetto comune invece che portare il sistema al collasso gli conferisce elasticit\u00e0 e potenza produttiva (capacit\u00e0 di adeguarsi a domande capillari e variabili).<\/p>\n<p><em>Ad 2) L\u2019imperativo della crescita.<\/em><\/p>\n<p>Si sottolinea spesso, e giustamente, l\u2019associazione tra sistema capitalistico e crescita economica. \u00c8 indubbio che l\u2019imporsi del sistema capitalistico abbia incrementato in modo decisivo sia la produzione totale che le produttivit\u00e0 particolari dei singoli agenti economici. Ci\u00f2 che per\u00f2 di norma si omette di dire \u00e8 che questo carattere in un sistema capitalistico non si presenta propriamente come una <em>scelta<\/em>. Si tratta, pi\u00f9 propriamente, di una <em>necessit\u00e0<\/em>, di un meccanismo indispensabile alla sopravvivenza del sistema medesimo. Noi tutti siamo stati educati, sin dal nostro primo contatto con questioni di politica economica, a percepire come normale il fatto che un\u2019economia che non sia in crescita rappresenti un male. Un\u2019economia senza crescita suscita disappunto ed allarme: si parla di \u2018economia stagnante\u2019 o \u2018recessiva\u2019. Ma perch\u00e9 mai? Naturalmente, se il senso di un\u2019economia capitalistica fosse il medesimo di un\u2019economia precapitalistica, ovvero quello di organizzare la produzione per venire incontro ad un appagamento di bisogni, allora non ci sarebbe niente di problematico nel fare spazio ad un\u2019economia a crescita zero. Si potrebbe ammettere senza difficolt\u00e0 che un\u2019economia possa essere fiorente anche se statica: se infatti in un certo momento i bisogni risultassero appagati, o quantomeno appagabili redistribuendo il prodotto totale (cfr. principio di Kaldor\/Hicks), non ci sarebbe necessit\u00e0, in linea di principio, per esigere un aumento di produzione futura.<\/p>\n<p>Ma il capitalismo non \u00e8 governato dall\u2019intento circoscritto di appagare bisogni, bens\u00ec dalla pulsione infinita ad accrescere il capitale inizialmente investito nella produzione. Il sistema funziona dunque fino a che, una volta introdotte nel processo produttivo N risorse, il processo produttivo (inclusa la vendita del prodotto) genera N<sup>1<\/sup> risorse, dove N<sup>1<\/sup> &gt; N. Per comprendere questo punto \u00e8 importante capire cosa accadrebbe al sistema economico nel momento in cui dovesse riconoscere di essere <em>impossibilitato a crescere<\/em>. Facciamo il seguente esperimento mentale. Immaginiamo il caso teorico in cui si diffondesse la <em>certezza<\/em> che l\u2019economia (qui equiparabile al PIL) non fosse nelle condizioni di crescere mai pi\u00f9 di ora . Cosa accadrebbe del sistema economico fondato sul capitale? Molto semplicemente l\u2019intero sistema del credito, l\u2019intero mercato finanziario e l\u2019intero sistema degli investimenti collasserebbero. Infatti, in assenza di alcuna prospettiva di crescita l\u2019erogazione capitalistica del credito non avrebbe pi\u00f9 nessun senso, giacch\u00e9 non ci si potrebbe aspettare, in media, un ritorno superiore a quanto prestato. Similmente non avrebbe senso acquistare titoli o azioni senza la prospettiva di un loro aumento di valore. La spinta economica residua convergerebbe perci\u00f2 verso una metamorfosi del capitale virtuale in capitale reale, trasformando il primo in beni dotati di valore d\u2019uso o beni di prestigio (tesaurizzazione). Con ci\u00f2 non ci ritroveremmo pi\u00f9 dentro un processo storico basato sulla capacit\u00e0 di autoriproduzione del capitale, ma ci ritroveremmo su di una traiettoria di ritorno ad un sistema economico centrato su beni, merci e potere politico, strutturalmente simile a quello del \u2018600 europeo, o a quello del mondo romano antico.<\/p>\n<p>Il capitalismo \u00e8 per cos\u00ec dire come un ciclista che per riuscire a mantenersi stabile deve continuare a muoversi, eventualmente a muoversi periodicamente a ritroso, ma a muoversi comunque; e questa corsa perpetua deve continuare anche laddove esso si stesse dirigendo, con piglio ottimistico e brezza nei capelli, verso un precipizio.<\/p>\n<p><em>Ad 3) Le gioie della libera competizione<\/em><\/p>\n<p>Il sistema di produzione capitalistico chiama ciascun agente economico a prodursi in una libera competizione per l\u2019accesso, diretto o indiretto, ai prodotti. Gli individui, le uniche identit\u00e0 ad avere legittimazione metafisica in una visione liberale, rappresentano gli agenti economici primari; ci\u00f2 definisce anche il nesso, innegabile, tra rivoluzioni liberali e sviluppo della democrazia moderna (democrazia intesa, diversamente da quella greca, come democrazia formale di diritti e responsabilit\u00e0 individuali).<\/p>\n<p>Idealmente nella visione liberale ciascun individuo \u00e8 lasciato alle proprie forze e risorse per ottenere accesso alla sfera dei beni e servizi. Contrariamente a quanto spesso ripetuto, questa forma di idealizzata lotta di tutti contro tutti non ha precedenti n\u00e9 storici, n\u00e9 antropologici. Solo in condizioni di contorno e tutela legale molto particolari, condizioni storiche divenute possibili solo recentemente, un individuo pu\u00f2 anche solo concepire di affidarsi alle proprie sole risorse per confrontarsi con il mondo esterno. Naturalmente, nonostante l\u2019implausibile astrattezza di questa idea di agente economico come cavaliere solitario, il modello promuove ed alimenta efficacemente tale profilo come ideale normativo. Il modello tende perci\u00f2 a divenire una profezia autorealizzantesi, tende cio\u00e8 ad imporsi progressivamente, a diffondersi, ad incarnarsi in numeri crescenti di persone e, nella stessa persona, in numeri crescenti di comportamenti. In altri termini, per quanto l\u2019individuo in libera competizione economica con ogni altro individuo sia un\u2019astrazione, di fatto il sistema di relazioni capitalistiche tende a produrre, in modo crescente, persone che approssimano quel modello, ovvero persone per cui le relazioni con il prossimo tendono ad essere di solo due tipi: <em>ostili <\/em>o <em>strumentali<\/em>. Relazioni ostili se l\u2019altro \u00e8 un potenziale concorrente per ottenere ci\u00f2 che l\u2019individuo desidera (posto di lavoro, bene, servizio); relazioni strumentali se l\u2019altro \u00e8 una potenziale risorsa che mi avvicina a ci\u00f2 che desidero.<\/p>\n<p><em>Ad 4) First-come, first-served.<\/em><\/p>\n<p>Sotto condizioni di competizione capitalistica la priorit\u00e0 temporale nell\u2019accesso di qualunque prodotto al mercato \u00e8 una variabile cruciale. Attendere coscienziosamente che un prodotto (bene o servizio) abbia eventualmente raggiunto una qualit\u00e0 ottimale prima di metterlo in vendita \u00e8 sempre una strategia irrazionale, giacch\u00e9 attendere pi\u00f9 dei competitori pu\u00f2 limitare in maniera irreparabile la conquista di una fetta di mercato. Infatti, il profitto realizzato rappresenta un aumento di disponibilit\u00e0 di capitale, e la disponibilit\u00e0 di capitale \u00e8 la principale delle variabili che d\u00e0 accesso a futuri incrementi di profitto. In sostanza, la disponibilit\u00e0 attuale e pro tempore di profitti \u00e8 ci\u00f2 che consente sia di ottenere capitali supplementari (ad es. come vendita di azioni o concessione di crediti), sia di accedere a investimenti (marketing, aggiornamento tecnologico, economie di scala, ecc.) che producono ulteriori incrementi dei profitti. In ogni stadio di un\u2019attivit\u00e0 economica la disponibilit\u00e0 di capitale pregresso rappresenta un supporto decisivo (il pi\u00f9 decisivo) per ottenere ulteriori incrementi di capitale. Chi primo arriva nell\u2019accaparramento di una fetta del mercato, e dunque del relativo capitale disponibile, ha per ci\u00f2 stesso un vantaggio comparativo sui competitori per conservare ed ampliare successivamente quella fetta di mercato. I vantaggi relativi diventano tendenzialmente vantaggi assoluti, in quanto in un sistema di libero mercato il detentore di maggior potere economico ha anche maggior potere contrattuale e quindi riesce ad imporre migliori condizioni per s\u00e9 agli agenti economici con cui effettua transazioni. Chi ha una migliore posizione economica in un tempo t(1) \u00e8 perci\u00f2 anche nella posizione pi\u00f9 favorevole per ottenere una fetta maggiore del profitto complessivo in un tempo successivo t(2).<\/p>\n<p>Questo premio costitutivo assegnato alla priorit\u00e0 temporale nella vendita (guadagno) rappresenta il segreto della tipica pulsione capitalistica all\u2019accelerazione.<\/p>\n<p><em>5) Esiti sistemici: flessibilizzazione, frammentazione, entropizzazione. <\/em><\/p>\n<p>Il quadro generale che presenta un sistema di relazioni capitalistico \u00e8 dunque tale che:<\/p>\n<ol>\n<li>a) l\u2019iniziativa economica procede costitutivamente in modo pluralistico, \u2018anarchico\u2019 e privo di indirizzo generale;<\/li>\n<li>b) il sistema nel suo complesso mira strutturalmente alla crescita del prodotto (in senso economico, includente i servizi);<\/li>\n<li>c) ciascun agente economico \u00e8 in competizione ideale con ogni altro;<\/li>\n<li>d) la competizione per vantaggi relativi spinge ad accelerare tutte le attivit\u00e0 di produzione e di consumo.<\/li>\n<\/ol>\n<p>La sinergia di queste tendenze conduce ad un esito storico particolare, ovvero ad una tendenza strutturale verso mutamenti costanti, frenetici, e miopi.<\/p>\n<p>In cosa si sostanzia tale tendenza? In una pluralit\u00e0 di fenomeni, individualmente noti, ma che di norma non vengono percepiti come accomunati da alcunch\u00e9; ne nomino a seguire i tre principali.<\/p>\n<ol>\n<li>I) Il primo fenomeno in questione \u00e8 la <em>dinamizzazione forzosa dei rapporti economici<\/em>, con conseguente tendenza alla \u2018<em>flessibilizzazione<\/em>\u2019 e alla \u2018<em>precarizzazione<\/em>\u2019. In sostanza una competizione generalizzata e non coordinata, richiede innovazioni di prodotto e modi di produzione, nonch\u00e9 accelerazioni dei tempi di produzione per \u2018stare sul mercato\u2019. Ci\u00f2 comporta la richiesta (perfettamente razionale da parte dei datori di lavoro) della massima <em>flessibilit\u00e0 di mansioni e di orari<\/em>, e del <em>minimo impegno contrattuale a lungo termine <\/em>da parte dell\u2019azienda, che deve poter cambiare in modi rapidi, e al momento imprevedibili, forme, modi e anche luoghi di produzione. Questo processo \u00e8 oggi troppo manifesto da richiedere particolari commenti.<\/li>\n<li>II) Il secondo \u00e8 la<em> frammentazione progressiva di ogni societ\u00e0 o comunit\u00e0<\/em>, in quanto nessuna identit\u00e0 sovraindividuale ha pi\u00f9 n\u00e9 dignit\u00e0, n\u00e9 oggettiva capacit\u00e0 di autoriprodursi, a meno che non rivesta una funzione di produzione economica (come azienda, ditta, corporation). In questo senso un sistema di produzione capitalistico tende ad estinguere progressivamente ogni forma di <em>politica<\/em>, nel senso originario di cura della <em>polis<\/em>, della comunit\u00e0 civile. La rappresentanza politica tende cos\u00ec a trasformarsi o in fattore collaterale ad alcuni processi produttivi, in quanto creatore di norme sussidiarie al processo produttivo, o direttamente in impiego in senso ordinario, ambito come mera fonte di reddito.<\/li>\n<\/ol>\n<ul>\n<li><strong> NB:<\/strong> Pu\u00f2 essere curioso notare come tutt\u2019oggi nella rappresentazione pubblica (soprattutto cinematografica) l\u2019Arcinemico continui ad essere identificato con una qualche incarnazione del <em>Leviatano<\/em> di Hobbes, nella veste di uno Stato fanaticamente votato al controllo di individui che tenderebbero virtuosamente a sottrarvisi. Mentre in realt\u00e0 lo Stato \u00e8 sempre di pi\u00f9 ridotto ad un comitato d\u2019affari privati, ancorch\u00e9 pubblicamente eletto, davanti alle coscienze individuali si continua a far balenare con insistenza l\u2019immagine minacciosa di entit\u00e0 sovraindividuali oppressive e fanatiche (anche le corporation private, quando viene loro attribuito un ruolo malvagio, presentano questi tratti appartenenti al classico format Leviathan\/Hitler\/Stalin). Questa paradossale dissonanza tra rappresentazione e realt\u00e0 non \u00e8 priva di interesse. La tendenza storica dominante \u00e8 quella per cui nessuna entit\u00e0 sovraindividuale in una societ\u00e0 occidentale moderna tende a possedere alcuna solidit\u00e0 o identit\u00e0 che non sia quella conferita eventualmente da una convergenza provvisoria di interessi economici. Possono esistere naturalmente istituzioni oppressive e anche violente, senza che ci\u00f2 implichi nulla circa la loro solidit\u00e0 a lungo termine: ciascuna entit\u00e0 sovraindividuale occidentale tende ad essere, di fatto, in perenne vendita al miglior offerente.<\/li>\n<\/ul>\n<p>In ultima istanza, ad essere \u2018solido\u2019 nel sistema capitalistico non \u00e8 nessun aggregato di individui, nessuna comunit\u00e0, nessuna azienda, nessuno stato; ad essere \u2018solido\u2019 \u00e8 solo il sistema stesso, la cui elasticit\u00e0 e liquidit\u00e0 gli consente di reincarnarsi, come novello Proteo, in nuove forme sociali provvisorie.<\/p>\n<p>III) Ricordiamo infine, tra le manifestazioni strutturali delle condizioni di cui sopra, la spinta all\u2019innovazione forzosa del prodotto e dei modi di produzione, che comporta la continua introduzione \u2018sperimentale\u2019 di novit\u00e0 nella sfera dei prodotti e dei modi di produrli, sotto pressione temporale. Per ogni prodotto presente sul mercato, dal cibo, ai cosmetici, ai medicinali, ecc. vengono costantemente introdotte variazioni nei modi di produrli e\/o nella loro composizione, senza che vi sia il tempo materiale (n\u00e9 l\u2019interesse) per valutarne l\u2019impatto a lungo termine. In pratica noi produciamo continuamente \u2018cose nuove\u2019, nuovi cibi, cosmetici, medicinali, modi di conservazione, ecc. con processi di produzione nuovi, i cui effetti a lungo termine, a maggior ragione se combinati, ci sono ignoti. Occasionalmente scopriamo che questo o quel prodotto ha effetti collaterali gravi (DDT, talidomide, coloranti, addensanti, emulsionanti, parabeni, ecc.). Ma per un paio di prodotti di cui faticosamente qualche ricercatore accerta la dannosit\u00e0, ne vengono prodotti simultaneamente centinaia altri dagli effetti ignoti. Anche nel caso dei farmaci, dove pure esistono agenzie che ne valutano la possibile introduzione sul mercato, i tempi di sperimentazione e test sono ampiamente inadeguati a valutarne davvero gli effetti nell\u2019uso a lungo termine, o gli effetti combinati.<\/p>\n<p>L\u2019idea di fondo del liberismo come teoria del sistema capitalistico \u00e8 che queste variazioni, se dovessero avere effetti negativi, verranno sanzionate dal rigetto consapevole da parte dei consumatori. Si tratta tuttavia di una foglia di fico argomentativa manifestamente priva di plausibilit\u00e0, al di fuori dei manuali di microeconomia. Il consumatore non \u00e8 quasi mai nelle condizioni cognitive per accertare gli effetti reali di questa variazione forzosa della propria esposizione ambientale.<\/p>\n<ul>\n<li><strong> NB:<\/strong> Pu\u00f2 essere interessante notare come le affezioni e malattie che caratterizzano maggiormente la nostra epoca (allergie, intolleranze, tumori, stati infiammatori di origine ignota, malattie autoimmuni, ecc.) non si presentano secondo la forma tradizionale dell\u2019<em>invasione di un intruso<\/em> (batteri, funghi, virus, parassiti), ma nella forma della <em>rottura di un equilibrio interno all\u2019organismo stesso<\/em>. L\u2019azione dissolutiva, entropizzante del sistema si traduce, in modo tutt\u2019altro che metaforico, nella malattia come rottura dell\u2019equilibrio organico. Il mondo cui siamo esposti materialmente \u00e8 un mondo che, rispetto ad ogni epoca passata, presenta un tasso di variazione inedito: variazione delle condizioni in cui operiamo, di credenze ed aspettative, di relazioni (sempre pi\u00f9 effimere), fino alla variazione costante delle molecole cui siamo esposti. Ogni mutamento nelle condizioni di relazione ambientale o consentono un adattamento nei limiti di adattamento ontogenetico disponibili all\u2019individuo, o degenerano in malattia (organica, ma anche mentale). L\u2019esposizione a condizioni di mutamento che travalicano i margini di adattamento ontogenetico non conducono a mutamenti adattivi (alla Lamarck), ma semplicemente alla patologia e all\u2019estinzione. Pu\u00f2 essere utile ricordare, a titolo di suggestione, come condizioni con elevato tasso di variazione ambientale siano favorevoli solo ad organismi semplici, con genomi meno strutturati e variazioni intergenerazionali rapide. Un mondo come quello che andiamo creando \u00e8 un mondo premiale per batteri, moscerini e scarafaggi, un po\u2019 meno per i mammiferi in generale, ancora meno per quei delicati e pretenziosi mammiferi che siamo\u2026<\/li>\n<\/ul>\n<ul>\n<li>Limitandosi a questi tre aspetti principali, il quadro che emerge \u00e8 quello di una tendenza progressiva e costante all\u2019isolamento e all\u2019esposizione ad un ambiente circostante in continuo cambiamento, sia dal punto di vista ambientale che sociale. Il risultato netto di questo processo \u00e8 la crescita di una forma di vita che gravita intorno a due disposizioni di fondo: <em>l\u2019angoscia<\/em> sul piano esistenziale (vedi prima parte) e la <em>paura<\/em> sul piano operativo. L\u2019angoscia come destrutturazione identitaria e assiologica, e la paura come incapacit\u00e0 costante di pre-occuparsi in maniera sufficiente ed efficiente (\u00e8 sempre \u2018prudente\u2019 pre-occuparsi pi\u00f9 di quanto gi\u00e0 si faccia).<\/li>\n<\/ul>\n<p>Il sistema di autoriproduzione del capitale \u00e8 dunque un sistema che genera sistematicamente <em>insicurezza<\/em>, nel senso pi\u00f9 estensivo del termine.<\/p>\n<p>Sarebbe a questo punto interessante procedere a mostrare come questa forma crescente di insicurezza si ripercuota concretamente sul piano politico ed economico. Questo sarebbe tema per un\u2019analisi successiva, ma senza la pretesa di avviare qui un ragionamento a proposito, possiamo limitarci, assertivamente, a identificare due tendenze politico-economiche prevedibili:<\/p>\n<ol>\n<li>Un incremento delle richieste di <em>sicurezza<\/em> agli Stati, il cui ruolo si allontana sempre di pi\u00f9 dal modello patriarcale antico (lo Stato come versione ampliata dell\u2019organismo e della famiglia), avvicinandosi invece costantemente al modello liberale dello \u201cStato Sentinella\u201d. Gli Stati si ritraggono sempre di pi\u00f9 da tutti quei compiti che appartenevano alle comunit\u00e0 su base personale (assistenza, educazione, cura, ecc.), mentre vengono chiamati in sempre maggior misura ad assumere oneri di sorveglianza, controllo, eventualmente repressione.<\/li>\n<li>Un\u2019esacerbazione di uno dei tipici, e pi\u00f9 studiati, meccanismi autodistruttivi della produzione capitalistica, ovvero le <em>crisi di sottoconsumo<\/em> (o come si chiamavano una volta, di \u2018sovrapproduzione\u2019): il bisogno di sicurezza si converte infatti in modo crescente in forme di <em>tesaurizzazione<\/em>, con parziale uscita di capitali dalla circolazione,\u00a0 ovvero in varie forme di eccesso di \u2018risparmio\u2019 (per gli agenti economici che sono in grado di risparmiare). Tale risparmio, concepito in funzione di cuscinetto di \u2018sicurezza\u2019 \u00e8 di fatto scarsamente interessato all\u2019investimento, e disposto persino a sopportare l\u2019erosione inflattiva, pur di mantenersi disponibile. Queste forme di tesaurizzazione di sicurezza sottraggono grandi quantit\u00e0 di capitale dalla circolazione, e dunque dal consumo, innescando o incrementando le tendenze al sottoconsumo, con ci\u00f2 che ne segue (disoccupazione, sottoccupazione, ecc.).<\/li>\n<\/ol>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di\u00a0ANDREA ZHOK (FSI Trieste) &nbsp; Parte prima: nichilismo &nbsp; Del termine \u201ccapitalismo\u201d si \u00e8 fatto uso ed abuso nell\u2019ultimo secolo e mezzo, fino allo sfinimento, finendo per logorarne inevitabilmente il significato. 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