{"id":43745,"date":"2018-07-16T00:53:59","date_gmt":"2018-07-15T22:53:59","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=43745"},"modified":"2018-07-11T10:10:50","modified_gmt":"2018-07-11T08:10:50","slug":"il-bisogno-di-patria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=43745","title":{"rendered":"Il bisogno di patria"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">di GABRIELE PEDULL\u00c0\u00a0<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">A partire dall\u2019inizio degli anni Novanta del secolo scorso le meditazioni sull\u2019identit\u00e0 nazionale sono andate costituendo a poco a poco una sorta di vero e proprio genere della storiografia italiana. Niente di sorprendente. L\u2019eterna domanda \u00abchi siamo?\u00bb si \u00e8 caricata di nuovi significati proprio nel momento in cui, sotto la duplice spinta del processo di unificazione europeo e delle tensioni centrifughe impresse al dibattito politico dalla protesta della Lega Nord, sembravano entrare di colpo in crisi alcuni dei presupposti ideali sui quali si era retta la repubblica nata dalla Resistenza, se non addirittura la stessa eredit\u00e0 risorgimentale. <\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">Se in apparenza\u00a0<em>Il bisogno di patria <\/em>[Einaudi, 2004,<em> ndr<\/em>] pu\u00f2 essere ricondotto a questa ricca messe di studi identitari, sotto molti altri aspetti il saggio di Walter Barberis se ne discosta decisamente. Innanzitutto per la profondit\u00e0 cronologica: gran parte dei pamphlet pubblicati a ridosso della crisi del 1992 scelgono una prospettiva cronologica ristretta e per lo pi\u00f9 centrata sugli ultimi due secoli, mentre Barberis sposta indietro il baricentro del suo ragionamento, rivendicando l\u2019importanza della svolta delle Guerre d\u2019Italia cinquecentesche e risalendo alla ricerca delle radici preunitarie dell\u2019identit\u00e0. <\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">In secondo luogo per la variet\u00e0 delle suggestioni che guidano il suo percorso e che non si limitano alla storia politica e culturale, ma si soffermano con un\u2019attenzione inusuale su aspetti della storia italiana in genere pi\u00f9 trascurati nel discorso sul carattere nazionale, come l\u2019evoluzione tecnologica, il governo dell\u2019economia, l\u2019organizzazione militare o il rapporto con il patrimonio artistico e l\u2019ambiente (con una sensibilit\u00e0 tutta speciale per le testimonianze letterarie).<\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">Del libro di Barberis si impone all\u2019attenzione dei lettori soprattutto il recupero (in chiave molto originale) del concetto di patria, rivendicato sin dal titolo e quasi polemicamente. Bandita dalla riflessione politologica per alcuni decenni, la patria vi \u00e8 stata riammessa al principio degli anni Ottanta da un celebre articolo di Alasdair MacIntyre,\u00a0<em>Is patriotism a virtue?<\/em>, in cui il filosofo americano si domandava appunto se il patriottismo potesse essere considerato una virt\u00f9, preannunciando in qualche modo la svolta in senso \u00ab\u00a0comunitario\u00a0\u00bb del pensiero politico anglosassone, in nome del primato dei valori identitari del gruppo contro la presunta astrattezza dei principi universali rivendicati dai pensatori\u00a0<em>liberals<\/em>. <\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">La centralit\u00e0 conferita alla nozione aristotelica di amicizia nel pensiero di MacIntyre e di Charles Taylor fa s\u00ec che la fedelt\u00e0 alla nazione (<em>right or wrong, my country<\/em>) diventi anzi la pietra di volta dell\u2019intero loro edificio teorico. Dalla convinzione che senza\u00a0<em>obligation to belong<\/em>\u00a0le altre \u00ab\u00a0fonti atomistiche di lealt\u00e0\u00a0\u00bb non sarebbero in grado di realizzare l\u2019attaccamento necessario alla libert\u00e0 e alla democrazia discende insomma il recupero dell\u2019amor di patria come cemento della collettivit\u00e0 dei cittadini e risorsa necessaria alla sopravvivenza di ogni societ\u00e0.<\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">Il saggio di Barberis, pur senza mai confrontarsi esplicitamente con il dibattito filosofico anglosassone, raccoglie quella sfida. Identit\u00e0 s\u00ec, ma quale? Patria s\u00ec, ma quale? Dietro a parole come queste si celano evidentemente idee e storie diverse, spesso del tutto inconciliabili tra loro; per prima cosa \u00e8 essenziale dunque fare ordine e chiarezza. Il modo migliore per definire i contenuti della patria di cui Barberis avverte oggi la mancanza \u00e8 forse quello di partire dai titoli delle tre sezioni in cui \u00e8 diviso il libro, rispettivamente \u00abIl bisogno di stato\u00bb, \u00abIl bisogno di storia\u00bb e \u00abIl bisogno di patria\u00bb. Semplificando enormemente (ma forse anche cogliendo nel segno) potremmo leggere cio\u00e8 i tre diversi titoli come i termini di un\u2019equazione e interpretare la patria di Barberis come la somma di \u00abstato\u00bb (inteso come sistema di regole che sappiano sottrarsi a una pericolosa e radicata \u00abinclinazione all\u2019interesse privato\u00bb) e di \u00abstoria\u00bb (intesa come \u00abansia di verit\u00e0\u00bb sul proprio passato che sappia guardare oltre le \u00abcontingenze e le urgenze della contemporaneit\u00e0\u00bb).<\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">Dunque non tutto \u00e8 patria, non tutto fa (o dovrebbe fare) identit\u00e0 allo stesso titolo; detto in altri termini: non tutte le patrie sono altrettanto apprezzabili e compito degli storici \u00e8 anche quello di aiutare i propri contemporanei a distinguere tra patrie patrigne e patrie paterne.\u00a0 <\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">La distinzione tra le diverse ipotesi di patria implica la possibilit\u00e0 di scegliere tra modelli alternativi spesso molto diversi, ma nelle pagine di Barberis vi \u00e8 sempre una consapevolezza anche dolorosa di questo rapporto dialettico tra perdite e acquisti (come scriveva Machiavelli, \u00ab<\/span><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">non si pu\u00f2 mai cancellare uno inconveniente, che non ne surga un altro\u00bb). Gi\u00e0 De Sanctis aveva spiegato la perdita del primato culturale con una sorta di ipertrofia dei primi secoli che avrebbe precocemente esaurito le energie della nazione. <\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">Nelle pagine di Barberis assistiamo pi\u00f9 frequentemente al procedimento inverso, per esempio quando evidenzia come svantaggi e carenze abbiano potuto tramutarsi in nuove opportunit\u00e0 e punti di forza. Si tratta, anche dal punto di vista degli usi linguistici di Barberis, di una formula ricorrente (\u00abquel sintomo di una passata arretratezza ora si trasformava in un punto di vantaggio\u00bb, \u00abuna debolezza si trasformava in un punto di forza\u00bb, ecc\u2026), e comunque di un approccio originale e potenzialmente applicabile in forma ancora pi\u00f9 sistematica, mostrando per esempio come quello straordinario patrimonio artistico sulla cui tutela il libro insiste giustamente molto sia anche e soprattutto il portato della sua secolare divisione, dunque un altro male che, faustianamente, si \u00e8 tramutato in bene (qualcosa di simile pensava anche il Guicciardini delle\u00a0<em>Considerazioni sopra i Discorsi<\/em>).<\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">Il confronto con gli altri paesi occidentali (principalmente europei) non \u00e8 per\u00f2 meno importante della distinzione tra le diverse ipotesi di patria formulate nel corso della storia nazionale. Barberis rifiuta il mito della supposta diversit\u00e0 italiana (declinata tanto in chiave positiva quanto in chiave negativa) e lo fa ricordando nelle prime pagine del libro una frase di Manzoni a Lamartine: \u00abIl n\u2019y avait pas de mots plus durs \u00e0 lui [=\u00a0all\u2019Italia] jeter que celui de diversit\u00e9\u00bb, in quanto con il termine si alludeva a \u00abun long pass\u00e9 de malheur et d\u2019abaissement\u00bb. <\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">Questo naturalmente non significa che Barberis non riconosca l\u2019esistenza di costanti storiche e di \u00abcaratteri originali\u00bb nella vicenda della penisola; soltanto, si tratta di condurre l\u2019eventuale confronto senza valutazioni assiologiche\u00a0<em>a priori<\/em>\u00a0e tipi ideali sui quali misurare le diverse esperienze (lo stato assoluto, la rivoluzione industriale\u2026), approvandole o rifiutandole a seconda della maggiore o minore vicinanza dal presunto modello. <\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">Per questo in tutto il libro Barberis pratica con grande gusto l\u2019arte della comparazione tra pari, che gli consente di guardare all\u2019Italia non come a un\u2019anomalia nel panorama dei paesi dell\u2019occidente industrializzato ma come a una realt\u00e0 indubbiamente diversa ma di eguale rappresentativit\u00e0 (e il giudizio sulla bont\u00e0 delle diverse opzioni giunger\u00e0 semmai alla fine). \u00c8 possibile che in queste \u00abstorie parallele\u00bb l\u2019Italia a volte nemmeno venga chiamata in causa, magari perch\u00e9 interessa enunciare una lezione storica pi\u00f9 generale, per esempio quando Barberis ragiona sul rapporto tra libert\u00e0 di mercato e esigenze patriottiche nell\u2019Inghilterra e nell\u2019Olanda del\u00a0xvii\u00a0secolo (con la vittoria del liberismo ben temperato britannico sulla sfrenata libert\u00e0 di commercio, persino coi nemici e in tempo di guerra, praticata dagli olandesi); oppure che il confronto venga effettuato tra realt\u00e0 regionali diverse, come nel caso del paragone tra il governo pubblico dell\u2019economia di Venezia e la mentalit\u00e0 eminentemente privatistica e cittadina di Genova e Firenze (scomponendo in tal modo la presunta unit\u00e0 della tradizione repubblicana di et\u00e0 moderna). <\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">Pi\u00f9 spesso, e dall\u2019unit\u00e0 nazionale in poi, l\u2019analisi comparata riguarda invece l\u2019Italia e gli altri stati europei ed extraeuropei, toccando campi anche lontanissimi, dal diverso rapporto con il paesaggio naturale (e qui l\u2019altro termine di paragone sono gli Stati Uniti e la Polonia), alla costruzione della memoria pubblica nel secondo dopoguerra, tra desiderio di guardare avanti e necessit\u00e0 di non resecare il rapporto con il passato recente e di non rinunciare a comprendere le ragioni del disastro bellico (questa volta a fronte del caso inglese e israeliano). <\/span><\/p>\n<p class=\"texte\" dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">Ma sempre con un obiettivo: quello di istituire delle analisi incrociate che servano, ancora e ancora, a distinguere e a evidenziare le differenze, il prezzo di alcune decisioni e il valore di altre. In altre parole contro ogni concezione indeterminata e onnicomprensiva della storia dell\u2019Italia, che come ogni storia \u00e8 stata innanzitutto storia di conflitti e di scelte di campo. E soprattutto perch\u00e9, anche oggi, ci sono patrie di cui abbiamo bisogno e patrie verso le quali non proviamo nessuna nostalgia.<\/span><\/p>\n<p dir=\"ltr\" style=\"text-align: justify;\"><em><span style=\"font-family: georgia, palatino, serif;\">fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/journals.openedition.org\">https:\/\/journals.openedition.org<\/a><\/span><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GABRIELE PEDULL\u00c0\u00a0 A partire dall\u2019inizio degli anni Novanta del secolo scorso le meditazioni sull\u2019identit\u00e0 nazionale sono andate costituendo a poco a poco una sorta di vero e proprio genere della storiografia italiana. Niente di sorprendente. 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