{"id":45632,"date":"2018-11-01T11:30:12","date_gmt":"2018-11-01T10:30:12","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=45632"},"modified":"2018-11-01T21:14:55","modified_gmt":"2018-11-01T20:14:55","slug":"felwine-sarr-e-mbambe-postcolonialismi-e-altracrescita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=45632","title":{"rendered":"Felwine Sarr, e Mbambe, (Post)colonialismi e altracrescita."},"content":{"rendered":"<p>Di <strong>TEMPO FERTILE (Alessandro Visalli)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Felwine Sarr \u00e8 un economista e filosofo senegalese che insieme allo scrittore senegalese Boubacar Boris Diop<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>\u00a0e a Nafissatou Dia ha fondato la casa editrice\u00a0<em>Jimsaan<\/em>\u00a0a Saint Louis. In italiano \u00e8 stato tradotto il suo \u201c<em><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2DcBwzE\">Afrotopia<\/a><\/em>\u201d. Dall\u2019ottobre 2016 insieme al camerunense\u00a0<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Achille_Mbembe\">Achille Mbembe<\/a>\u00a0(uno dei pi\u00f9 importanti filosofi del Post-colonialismo<a href=\"#_ftn2\">[2]<\/a>, una corrente complessa inaugurata da Edward Said nel 1978 in linea con gli studi di Foucault) ed a trenta tra studiosi ed artisti afro-diasporici ha fondato gli\u00a0<em><a href=\"https:\/\/www.lesateliersdelapensee.com\/\">Atelier de la Pens\u00e9e<\/a><a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\"><strong>[3]<\/strong><\/a>\u00a0<\/em>a Dakar e a Saint-Louis.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Il Post-colonialismo interpretato da Mbemb\u00e9 insiste\u00a0<em>sul comune<\/em>, su ci\u00f2 che gli uomini hanno di comune come destino. In particolare Mbemb\u00e9 \u00e8 stato orientato da studi iniziali con i gesuiti (in Zimbabwe) e quindi dal cristianesimo e da una visione ideale di umanit\u00e0 senza frontiere. Si tratta, quindi, di un discorso fortemente anti-identitario che vede l\u2019umano come un \u201cessere esposti\u201d gli uni agli altri, non \u201cchiusi\u201d da frontiere e da identit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Costruendo una posizione che risente evidentemente delle urgenze della fase politica, con la sfida avanzata dal populismo della destra francese, in una intervista su\u00a0<em>Lib\u00e9ration<\/em>, del 2 giugno, il filosofo camerunense sostiene quindi che:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201cCi\u00f2 che l\u2019umanit\u00e0 ha oggi in comune \u00e8 il fatto che siano chiamati a vivere\u00a0<em>esposti gli uni agli altri<\/em>\u00a0e non chiusi dentro frontiere e identit\u00e0. Questo fa parte dell\u2019umano, ma \u00e8 anche il corso che prende ormai la nostra storia con altre specie su questa Terra. Vivere esposti gli uni agli altri presuppone di riconoscere che una parte della nostra \u2018identit\u00e0\u2019 ha origine nella nostra vulnerabilit\u00e0. Che deve essere vissuta e intesa come un appello a tessere solidariet\u00e0 e non a costruirci dei nemici. Sfortunatamente tutto questo \u00e8 troppo complicato per il temperamento della nostra epoca, portata invece verso idee preconcette. Pi\u00f9 il nostro mondo diventa complesso e pi\u00f9 si tende a ricorrere a idee semplici.\u201d<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Il rischio che corre la societ\u00e0 in questa fase, invece, \u00e8 di rinchiudersi in una sorta di \u201cuniversalismo\u201d di natura \u201cetnica\u201d:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201cquando l\u2019identit\u00e0 si coniuga con il razzismo e la cultura si presenta sotto l\u2019aspetto di un\u2019essenza immutabile. Quella che viene chiamata identit\u00e0 non \u00e8 una cosa essenziale. In fondo siamo tutti dei passanti\u2026 Mentre emerge lentamente una nuova coscienza planetaria, la realt\u00e0 di una comunit\u00e0 oggettiva di destino deve vincerla sull\u2019attaccamento alla differenza\u2026 Essere nati in qualche poso \u00e8 accaduto per caso, non per scelta. Sacralizzare le origini \u00e8 un po\u2019 come adorare i vitelli d\u2019oro. Quel che importa \u00e8 il tragitto, il percorso, il cammino, gli incontri con altri uomini e donne in cammino, e quello che facciamo. Si diventa uomini nel mondo camminando, non rimanendo prostrati dentro un\u2019identit\u00e0.\u201d<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Anche se attacca, secondo una consolidata attitudine delle \u00e9lite sradicate cui tutto sommato appartiene per biografia, l\u2019\u201dossessione identitaria\u201d francese, come espressione del rifiuto di prendere atto della direzione della storia<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>, ovvero de \u201cil mondo come \u00e8 e come sta diventando\u201d, Mbemb\u00e9 collega in modo comunque interessante la \u2018negritudine\u2019 allo status di \u2018vinto\u2019. Dunque, secondo lui \u201ci negri di oggi sono ad esempio i Greci, cui si sono imposti trattamenti riservati ai popoli vinti in una guerra e si \u00e8 esteso il disprezzo sin qui riservato ai neri\u201d. Oggi, in altre parole, i \u201cneri\u201d sono pi\u00f9 in generale l\u2019intera classe dei superflui, \u201cdi cui nessun padrone ha bisogno o che amerebbe avere neanche come schiavi. Il problema non \u00e8 pi\u00f9 quello di sfruttarli, anche se essi volessero esserlo, non troverebbero chi vuol farlo\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Come diceva anni fa la Joan Robinson, insomma, \u2018c\u2019\u00e8 di peggio dell\u2019essere sfruttati.\u00a0<em>Non esserlo<\/em>\u2019.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Da questa posizione non ricava, tuttavia, una posizione di attesa e scoraggiamento, il futuro comune, che auspica, andr\u00e0 invece \u201ccostruito coscientemente. Con la lotta\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">In \u201c<em><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2OXaz9u\">Politiche dell\u2019inimicizia<\/a><\/em>\u201d, Mbemb\u00e9\u00a0<a href=\"http:\/\/www.lavoroculturale.org\/inimicizia-achille-mbembe\/\">descrive<\/a>, anche qui in modo interessante, il processo di uscita dalla democrazia, proprio della deriva neoliberale, come un divaricarsi di \u201cdue corpi\u201d, uno\u00a0<em>diurno<\/em>, che \u00e8 fatto di rappresentanza ed espressione, ed uno\u00a0<em>notturno<\/em>, nell\u2019altrove, che consente ogni violento sfruttamento. Ma \u201cin questa fase neoliberale i due corpi della democrazia si stanno ricomponendo, in concomitanza con la scomparsa delle frontiere oggettive tra il qui e l\u2019altrove\u201d. In un mondo, quindi, \u201cdiventato piccolo\u201d, e finito, \u201cattraversato da vari flussi incontrollabili, movimenti migratori, movimenti di capitale legati alla finanziarizzazione estrema dell\u2019economia\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Ci\u00f2:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201cSenza contare tutti i flussi creati dall\u2019affermarsi della nuova ragione digitale e segnati dall\u2019accelerazione della velocit\u00e0, lo sconvolgimento dei regimi temporali. Questo favorisce un groviglio inedito tra dentro e fuori. La conseguenza \u00e8 che \u00e8 ormai divenuto impossibile vivere in sicurezza qui quando si fomentano il disordine e il caos altrove. Il caos e il disordine tornano indietro come un boomerang. Nella forma di attentati, ma anche di rafforzamento della pulsione autoritaria tra noi stessi. Uno scivolamento autoritario presentato come condizione per la salvaguardia della nostra libert\u00e0.<em>Accettando pi\u00f9 sicurezza nel nome della salvaguardia delle libert\u00e0, accettiamo dunque anche lo scivolamento autoritario<\/em>. C\u2019\u00e8 una tensione tra la capitolazione e il desiderio di rivolta, un desiderio che \u00e8 anch\u2019esso un dato cruciale dei tempi che viviamo. Da un lato l\u2019abdicazione e dall\u2019altro un desiderio fondamentale d\u2019insurrezione che si esprime qui e l\u00e0 in forme completamente nuove\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Ne consegue che:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201c<em>La coscienza di questo mondo piccolo e finito esaspera il sentimento secondo cui occorrerebbe, per proteggersi, riattivare le frontiere, costruire i muri, separarsi<\/em>. Non avremmo pi\u00f9 a che fare con degli avversari ma con dei nemici che se la prendono con la nostra esistenza, i nostri \u2018valori\u2019, non importa quanto vaghi siano questi termini. Ecco cosa \u00e8 cambiato: questa realt\u00e0 del nemico e, quando il nemico non esiste, questa propensione a inventarsene uno. In questa configurazione, l\u2019altro \u00e8 percepito come una minaccia e il rapporto d\u2019inimicizia e la volont\u00e0 di separarsi diventano la sola forma di relazione\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Insomma, anche questa richiusura identitaria sarebbe\u00a0<em>una forma<\/em>\u00a0del neoliberismo cui \u00e8 indispensabile \u201clo scivolamento autoritario\u201d<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>, per il quale esso utilizza anche il terrorismo. Ovvero che utilizza le reazioni di paura verso il terrorismo che \u00e8 il ritorno della violenza a casa, in qualche modo<a href=\"#_ftn6\" name=\"_ftnref6\">[6]<\/a>. Una tesi che coglie naturalmente del vero, la ridefinizione strategica del potere di comando del capitalismo, sull\u2019onda delle tensioni generate dal mondialismo imperialista e dall\u2019egemonia della finanza predatoria \u00e8 parimenti autoritaria della forma cui si oppone. Anzi, lo \u00e8 in modo pi\u00f9 evidente e visibile. La violenza, dunque, torna a casa e la paura di questa viene sfruttata per incoraggiare il consenso, deviandolo dall\u2019obiettivo di farla finita con le predistribuzioni che determinano le immani povert\u00e0 del presente (sia in occidente sia nelle periferie interne ed esterne del mondo).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Ma il discorso anti-identitario di Mbembe va pi\u00f9 in profondit\u00e0, anche se ripercorrendo sentieri piuttosto noti, secondo lui, infatti:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201c<em>Le democrazie liberali sono fondate su un\u2019idea di identit\u00e0 pensata in termini di radici, di autoctonia<a href=\"#_ftn7\" name=\"_ftnref7\"><strong>[7]<\/strong><\/a><\/em>. \u00c8 membro della comunit\u00e0 politica chi \u00e8 nato qui, chi \u00e8 di questo luogo. Il cittadino \u00e8 un autoctono. Lo straniero pu\u00f2 diventare cittadino se accetta di autoctonizzarsi, ma questo \u00e8 un processo complicato, non aperto a tutti, un processo condizionale\u2026 e reversibile, nel caso della decadenza della nazionalit\u00e0. Ecco il fondamento antropologico della democrazia liberale. Sappiamo bene che essere nati da qualche parte e da qualcuno dipende dal caso e non da una scelta. Ma nell\u2019immaginario democratico liberale, questa casualit\u00e0 si trasforma in un destino a cui siamo condannati\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Vediamo meglio: Mbemb\u00e9 sostiene che \u201c\u00e8 membro di una comunit\u00e0 politica chi \u00e8 nato in essa\u201d, \u00e8 cittadino chi \u00e8 autoctono o lo diventa. Questo sarebbe il \u201cfondamento antropologico\u201d della democrazia liberale (ma lo \u00e8, in effetti, e casomai dello Stato nazionale, indipendentemente se sia democratico e quanto lo sia). Una posizione piuttosto imprecisa e frettolosa, ma mi colpisce pi\u00f9 la frase seguente, \u201c<em>essere nati da qualche parte e da qualcuno dipende dal caso e non da una scelta<\/em>\u201d. Questo concetto di\u00a0<em>scelta<\/em>, definito in senso individuale, \u00e8 se vogliamo la componente centrale della ideologia liberale, e in questo contesto \u00e8 quindi particolarmente incongruo e contraddittorio. Infatti essere nati in un luogo e da una data famiglia sar\u00e0 anche casuale (ma questa immagine implicita presume la preesistenza e la distribuzione), e certamente non \u00e8 \u2018scelto\u2019,\u00a0<em>ma ci costituisce<\/em>. Nulla preesiste al momento della nascita e tutto ci\u00f2 che ci fa \u00e8 definito da questa, ovvero se un individuo nasce in altro luogo o da altra famiglia \u00e8 principalmente\u00a0<em>un altro<\/em>\u00a0individuo. Noi non scegliamo dove nascere, ma siamo \u201cnoi\u201d proprio perch\u00e9 ci\u00f2 avviene.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Dunque non \u00e8 tanto \u201cnell\u2019immaginario democratico liberale\u201d che sussiste la casualit\u00e0 dell\u2019essere di qui o di altrove, e le sue conseguenze, ma nella natura umana. L\u2019uomo \u00e8 sempre\u00a0<em>questo<\/em>\u00a0uomo. Ovvero nella circostanza che l\u2019uomo nasce particolarmente \u201cvuoto\u201d e viene definito dalle esperienze che compie nel percorso di crescita.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Certo,\u00a0<em>\u00e8 vero che l\u2019uomo pu\u00f2 sempre cambiare<\/em>, e anche la sua identit\u00e0 personale pu\u00f2 mutare e spostarsi, ed \u00e8 vero che, scendendo su un piano pratico-politico, il discorso nazionalista ed identitario pu\u00f2 essere strumentalizzato a fini di controllo sociale, ovvero usato per \u201cdepistare\u201d<a href=\"#_ftn8\" name=\"_ftnref8\">[8]<\/a>. Come dice:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201cUn modo per depistare i potenziali di rivolta verso oggetti sbagliati, oggetti casuali. Chiaramente, la manipolazione delle identit\u00e0 infelici \u00e8 una maniera di deviare verso degli oggetti sbagliati le energie che potrebbero essere utilizzate in altro modo, nelle vere lotte di liberazione. L\u2019ampiezza degli sforzi dissipati in queste storie \u00e8 piuttosto interessante, ma alla fine, l\u2019identit\u00e0, ammessa la sua esistenza, non potrebbe comunque essere stabile. A darmi l\u2019identit\u00e0 \u00e8 l\u2019altro, nel momento dell\u2019incontro con lui. A essere importante non sono n\u00e9 la nascita n\u00e9 le origini: \u00e8 il cammino, gli incontri che si fanno lungo quel cammino e quello che si fa\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">La \u201c<em>manipolazione delle identit\u00e0 infelici<\/em>\u201d \u00e8 effettivamente un essenziale strumento di governo. Ma il discorso di Mbemb\u00e9 si lascia qui trascinare dalla verve polemica e, nella giusta sottolineatura del carattere narrativo e mobile della identit\u00e0 individuale<a href=\"#_ftn9\" name=\"_ftnref9\">[9]<\/a>, va oltre affermando che nascita ed origini non siano importanti. O meglio, che lo sono, ma sono rese importanti proprio da quel che si apprende, da quel che si incontra (in particolare nei primissimi anni), da quel che si fa.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">C\u2019\u00e8 un\u2019altra obiezione che vorrei per\u00f2 avanzare a questo discorso semplificato, i cui intenti e bersagli polemici peraltro capisco e in ultima analisi anche condivido: molta parte del pensiero liberale, dal quale Mbemb\u00e9 mi pare debitore, attacca proprio il desiderio di omogeneit\u00e0 culturale per indebolire la base di consenso dello stato sociale. Per costruire uno stato che si prenda cura dei cittadini e non ne affidi interamente la socializzazione al solo mercato \u00e8 indispensabile, sul piano pratico e ideale, che ci sia una qualche stabilit\u00e0 e reciproco riconoscimento. \u00c8 necessaria una solidariet\u00e0 concreta, fondata sul sentire se stesso presso l\u2019altro (Hegel) e capace di fondare un patto sincronico ed uno diacronico. Infatti, banalmente, i servizi che vengono forniti a chi ne ha bisogno devono essere coperti tassando chi pu\u00f2 sostenerli, e questa necessit\u00e0 deve coprire servizi come un sistema di istruzione universale e sostanzialmente gratuito, il diritto alla salute, infrastrutture diffuse e adeguate, il diritto alla casa, il sostegno al reddito per chi \u00e8 indigente o a perso il lavoro, e via dicendo. Uno stato liberale pu\u00f2 immaginare di limitarsi a polizia, esercito, giudici, infrastrutture di base), ma uno stato socialdemocratico (per non dire di uno socialista) deve mettere in campo forme di solidariet\u00e0 tra l\u2019attuale generazione e verso le successive di molto pi\u00f9 esigenti.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Questa solidariet\u00e0 presuppone quindi un riconoscimento reciproco che \u00e8 eroico presumere in \u201cpopolazioni nomadi e meticcie\u201d, che continuamente si muovono, saltando come le api di fiore in fiore. Un simile comportamento nel mondo reale lascia semplicemente i fiori senza nessuno che li curi e finisce per essiccarli (esattamente come sta facendo il neoliberalismo, che, infatti, \u00e8 universalmente per tutte le libert\u00e0 di movimento possibili).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Lo scopo di questo discorso di Mbemb\u00e9, comunque, al netto delle vaghezze (come \u201cl\u2019imperativo di redistribuzione egualitaria delle risorse dell\u2019universo\u201d) \u00e8 di allargare gli orizzonti per creare nuovo senso, \u201c<em>arricchire la lingua e \u2018risimbolizzare\u2019 l\u2019universo in modo che favorisca la condivisione invece che la separazione<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn10\" name=\"_ftnref10\">[10]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">In questi termini non si riesce ad essere contrari, la vecchia scuola dei gesuiti, probabilmente.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Ma veniamo ora, dopo aver introdotto il quadro di pensiero nel quale si muove, con differenze anche rilevanti, la sua posizione, all\u2019<a href=\"http:\/\/www.linterferenza.info\/in-evidenza\/afrotopia-un-altro-immaginario-lafrica\/?fbclid=IwAR1CiG9uRZkyW0MLW67OP7L_1qDh7baQX5Il_14SpDoAyU7Ge_Kjt0JgjmI\">intervista<\/a>\u00a0a Felwine Sarr, pubblicata da\u00a0<em>L\u2019Interferenza<\/em>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">In \u201c<em><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2DcBwzE\">Afrotopia<\/a><\/em>\u201d Sarr sottolinea in modo molto opportuno ed interessante (in qualche modo attenuando il discorso di intonazione cosmopolita cattolica di Mbemb\u00e9) che il vasto continente africano comunque produce, per sua propria dinamica, dei \u201c<em>modelli di sviluppo<\/em>\u201d e forme istituzionali e culturali\u00a0<em>diversi<\/em>\u00a0da quelli propri dell\u2019occidente (che sono stati incuneati con il colonialismo e confermati nella fase post-coloniale). Ci sono, infatti, tre dimensioni disturbate dalla alterit\u00e0 africana ed indicate da Sarr: lo Stato nazionale come modello politico<a href=\"#_ftn11\" name=\"_ftnref11\">[11]<\/a>, i progetti di sviluppo economico, l\u2019obiettivo di entrare nella \u2018modernit\u00e0\u2019 sociale.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">In Africa come altrove, per\u00f2, \u201cle societ\u00e0 sono creative\u201d e producono quindi soluzioni che non rientrano necessariamente in questo schema; hanno modi di occupare le frontiere che non rientrano nei confini astratti imposti dal colonialismo<a href=\"#_ftn12\" name=\"_ftnref12\">[12]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Per come si esprime Sarr: \u201cLe societ\u00e0 producono una dimensione economica articolata con una dimensione relazionale, con elementi della propria cultura e del proprio ambiente. L\u2019economia \u00e8 fondamentalmente antropologica\u201d.\u00a0Oppure, come diceva Polanyi, le economie sono \u201cincorporate\u201d nella societ\u00e0.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Ne consegue che anche se l\u2019economia capitalista impone delle forme, in queste la \u201cgente\u201d africana alla fine semplicemente \u201cnon si ritrova\u201d. Cio\u00e8 non trova se stessa (cosa che presume l\u2019esistenza di una identit\u00e0 africana<a href=\"#_ftn13\" name=\"_ftnref13\">[13]<\/a>) \u201cperch\u00e9 sono state concepite\u00a0<em>non per loro ma contro di loro<\/em>, in un rapporto globale del tutto squilibrato\u201d. Di fronte a questa forma di violenza, di ineguaglianza, si determina cos\u00ec una creativit\u00e0 economica in quella che talvolta viene nominata (da noi) come \u201ceconomia informale\u201d. Cio\u00e8 \u201cun\u2019economia socio-popolare fondata su culture e realt\u00e0 specifiche\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Dunque:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201cInvece di cercare di comprenderla la si definisce negativamente rispetto a un\u2019economia che sarebbe al contrario formale, e l\u2019unica cosa che si vorrebbe fare \u00e8 appunto formalizzarla.\u00a0<em>Il continente esprime stili di vita, forme economiche e relazioni sociali alternative rispetto all\u2019economia dominante<\/em>, il problema \u00e8 che i nostri ricercatori non investono su tutto questo per capirlo, teorizzarlo, per comprendere se e dove questi modelli hanno un potere d\u2019irradiazione, se sono forti o deboli, cosa si pu\u00f2 sistematizzare, cosa si pu\u00f2 replicare, cosa si pu\u00f2 aumentare di scala.\u00a0<em>Siamo sempre all\u2019interno di un\u2019economia della mancanza<\/em>, non si guarda quello che abbiamo e su cui possiamo costruire ma solo quello che gli altri hanno e che noi dovremmo avere. \u00c8 un problema di sguardo\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Una \u201ceconomia della mancanza\u201d, dunque.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">A questo punto Felwine Sarr prende una direzione diversa da quella di Samir Amin, che criticava decisamente la percezione dell\u2019Africa come \u2018attardata\u2019<a href=\"#_ftn14\" name=\"_ftnref14\">[14]<\/a>, ma proponeva comunque di incamminarsi nella direzione dello sviluppo industriale autonomo e completo, anche per ragioni di potenza (ovvero di autodifesa), per avvicinarsi piuttosto alle posizioni di Serge Latouche<a href=\"#_ftn15\" name=\"_ftnref15\">[15]<\/a>. Sostiene:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201cil punto \u00e8 che questo modello comunque croller\u00e0, non \u00e8 perenne n\u00e9 sostenibile. Croller\u00e0 in ogni caso, non foss\u2019altro per una questione ecologica. Siamo nella situazione di chi si trova davanti al precipizio e invece di fermarsi accelera. Molti economisti seri hanno iniziato a riflettere sull\u2019economia postcapitalista, sanno che arriver\u00e0 il giorno in cui bisogner\u00e0 cambiare direzione, e che non sar\u00e0 tra molto, e si chiedono su quale fondamento le societ\u00e0 umane potranno creare valore secondo i loro bisogni quando non ci sar\u00e0 pi\u00f9 tutto quello su cui si basa l\u2019economia attuale. Questo sistema finir\u00e0 perch\u00e9 non \u00e8 caduto dal cielo, non \u00e8 sempre stato cos\u00ec, ha una storia: \u00e8 nato e morir\u00e0.\u201d<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">L\u2019elemento fattuale di questa posizione \u00e8 che la crisi ambientale ed il sovrasfruttamento che l\u2019economia compulsiva del capitalismo indurr\u00e0 ad un esaurimento prossimo delle risorse. Se tutto il mondo, e l\u2019Africa in particolare, imitasse, come si avvia a fare l\u2019Asia, il modello di relazione con la natura dell\u2019occidente il pianeta sarebbe incapace di sostenere lo stress. O come dice: \u201cLa grande questione \u00e8 sull\u2019ordine di misura temporale: se si guarda ai prossimi venti, trenta o anche quarant\u2019anni tutto pu\u00f2 sembrare ancora accettabile, ma se si guarda alla stabilit\u00e0 del sistema \u00e8 chiaro che pi\u00f9 avanti collasser\u00e0. La crisi \u00e8 nel sistema e noi ci comportiamo come se non ci fosse\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Ci\u00f2 significa\u00a0<em>evadere dall\u2019immaginario della crescita infinita come criterio assoluto<\/em>. E significa pensare alla possibilit\u00e0 di \u201ccondividere una crescita senza prosperit\u00e0\u201d, ovvero non avere sempre di pi\u00f9, ma avere meglio. Pi\u00f9 socialit\u00e0 e collaborazione, desideri pi\u00f9 appropriati alle necessit\u00e0 e allo stato del pianeta.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Dunque i paesi del sud del mondo non devono cercare di ripetere la storia occidentale,\u00a0<em>ma cercare di imparare da questa<\/em>. Elaborare forme di societ\u00e0, di industria, di produzione e di consumo che siano molto pi\u00f9 \u201cecoresponsabili\u201d ed intelligenti. Ma anche forme politiche, nell\u2019ultima parte dell\u2019intervista, che siano adatte alle tradizioni africane, nelle quali una certa organizzazione per elezioni e rappresentanza funziona male. Ci sono forme di partecipazione di gruppo, di equilibrio di poteri e di inclusivit\u00e0 che fanno parte della tradizione africana e che andrebbero, per Sarr, valorizzate.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Quindi:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201cSi \u00e8 mancato di immaginazione all\u2019indomani delle indipendenze quando si \u00e8 voluto replicare delle forme istituzionali prodotte altrove, da un\u2019altra storia, senza tenere conto delle produzioni endogene. Hai ragione nel dire che il potere legittimo, quello che rappresenta le persone, non si trova nelle istituzioni come le abbiamo costruite: le persone hanno affiliazioni religiose, etniche, consuetudinarie, che sono molto pi\u00f9 importanti del singolo deputato. Non si pu\u00f2 mettere da parte questa realt\u00e0. In Africa esistono societ\u00e0 fortemente gerarchiche ma anche fortemente egualitarie. Quando si fa un sondaggio e si domanda agli africani se vogliono la democrazia rispondono di s\u00ec, e capiscono bene cosa significa: partecipare al modo in cui la vita \u00e8 organizzata \u00e8 per noi un\u2019aspirazione fondamentale. Quello che non funziona \u00e8 la democrazia elettoralista: le elezioni in Africa costano molto denaro, tensione politica, vite umane, e il sistema messo in atto non sono sicuro che rifletta quello che vuole la gente. \u00c8 un grosso problema\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Qui si innesta la questione degli africani che lasciano il continente per cercare di costruire in Europa (o nel resto dell\u2019occidente) una diversa prospettiva alla loro vita. Sarr, che non omette di ricordare che questi sono una piccola minoranza, circa il 4% di quelli che si spostano dal loro paese, e che sono mediamente quelli meno poveri, afferma che il punto \u00e8 \u201ccambiare immaginario\u201d. Superare quell\u2019immaginario \u201cmimetico, ostruito, abitato da altri\u201d (ovvero da noi) di una \u201cintera generazione che contempla come unica via di salvezza il fatto di sbarcare sulla terra occidentale e vivere una vita all\u2019occidentale\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Perch\u00e9 questo succede? Evidentemente perch\u00e9 la vita offerta in Africa \u00e8 \u201cpovera\u201d, manca di futuro. Non \u00e8 povera perch\u00e9 manca di occidente, ma perch\u00e9 quel che occidente non \u00e8 resta schiacciato, oscurato, \u2018stuprato\u2019 (Aminata Traor\u00e8).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">E questa vita offerta in Africa\u00a0<em>\u00e8 oscurata anche nella sua espressione fisica e territoriale<\/em>, nelle citt\u00e0 africane, che stanno crescendo a ritmi velocissimi, ma per addensamento, senza progetto e dove c\u2019\u00e8 sulla base di idee di citt\u00e0 occidentali. Ma\u00a0<em>l\u2019idea di citt\u00e0<\/em>\u00a0\u00e8 necessariamente e strettamente connessa con la societ\u00e0 e l\u2019economia che esprime. E\u2019 sempre in rapporto con il modo di concepire spazio e tempo, di muoversi, di incontrarsi. Le citt\u00e0 africane dovrebbero essere quindi in rapporto con le condizioni materiali e con le abitudini di una popolazione che sta molto all\u2019aperto, che cammina, che si incontra ed \u00e8 pi\u00f9 conviviale. Servono citt\u00e0 nelle quali il progetto di suolo sia diverso da quello di strutture fatte per individui e famiglie che si chiudono ognuna nel suo privato e che si spostano ad orari comuni con mezzi veloci individuali. Citt\u00e0 con pochi spazi pubblici e pochi luoghi aperti.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Si tratterebbe, insomma, con il linguaggio di Lefebvre, di rivendicare da parte del popolo africano, in primo luogo nelle loro, il \u201c<em>diritto alla citt\u00e0<\/em>\u201d<a href=\"#_ftn16\" name=\"_ftnref16\">[16]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">La questione, dal punto di vista descritto, non si definisce partendo dall\u2019arresto dell\u2019emigrazione, data la ridotta dimensione del fenomeno<a href=\"#_ftn17\" name=\"_ftnref17\">[17]<\/a>\u00a0e considerato che \u201cla mobilit\u00e0 \u00e8 un diritto fondamentale dell\u2019essere umano\u201d<a href=\"#_ftn18\" name=\"_ftnref18\">[18]<\/a>, ma, al contrario, partendo dall\u2019offerta da parte dei governi africani di condizioni di vita \u201cdegne\u201d sul territorio. Condizioni che non costringano la giovent\u00f9 ad emigrare.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Il punto chiave di questo argomento \u00e8 che\u00a0<em>muoversi, perch\u00e9 sia un diritto, deve essere scelto<\/em>. E dunque\u00a0<em>non deve essere una costrizione<\/em>, perch\u00e9 non lo diventi \u00e8 necessario che ci sia effettivamente, e sia riconosciuta, la possibilit\u00e0 di crescere, di realizzarsi, di investire sul proprio futuro e di seminare nel proprio continente. Vite \u201cdecenti\u201d, dunque.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Ma qui si pone, ad un livello ulteriore, un\u2019altra domanda correttamente posta dall\u2019intervistatore:\u00a0<em>pensare che la vita tradizionale in Africa sia \u201cnon degna\u201d non \u00e8 la proiezione di un immaginario occidentale, dunque una deformazione dello sguardo?<a href=\"#_ftn19\" name=\"_ftnref19\"><strong>[19]<\/strong><\/a><\/em>\u00a0Sarr risponde che \u00e8 assolutamente cos\u00ec. L\u2019occidente importa in Africa la \u201cquantofrenia\u201d<a href=\"#_ftn20\" name=\"_ftnref20\">[20]<\/a>, e ci\u00f2 determina \u201cuna visione invertita dell\u2019uomo\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Si finisce per migrare, spendendo migliaia di dollari, perch\u00e9 si vuole raggiungere uno status simile a quello occidentale, si vuole una casa nei quartieri buoni delle citt\u00e0, nelle parti occidentali, appunto. E per ottenerlo si pensa di investire una decina di anni come emigrato, perch\u00e9 sembra pi\u00f9 facile<a href=\"#_ftn21\" name=\"_ftnref21\">[21]<\/a>. Con le sue stesse parole:<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201cQuelli che partono non sono i pi\u00f9 poveri, per partire bisogna avere i mezzi, migliaia di dollari. I veri poveri non possono pagarsi la traversata. Per molte di queste persone migrare non \u00e8 una questione vitale, sono ambizioni di realizzazione sociale, di status, per esempio sperano di costruirsi una casa e pensano che sia pi\u00f9 facile riuscirci passando dieci anni in Europa. \u00c8 come una scorciatoia\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Poi ci sono quelli che cercano un senso. Che vogliono fare della propria vita una sorta di avventura, superare ostacoli.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">\u201cMa c\u2019\u00e8 anche dell\u2019altro, c\u2019\u00e8 il fatto di volere fare della propria vita un\u2019avventura, un cammino iniziatico, di andare alla conquista di qualcosa, darsi un senso che va anche al di l\u00e0 del semplice guadagno: mettere la propria vita in pericolo \u00e8 riuscire in qualcosa di arduo, fare della propria vita una storia\u201d.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Non sono tutti in fuga dalla guerra, anzi lo sono solo in minima parte, ma anche questi sono effetto di una destrutturazione profonda che spesso origina dai rapporti che l\u2019occidente istituisce. L\u2019esempio fatto \u00e8 del bombardamento della Libia da parte della Francia.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">La linea di argomentazione del camerunense Mbembe<a href=\"#_ftn22\" name=\"_ftnref22\">[22]<\/a>\u00a0e in misura diversa e minore del senegalese Felwine Sarr si discosta in modo frontale da quella di attivisti come Kemi Seba<a href=\"#_ftn23\" name=\"_ftnref23\">[23]<\/a>\u00a0o\u00a0<a href=\"https:\/\/cronachedi.it\/2018\/08\/12\/immigrazione-lattivista-africano-chiudete-i-porti-e-tutta-una-strategia\/\">Mohamed Konare<\/a><a href=\"#_ftn24\" name=\"_ftnref24\">[24]<\/a>\u00a0i quali sostengono invece una posizione nazionalista in chiave \u201c<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Panafricanismo\">panafricana<\/a>\u201d<a href=\"#_ftn25\" name=\"_ftnref25\">[25]<\/a>\u00a0e quindi considerano con ostilit\u00e0 l\u2019emigrazione in occidente. Kemi Seba, ad esempio, propone l\u2019abolizione del Franco Cfa e la re-immigrazione allo scopo di combattere per la liberazione del continente.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Guardare queste posizioni da una chiave destra\/sinistra pu\u00f2 essere fuorviante, si tratta per lo pi\u00f9 di posizioni che si possono inquadrare secondo diverse linee di frattura. Quella tra panafricanesimo, una sorta di nazionalismo a scala continentale, simile a quello proprio dell\u2019Unione Europea, e cosmopolitismo alla Mbemb\u00e9 (comunque intrecciato con un discorso di liberazione neocoloniale piuttosto profondo). Felwine Sarr aggiunge una robusta dose di decrescita, ed una attenzione non banale all\u2019autonomia culturale ed alla \u2018decolonizzazione dell\u2019immaginario\u2019. Nello sviluppare questa attenzione risalta una versione di discorso identitario in chiave di ri-creazione sulla base delle pressioni della modernit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Elementi comuni a tutte le posizioni sono quindi il rifiuto di schiacciare il continente africano su modelli esterni, con maggiore o minore attitudine all\u2019ibridazione (massima in Mbemb\u00e9 e minima in Kemi Seba) e con maggiore o minore carica di violenza (all\u2019opposto).<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">Rispetto al tragico tema dell\u2019emigrazione, le cui radici sono esplorate da Felwine Sarr in modo interessante, si va dal rallentamento determinato pi\u00f9 dall\u2019interno che dall\u2019esterno in questi, al netto rifiuto in Kemi Seba.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400; text-align: justify;\">La dimensione geopolitica, sulla quale rifletteva Samir Amin, qui non sembra presente. Sarebbe necessario svilupparla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a>\u00a0&#8211;\u00a0Autore di \u201c<em><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2OU7wyF\">Murambi, il libro delle ossa<\/a><\/em>\u201d, sulla tragedia del Ruwanda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a>\u00a0&#8211; Di cui si pu\u00f2 ricordare \u201c<em><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2AxG5SD\">Necropolitica<\/a><\/em>\u201d, del 2016, \u201c<em><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2D8bRbm\">Emergere dalla lunga notte<\/a><\/em>\u201d, 2018, \u201c<em><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2SpYurq\">Postcolonialismo<\/a><\/em>\u201d, 2005. Achille Mbembe \u00e8 uno storico e filosofo nato in Camerun nel 1957, cresciuto in ambiente cattolico, e trasferitosi in Francia nel 1982 a venticinque anni. Ottiene un dottorato alla Sorbona ed un diploma di Scienze Politiche, quindi alla fine degli anni ottanta, nel clima entusiasta per la caduta del mondo sovietico e la incipiente mondializzazione, si trasferisce negli Stati Uniti per insegnare alla Columbia University e poi per lavorare per il famoso Brooking Institute di Washington, uno dei centri pi\u00f9 importanti e storici della egemonia americana sul mondo, nel quale per fare un esempio \u00e8 ricercatore senior William Easterly, di cui abbiamo letto \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2015\/11\/william-easterly-la-tirannia-degli.html?q=africa\">La tirannia degli esperti<\/a><\/em>\u201d, un vero manifesto neoliberale. Dopo l\u2019esperienza al Brooking Mbembe va alla Univerity of Pennsylvania e resta in contatto con Berkeley, Yale, Boston, Chicago, Harvard. Non si tratta certamente di un outsider. Tornato in Africa a dirigere il CODESRIA, viene impegnato in forti polemiche con l\u2019ambiente degli afro-radicali nativisti (la linea di Sankara, per capirci). La sua versione complessa del cosmopolitismo, verso il quale inclina, \u00e8 imperniata sull\u2019emergere di una sorta di modernit\u00e0\u00a0\u00a0\u201cafropolitana\u201d di tipo cosmopolita. Per inquadrare pi\u00f9 in generale gli studi (post) coloniali e la loro relazione con il post-modernismo si veda\u00a0<a href=\"http:\/\/www.studiculturali.it\/dizionario\/lemmi\/studi_postcoloniali.html\">qui<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\"><strong>[3]<\/strong><\/a><strong>\u00a0<\/strong><strong>&#8211;\u00a0<\/strong>Una organizzazione della quale fanno parte anche personalit\u00e0 certamente non radicali, anzi piuttosto ben inserite nell\u2019establishment internazionale come l\u2019economista ex Banca Mondiale,\u00a0<em><a href=\"https:\/\/fr.wikipedia.org\/wiki\/C%C3%A9lestin_Monga\">Celestine Monga<\/a><\/em><em>,<\/em>\u00a0il filosofo Mve-Ondo Bonaventure, lo scrittore Simon Njami, la giornalista Pulvar Audrey, ed altre pi\u00f9 radicali come lo scrittore\u00a0Jean-Luc Raharimanana e molti altri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a>\u00a0&#8211; Riferimento strategico sul quale avanzo riserva. La storia non ha alcuna direzione, se ne ha una questa \u00e8 incerta, mobile, soggetta all\u2019esito della lotta e dello scontro tra principi di ordine e dominazioni. Dunque la storia \u00e8 quella che noi, qui ed ora, facciamo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a>\u00a0&#8211; Una tesi che \u00e8 in qualche modo sostenuta su\u00a0<em>L\u2019interferenza\u00a0<\/em>da Fabrizio Marchi in \u201c<a href=\"http:\/\/www.linterferenza.info\/attpol\/la-variante-ultradestra-del-sistema-capitalista\/\">La variante di (ultra) destra del sistema capitalista<\/a>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref6\" name=\"_ftn6\">[6]<\/a>\u00a0&#8211; Un concetto che pu\u00f2 somigliare con quanto espresso a caldo da Malcom X alla morte di John Kennedy.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref7\" name=\"_ftn7\">[7]<\/a>\u00a0&#8211; In senso storico questa frase \u00e8 piuttosto strana, in quanto il racconto standard della nascita della modernit\u00e0 liberale individua il momento della nascita nella mossa esattamente contraria. Nel neutralizzare le radici, le credenze forti e le appartenenze, tramite l\u2019invenzione della distinzione tra sfera privata (nella quale confinarle) e sfera pubblica (nella quale operare nella forma del contratto sociale).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref8\" name=\"_ftn8\">[8]<\/a>\u00a0&#8211; O, come avevo scritto in \u201c<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/06\/fase-politica-aquarius-diversioni-e.html\">Aquarius<\/a>\u201d produrre delle diversioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref9\" name=\"_ftn9\">[9]<\/a>\u00a0&#8211; Una linea di argomentazione splendidamente portata avanti da Charles Taylor lungo un percorso pluridecennale. Cfr., ad esempio, \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/03\/charles-taylor-la-topografia-morale-del.html\">La topografia morale del s\u00e9<\/a><\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref10\" name=\"_ftn10\">[10]<\/a>\u00a0&#8211; Citato in questo contesto il Franz Fanon di \u201c<em><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2ORPPjk\">Pelle nera, maschere bianche<\/a><\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref11\" name=\"_ftn11\">[11]<\/a>\u00a0&#8211; In \u201c<a href=\"https:\/\/www.doppiozero.com\/materiali\/why-africa\/xenofobia-in-sudafrica\">Xenofobia in Sudafrica<\/a>\u201d, Mbembe chiude dicendo che \u201cNessun africano \u00e8 uno straniero in Africa. Nessun africano \u00e8 un migrante in Africa. L\u2019Africa \u00e8 il luogo al quale noi tutti apparteniamo, nonostante la follia dei nostri confini. Nessun nazional-sciovinismo potr\u00e0 cancellare questa cosa. Nessuna espulsione potr\u00e0 farlo. Anzich\u00e9 spargere sangue nero sulla strada che porta il nome di\u00a0<a href=\"http:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Pixley_ka_Isaka_Seme\">Pixley ka Seme<\/a>\u00a0(!), dovremmo fare di tutto per ricostruire questo continente e porre fine a una storia lunga e dolorosa che, per troppo tempo, ha fatto s\u00ec che essere neri \u2013 in ogni luogo e in ogni epoca \u2013 fosse una colpa\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref12\" name=\"_ftn12\">[12]<\/a>\u00a0&#8211; Questa \u00e8, detto per inciso, una delle differenze importanti tra la sensibilit\u00e0 di Mbembe e Sarr e quella nostra. Senza assolutamente indicare gerarchie, ci sono differenze. Mentre le frontiere del colonialismo, imposte in Africa da francesi ed inglesi in particolare, sono arbitrarie, quelle che individuano i paesi europei sono molto pi\u00f9 solide, al di l\u00e0 di quelle segnate da grandi barriere geografiche (come le Alpi, i Pirenei o il Reno), sono state per secoli oggetto di contesa, ed hanno una loro storica e sociale forza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref13\" name=\"_ftn13\">[13]<\/a>\u00a0&#8211; E, per necessario contrasto, di una identit\u00e0 europea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref14\" name=\"_ftn14\">[14]<\/a>\u00a0&#8211; Samir Amin parte da una formazione marxista, e di geografo dello sviluppo, sia pure eterodosso, e mette instancabilmente in evidenza come lo sviluppo economico non \u00e8 mai un processo lineare nel corso del quale si realizza l\u2019allocazione ottimale delle risorse, ma un processo discontinuo e sempre squilibrante, nel quale si producono diseguaglianze e asimmetrie di potere. Gi\u00e0 nel suo primo libro del 1973, \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/09\/samir-amin-lo-sviluppo-ineguale.html\">Lo sviluppo ineguale<\/a><\/em>\u201d, Amin inquadra i limiti dello sforzo riformista delle scienze regionali sottolineando che non si tratta di \u201critardo\u201d di sviluppo, ma di dominazione. Seguendo la scuola di Perroux, Amin sottolinea come lo spazio sia il risultato di una tensione di forze capaci di determinare attrazioni e repulsioni e quindi \u201cpoli di crescita\u201d nei quali si addensano attori economici, capitali, strutture produttive, dominando e costringendo altri attori, altri capitali ed altre strutture in una posizione subalterna in quella che in economia si chiama \u201ccatena del valore\u201d. Questo \u00e8 il meccanismo di base utilizzato per spiegare lo \u2018sviluppo ineguale\u2019 che affligge il sud del mondo. Si genera, insomma, una \u2018causazione circolare cumulativa\u2019 (Hisrchmann, Gunnar Myrdal) e la \u2018teoria della polarizzazione\u2019. Questa linea di ricerca viene ripresa da Immanuel Wallerstein e Giovanni Arrighi. La critica di Amin, in questo pienamente marxista, \u00e8 che il calcolo economico incorporato nel capitalismo \u00e8 \u201cirrazionale dal punto di vista sociale\u201d, in quanto resiste alla necessit\u00e0 che il livello di sviluppo delle forze produttive (enormemente elevato) sia posto a servizio dell\u2019intera societ\u00e0. Si colloca a questo livello della critica la questione dello sperpero delle risorse umane, delle ricchezze naturali, e del futuro: si colloca, insomma, la questione ambientale. Un diverso calcolo economico deve quindi prendere ad orizzonte il tempo lungo, deve ricercare sistematicamente le soluzioni che riducono al minimo il tempo di lavoro socialmente necessario ed essere orientato alla produzione utile per i bisogni della societ\u00e0. Il fine del sistema non deve essere pi\u00f9 la massimizzazione del plusvalore, ma del prodotto effettivamente utile e tale da conservare le risorse sociali e naturali (SI, p.67). Venticinque anni dopo, in \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/09\/samir-amin-oltre-la-mondializzazione.html\">Oltre la mondializzazione<\/a><\/em>\u201d, Amin sosterr\u00e0 ancora che l\u2019obiettivo deve essere di \u201cirregimentare il mercato e metterlo al servizio di una riproduzione sociale che assicuri il massimo progresso sociale\u201d (OM, p. 238). E che per farlo, nelle condizioni date, \u00e8 necessario lavorare per una nuova regionalizzazione sul piano di indipendenza e parziale disconnessione. Di giungere ad avere, insomma, un mondo nel quale non ci sia una sola potenza egemone (ed i suoi capitali ed aziende libere di muoversi predando ovunque) ma una quindicina di regioni organizzate attorno a poteri egemonici su scala locale forti abbastanza da promuovere e difendere al loro interno efficaci compromessi sociali e stabilit\u00e0. Per ottenere questo \u00e8 necessario un \u201cfronte nazionale, popolare e democratico\u201d che avvii un processo fondato sulla autodeterminazione su tre arene: la subordinazione dei lavoratori, lo scontro tra la logica del calcolo economico a breve termine a servizio dei pochi e l\u2019interesse sociale e politico dei molti, il contrasto strategico tra centri e periferie. Seguir\u00e0 nel 2006 \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/10\/samir-amin-per-un-mondo-multipolare.html\">Per un mondo multipolare<\/a><\/em>\u201d, e \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/11\/samir-amin-la-crisi.html\">La crisi<\/a><\/em>\u201d, del 2009 nel quale tra l\u2019altro torna su una netta e decisa differenza tra \u2018internazionalismo\u2019 e \u2018cosmopolitismo\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref15\" name=\"_ftn15\">[15]<\/a>\u00a0&#8211; Il quale, ad esempio, in \u201c<em><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2ORJ94R\">Altri mondi, altre menti<\/a><\/em>\u201d, nello sforzo di modellizzare quella che chiama \u201csociet\u00e0 vernacolare\u201d, o informale, inquadra l\u2019oikonomia neoclanica (in opposizione alla crematistica, recuperando il linguaggio aristotelico) che \u00e8 soddisfazione di bisogni senza \u2018traffici\u2019 ma appoggiandosi a strutture sociali delle reciprocit\u00e0 molto forti. Si determina una sorta di economico reincorporato nel sociale (l\u2019esempio viene da una grande citt\u00e0 di sradicamento come Dakar, nella quale le relazioni tradizionali, immerse e invisibili ma operanti nei villaggi tradizionali sono reinventate). L\u2019economia \u00e8 \u201creincoporata\u201d nel senso di Polanyi (cit, p. 72) e spesso lo \u00e8 anche in citt\u00e0 \u201cinformali\u201d, ai margini degli Stati-nazione, che nelle periferie funzionano male, per \u2018naufraghi dello sviluppo\u2019. Si veda anche, \u201d<em><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2CI0uWF\">Il pianeta dei naufraghi<\/a><\/em>\u201d, e \u201c<em><a href=\"https:\/\/amzn.to\/2Sm2usS\">L\u2019altra Africa<\/a><\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref16\" name=\"_ftn16\">[16]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda Henri Lefebvre, \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/05\/henri-lefebvre-il-diritto-alla-citta.html\">Il diritto alla citt\u00e0<\/a><\/em>\u201d, 1968, e Henri Lefebvre, \u201c<em><a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/05\/henri-lefebvre-spazio-e-politica.html\">Spazio e politica<\/a><\/em>\u201d, 1972.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref17\" name=\"_ftn17\">[17]<\/a>\u00a0&#8211; Il citato 4% di chi si muove (che per\u00f2 sconta i grandi numeri del continente).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref18\" name=\"_ftn18\">[18]<\/a>\u00a0&#8211; Tuttavia il controllo del proprio ambiente, e quindi delle proprie frontiere, \u00e8 un diritto di autodeterminazione di ogni comunit\u00e0 politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref19\" name=\"_ftn19\">[19]<\/a>\u00a0&#8211; Un tema che avevo posto, a partire dagli effetti di corruzione, insieme individuali e sociali, del microcredito insieme alla dinamica delle rimesse connesse con l\u2019emigrazione, in\u00a0<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2017\/07\/note-circa-leconomia-politica.html\">questo post<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref20\" name=\"_ftn20\">[20]<\/a>\u00a0&#8211; Tendenza a tradurre ogni aspetto della vita e della realt\u00e0 in termini quantitativi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref21\" name=\"_ftn21\">[21]<\/a>\u00a0-Si veda anche \u201c<a href=\"http:\/\/www.linterferenza.info\/editoriali\/migranti-o-espulsi\/\">Migranti o Espulsi?<\/a>\u201d di Fabrizio Marchi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref22\" name=\"_ftn22\">[22]<\/a>\u00a0&#8211; Si veda anche\u00a0<a href=\"https:\/\/ilbolive.unipd.it\/it\/news\/achille-mbembe-lafrica-litalia\">questo<\/a>\u00a0inquadramento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref23\" name=\"_ftn23\">[23]<\/a>\u00a0&#8211; Kemi Seba \u00e8 un attivista ed antimperialista originario del Senegal (anche se \u00e8 nato a Strasburgo) attivo dall\u2019et\u00e0 di quindici anni con la\u00a0<em>Nation of Islam<\/em>\u00a0(l\u2019ex organizzazione, guidata da Elijah Muhammad, dalla quale si separ\u00f2 Malcom X) e nel<em>New Black Panthers Party<\/em>, istituita a Dallas nel 1989 da Khalid Abdul Muhammad, ex leader, poi defenestrato da Louis Farrakhan (il responsabile morale, per sua ammissione, se non mandante dell\u2019omicidio di Malcom) della stessa\u00a0<em>Nation of Islam<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref24\" name=\"_ftn24\">[24]<\/a>\u00a0&#8211; Mohamed Konare \u00e8 il leader del movimento panafricanista in Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref25\" name=\"_ftn25\">[25]<\/a>\u00a0&#8211;\u00a0La prospettiva degli Stati Uniti d\u2019Africa, promossa da W.E.B. Dubois all\u2019inizio del secolo scorso e poi portata avanti durante gli anni sessanta, attraverso numerosi congressi, da Kwame Nkrumah del Ghana, fu osteggiata e si aren\u00f2 nello scontro tra le posizioni radicali del Gruppo di Casablanca e quelle di leader \u2018conservatori\u2019 gelosi della loro raggiunta indipendenza e delle relazioni \u2018speciali\u2019 con i paesi ex colonizzatori. Si finisce nel 1963 per ripiegare sulla\u00a0<em><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Organizzazione_dell%27Unit%C3%A0_Africana\">Organizzazione dell\u2019Unit\u00e0 Africana<\/a><\/em>, fondata ad Adis Abeba con 31 stati africani. Si impegno nel panafricanismo, fino alla data della morte il Presidente del Burkina Faso\u00a0<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Thomas_Sankara\">Thomas Sankara<\/a>. Nel 2000, dopo due congressi nel 1974 e nel 1994, fu creata l\u2019<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Unione_africana\">Unione Africana<\/a>, con sede ad Addis Abeba, che dal 2002 ha lo status di Osservatore all\u2019Assemblea generale dell\u2019ONU. Si tratta di una giovane organizzazione, ancora piuttosto debole ma ambiziosa, disegnata per certi versi sul modello dell\u2019Unione Europea.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/10\/felwine-sarr-e-mbambe-postcolonialismi.html\">https:\/\/tempofertile.blogspot.com\/2018\/10\/felwine-sarr-e-mbambe-postcolonialismi.html<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di TEMPO FERTILE (Alessandro Visalli) &nbsp; &nbsp; Felwine Sarr \u00e8 un economista e filosofo senegalese che insieme allo scrittore senegalese Boubacar Boris Diop[1]\u00a0e a Nafissatou Dia ha fondato la casa editrice\u00a0Jimsaan\u00a0a Saint Louis. In italiano \u00e8 stato tradotto il suo \u201cAfrotopia\u201d. Dall\u2019ottobre 2016 insieme al camerunense\u00a0Achille Mbembe\u00a0(uno dei pi\u00f9 importanti filosofi del Post-colonialismo[2], una corrente complessa inaugurata da Edward Said nel 1978 in linea con gli studi di Foucault) ed a trenta tra studiosi ed&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":92,"featured_media":38863,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/02\/A.Visalli.jpeg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-bS0","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45632"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/92"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=45632"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45632\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":45640,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45632\/revisions\/45640"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/38863"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=45632"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=45632"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=45632"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}