{"id":43756,"date":"2018-07-08T11:30:55","date_gmt":"2018-07-08T09:30:55","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=43756"},"modified":"2018-07-08T10:04:47","modified_gmt":"2018-07-08T08:04:47","slug":"chi-li-aiuta-a-casa-loro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=43756","title":{"rendered":"Chi li aiuta a casa loro"},"content":{"rendered":"<p><strong>di ALESSANDRO GILIOLI<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per chi \u00e8 interessato, il mio reportage dal Sud Sudan uscito sull&#8217;Espresso cartaceo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">_________<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Giuba \u00e8 l\u2019unica capitale al mondo in cui non esiste un acquedotto, non esiste una rete fognaria e non esiste una rete elettrica. L\u2019aeroporto \u00e8 una striscia di bitume sciolta dal caldo, senza alcun edificio attorno: c\u2019\u00e8 solo una grande tenda bianca dell\u2019Onu in cui si accalcano funzionari, diplomatici, cooperanti e faccendieri. Anche gli aerei sono quasi tutti delle Nazioni Unite, nelle sue varie agenzie, o di altre organizzazioni internazionali. \u00c8 vietato fotografare, dappertutto, e i muri delle case sono segnati dai buchi di proiettile. Ma intanto \u00e8 da un po\u2019 che non si spara, nella capitale del Sud Sudan, e questa \u00e8 gi\u00e0 una buona notizia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Forse l\u2019unica, tuttavia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Spesso si pensa che il Sud Sudan sia uno staterello, in realt\u00e0 \u00e8 grande il doppio dell\u2019Italia. \u00c8 il Paese pi\u00f9 giovane del mondo: prima del 2011 era parte del Sudan, con cui in realt\u00e0 non c\u2019entra granch\u00e9. Il Sudan \u00e8 desertico, etnicamente arabo e di religione musulmana; questo pezzo d\u2019Africa \u00e8 invece fertile e piovoso, la sua popolazione \u00e8 subsahariana dalla pelle molto scura, l\u2019Islam non ha mai attecchito e sono tutti di credo cristiano o animista. Una catena di monti divide i due Paesi, che solo la superficialit\u00e0 coloniale aveva appiccicato tra loro con la colla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dal 2011, appunto, il Sud Sudan \u00e8 diventato indipendente e non ha trovato altro modo con cui chiamarsi, anche perch\u00e9 a sua volta ha un\u2019identit\u00e0 fragile e frammentata, abitato com&#8217;\u00e8 da dozzine di etnie che parlano lingue diverse. La pi\u00f9 numerosa \u00e8 quella dei Dinka, nilotici d\u2019alta statura; ma non sono pi\u00f9 di un quinto della popolazione. Un\u2019altra trib\u00f9 importante &#8211; e avversaria della prima &#8211; \u00e8 quella dei Nuer, meno imponenti ma pi\u00f9 intellettuali. Poi ci sono infiniti altri gruppi e sottogruppi, alleati o nemici tra loro a seconda delle circostanze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quando il Paese \u00e8 nato in teoria aveva tutte le carte per fare un salto dall&#8217;economia di sussistenza (pastorizia e agricoltura) in cui viveva da millenni: al nord, al confine con il Sudan, \u00e8 pieno di petrolio; le foreste sono ricche di teak, legno pregiato; e la conservazione intatta di uno straordinario ambiente naturale avrebbe potuto anche creare un boom turistico. Invece il petrolio si \u00e8 rivelato una maledizione: le due etnie principali hanno cominciato subito ad ammazzarsi per il controllo dei pozzi, poi la guerra civile si \u00e8 frantumata in un caotico tutti contro tutti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Oggi a Giuba comanda il capo dei Dinka, un tipo che si fa fotografare sempre con il cappello da cowboy regalatogli (dice) da George W. Bush. Il capo dei Nuer \u00e8 invece in esilio, ma il suo esercito \u00e8 ancora attivo e il Paese \u00e8 tutt&#8217;altro che pacificato. In pi\u00f9, pezzi sparsi delle varie milizie si sono messi in proprio, trasformandosi in bande armate che vivono nella boscaglia e di l\u00ec escono per assaltare i villaggi, rapinare il bestiame, violentare le donne. Cos\u00ec pi\u00f9 di un terzo della popolazione civile \u00e8 fuggito a piedi dal Paese, perlopi\u00f9 in Uganda. I pastori rimasti girano armati tipo Rambo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Di contadini non ce n\u2019\u00e8 quasi pi\u00f9, se non nei villaggi di montagna, un po\u2019 pi\u00f9 difendibili. Le strade asfaltate non ci sono mai state; quelle di terra &#8211; abbandonate &#8211; sono spesso impraticabili per le buche profonde: e dopo un temporale \u00e8 impossibile percorrerle, anche coi migliori fuoristrada. In ogni caso chi ci va lo fa a suo rischio, perch\u00e9 le bande di militari predoni possono uscire dal bush in ogni momento. Il servizio postale \u00e8 sospeso da tempo. Anche la telefonia mobile &#8211; indispensabile in Paesi come questo, che quella fissa non l\u2019hanno mai avuta &#8211; non funziona pi\u00f9 da anni: i ripetitori sono stati distrutti o sono rimasti senza energia. Insomma \u00e8 il Medioevo, ma quello del X secolo: nessuna forma di comunicazione, paura diffusa, scorrerie barbariche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Milioni di profughi, si diceva, hanno sconfinato in Uganda, e continuano a farlo ogni giorno. Tra i due Paesi la frontiera \u00e8 porosa, i disperati del Sud Sudan scendono dai monti stremati e vengono accolti di l\u00e0 dal confine dall\u2019Unhcr e dalle Ong. Tutta l\u2019Uganda del nord \u00e8 costellata di campi profughi: talvolta tende, talvolta lamiere o tukul. I sud sudanesi qui trovano un posto dove semplicemente non rischiano di essere ammazzati ogni giorno. L\u2019Unhcr e le Ong distribuiscono cibo &#8211; fagioli, di solito &#8211; e medicinali urgenti. I pi\u00f9 anziani accendono un fuoco per prepararsi l\u2019 arege , un distillato superalcolico a base di mais, sorgo e cassava. La sera, se ne ubriacheranno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Salendo in fuoristrada dal campo ugandese di Kitgum verso il Sud Sudan ci si accorge di essere arrivati al confine perch\u00e9 finisce la strada asfaltata. Di l\u00e0, \u00e8 solo terra. La frontiera \u00e8 un tukul dove si pagano cento dollari a persona per entrare. Appena oltre la linea incrociamo una camionetta piena di uomini armati senza divisa, alcuni a torso nudo, in piedi: hanno saputo chiss\u00e0 come che sono arrivati degli stranieri e vanno al posto di blocco con i fucili, a prendersi i soldi. Ci salutano e ridono, non sappiamo a che milizia appartengono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Cos\u00ec possiamo proseguire verso Isohe, la nostra meta: \u00e8 in questo villaggio di capanne che una Ong italiana, l\u2019Avsi, ha piazzato la sua base per provare ad affrontare una situazione umanitaria disperata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il primo, primissimo obiettivo riguarda la salute e l\u2019alimentazione: qui, da quando \u00e8 scoppiata la guerra civile, si muore di tutto, dalla diarrea alla malaria, dal tifo alla rabbia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quelli di Avsi intervengono nel modo pi\u00f9 capillare possibile: visitando nei loro centri soprattutto le donne incinte e i bambini, per dividerli poi tra quanti possono tornare al villaggio con le buste di cibo proteico &#8211; una pappa a base di pasta d\u2019arachidi &#8211; e quanti invece devono essere ricoverati nell\u2019ospedale di Isohe, dove un medico ugandese cerca di curare chi pu\u00f2, con gli strumenti che ha.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il momento pi\u00f9 delicato \u00e8 quello in cui i bambini vengono pesati &#8211; su una bilancia che \u00e8 un sacco appeso &#8211; e misurati. Se il braccialetto di carta avvolto attorno al piccolo polso arriva al segno rosso, la situazione \u00e8 disperata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma a volte basta uno sguardo ai capelli: se danno innaturalmente sul biondo \u00e8 segno di pessima nutrizione e c\u2019\u00e8 bisogno di un intervento urgente. Circa 150 mila persone, nella vallata, sono monitorate cos\u00ec, ma \u00e8 non \u00e8 facile raggiungere le famiglie che si sono nascoste in montagna e hanno paura di scendere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Affrontare la fame e le malattie, inoltre, non basta: \u00e8 per questo che i ragazzi di Avsi lavorano anche in altre due direzioni, cio\u00e8 l\u2019agricoltura e la scuola. La prima \u00e8 un paradosso: in una terra dove basta buttare un seme per far spuntare un albero, le colture sono state quasi tutte abbandonate per timore degli assalti armati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ogni attivit\u00e0 stanziale \u00e8 ad alto rischio e qui resistono solo i pastori, che fanno vita nomadica. L\u2019Ong cerca quindi aree protette &#8211; o comunque meno battute dalle bande &#8211; per provare a far rinascere le coltivazioni, fornendo sementi, istruzioni tecniche, vanghe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche far andar avanti le scuole non \u00e8 facile: non essendoci pi\u00f9 uno Stato, nessuno paga gli insegnanti, che quindi spesso smettono di andare al lavoro; anche le famiglie sono poco propense a mettere a repentaglio la vita dei loro ragazzini, che magari devono camminare una o due ore nel bush per arrivare a scuola. Avsi cerca di rimediare con programmi tipo \u201cFood for education\u201d: agli alunni si d\u00e0 da mangiare, cos\u00ec le famiglie sono incentivate a mandarli. A volte anche gli insegnanti vengono nelle classi perch\u00e9 a mezzogiorno \u00e8 garantito un pasto, sempre grazie alle Ong. Alcune scuole inoltre hanno dei sotterranei in cui nascondersi se arriva una banda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La sfida sembra impossibile, ma continua. Grazie alla passione di chi l\u2019ha intrapresa e ha scelto di vivere qui, su brande assalite da zanzare, tra il caldo torrido e le piogge torrenziali, lontano da ogni comodit\u00e0, per aiutare altri esseri umani; ma anche grazie all\u2019Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo che &#8211; insieme ai donatori &#8211; sponsorizza il \u201cprogetto Sanpic\u201d, che sta per Sicurezza alimentare, nutrizione e protezione di Ikwoto County, cio\u00e8 quest\u2019area meridionale del Sud Sudan.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una regione pi\u00f9 raggiungibile paradossalmente dall\u2019Uganda che dalla capitale Giuba, dove si pu\u00f2 arrivare solo con un tortuoso viaggio in parte in fuoristrada e in parte con un aeroplanino che decolla dalla \u201cstrip\u201d sterrata di Torit, indispensabile per evitare i luoghi di terra pi\u00f9 a rischio di milizie aggressive.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma \u00e8 proprio in questa valle isolata e nelle sue scuole frequentate per fame che si mettono insieme ragazzini di etnie diverse, i cui padri si sono uccisi tra loro. \u00c8 qui che si insegna una lingua comune, l\u2019inglese, che magari gli verr\u00e0 utile da grandi. \u00c8 qui che i figli dei nemici giocano insieme sulla stessa altalena e mangiano pur\u00e8 di sorgo seduti sotto lo stesso albero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ed \u00e8 qui, in fondo, che il Sud Sudan ha ancora una speranza.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><a href=\"http:\/\/gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it\/2018\/07\/08\/chi-li-aiuta-a-casa-loro\/\">http:\/\/gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it\/2018\/07\/08\/chi-li-aiuta-a-casa-loro\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ALESSANDRO GILIOLI &nbsp; Per chi \u00e8 interessato, il mio reportage dal Sud Sudan uscito sull&#8217;Espresso cartaceo. _________ Giuba \u00e8 l\u2019unica capitale al mondo in cui non esiste un acquedotto, non esiste una rete fognaria e non esiste una rete elettrica. 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