{"id":45694,"date":"2018-11-05T10:00:17","date_gmt":"2018-11-05T09:00:17","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=45694"},"modified":"2018-11-05T09:34:28","modified_gmt":"2018-11-05T08:34:28","slug":"lunione-europea-e-incostituzionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=45694","title":{"rendered":"L&#8217;Unione Europea \u00e8 incostituzionale"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">di <strong>SIMONE GARILLI (FSI Mantova)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La parit\u00e0 fra Stati di cui all\u2019art. 11 commi 2 e 3 della Costituzione (che disciplina le nostre eventuali limitazioni di sovranit\u00e0 a vantaggio di organizzazioni internazionali) non \u00e8 intesa in senso formale, come vorrebbero i liberali. Cio\u00e8 non coincide con l\u2019applicazione delle stesse regole a Stati dotati di ordinamenti giuridici molto diversi (frutto di peculiari evoluzioni sociali e politiche, spesso lunghe secoli). \u00c8 una parit\u00e0 sostanziale, che si deve tradurre nella parit\u00e0 di poteri e quindi di sovranit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se applichiamo la Costituzione economica tedesca all\u2019Italia, attraverso il Trattato di Maastricht e le successive integrazioni, stiamo andando nella direzione opposta dell\u2019art. 11 della Costituzione italiana. La Germania infatti ha continuato a godere dei poteri di cui disponeva precedentemente, ma l\u2019Italia ha perduto gran parte dei suoi. In termini relativi il guadagno di sovranit\u00e0 tedesco \u00e8 immenso, e le condizioni di parit\u00e0 richieste dalla nostra Carta sono inesistenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Meglio spiegarsi pi\u00f9 concretamente: la Germania del secondo dopoguerra ha adottato un ordinamento ostile all\u2019inflazione e orientato alle esportazioni, indirizzato ad un\u2019economia (sociale) di mercato fortemente competitiva nella quale lo Stato riveste un ruolo diretto tutto sommato marginale, preferendo regolamentare pi\u00f9 che intervenire (\u00e8 il cosiddetto ordoliberalismo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019Italia ha adottato nel 1948 un ordinamento che, sia pure nell\u2019alveo della democrazia formale, si pu\u00f2 definire opposto a quello tedesco. La nostra Costituzione impone ai governi, di qualsiasi colore, la piena occupazione (derivata dall\u2019art. 1: la Repubblica Italiana \u00e8 fondata sul lavoro) e una protezione notevole dei diritti dei lavoratori di fronte alle naturali pretese del capitale privato. Lo Stato deve piegare l\u2019iniziativa privata a fini sociali e intervenire direttamente e indirettamente per valorizzare i grandi complessi industriali del Paese. \u00c8 un ordinamento fondato sulla domanda interna piuttosto che su quella estera, e che quindi necessita di un\u2019inflazione strutturalmente maggiore di quella richiesta dal sistema tedesco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 premesso, come si pu\u00f2 definire paritario un insieme di Trattati che impongono all\u2019Italia come alla Germania gli stessi rigidi vincoli di finanza pubblica (3% di deficit e poi pareggio di bilancio), lo stesso divieto di aiuti di Stato alle imprese (con l\u2019Italia che aveva una quota pubblica di valore aggiunto nel settore manifatturiero pari al 18% nel 1992, contro il 9% della Germania), lo stesso divieto di vincolare la circolazione dei capitali (con l\u2019Italia che aveva bisogno di proteggere il lavoro pi\u00f9 che la concorrenza) e lo stesso divieto di utilizzare le leve di politica monetaria e valutaria (con l\u2019Italia che aveva bisogno di scaricare sul valore della moneta la maggiore inflazione, a differenza della Germania)?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa non \u00e8 parit\u00e0, \u00e8 distruzione di un ordinamento giuridico-economico che aveva portato benessere diffuso e sviluppo industriale attraverso l\u2019importazione di un modello che non ci appartiene, e che ci impone di favorire il grande capitale globalizzato invece che il lavoro (e con esso la piccola impresa privata che dipende dai salari).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 tipico dei liberali sostituire l\u2019interpretazione formale della realt\u00e0 a quella sostanziale, svuotando il significato dei concetti cos\u00ec da manipolarne pi\u00f9 facilmente l\u2019indirizzo prescrittivo. Lo hanno fatto innanzitutto col concetto di Libert\u00e0, trasformata nella semplice rivendicazione di diritti slegati dai doveri, e quindi nella libert\u00e0 di non contare nulla (senza vincoli famigliari, di partito e di appartenenza nazionale non c\u2019\u00e8 alcun argine alla spoliazione dei diritti) e subito dopo con quello di Democrazia, che si esaurirebbe nel processo elettorale e nella semplice presenza dell\u2019istituzione parlamentare, comunque sia declinata (un sistema maggioritario e presidenziale equivale formalmente ad un sistema proporzionale e parlamentare).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ecco allora che nel mondo liberale in cui ci troviamo da quasi quarant\u2019anni il Trattato di Lisbona e la Costituzione italiana, cio\u00e8 due ordinamenti giuridici antitetici, formalmente possono convivere insieme. La sostanza invece \u00e8 che il primo produce effetti concreti nella societ\u00e0 e nell\u2019economia, mentre la seconda \u00e8 stata disattivata. Solo una volta compreso questo si pu\u00f2 rivendicare seriamente la sovranit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SIMONE GARILLI (FSI Mantova) La parit\u00e0 fra Stati di cui all\u2019art. 11 commi 2 e 3 della Costituzione (che disciplina le nostre eventuali limitazioni di sovranit\u00e0 a vantaggio di organizzazioni internazionali) non \u00e8 intesa in senso formale, come vorrebbero i liberali. 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