{"id":43854,"date":"2018-07-10T11:00:54","date_gmt":"2018-07-10T09:00:54","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=43854"},"modified":"2018-07-10T08:26:27","modified_gmt":"2018-07-10T06:26:27","slug":"litalia-e-lo-scherno-tedesco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=43854","title":{"rendered":"L\u2019Italia e lo scherno tedesco"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRAINRETE (Von Thomas Steinfeld)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Il 16 giugno scorso la Suddeutsche Zeitung, un giornale tedesco di qualit\u00e0 secondo solo alla FAZ, ha pubblicato un articolo sull&#8217;Italia che cita Chi non rispetta le regole? L&#8217;articolo \u00e8 molto confuso e ci tratta comunque da sconfitti, anche se sul finale mostra qualche apertura. Anche la citazione del libro non sembra coglierne il senso<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019Italia si sta autodistruggendo? Dal punto di vista tedesco, a molti sembrerebbe di si. Ma non per gli italiani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Che ci sia un \u201cEuropa dei Vinti\u201d, \u00e8 chiaro dall\u2019inizio della cosiddetta crisi finanziaria, cio\u00e8 da circa 10 anni. Da allora, la ricchezza dei paesi che si sono uniti nella comune moneta europea (euro) cresce poco, almeno se confrontata con quella della Cina o degli Stati Uniti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Prima questo era diverso: fino a quando c\u2019era stata una crescita degna di questo nome, ogni singolo stato della comunit\u00e0 aveva potuto crescere, qualcuno di pi\u00f9, qualcuno di meno. Ma da quando non cresce quasi pi\u00f9 niente, vince solamente colui che lo fa a spese degli altri. Vinti e vincitori divergono palesemente e questo \u00e8 tanto pi\u00f9 evidente quanto pi\u00f9 rigide sono le regole della competizione alle quali gli uni e gli altri si sono impegnati a sottostare. E quando un paese appartiene ai vinti, anno dopo anno: come possiamo dirci veramente sorpresi, se questo paese non vuole pi\u00f9 impegnarsi a rispettare le regole, o addirittura sogna di abbandonare la competizione? Questa \u00e8 la condizione in cui si trova, dopo le ultime elezioni, la terza economia dell\u2019Unione Europea: l\u2019Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il paese ha trascurato \u201cdieci anni di competitivit\u00e0\u201d ha sostenuto di recente Hans Werner Sinn, uno dei pi\u00f9 famosi economisti tedeschi. Dal punto di vista italiano, le ragioni del fallimento sono altre. Perch\u00e9 l\u00e0 (in Italia) la storia del paese, dopo la seconda guerra mondiale, viene presentata come una catena di enormi sforzi collettivi, e cio\u00e8 l\u2019aver acquisito quella capacit\u00e0 di essere competitivi \u2013 che si misura (compete) con i successi dei paesi del nord e della Germania in particolare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa storia \u00e8 iniziata con la formazione di enormi aziende statali nelle settori chiave dell\u2019industria (acciaio, chimica, energia, un\u2019eredit\u00e0 della politica economica fascista) e le enormi sovvenzioni statali al sud del paese, molto povero e a prevalenza agricola, dopo la seconda guerra mondiale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019Italia, e questo era chiaro non soltanto all\u2019interno del paese, sarebbe dovuta diventare una delle grandi nazioni industriali della terra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Un caos totale di delusioni, accuse di frode e razzismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa storia ha condotto alla fine l\u2019Italia alla partecipazione alla moneta unica, che, da lei voluta e promossa, sarebbe dovuta diventare il mezzo decisivo per compensare tutti i precedenti svantaggi competitivi: ossia permettere all&#8217;Italia l\u2019accesso ai meriti di credito dell\u2019intera comunit\u00e0, a bassi tassi d\u2019interesse, in una misura come mai le sarebbe stato possibile ottenere altrimenti da sola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per 70 anni, ha avuto la volont\u00e0 di rivendicare l\u2019appartenenza ad una grande nazione internazionale di successo. Adesso, questo \u00e8 perlomeno in dubbio, in un caos totale di delusioni, accuse di frode e razzismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La storia dei ripetuti tentativi della nazione di vincere nella competizione internazionale, \u00e8 visibile nel paesaggio del paese, con l&#8217;esempio delle rovine industriali. Il petrolchimico a Marghera, le acciaierie a Taranto, le raffinerie di Brindisi (e altri innumerevoli esempi) sono tutti monumenti di giganteschi tentativi, pi\u00f9 o meno falliti, di far nascere complessi industriali sotto il controllo statale, che potessero misurarsi, per grandezza e competitivit\u00e0, con giganti come Thyssen o Krupp, Usinor o British Steel. Molte di queste industrie furono impiantate al sud, di per se\u2019 molto meno produttivo, appunto per cercare di contrastare le insopportabili differenze esistenti fra nord e sud del paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il fatto che questi piani non abbiano funzionato, e che cio\u00e8 lo stato continuasse a gestirle, ha creato, negli anni sessanta e settanta, le basi per un debito pubblico, che in seguito \u00e8 esploso, a partire dai primi anni ottanta. E quando alla fine le fabbriche sono state distrutte e in gran parte privatizzate, e le sovvenzioni al sud terminate, e il governo centrale ha trasferito una grossa parte dei suoi debiti alle regioni e ai comuni, non \u00e8 solo stata compiuta una razionalizzazione, ma \u00e8 stata anche distrutta un\u2019infrastruttura, che, pure tra luci ed ombre, aveva funzionato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Queste rovine vengono considerate l\u2019esempio di una tipica cattiva gestione all\u2019italiana, mentre in realt\u00e0 sono qualcos\u2019altro: proiezioni di un futuro, che non si \u00e8 mai avverato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lo sforzo pi\u00f9 recente di competere con i ricchi paesi del nord, la partecipazione all\u2019euro, sembra essere l\u2019ultimo tentativo di dimostrare la propria sopravvivenza, nella concorrenza delle grandi nazioni: l\u2019accesso al credito condiviso ha comportato l\u2019impegno ad una concorrenza a parit\u00e0 di condizioni, mentre il fardello degli ultimi decenni, il debito pubblico, era ancora presente. Il paese sarebbe dovuto essere rinnovato completamente con le nuove liquidit\u00e0 ( nuovi soldi): \u00e8 successo il contrario: nel confronto diretto delle forze produttive ha prevalso il capitale pi\u00f9 forte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201cL\u2019Ordoliberalismo Europeo\u201d sostiene a riguardo l\u2019economista Sergio Cesaratto, dell\u2019Universit\u00e0 di Siena, \u00e8 una \u201c forma di nazionalismo del potere economico dominante\u201d (Sergio Cesaratto, Chi non rispetta le regole? Imprimatur, Reggio Emilia, 2018) Cos\u00ec si percepisce in Italia, quello che in Germania \u00e8 considerata una specifica incapacit\u00e0 tutta italiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo modo, la contraddizione di base dell\u2019Unione Europea ha raggiunto la piena realizzazione: due dozzine (una ventina) di stati europei in competizione tra loro si erano uniti con l\u2019obiettivo di cercare insieme il rispettivo interesse personale. Al museo dell\u2019automobile di Torino si pu\u00f2 vedere una grande cartina, sulla quale lampeggiavano tutti i punti della citt\u00e0, dove una volta erano presenti industrie che lavoravano in questo settore. Quello che prima deve essere sembrato un cielo pieno di stelle, adesso appare buio. Cartine simili si potrebbero fare per tutta l\u2019Italia e per svariati settori industriali, per i produttori di elettrodomestici (Zanussi, Merloni) o di apparecchiature per ufficio (Olivetti), per l&#8217;industria del mobile, cos\u00ec come per i produttori di strumenti musicali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Negli anni successivi alla cosiddetta crisi finanziaria, la produzione industriale in Italia \u00e8 diminuita di circa un quinto. Un milione di posti di lavoro sono stati distrutti. Non facciamo finta di nulla: da qualche il surplus di commercio estero degli stati come la Germania deve pur avere conseguenze. La produzione industriale cresce di nuovo dal 2015, dall&#8217;1 al 2% all\u2019anno. Adesso ha raggiunto il livello della fine degli anni Novanta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Una malvagia distorsione delle circostanze<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201cGli scrocconi di Roma\u201d cos\u00ec vengono adesso derisi gli italiani dalla stampa tedesca, in un terribile rovesciamento dei fatti. Questo \u00e8 da vigliacchi, perch\u00e9\u2019 rifiuta la semplice idea che in una competizione, se ci sono dei vincitori, ci debbano essere necessariamente anche dei perdenti. E invece denigra gli sconfitti, per il fatto di non appartenere alla cerchia dei vincitori. Non solo \u00e8 sbagliato, ma \u00e8 anche espressione di cecit\u00e0 nazionalistica, il voler personalizzare i colpevoli di questo fallimento, sia riferendosi agli uomini, sia sotto forma di presunti aspetti caratteriali (la dolce vita) che al sud sembrerebbero molto diffusi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">E\u2019 ovvio che l\u2019Italia, spinta com\u2019era dalla volont\u00e0 indomita di partecipare all\u2019unione monetaria, avesse tenuto un atteggiamento di eccessiva compiacenza nei confronti delle proprie reali possibilit\u00e0, e questo nonostante le esperienze del passato &#8211; dei 6 marchi che si ottenevano con mille lire nel 1970, alla fine degli anni Novanta non ne era rimasto nemmeno uno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">D\u2019altra parte, agli altri stati che stavano per entrare nell\u2019Euro non era affatto sfuggito come si fosse flessibili in Italia nei riguardi dei parametri di adesione, e loro stessi non erano meno flessibili. Il desiderio di formare una comunit\u00e0, pi\u00f9 grande e potente possibile, fu pi\u00f9 forte della volont\u00e0 di far rispettare tali parametri, due dei quali, tetto massimo del debito pubblico al 60% del PIL e 3% annuo di indebitamento massimo, rispecchiavano fedelmente le condizioni dell\u2019economia tedesca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L&#8217;Italia ha resistito agli effetti immediati della crisi finanziaria del 2008 con un danno relativamente basso. Nessuna delle banche italiane ha dovuto essere salvata, mentre al contrario le banche tedesche sono state aiutate con 226 miliardi, e il rapporto debito\/Pil della Repubblica federale \u00e8 aumentato dal 64 al 81 per cento. E naturalmente, c\u2019era anche l\u2019Italia (fra i donors), quando \u00e8 stato varato il \u201cpacchetto di salvataggio&#8221; per la Grecia o il Portogallo, mentre l\u2019anno scorso, il salvataggio di due banche regionali italiane (17 miliardi di euro in tutto) \u00e8 stato trattato come uno scandalo e come una questione strettamente nazionale. Gli effetti indiretti della crisi si sono poi rivelati ancora pi\u00f9 devastanti: durante la lunga recessione, che ha seguito la cosiddetta crisi bancaria, l&#8217;intero mercato si \u00e8 riorganizzato, a tutto svantaggio della piccola e media impresa italiana, con perdite crescenti anche nel Nord &#8211; mentre parti importanti dell&#8217;industria italiana, in particolare il gruppo automobilistico Fiat, hanno spostato non solo la produzione, ma anche l&#8217;amministrazione e la responsabilit\u00e0 fiscale all&#8217;estero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p style=\"text-align: justify\">Le promesse del &#8220;Movimento 5 Stelle&#8221; e della Lega non sono cos\u00ec avventate come vengono rappresentate qui da noi (in Germania)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ecco perch\u00e9 sembra una beffa, quello che sostiene Hans-Werner Sinn, che l&#8217;Italia abbia trascurato la &#8220;competitivit\u00e0&#8221;. \u00c8 vero il contrario: se ne sono occupati senza sosta. In realt\u00e0, in questo paese, dalla chiusura della &#8220;Cassa per il Mezzogiorno&#8221; (1984) all\u2019abbassamento delle pensioni (in pi\u00f9 fasi, l&#8217;ultima nel 2011 con Mario Monti), dalla fine della &#8220;scala mobile&#8221;, la regolazione automatica dei salari per l&#8217;inflazione (1992), fino al programma di&#8221;valorizzazione&#8221; dei beni culturali (2014) non hanno lasciato nulla di intentato per migliorare la &#8220;competitivit\u00e0&#8221;, per ridurre la spesa pubblica e aumentare le entrate: gli sforzi, tuttavia, non sono stati sufficienti, a causa di una concorrenza superiore, ma anche per motivi interni, il pi\u00f9 importante dei quali, oltre alla corruzione e alla burocrazia, \u00e8 la mancanza di produttivit\u00e0 economica nel Sud. Succede quindi che semplicemente non \u00e8 rimasto denaro per aumentare la &#8220;competitivit\u00e0&#8221;, ad esempio sotto forma di infrastrutture migliorate. Questa &#8220;abilit\u00e0&#8221; deve essere pagata. E come pu\u00f2 essere, se lo Stato incassa troppo poco delle imposte con una crescita minima, mentre devono essere pagati i tassi di interesse per un debito di pi\u00f9 di due trilioni di euro?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le promesse dell&#8217;alleanza ora al governo tra il Movimento 5 Stelle e la Lega, a partire dall&#8217;annuncio di una migliore assistenza sociale (che \u00e8 erroneamente chiamato &#8220;reddito di base&#8221;), al desiderio di farsi cancellare 250 miliardi di euro di debito dalla BCE sono quindi lontani dall&#8217;essere avventurosi, come vengono rappresentati qui in Germania. Questo desiderio nasconde solo due semplici intuizioni: primo, che la partecipazione all&#8217;euro in Italia non pu\u00f2 pi\u00f9 essere vista come una promessa di successo, al contrario, e in secondo luogo, che lo stato italiano deve in qualche modo riguadagnare la sua capacit\u00e0 di agire all&#8217;interno della propria economia. Questo include la volont\u00e0 di ampie fasce della popolazione (e di molte aziende) di comportarsi diversamente e di spendere pi\u00f9 denaro rispetto agli anni precedenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se ci\u00f2 non dovesse riuscire, in Italia probabilmente arriveranno al potere forze molto pi\u00f9 radicali rispetto agli idealisti nazionali, fondamentalmente apolitici, del Movimento 5 Stelle. \u00c8 probabile che la riduzione del debito dalla BCE si riveli col senno di poi una via di uscita dalla crisi, al momento sfortunatamente bloccata, anche se relativamente pi\u00f9 economica. Dopotutto, anche questo fa parte dell&#8217;unione monetaria: alla fine, gli stati che hanno spinto i loro concorrenti fuori dal mercato devono garantire i loro debiti, in modo che l&#8217;attivit\u00e0 comune possa continuare.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/12747-von-thomas-steinfeld-l-italia-e-lo-scherno-tedesco.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/12747-von-thomas-steinfeld-l-italia-e-lo-scherno-tedesco.html<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRAINRETE (Von Thomas Steinfeld) &nbsp; Il 16 giugno scorso la Suddeutsche Zeitung, un giornale tedesco di qualit\u00e0 secondo solo alla FAZ, ha pubblicato un articolo sull&#8217;Italia che cita Chi non rispetta le regole? L&#8217;articolo \u00e8 molto confuso e ci tratta comunque da sconfitti, anche se sul finale mostra qualche apertura. 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