{"id":44893,"date":"2018-10-06T11:30:24","date_gmt":"2018-10-06T09:30:24","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=44893"},"modified":"2018-10-06T08:46:31","modified_gmt":"2018-10-06T06:46:31","slug":"il-fiato-del-drago","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=44893","title":{"rendered":"Il fiato del drago"},"content":{"rendered":"<p><strong>di SINISTRAINRETE (Giovanni Iozzoli)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche quest\u2019anno, nonostante una discreta repulsione, sono stato arruolato tra i relatori di minoranza (di micro-micro minoranza) nelle assemblee congressuali della CGIL del mio territorio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Alcune cose vanno fatte anche se non sai pi\u00f9 perch\u00e8. Fa un po\u2019 parte del gioco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La vecchia CGIL \u00e8 un corpaccione molle, esanime su cui si proietta minacciosa l\u2019ombra storica dell\u2019inutilit\u00e0. Per\u00f2 una cosa buona la mantiene, almeno sul piano dei principi: i suoi congressi si decidono sui posti di lavoro, azienda per azienda, in una consultazione di massa che dovrebbe riguardare tutti i sui iscritti. Inutile dire che se il metodo \u00e8 virtuoso, la prassi lo \u00e8 molto meno. Senza parit\u00e0 di condizioni \u2013 com\u2019\u00e8 ovvio anche nello schema di ogni democrazia liberale \u2013 alla fine della conta prevale chi ha in mano le risorse, cio\u00e8 gli apparati e le chiavi della cassa. Per\u00f2 ogni 4 anni, nel grigio tran tran quotidiano in cui si macinano essenzialmente ripiegamenti, si apre uno squarcio vero di vita sindacale e discussione: e finanche la piccola minoranza eretica e scombinata \u2013 l\u2019unica rimasta in CGIL \u2013 ha il diritto statutario di andare a parlare direttamente con i lavoratori, tutti, senza eccezione, fin dove le sue modeste forze le consentono di arrivare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Breve parentesi per i non addetti ai lavori: in CGIL sono sempre esistite una o pi\u00f9 \u201csinistre sindacali\u201d \u2013 e le si derubricava alla voce \u201cdiverse sensibilit\u00e0\u201d. E si usava proprio questo termine emotivo ed affettivo \u2013 sensibilit\u00e0 \u2013 per definirle come sfumature dentro il corpo sempre omogeneo della grande madre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una quindicina d\u2019anni fa, grazie a quella che fu allora l\u2019anomalia Fiom \u2013 e alla iniziativa coraggiosa di Cremaschi e di un manipolo di giovani quadri operai \u2013 venne costituendosi un\u2019altra area di sinistra sindacale: con la velleit\u00e0 non tanto di incarnare \u201cuna sensibilit\u00e0\u201d quanto piuttosto una rottura politica e culturale . La caratteristica principale di questa aggregazione era proprio quella di essere \u201cfuori fuoco\u201d rispetto alla storia paludata delle vecchie sinistre interne; parlava un linguaggio diverso e veicolava dentro il dibattito in CGIL, parole d\u2019ordine e tematiche (dal salario garantito alla contrattazione senza vincoli, al sostegno al movimento no global) che erano essenzialmente estranee alla storia della Confederazione. Con buona ragione, i gruppi dirigenti bollavano quella sinistra come un \u201ccorpo estraneo\u201d. E oggettivamente era vero, si trattava di una anomalia minoritaria, colorata e vivace che poco aveva a che vedere con il grigiore monocorde del sindacalismo concertativo degli anni \u201990 \u2013 e le sue variegate \u201csensibilit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma torniamo al presente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Mi capita di andare qua e l\u00e0 a fare queste assemblee, in aziende grandi e piccole, tecnologiche e arretrate. Ci vado quasi sempre controvoglia e con un groppo in gola. Non mi piace il format, sembra una recita davanti a platee distratte e disilluse \u2013 i dieci minuti a relatore, l\u2019illustrazione dei due documenti: quello di maggioranza che invita alla ponderatezza e promette di rimettere mano a tutte le infinite sconfitte ingoiate negli anni senza combattere; e quello di minoranza, che sembra un ardito proclama rivoluzionario, ma \u00e8 sonoramente avulso dal contesto: che \u00e8 pur sempre quello di una semplice triste assemblea congressuale della CGIL, davanti a lavoratori abituati a sentir parlare da dieci anni essenzialmente di ammortizzatori sociali. Io faccio la mia parte, senza eccedere in lirismi. Bisogna rispettare questa gente che viene ancora a darti ascolto e mantiene un filo di contatto con quella cosa che si chiama \u201csindacato\u201d. Si tratta spesso di lavoratori e lavoratrici piuttosto anziani, segno che vent\u2019anni di controriforme hanno funzionato. In certe aziende, quando si presentano alle assemblee, hanno davvero l\u2019aspetto dimesso dell\u2019esercito sconfitto in ritirata: gli abiti scalcagnati da officina, le grosse scarpe antinfortunistiche che danno un\u2019aria vagamente chapliniana, qualche sbuffo di grasso sulle mani o sul collo di chi non ha fatto in tempo a lavarsi, come i bambini che hanno raspato nella Nutella; e i delegati sessantenni, assennati e stressati, che non trovano ricambi per rinnovare le loro RSU, e le misteriose silenziose presenze di interinali e apprendisti, seduti in fondo, spesso alla loro prima assemblea, cos\u00ec diversi dai colleghi anziani \u2013 pi\u00f9 giovani, curati, atletici, con le cuffiette e i tatuaggi \u2013 ma irrimediabilmente pi\u00f9 fragili nella condizione, psicologica oltre che contrattuale, rispetto ai vecchi \u201cindeterminati\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tutti ascoltano diffidenti, e sembrano rimproverare muti, solo con gli sguardi o le alzate di sopracciglia, le troppe assenze, i vuoti, le complicit\u00e0 di un sindacato che non li ascolta pi\u00f9 da tempo. Tutto il campionario di una stagione di consapevole ritirata sindacale pesa sulle loro spalle.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quando prendono la parola esprimono generalmente una incazzatura che parte dal proprio immediato vissuto e diventa subito eco corale: perch\u00e9 ho dovuto lavorare 5 anni in pi\u00f9 grazie alla Fornero, perch\u00e9 Epifani \u00e8 in Parlamento, perch\u00e9 con la crisi il padrone \u00e8 pi\u00f9 ricco e io sono diventato pi\u00f9 povero? Non c\u2019\u00e8 neanche la spinta dell\u2019invettiva \u2013 che comunque \u00e8 qualcosa di vitale e incuba di solito una qualche speranza. No, c\u2019\u00e8 solo l\u2019amara constatazione che gli anni passano impietosi, attaccati a una linea ipermoderna o a un vecchio tornio fa lo stesso: quello che era il mitico operaio emiliano \u2013 figura chiave e alfiere di una certa iconografia riformista \u2013 si ritrova vilipeso e abbandonato da tutti. Eccola qui, l\u2019Italia profonda, l\u2019Italia del 4 marzo: \u00e8 tutta ordinatamente seduta in sala mensa davanti a noi, con le gambe accavallate, le fronti sudate, i nostri pomposi documenti congressuali usati per farsi fresco nell\u2019afa settembrina che, come le sfighe, le zanzare e i pappataci, proprio non si decide a passare. Non c\u2019\u00e8 bisogno di chiedere a questi lavoratori per chi hanno votato alle elezioni, lo sappiamo bene. In qualche modo sono finalmente arrivati al governo \u2013 il modo peggiore, la delega ai venditori di fumo e di odio \u2013 ma se ne accorgeranno solo tra qualche anno. Per adesso restano in attesa \u2013 vediamo che succede, guardiamo che fa questo governo, e adesso sentiamo pure cosa hanno da dirci \u2018sti due coglioni: la sera davanti alle loro Tv o adesso schierati in assemblea, sempre pubblico (pagante), sempre platea, mai protagonisti della loro storia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Solo una volta ho avvertito un sussulto, una specie di fremito, di intensit\u00e0. Non \u00e8 stato quando ho inveito contro la Fornero (lo fanno ogni minuto dal 2012, senza i miei suggerimenti), n\u00e9 quando ho parlato di contrattazione o di 35 ore o di altre vette sublimi della retorica d\u2019assemblea. No, \u00e8 stato quando un lavoratore ha sbottato, dopo il mio intervento, in tono quasi dolente: ma voi, ma voi, ci vedete come siamo messi? Ma lo capite che noi non contiamo pi\u00f9 niente, che ci hanno sconfitto, che siamo diventati gli ultimi della fila? Guardateci: che forze abbiamo? Chi siamo? A chi facciamo paura? Come dovremmo fare a riconquistare tutte queste belle cose che raccontate? Siamo finiti perch\u00e9 siamo deboli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">E tutti hanno drizzato le antenne \u2013 perch\u00e9 in quel momento la sincerit\u00e0 dolente del collega parlava in qualche modo a nome di tutti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">E allora ho mollato \u201cil documento congressuale\u201d e mi sono lasciato andare all\u2019improvvisazione. E alle 14.30 di un pomeriggio stitico e assolato, davanti a una cinquantina di lavoratori nella sala mensa della CBR srl (componenti oleodinamica e autopompe) \u2013 ho rivelato niente meno che la sublime e nascosta verit\u00e0 della Storia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ho detto: ma voi, voi fanti sbrindellati della manifattura, voi che vi sentite formiche ignote e anonime, voi che siete grati al padrone se vi fa lavorare, voi che vi percepite come sommatoria di debolezze e solitudini, ma vi rendete conto, benedetti colleghi o compagni (o quel cazzo che siete), vi rendete conto che la ricchezza, oggi, ora, adesso, la state producendo voi? Ma lo capite che senza le vostre mani, la vostra testa, i vostri saperi professionali ricchi o standardizzati, senza la vostra attitudine a sgobbare per poco, senza la vostra perdurante buona condotta (che in fabbrica, a differenza della galera, non porta sconti di pena, semmai il contrario), lo capite o no che senza di voi non ci sarebbe produzione, non ci sarebbe Pil, non ci sarebbe Def, non ci sarebbero acronimi puntigliosi, statistiche, dividendi agli azionisti e compensi ai manager, niente di niente di niente? Senza la vostra ineluttabile fedelt\u00e0 fiscale non esisterebbero risorse per pagare ospedali e scuole e ponti (che crollano), perch\u00e9 pagate tutto voi, con i mille prelievi tentacolari che avvolgono le vostre pidocchiose buste paga \u2013 lo sapete o no? E l\u2019export, il Made in Italy, l\u2019eccellenza italiana, le fiere a Pechino, gli scaffali stracolmi di merci che traboccano minacciose e ci sommergono? Ma chi la produce tutta questa roba? E non solo voi, anche i ragazzi che adesso stanno nell\u2019ufficio progettazione e non possono venire gi\u00f9, e forse non parteciperanno mai ad un\u2019assemblea con voi; e le \u201csignorine della contabilit\u00e0\u201d (i vecchi le chiamano ancora cos\u00ec le impiegate), e anche quelle che puliscono i cessi, che sono le pi\u00f9 strategiche di tutti \u2013 vorrei vedere a lavorare senza di loro (cessi e cooperazione produttiva: buona traccia d\u2019indagine neo-operaista). E anche i vostri colleghi in Cina o in Germania, anche loro sono come voi (ma qua bisogna fermarsi, la rivelazione completa del Segreto sarebbe troppo destabilizzante). Ma lo capite o no che siete voi ad avere in mano le chiavi del negozio, che ogni mattina tirate su la serranda e tenete in piedi questo baraccone, con generosa munificenza verso parassiti e imboscati che risiedono nell\u2019attico? Lo capite che stringete in pugno questo paese, senza neanche sospettarlo? Vi rendete conto che siete ridotti come un elefante che ha paura dei topolini? Vi terrorizzano con le liste di cassintegrazione, le lettere di contestazioni, le rate del mutuo, gli sfratti, le minacce di delocalizzare, le bugie della pubblicit\u00e0 che serve a farvi sentire esattamente come vi sentite \u2013 dei roditori che girano sulla ruota inafferrabile del consumista perfetto, raggiungendo solo pi\u00f9 alti gradi di frustrazione; e vi costringono a indebitarvi, per poi farvi sentire in colpa per i vostri irredimibili debiti, cos\u00ec da poter spremere da voi ogni residuo pezzettino di solvibilit\u00e0. Non siete deboli. Non lo siete mai stati. \u00c8 incredibile, ma \u00e8 cos\u00ec, ragazzi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Qui si sono guardati un attimo tra di loro \u2013 perplessi, in diagonale, come i piccioni. I pi\u00f9 vecchi avevano sentito gi\u00e0 parlare di questa cosa \u2013 che loro sono i produttori \u2013, avevano l\u2019espressione di chi ricorda una vecchia leggenda dimenticata. Echi lontani. L\u2019angelo della Storia che non entra in sala mensa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Uscendo all\u2019aperto, col sole negli occhi, la malinconia ti stringe l\u2019anima. Nel cuore rutilante del post-moderno, eravamo semplicemente scivolati 150 anni indietro, nella coscienza, nell\u2019immaginario, nella capacit\u00e0 di leggere le cose, la realt\u00e0, nella cultura e nell\u2019intelligenza collettiva. Mentre pensavamo di diventare tutti borghesi stavamo diventando tutti sottoproletari \u2013 e non solo in fabbrica, penso ai lumpen delle redazioni, delle universit\u00e0, delle sale professori, del pubblico impiego, del \u201ccognitivariato diffuso\u201d- sottoproletariato iperconnesso \u2013, che generalmente sono messi anche peggio di questi metalmeccanici. Eravamo piombati in piena epopea bracciantile, ma senza lo slancio evangelizzatore dei primi socialisti, di cui non c\u2019era traccia all\u2019orizzonte. Davanti a queste desolazioni assembleari, non mi vengono in mente i classici della letteratura sociale o i miti prometeici. No, piuttosto ripenso a un altro libro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ne Il Gigante Sepolto, Ishiguro Kazuo (nobel per la letteratura) racconta la leggenda di un vecchio drago, il cui alito pestilenziale diffonde nell\u2019aria una nebbiolina infida che cancella i ricordi, confonde le memorie, intorpidisce le coscienze. \u00c8 un incantesimo che ha attribuito al fiato della bestia questo potere. E cos\u00ec tutti gli abitanti di quelle contee vivono cupamente, nella smemoratezza, nella fallace percezione di s\u00e9, nel tran tran quotidiano dove il passato \u00e8 cancellato e quindi il futuro \u00e8 inimmaginabile. Questa grama condizione sospesa \u00e8 il prezzo da pagare per la pacificazione della Britannia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il drago del racconto finir\u00e0 ucciso e la storia \u2013 terribile, dinamica e sanguinaria \u2013 si rimetter\u00e0 in moto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il nostro drago \u00e8 ancora all\u2019opera, esala i suoi effetti a ogni sospiro, mentre le nebbie circondano cantieri, capannoni, magazzini, si insinuano attraverso le orecchie dentro la testa della gente. Il drago, probabilmente, giace nascosto dentro una qualche cavit\u00e0 naturale, nel cuore della pianura padana, qui nel centro esatto del nuovo triangolo industriale. \u00c8 la sua nebbia che ti fa sentire debole, impotente, impedisce la presa d\u2019atto della realt\u00e0, la consapevolezza. L\u2019incantesimo continua. La pacificazione regge.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/lavoro-e-sindacato\/13386-giovanni-iozzoli-il-fiato-del-drago.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/lavoro-e-sindacato\/13386-giovanni-iozzoli-il-fiato-del-drago.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRAINRETE (Giovanni Iozzoli) &nbsp; Anche quest\u2019anno, nonostante una discreta repulsione, sono stato arruolato tra i relatori di minoranza (di micro-micro minoranza) nelle assemblee congressuali della CGIL del mio territorio. Alcune cose vanno fatte anche se non sai pi\u00f9 perch\u00e8. Fa un po\u2019 parte del gioco. La vecchia CGIL \u00e8 un corpaccione molle, esanime su cui si proietta minacciosa l\u2019ombra storica dell\u2019inutilit\u00e0. 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