{"id":45459,"date":"2018-10-25T11:00:25","date_gmt":"2018-10-25T09:00:25","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=45459"},"modified":"2018-10-25T00:42:13","modified_gmt":"2018-10-24T22:42:13","slug":"il-popolo-non-esiste-parola-di-panebianco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=45459","title":{"rendered":"Il popolo non esiste, parola di Panebianco"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>CARLO FORMENTI<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le messe in guardia contro il rischio che i sistemi politici occidentali, a partire dal nostro, si trasformino in altrettante \u201cdemocrazie illiberali\u201d si moltiplicano: non passa giorno senza che politici, giornalisti e intellettuali lancino l\u2019allarme nei talk show televisivi, sulle pagine dei giornali o sui social network. Provo a spiegare perch\u00e9 considero l\u2019abuso di tale concetto particolarmente sintomatico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span id=\"more-25971\"><\/span>Il termine democrazia illiberale allude a una separazione fra principio democratico e principio liberale che, secondo la teoria politica mainstream, troverebbero una sintesi nelle cosiddette democrazie liberali. In realt\u00e0 il principio liberale \u2013 con il suo corredo di diritti individuali e civili, tutela della propriet\u00e0 privata in primis, protezione della sfera privata dall\u2019invadenza dei poteri pubblici, ecc. \u2013 nasce ben prima di quello democratico, il quale, inizialmente concepito come mero principio di rappresentanza e insieme di procedure formali necessarie alla sua applicazione (diritto di voto, ecc.) \u00e8 stato a lungo appannaggio di esigue minoranze (i cittadini maschi con livelli di reddito ed educazione elevati).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Allorch\u00e9, fra fine Ottocento e primo Novecento, si ebbe, sotto la spinta delle lotte operaie, una prima irruzione delle masse sulla scena politica che port\u00f2 all\u2019allargamento del diritto di voto (abbattendo le barriere di censo e, molto pi\u00f9 lentamente, quelle di genere), la reazione di classi dominanti e caste intellettuali fu di grande preoccupazione: fu allora che nacquero le paure sulla \u201cdittatura delle maggioranze\u201d, la diffidenza nei confronti delle \u201cfolle\u201d (vedi Gustave Le Bon e soci) e quelle teorie \u201celitiste\u201d che, facendo buon viso a cattivo gioco, accettano la democrazia solo a condizione che il suo ruolo sia limitato alla selezione dei ceti dirigenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo la lunga parentesi delle guerre e dei totalitarismi nella prima met\u00e0 del Novecento, prende avvio, come reazione agli effetti devastanti della cancellazione della democrazia, la spinta a un ulteriore allargamento del principio democratico, che non si vuole pi\u00f9 limitato all\u2019uguaglianza formale dei cittadini (una testa un voto) ma progressivamente esteso (vedi la Costituzione italiana del 1948) fino a garantire \u2013 almeno tendenzialmente \u2013 l\u2019uguaglianza sostanziale, rimuovendo gli ostacoli di ordine sociale ed economico che vi si frappongono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 il momento del compromesso keynesiano fra capitale e lavoro, che vede il progressivo equiparamento fra diritti civili e diritti sociali attraverso l\u2019estensione del welfare, \u00e8 il momento in cui nascono \u2013 fra la fine dei Sessanta e l\u2019inizio dei Settanta \u2013 rivendicazioni ancora pi\u00f9 radicali di riconoscimento e uguaglianza da realizzare attraverso nuove forme democratiche che vadano al di l\u00e0 della democrazia rappresentativa. Ritorna cos\u00ec la paura delle classi dominanti che, come ai primi del Novecento, tornano a parlare di un \u201ceccesso di democrazia\u201d che potrebbe generare una \u201cdittatura delle maggioranze\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 curioso che questi allarmi tornino a risuonare oggi, dopo quarant\u2019anni di controrivoluzione liberista che hanno annientato le idee e le pratiche, nonch\u00e9 le forze politiche che le sostenevano (anche se queste, pi\u00f9 che annientate, sono state addomesticate), associate a quel sogno di allargamento della democrazia. Dopo che il divorzio fra principio liberale e principio democratico (cfr. Colin Crouch), fra democrazia e mercato, si \u00e8 celebrato da tempo, generando istituzioni e regimi liberali ma non democratici, come quella Unione europea che incarna il sogno reazionario di Ludwig von Hayek, cio\u00e8 la riduzione della democrazia a un guscio vuoto che serve solo a sancire le decisioni assunte dalle caste e dalle lobby che gestiscono i grandi flussi di capitali, merci e forza lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Curioso ma non troppo. Dopo i momenti di dominio incontrastato del capitale globale \u00e8 infatti normale che arrivino i \u201cmomenti Polanyi\u201d, cio\u00e8 i momenti in cui la rabbia delle masse sottoposte a decenni di macelleria sociale trova nuovi canali politici per esprimersi, i momenti in cui la politica si prende la rivincita sull\u2019economia. Di qui i continui ribaltoni elettorali cui abbiamo assistito negli ultimi anni, il crollo delle forze politiche tradizionali, sempre pi\u00f9 identificate come nemiche dalle classi popolari, e l\u2019ascesa di nuove forze, assai diverse sotto il profilo ideologico, ma accomunate dalla richiesta di un ritorno della sovranit\u00e0 popolare e di uno stato nazione chiamato a proteggere gli strati sociali che hanno pagato il prezzo della crisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 questo ritorno \u2013 spesso \u201cbarbaro\u201d, illetterato e scomposto, come sempre sono i moti che salgono dal basso \u2013 che viene etichettato come \u201cpericolo populista\u201d e contro il quale si invocano <a href=\"http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/?p=25905\">sante alleanze da Macron a Tsipras<\/a>. Margaret Thatcher soleva dire che \u201cla societ\u00e0 non esiste\u201d, l\u2019assai meno autorevole Angelo Panebianco, in un recente articolo sul \u201cCorriere\u201d, si avventura a pontificare che \u201cil popolo non esiste\u201d, scagliando il suo esorcismo contro le ombre che salgono dal sottosuolo. Un marxista potrebbe dargli ragione, ma solo perch\u00e9 pensa che il popolo sia un\u2019entit\u00e0 indistinta in cui convivono classi sociali dagli interessi diversi e in conflitto reciproco. Invece Panebianco, da buon liberale, nutre nei confronti di classi, comunit\u00e0 e identit\u00e0 collettive varie lo stesso disprezzo che prova per il popolo: per lui il popolo \u00e8 una parola senza senso dietro la quale si nasconde \u201cun aggregato di persone diverse che possono pensarla diversamente su tante cose\u201d, e che tale deve restare perch\u00e9 lo si possa manipolare senza suscitare fastidiose resistenze.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/?p=25971\">http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/?p=25971<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CARLO FORMENTI &nbsp; Le messe in guardia contro il rischio che i sistemi politici occidentali, a partire dal nostro, si trasformino in altrettante \u201cdemocrazie illiberali\u201d si moltiplicano: non passa giorno senza che politici, giornalisti e intellettuali lancino l\u2019allarme nei talk show televisivi, sulle pagine dei giornali o sui social network. 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