{"id":44360,"date":"2018-09-18T10:30:54","date_gmt":"2018-09-18T08:30:54","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=44360"},"modified":"2018-09-18T08:49:12","modified_gmt":"2018-09-18T06:49:12","slug":"guida-al-dibattito-sulla-finanziaria-un-ridicolo-balletto-tra-europa-e-pagliacci-al-governo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=44360","title":{"rendered":"Guida al dibattito sulla finanziaria: un ridicolo balletto tra Europa e pagliacci al governo"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di CONIARE RIVOLTA<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201cNon sparate sul tetto del 3%\u201d implora l\u2019economista De Romanis dalle colonne del Corriere della Sera di luned\u00ec 10 settembre. Nelle prossime settimane se ne parler\u00e0 spesso: il governo giallo-verde sta scrivendo la manovra finanziaria e tutti si chiedono se la spesa pubblica rester\u00e0 all\u2019interno del perimetro imposto dall\u2019Europa, il famigerato limite del 3% del disavanzo pubblico, oppure se sforer\u00e0 i confini pattuiti per finanziare un ambizioso (nei numeri) programma di governo, che prometteva un reddito di cittadinanza, la flat tax e l\u2019abolizione della riforma Fornero. Il dilemma \u00e8 chiaro: tranquillizzare i mercati, l\u2019Europa e la De Romanis, varando la solita finanziaria di tagli e sacrifici, oppure accontentare i propri cittadini, che si aspettano quantomeno un assaggio delle promesse elettorali, ovvero un allentamento della pressione inflitta da dieci anni di crisi? \u00c8 il dilemma che caratterizza la politica europea da oltre trent\u2019anni, un lasso di tempo tanto lungo quanto privo di colpi di scena: puntualmente, i nostri governi di qualsiasi colore politico hanno eseguito scrupolosamente quello che ci chiede l\u2019Europa, la disciplina di bilancio. Tutto lascia intendere che la parabola del governo \u201cpi\u00f9 populista d\u2019Europa\u201d sar\u00e0 \u2013 ingloriosamente \u2013 la medesima. Da ultimo, le parole del vicepremier Salvini, quello che sulla carta dovrebbe recitare la parte del duro con l\u2019Europa ma che sembra capace di fare il cattivo solo con i pi\u00f9 deboli, gli immigrati imprigionati sui barconi, mentre sfodera un\u2019inaspettata sensibilit\u00e0 quando si confronta con le istituzioni europee: \u201cnon sforeremo ma sfioreremo il 3%\u201d. Poesia, che in prosa significa: come tutti i governi che ci hanno preceduto, rispetteremo i vincoli europei ma faremo talmente tanto chiasso da far sembrare che il tavolo stia per saltare. Manco a dirlo, il dibattito pubblico si sta concentrando sul chiasso \u2013 come si ci fosse davvero un briciolo di possibilit\u00e0 che il governo giallo-verde vari una finanziaria in controtendenza rispetto all\u2019austerit\u00e0 che sta massacrando il Paese. Se ignoriamo il misero teatrino politico e ci concentriamo sui numeri, riusciamo a far emergere con chiarezza il contesto di finanza pubblica che si va definendo: l\u2019ennesima finanziaria lacrime e sangue.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">I termini del discorso. Per decifrare il balletto di cifre intorno al 3% che ci accompagner\u00e0 in autunno, vogliamo provare innanzitutto a chiarire il significato di questi numeri, niente affatto banale. Iniziamo col dire che si parla in termini percentuali perch\u00e9 si commisura ciascuna grandezza in esame (il disavanzo pubblico, il debito e cos\u00ec via) con la produzione annua dell\u2019economia, indicata dal Prodotto Interno Lordo (PIL). Nel Trattato di Maastricht del 1992 \u00e8 stato fissato, per i paesi aderenti all\u2019Unione Economica e Monetaria Europea, un limite al disavanzo pubblico del 3% del PIL; poich\u00e9 nel 2017 il PIL italiano si aggirava intorno ai 1.700 miliardi di euro, il limite del 3% imponeva all\u2019Italia di mantenere il disavanzo pubblico entro 51 miliardi di euro. Il disavanzo o deficit pubblico \u00e8 la differenza tra le spese e le entrate dello Stato, quindi l\u2019Europa ci dice che non possiamo spendere pi\u00f9 di 51 miliardi oltre quello che raccogliamo con le entrate fiscali: non possiamo creare nuovo debito per pi\u00f9 di quella cifra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per passare dai numeri al loro significato economico dobbiamo soffermarci brevemente su alcune categorie analitiche utili. In primo luogo, occorre operare una fondamentale distinzione all\u2019interno della spesa pubblica, che si compone essenzialmente di spesa primaria, cio\u00e8 consumi (si pensi agli stipendi pagati dallo Stato) e investimenti (infrastrutture), e spesa per interessi, che rappresenta il costo dell\u2019indebitamento pubblico pagato regolarmente ai creditori dello Stato: mentre consumi e investimenti pubblici hanno un forte impatto positivo sull\u2019economia, la spesa per interessi esercita, nelle migliore delle ipotesi, solamente uno stimolo alla produzione minimo. Pensiamo ad esempio allo stipendio di un insegnante, che rientra nella spesa primaria tra i consumi pubblici: quei 1500 euro di spesa pubblica iniziale daranno vita ad una espansione della domanda ben pi\u00f9 rilevante, perch\u00e9 una parte di quel denaro sar\u00e0 spesa dall\u2019insegnante per i suoi consumi, e per questa via rientrer\u00e0 nell\u2019economia (come stipendio del cassiere del supermercato dove l\u2019insegnante fa la spesa) alimentando un circolo virtuoso (lo stesso cassiere spender\u00e0 parte del suo reddito per consumi e cos\u00ec via) che stimola produzione ed occupazione. Lo stesso non si pu\u00f2 dire per la spesa pubblica per interessi, per un motivo molto semplice: solamente il 5% del debito pubblico \u00e8 detenuto direttamente dalle famiglie, cosicch\u00e9 le risorse pagate dallo Stato per interessi sul debito finiscono per la stragrande maggioranza sui conti di grandi banche e societ\u00e0 di investimento e l\u00ec restano, gonfiando i loro profitti senza alimentare i consumi e dunque senza alcun impatto macroeconomico positivo. Nel considerare la spesa pubblica in una prospettiva macroeconomica, dunque, possiamo dire che solo la spesa primaria ha un\u2019influenza positiva su produzione e occupazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le entrate dello Stato hanno, esattamente per le stesse ragioni, un impatto macroeconomico negativo, perch\u00e9 sottraggono risorse che altrimenti potrebbero essere spese per consumi e investimenti e \u2013 per quella via \u2013 alimentare la domanda e dunque accrescere la produzione e l\u2019occupazione. La strada maestra per stimolare l\u2019economia \u00e8 storicamente rappresentata dalla spesa pubblica in disavanzo, ovverosia dalla spesa pubblica finanziata tramite nuovo debito e non tramite maggiori imposte: il deficit pubblico consente di introdurre nuove risorse nel sistema economico, risorse prese in prestito sotto forma di debito pubblico. Se quelle risorse vengono raccolte con la tassazione e non con il debito, l\u2019impatto positivo della maggiore spesa viene sensibilmente contenuto dall\u2019impatto negativo della maggiore imposizione fiscale: la spesa in pareggio di bilancio \u2013 quella coperta da un equivalente ammontare di tasse \u2013 non fa che redistribuire risorse gi\u00e0 presenti all\u2019interno del sistema. Se poi le maggiori tasse eccedono addirittura la spesa abbiamo un avanzo di bilancio pubblico: lo Stato sottrae all\u2019economia con le imposte pi\u00f9 di quanto versi con la spesa pubblica, in modo tale da produrre un impatto macroeconomico negativo, riducendo domanda e occupazione. In sintesi, il deficit pubblico stimola l\u2019economia mentre il suo opposto, l\u2019avanzo pubblico \u2013 e cio\u00e8 un\u2019eccedenza delle tasse sulla spesa \u2013 deprime produzione e occupazione perch\u00e9 sottrae al sistema con le imposte pi\u00f9 di quanto non aggiunga con la spesa. L\u2019intervento pubblico avr\u00e0 dunque un impatto positivo o negativo sull\u2019economia a seconda che si caratterizzi per un disavanzo o un avanzo di bilancio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tornando al dibattito attuale sulla legge finanziaria, potrebbe sembrare che si stia discutendo di una manovra espansiva e dell\u2019entit\u00e0 di tale stimolo all\u2019economia: a prima vista, l\u2019Europa pare infatti concederci margini di stimolo fiscale, con un disavanzo entro il 3% del PIL, ed il dibattito ruoterebbe intorno alla opportunit\u00e0 o meno di spingere lo stimolo oltre quel confine. Ci si dimentica di precisare che il disavanzo di cui si discute \u00e8 il disavanzo totale, ovverosia la differenza tra la spesa totale, comprensiva della spesa per interessi che non ha alcun impatto macroeconomico positivo, e le entrate. Ma abbiamo avuto modo di spiegare che l\u2019unica spesa capace di stimolare l\u2019economia \u00e8 la spesa primaria, e se limitiamo a quella il conteggio, ignorando per un attimo la spesa per interessi sul debito, otteniamo il saldo primario, cio\u00e8 la differenza tra la sola spesa primaria e le entrate fiscali. Questa grandezza rappresenta il migliore indicatore dell\u2019entit\u00e0 dello stimolo alla crescita proveniente dell\u2019intervento pubblico in economia: un saldo primario positivo, o avanzo primario, significa che lo Stato prende pi\u00f9 di quanto spende e dunque indebolisce l\u2019economia, mentre un deficit primario segnala un contributo netto positivo del settore pubblico all\u2019economia. Indubbiamente una spesa in deficit aumenta la massa di debito pubblico, su cui in futuro vanno pagati gli interessi. Al contempo, per\u00f2, questa spesa stimola in maniera proporzionalmente maggiore, grazie all\u2019operare dei moltiplicatori fiscali, anche il reddito e la produzione dello Stato, la cui capacit\u00e0 di fare fronte ai pagamenti sul debito quindi migliora, nonostante il debito stesso sia aumentato. Nel disegnare la legge finanziaria, un governo si schiera con o contro l\u2019austerit\u00e0 in funzione del saldo primario di bilancio: un avanzo primario significa austerit\u00e0, un disavanzo primario significa crescita. Di cosa si discute oggi?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019Italia viene da una lunghissima serie di avanzi primari: dalla met\u00e0 degli anni Novanta i governi che si sono succeduti hanno realizzato sempre un\u2019eccedenza delle entrate fiscali sulla spesa primaria, drenando risorse dall\u2019economia come ci chiedeva l\u2019Europa (unica eccezione fu il 2009, anno in cui il morso della crisi fu talmente forte da ridurre inaspettatamente le entrate fiscali e generare, al di l\u00e0 di qualsiasi volont\u00e0 politica, un disavanzo primario minimo). Il risultato \u00e8 la lunga crisi che ha messo in ginocchio la nostra economia, una crisi che \u00e8 in buona misura logica conseguenza di una politica fiscale restrittiva. Tuttavia, il nostro Paese spende ogni anno per gli interessi sul debito pubblico una cifra che si aggira intorno al 4% del PIL: questo significa che l\u2019avanzo primario si trasforma in un disavanzo complessivo non appena includiamo nel computo la spesa per interessi, quella spesa che ha un effetto trascurabile su reddito ed occupazione. Nel 2017, per esempio, abbiamo realizzato un avanzo primario dell\u20191,5%, ma con una spesa per interessi del 3,8% abbiamo raggiunto un disavanzo complessivo del 2,3%. Un disavanzo che non ha evidentemente alcun impatto positivo sull\u2019economia perch\u00e9 si compone unicamente di spesa per interessi. Appare allora in tutta la sua evidenza il ruolo svolto dai vincoli europei nel contesto della finanza pubblica nazionale: un limite al 3% del disavanzo complessivo significa, in un Paese che spende circa il 4% del PIL per interessi sul debito, un obbligo a realizzare avanzi primari, cio\u00e8 a sottrarre risorse all\u2019economia alimentando la crisi e generando disoccupazione. L\u2019Europa, in buona sostanza, ci chiede di distruggere la nostra economia e di compromettere la tenuta del nostro tessuto sociale: questo \u00e8 il senso ultimo dei vincoli alla spesa imposti da Bruxelles.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il Governo Conte ha davvero intenzione di invertire la rotta dell\u2019austerit\u00e0? Evidentemente no: tutto il dibattito attuale interessa cifre che si aggirano intorno alla soglia del 3% del disavanzo complessivo, decimale in pi\u00f9 o decimale in meno. Tenersi leggermente al di sotto pu\u00f2 compiacere l\u2019Europa e i mercati, i quali potrebbero invece borbottare in caso di lieve sforamento. Resta il fatto che per uscire dalla trappola dell\u2019austerit\u00e0 vi \u00e8 bisogno di un disavanzo complessivo ampiamente superiore al 4% del PIL. Immaginando di realizzare un disavanzo primario contenuto, del 2%, che avrebbe senz\u2019altro effetti espansivi seppur minimi su lavoro e produzione, possiamo vedere che per contrastare l\u2019austerit\u00e0 il nostro paese avrebbe bisogno di realizzare un disavanzo complessivo del 6%, doppio rispetto a quello consentito dall\u2019Europa: il 2% sarebbe composto da spesa primaria a positivo impatto macroeconomico ed il restante 4% necessariamente destinato agli interessi sul debito. Un disavanzo complessivo del 6% rende plasticamente l\u2019idea della distanza che separa i vincoli europei \u2013 il fatidico 3% \u2013 da qualsiasi possibile via d\u2019uscita dalla crisi: il balletto delle cifre intorno al 3% \u00e8 un teatrino politico utile solo ai servi dell\u2019Europa, ma non ha alcun significato macroeconomico. Finch\u00e9 non si supera abbondantemente il 4% del disavanzo non si intacca minimamente la direzione recessiva della politica fiscale, e si mantiene il Paese sul solco tracciato dalle istituzioni europee, che lavorano alacremente per mantenere un elevato livello di disoccupazione necessario a conservare la disciplina dei lavoratori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non perdiamo tempo dietro al balletto dei prossimi mesi, quando i pagliacci giallo-verdi danzeranno tra il 2,9% ed il 3,1% del disavanzo da portare a Bruxelles, con la coda tra le gambe. Tornando all\u2019appello della De Romanis, possiamo affermare che per rialzare la testa dobbiamo prima di tutto sparare sul vincolo del 3% al disavanzo pubblico, un limite che rende impossibile anche solo concepire qualsiasi riscatto sociale. Solo fuori dall\u2019Europa dell\u2019austerit\u00e0 \u00e8 possibile costruire un futuro di dignit\u00e0 e progresso.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:<\/strong> <a href=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/2018\/09\/13\/guida-al-dibattito-sulla-finanziaria-un-ridicolo-balletto-tra-europa-e-pagliacci-al-governo\/\">https:\/\/coniarerivolta.org\/2018\/09\/13\/guida-al-dibattito-sulla-finanziaria-un-ridicolo-balletto-tra-europa-e-pagliacci-al-governo\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONIARE RIVOLTA &nbsp; \u201cNon sparate sul tetto del 3%\u201d implora l\u2019economista De Romanis dalle colonne del Corriere della Sera di luned\u00ec 10 settembre. 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