{"id":45784,"date":"2018-11-07T09:00:46","date_gmt":"2018-11-07T08:00:46","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=45784"},"modified":"2018-11-07T07:44:04","modified_gmt":"2018-11-07T06:44:04","slug":"quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=45784","title":{"rendered":"Quando sovranismo fa rima con socialismo"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MICROMEGA (Carlo Formenti<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/files\/2018\/11\/sovranismo-510-l.jpg\" alt=\"\" width=\"510\" height=\"NaN\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\">\u201cChe certi termini abbiano assunto questo significato deteriore non \u00e8 avvenuto a caso. Si tratta di una reazione del senso comune contro certe degenerazioni culturali, ecc., ma il \u2018senso comune\u2019 \u00e8 stato a sua volta il filisteizzatore, il mummificatore di una reazione giustificata in uno stato d\u2019animo permanente, in una pigrizia intellettuale altrettanto degenerativa e repulsiva del fenomeno che voleva combattere&gt;&gt;: cos\u00ec Gramsci nei \u201cQuaderni\u201d (Quaderno 8, \u00a7 28, p. 959 dell\u2019edizione critica Einaudi).<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Proviamo ad applicare questa citazione all\u2019uso che oggi viene fatto di termini come populismo e sovranismo da parte dei partiti tradizionali, di destra come di sinistra. La parola populismo, che occupa da tempo un ruolo non marginale nella storia del moderno dibattito politico &#8211; nel corso della quale ha assunto valenze e significati diversi &#8211; \u00e8 stata \u201cemulsionata\u201d dal linguaggio contemporaneo dei media, i quali l\u2019hanno ridotta a puro strumento di propaganda politica, anatema da scagliare contro ogni forma di opposizione al pensiero unico liberal liberista. Quanto a sovranismo \u2013 che \u00e8 un neologismo di origine relativamente recente (si riferisce originariamente ai movimenti che rivendicavano l\u2019indipendenza del Qu\u00e9bec dal resto del Canada) -, ha subito in tempi brevi un destino analogo: \u00e8 stato adottato dalla <em>langue de bois<\/em> mediatica per analoghi fini propagandistici, per accreditare cio\u00e8 l\u2019associazione automatica fra ogni posizione politica che rivendichi la riconquista della sovranit\u00e0 nazionale e l\u2019uscita dall\u2019Unione europea e i nazionalismi di destra.<\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Chi non si accontenta di tali semplificazioni, e nutre salutari sospetti nei confronti degli interessi che le ispirano, dispone ora di due nuovi strumenti di approfondimento critico: sono usciti, a breve distanza l\u2019uno dall\u2019altro, i libri di Thomas Fazi e William Mitchell (\u201cSovranit\u00e0 o barbarie. Il ritorno della questione nazionale\u201d, ed. Meltemi) e di Alessandro Somma (\u201cSovranismi. Stato, popolo e conflitto sociale\u201d, ed. DeriveApprodi) che smontano, il primo le narrazioni sull\u2019inesistenza di alternative al mondo globalizzato, il secondo quella che attribuisce alla Ue il ruolo di baluardo della democrazia contro il ritorno dei nazionalismi.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<strong>I. Fazi e Mitchell. Contro il mito della fine dello Stato<\/strong><\/p>\n<p>Il libro di Fazi e Mitchell inaugura una nuova collana dell\u2019editore Meltemi, da me diretta e intitolata \u201cVisioni eretiche\u201d. Paradossalmente, le \u201ceresie\u201d in questione sono la riproposizione di principi, teorie, concetti, ideali e punti di vista che, almeno fino agli anni Settanta del secolo scorso, erano patrimonio comune del movimento operaio internazionale. Se oggi sembrano eresie, al punto da esporre chi le sostiene alle accuse di \u201crossobrunismo\u201d, \u00e8 perch\u00e9 le sinistre hanno subito una mutazione culturale, politica, quasi \u201cantropologica\u201d, di portata tale da cambiarne il codice genetico.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/files\/2018\/11\/sovranita-o-barbarie-thomas-fazi-recensione-meltemi.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"NaN\" \/>Non credo che la collana avrebbe potuto partire con un libro pi\u00f9 adatto di quello di Fazi e Mitchell, un lavoro che affronta di petto un nodo cruciale, vale a dire la necessit\u00e0 di riacquisire la consapevolezza che lo stato-nazione \u00e8 la sola cornice in cui le classi subalterne possono migliorare le proprie condizioni e allargare gli spazi di democrazia. Non essendo qui possibile riassumerne le articolate e complesse argomentazioni, mi limiter\u00f2 a ripercorrere sinteticamente le domande fondamentali alle quali gli autori tentano di rispondere: perch\u00e9 il compromesso keynesiano fra capitale e lavoro ha funzionato; per quali ragioni \u00e8 entrato in crisi; perch\u00e9 le sinistre non hanno capito le ragioni del suo successo n\u00e9, tantomeno, quelle della sua crisi; attraverso quali canali le idee liberali sono riuscite a contaminare la cultura socialista.<\/p>\n<p>La lunga stagione keynesiana \u00e8 stata una parentesi felice nella storia del capitalismo moderno: ha garantito elevati tassi di crescita economica, alti livelli di occupazione, salari e profitti crescenti, un\u2019estensione dei diritti sociali ed economici mai conosciuta nelle ere precedenti, nonch\u00e9 una relativa stabilit\u00e0 finanziaria a livello internazionale (pur senza dimenticare che a usufruire di tali benefici sono stati quasi esclusivamente i Paesi del centro, mentre le periferie e le semiperiferie del sistema mondo ne furono escluse). Le sinistre si erano illuse che il compromesso fra capitale e lavoro associato a questa situazione storica fosse irreversibile, se non addirittura un passo intermedio verso la transizione a una societ\u00e0 post capitalista, per cui la sua crisi le trov\u00f2 del tutto impreparate. Quello che non avevano compreso, argomentano gli autori, \u00e8 che a rendere possibile la parentesi dei \u201ctrenta gloriosi\u201d \u00e8 stata la sua funzionalit\u00e0 a uno specifico regime di accumulazione capitalista \u2013 il fordismo \u2013 associato a un modo di regolazione politica dell\u2019economia fondato sull\u2019interventismo statale.<\/p>\n<p>A entrare in crisi non fu la \u201cvisione\u201d keynesiana, scalzata, secondo un\u2019interpretazione idealista, dal pensiero controegemonico dei monetaristi alla Milton Friedman, furono piuttosto il regime di accumulazione e il modo di regolazione dell\u2019era fordista, stretti nella morsa della pressione crescente che i salari esercitavano su rendite e profitti, dell\u2019aumento dei prezzi delle materie prime e dell\u2019accresciuta concorrenza internazionale dovuta alla rinascita industriale di Germania e Giappone. A obnubilare i movimenti operai, indebolendone la capacit\u00e0 di opporsi alla controrivoluzione neoliberale, contribu\u00ec il diffondersi di teorie nate negli stessi ambienti di sinistra, come la tesi secondo cui una delle cause fondamentali della crisi era la spirale incontrollata della spesa pubblica; o come il mito secondo cui il successo delle multinazionali \u2013 nella misura in cui neutralizzava i poteri di regolazione dello stato-nazione &#8211; rendeva di fatto impossibile praticare il \u201ckeynesismo in un solo paese\u201d. Accettate tali teorie, le sinistre assunsero in prima persona il ruolo di becchini delle politiche keynesiane: se gli stati non subirono passivamente la controrivoluzione neoliberista ma ne furono attivi promotori, il \u201cmerito\u201d spetta, prima che ai governi di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, alla svolta che James Callaghan impose al Labour Party alla met\u00e0 degli anni Settanta, dopo avere liquidato la sinistra di Tony Benn, e alla retromarcia che il presidente francese Mitterrand, \u201cispirato\u201d dal ministro social liberale Jacques Delors, comp\u00ec all\u2019inizio degli anni Ottanta, convertendosi al liberismo pur essendo stato eletto con un programma radicale di trasformazioni in senso socialista dell\u2019economia.<\/p>\n<p>La traiettoria appena descritta si \u00e8 ripetuta in Italia, bench\u00e9 nel nostro Paese la connotazione \u201csociale\u201d delle politiche keynesiane fosse corroborata dai principi contenuti nella nostra Carta fondamentale, come l\u2019insistenza sui temi della tutela del lavoro, dell\u2019uguaglianza sostanziale, della limitazione del diritto di propriet\u00e0, ecc. espressione della parziale convergenza fra le visioni comunista, socialista e cattolica. Contro questo compromesso \u201ccattocomunista\u201d \u2013 come sarebbe stato sprezzantemente liquidato dopo la crisi dei Settanta \u2013 \u00e8 sempre esistita, argomentano Fazi e Mitchell, una strisciante opposizione liberale che ha avuto i suoi interpreti pi\u00f9 autorevoli nei vari Einaudi, Carli e Ciampi. Costoro nutrivano non a caso grandi aspettative nel progetto europeo, nel quale intravedevano \u2013 sulla scorta delle idee di von Hayek \u2013 un\u2019opportunit\u00e0 per neutralizzare la \u201canomalia\u201d italiana. Citando stralci dai discorsi e dagli scritti di Togliatti, Basso, Di Vittorio e altri esponenti storici della sinistra italiana, gli autori ne mettono in luce la profonda avversione contro l\u2019integrazione del nostro Paese in una costituenda istituzione sovranazionale. Le loro parole esprimevano una chiara consapevolezza che la sovranit\u00e0 nazionale era il presupposto indispensabile di qualsiasi realizzazione dei bisogni e degli interessi delle classi subalterne.<\/p>\n<p>A partire dagli anni Settanta, tuttavia, anche in Italia si attivano inediti canali di penetrazione del pensiero liberale nella cultura di sinistra: vedi il ruolo di un economista come il premio Nobel Franco Modigliani nel diffondere il verbo monetarista all\u2019interno del Pci. La mutazione sar\u00e0 pi\u00f9 lenta di quella avvenuta in altri Paesi europei, ma i suoi effetti non tarderanno a farsi sentire, gi\u00e0 a partire dagli anni Settanta, allorch\u00e9 Enrico Berlinguer tesser\u00e0 l\u2019elogio dell\u2019austerit\u00e0 come strumento per rilanciare crescita e occupazione. Dai primi anni Ottanta all\u2019ingresso nell\u2019area dell\u2019euro, la frana diverr\u00e0 inarrestabile. I Carli, gli Andreatta, i Ciampi e il grande privatizzatore Prodi avranno mano libera per scandire le tappe di una marcia accelerata verso la de sovranizzazione, de politicizzazione e de democratizzazione dello stato italiano: adesione allo SME, divorzio fra Tesoro e Banca centrale, approvazione del Trattato di Maastricht, fino al colpo di grazia della rinuncia al potere di emissione della moneta e all\u2019integrazione nell\u2019area dell\u2019euro, che imporr\u00e0 la costituzionalizzazione del neoliberismo e il divieto di adottare politiche keynesiane. Per Fazi e Mitchell \u00e8 sbagliato interpretare tale processo come un \u201cindebolimento dello stato\u201d, occorre al contrario prendere atto che proprio gli stati \u2013 a partire dal nostro \u2013 hanno scelto autonomamente di subordinare le proprie scelte a vincoli esterni, il che non significa che si sono suicidati, bens\u00ec che hanno attuato con successo un progetto radicale di indebolimento delle classi lavoratrici e di svuotamento della democrazia.<\/p>\n<p>\u201cSovranit\u00e0 o barbarie\u201d \u00e8 un titolo che evoca non a caso il celebre slogan \u201cSocialismo o barbarie\u201d. L\u2019associazione non \u00e8 casuale: negli anni Settanta, secondo gli autori, l\u2019unico modo per uscire dalla crisi del modello keynesiano sarebbe stato compiere un salto a un modo di produzione post capitalista, obiettivo cui alludevano esplicitamente i programmi della sinistra laburista di Tony Benn e del Mitterrand prima maniera: piena occupazione, espansione del welfare, ridistribuzione della ricchezza, nazionalizzazione delle aree economiche strategiche, controllo democratico sulle decisioni di investimento e produzione, pianificazione industriale, asservimento della finanza ai bisogni della collettivit\u00e0. Ma simili obiettivi si sarebbero potuti realizzare solo mantenendo una rigorosa autonomia dello stato nazione, a partire dalla sovranit\u00e0 monetaria e dalla conseguente possibilit\u00e0 di finanziare il fabbisogno della spesa pubblica attraverso l\u2019emissione di moneta. Oggi, dopo decenni di smantellamento sistematico di tale autonomia, non resta altra alternativa se non riconquistare la sovranit\u00e0 nazionale e popolare come presupposti irrinunciabili per rilanciare quel progetto politico che venne accantonato quarant\u2019anni fa.<\/p>\n<p>Gli \u201ceuropeisti \u201ccritici\u201d potrebbero replicare: perch\u00e9 questa via non potrebbe essere imboccata da una Unione europea riformata, piuttosto che dai singoli stati nazionali? Per il semplice motivo, rispondono gli autori, che non \u00e8 pensabile democratizzare uno spazio che \u00e8 stato creato con l\u2019esplicita finalit\u00e0 di de democratizzare e de politicizzare i processi decisionali, concentrandoli nelle mani di una ristretta \u00e9lite, in modo da poter annientare i rapporti di forza delle classi subalterne. E a corroborare tale risposta contribuisce l\u2019analisi che Alessandro Somma conduce nel secondo libro di cui vado ora a occuparmi.<\/p>\n<p><strong> II. Alessandro Somma. La Costituzione tradita <\/strong><\/p>\n<p>Perch\u00e9 la nostra Costituzione rappresenta un ostacolo per gli interessi della finanza globale, tanto da attirarsi l\u2019odio dei <em>robber barons<\/em> di oggi come JP Morgan? Quali sono le sue caratteristiche pi\u00f9 indigeste per i nemici delle classi subalterne, e in che misura tali caratteristiche possono essere utilizzate per combatterli? Alessandro Somma, studioso di diritto costituzionale, risponde prendendo le mosse dal modo in cui la nostra Carta tratta i principi di sovranit\u00e0 popolare e uguaglianza sostanziale.<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/files\/2018\/11\/sovranismi-alessandro-somma-recensione.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"NaN\" \/>Per lungo tempo, argomenta, il concetto di sovranit\u00e0 popolare \u00e8 stato una formula politica priva di valore giuridico; ci\u00f2 \u00e8 cambiato a partire dagli anni Cinquanta, allorch\u00e9 viene introdotta la distinzione fra stato-governo e stato-societ\u00e0, precisando che il primo dev\u2019essere concepito come al servizio del secondo: \u201c\u00e8 dunque il popolo il titolare della sovranit\u00e0, mentre l\u2019apparato statale si limita ad attuare gli intendimenti maturati entro la comunit\u00e0 dei governati\u201d<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftn1\">[1]<\/a>. Tuttavia, posto che al conflitto governanti\/governati si affiancano quelli fra i diversi interessi che esistono all\u2019interno dei secondi, e posto che l\u2019esito di questi conflitti \u00e8 determinato dai rapporti di forza, \u00e8 evidente che l\u2019esercizio della sovranit\u00e0 richiede, oltre alla libert\u00e0, anche l\u2019uguaglianza sostanziale dei cittadini che i pubblici poteri sono chiamati a promuovere rimuovendo gli ostacoli alla sua realizzazione. Riassumendo: l\u2019esercizio delle sovranit\u00e0 presuppone, oltre alla libert\u00e0 e all\u2019uguaglianza, la solidariet\u00e0: \u201csolidariet\u00e0 fuori dal mercato, attraverso il sistema della sicurezza sociale, ma anche nel mercato, con il bilanciamento della debolezza sociale attraverso la forza giuridica\u201d<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftn2\">[2]<\/a>. Da qui discende l\u2019attenzione della nostra Costituzione per la valorizzazione del lavoro e per lo sviluppo della democrazia economica (nonch\u00e9 i mal di pancia di JP Morgan).<\/p>\n<p>Il principio di uguaglianza sostanziale che, come appena chiarito, implica la solidariet\u00e0 fuori dal mercato, cio\u00e8 il bilanciamento della debolezza sociale ad opera della forza giuridica, sostiene Somma, rappresenta un nuovo modo di intendere la libert\u00e0 rispetto a quello proprio del costituzionalismo ottocentesco, che si preoccupava esclusivamente di disciplinare i rapporti fra il cittadino e l\u2019autorit\u00e0 pubblica. Non \u00e8 esagerato affermare che \u00e8 lo stesso concetto di democrazia che viene a cambiare, nella misura in cui integra al proprio interno l\u2019elemento della <em>democrazia economica<\/em>. \u00c8 qui che si annida il \u201cpeccato originale\u201d della Costituzione italiana, cio\u00e8 nel suo sforzo di superare i limiti della democrazia formale per attingere a una democrazia reale che affonda le radici nelle dimensioni del lavoro, che tende cio\u00e8 a invadere \u201cgli spazi tradizionalmente tenuti al riparo della sovranit\u00e0 popolare, come in particolare l\u2019impresa o l\u2019apparato amministrativo: \u00e8 considerando questi spazi che si pu\u00f2 misurare il grado di sviluppo di una democrazia, senza dubbio dipendente dal \u2019numero di coloro che hanno diritto di partecipare alle decisioni che li riguardano\u2019, ma anche e soprattutto dall\u2019incremento degli \u2019spazi in cui possono esercitare tale diritto\u2019 \u201c<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftn3\">[3]<\/a>.<\/p>\n<p>La democrazia economica \u00e8 un principio intollerabile per il capitalismo nella misura in cui si propone di riequilibrare il conflitto sociale consentendo al lavoro di contrastare efficacemente il potere del capitale. Ci\u00f2 \u00e8 tanto pi\u00f9 pericoloso in quanto non minaccia solo di condizionare le relazioni industriali ma anche di influire sull\u2019indirizzo politico del Paese. Basti pensare alla misura in cui l\u2019allargamento delle libert\u00e0 sindacali ha influito sugli orientamenti politici popolari e sugli equilibri politici nazionali durante la grande stagione delle lotte operaie fra fine anni Sessanta e inizio Settanta. Per l\u2019impianto dottrinale, ideologico e istituzionale anglosassone tutto ci\u00f2 suona come una vera e propria nemesi, il che vale a maggior ragione per l\u2019ordinamento di matrice ordoliberale dello stato tedesco nato dalla fine del nazismo: bench\u00e9 seguita al crollo di una dittatura, ricorda Somma, la costituzione tedesca \u00e8 l\u2019unica priva dei caratteri tipici delle carte accomunate da quell\u2019origine, priva, in particolare, dell\u2019enunciazione del principio di uguaglianza sostanziale e di un completamento dei diritti fondamentali attraverso una elencazione dei diritti sociali. Dalla costituzione tedesca alla irriformabilit\u00e0 delle istituzioni europee il passo \u00e8 breve, considerato che tanto la prima quanto le seconde condividono le stesse fondamenta ideali, le quali risalgono a ben prima che la costruzione europea muovesse i primi passi e si propongono l\u2019annientamento della sovranit\u00e0 popolare, lo svuotamento della democrazia e un drastico ridimensionamento della forza contrattuale delle classi subalterne.<\/p>\n<p>\u00c8 noto che le fondamenta del neoliberismo moderno furono gettate, oltre che da von Hayek e altri, dal celebre incontro dedicato all\u2019intellettuale liberale americano Walter Lippmann, tenutosi a Parigi nel 1938. In quell\u2019occasione, ricorda Somma, fu criticata la classica visione dello stato minimo, e si inizi\u00f2 a discutere della necessit\u00e0 di uno stato forte capace di svolgere una funzione di \u201cpolizia economica\u201d, cio\u00e8 il compito di contrastare la disgregazione sociale provocata da un mercato abbandonato a se stesso; obiettivo da realizzare elevando le leggi del mercato a leggi dello stato, in modo da imporne il rispetto con la forza della legge. Non bastava contrapporre l\u2019ideale della libert\u00e0 a quello dell\u2019uguaglianza: occorreva integrare l\u2019individuo nell\u2019ordine economico. In altre parole, il neoliberalismo chiedeva ai pubblici poteri di promuovere attivamente il funzionamento del mercato traducendone le leggi in leggi dello stato \u201ce dunque utilizzando la concorrenza come strumento di direzione politica dei comportamenti individuali. In questo senso subordinava le istanze liberatorie tipiche della tradizione liberale alle istanze ordinatorie indispensabili per assicurare l\u2019equilibrio del mercato, per il quale si dovevano contrastare le concentrazioni di potere economico: prime fra tutte quelle rappresentate dalle coalizioni di lavoratori impegnati a sottrarre la relazione di lavoro alle logiche del mercato\u201d<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftn4\">[4]<\/a>.<\/p>\n<p>Non sono solo i sindacati a finire sotto tiro: la critica colpisce anche lo stato sociale, in quanto offre incentivi ad abbandonare il mercato del lavoro e sottrae al libero mercato settori come la sanit\u00e0 e l\u2019istruzione. Per i neoliberali lo strumento pi\u00f9 efficiente per ridistribuire il valore \u00e8 il mercato stesso, per cui l\u2019obiettivo dell\u2019inclusione sociale viene ricondotto a quello dell\u2019inclusione nel mercato, con buona pace del principio di uguaglianza sostanziale contenuto in costituzioni come quella italiana. Infine l\u2019attacco alla democrazia economica prelude all\u2019attacco della democrazia in quanto tale, che non pi\u00f9 intesa come fine in s\u00e9 bens\u00ec come strumento per la selezione delle \u00e9lite.<\/p>\n<p>Questa filosofia, che \u00e8 inscritta nel codice genetico delle istituzioni europee, \u00e8 stata fatta propria dalle \u00e9lite neoliberali italiane, di destra e di sinistra, le quali vi hanno riconosciuto uno strumento strategico per imporre dall\u2019esterno quella disciplina economica che non riuscivano a imporre all\u2019interno del Paese. Guido Carli, che rappresent\u00f2 l\u2019Italia nei negoziati per la definizione del Trattato di Maastricht in qualit\u00e0 di Ministro del Tesoro, ne era perfettamente consapevole; dichiar\u00f2 infatti che il Trattato avrebbe condotto ad \u201callargare all\u2019Europa la Costituzione monetaria della Repubblica Federale di Germania\u201d aggiungendo che ci\u00f2 avrebbe costretto tutti \u201cad assumere comportamenti antinflazionistici\u201d e, in ultima istanza, avrebbe implicato \u201cun mutamento di carattere costituzionale per cui si sarebbero ristrette le libert\u00e0 politiche e riformate quelle economiche\u201d realizzando in particolare \u201cuna redistribuzione delle responsabilit\u00e0 che restringa il potere delle assemblee parlamentari ed aumenti quelle dei governi\u201d, e un ripensamento complessivo delle \u201cleggi con le quali si \u00e8 realizzato in Italia il cosiddetto Stato sociale\u201d<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftn5\">[5]<\/a>.<\/p>\n<p>Con l\u2019approvazione del Trattato di Maastricht inizia lo smantellamento delle caratteristiche <em>incompatibili<\/em> della nostra Costituzione. Le linee direttrici di tale processo sono la spoliticizzazione e la tecnicizzazione del nostro sistema istituzionale: spoliticizzazione perch\u00e9 da quel momento gli esecutivi evocheranno sistematicamente il vincolo dei mercati internazionali per giustificare le proprie scelte impopolari, tecnicizzazione perch\u00e9 la transizione dal governo alla governance verr\u00e0 presentata come l\u2019avvento di una democrazia \u201cdeliberativa\u201d in cui tutti i gruppi interessati a una determinata decisione concorrono alla sua definizione (in realt\u00e0 nessuno dei soggetti coinvolti &#8211; a parte le lobby pi\u00f9 potenti &#8211; pu\u00f2 realmente influire sul contenuto delle decisioni, mentre il peso delle rappresentanze popolari \u00e8 drasticamente ridotto).<\/p>\n<p>Stabilire se la Ue sia un Superstato, oppure una superstruttura parastatale, come preferisce definirlo chi sottolinea l\u2019assenza di una politica fiscale ed un esercito comuni, per tacere dell\u2019assenza di una Costituzione europea, ha importanza relativa: ci\u00f2 che conta \u00e8 che a svolgere la funzione di una Costituzione europea in grado di sovradeterminare le Costituzioni dei Paesi membri sono i Trattati; e che i parlamenti nazionali sono di fatto esautorati dal processo di costruzione dell\u2019unit\u00e0, che viene diretto dagli esecutivi nazionali e dalla tecnocrazia europea. Il vero organismo politico unitario \u00e8 il Consiglio europeo, cio\u00e8 un vertice di Capi di Stato e di governo cui spetta fornire all\u2019Unione \u201cgli impulsi necessari al suo sviluppo\u201d oltre a definirne gli orientamenti e le priorit\u00e0 politiche. Comunque la si voglia definire, la Ue agisce come un\u2019entit\u00e0 sovrastatale che divora spazi di partecipazione democratica, spoliticizza il mercato e sterilizza il conflitto ridistributivo, ed \u00e8 una costruzione palesemente irriformabile, non tanto per il fatto che per modificare i Trattati occorre l\u2019unanimit\u00e0 dei membri, quanto in ragione di quel \u201cmercato delle riforme\u201d che scandisce i passaggi fondamentali della sua esistenza. Somma allude qui ovviamente all\u2019uso che la Ue ha fatto della crisi del debito sovrano per mettere al bando le politiche economiche keynesiane: vedi gli effetti devastanti della proibizione alla Bce e alle banche centrali nazionali di acquistare titoli del debito pubblico e di assistere finanziariamente gli stati, di modo che, per sovvenzionare i propri debiti questi ultimi sono costretti ad assoggettarsi alla logica del mercato, il quale diviene il poliziotto che ne sorveglia il rispetto della disciplina di bilancio. Solo in presenza di rischi di <em>default <\/em>sar\u00e0 concesso alle istituzioni europee di intervenire e l\u2019aiuto verr\u00e0 accordato in base allo schema dolorosamente sperimentato dalla Grecia: tagli alla spesa pensionistica e sociale; tagli a stipendi e livelli di occupazione dei dipendenti pubblici; liberalizzazioni e privatizzazioni selvagge; drastiche riforme del mercato del lavoro per ridurre il potere sindacale e favorire il lavoro flessibile e precario.<\/p>\n<p>Somma si dichiara stupefatto dal modo in cui i governi italiani hanno ignorato i profili di incostituzionalit\u00e0 associati all\u2019appartenenza alla Ue, dal momento che quella che si \u00e8 realizzata non \u00e8 una semplice limitazione, bens\u00ec una vera e propria cessione di sovranit\u00e0. Il risultato \u00e8 che la nostra Costituzione mostra oggi i segni dell\u2019adattamento forzato all\u2019ortodossia neoliberale, come conferma lo sfregio dell\u2019articolo 81 che costituzionalizza i dettati del Fiscal Compact, stabilendo che i bilanci nazionali debbano essere in pareggio o in avanzo, aprendo un conflitto insanabile con i principi fondamentali della Carta.<\/p>\n<p>Eppure \u00e8 esistita una fase storica \u2013 ricorda Somma \u2013 in cui la sinistra italiana era consapevole della minaccia che l\u2019integrazione europea rappresentava per gli interessi popolari. Nel 1949 Lelio Basso, commentando il Preambolo dello Statuto del Consiglio d\u2019Europa, ebbe a ironizzare su una borghesia che, abbandonato il tradizionale nazionalismo, faceva professione di cosmopolitismo: una conversione che, dietro l\u2019agitazione di nobili principi pacifisti, celava la volont\u00e0 di resistere alla pressione delle classi popolari che avevano acquisito coscienza dei propri diritti. Il deputato socialista chiarisce che l\u2019emancipazione delle classi subalterne passa dalla loro capacit\u00e0 di togliere \u201calla nazione il carattere di espressione esclusiva della classe dominante\u201d, ma non anche di abbandonarla come terreno di lotta politica. E ci\u00f2 equivale a dire che il proletariato deve acquisire \u201ccontemporaneamente la coscienza di classe e la coscienza nazionale, ponendo le basi per un vero internazionalismo, per una federazione di popoli liberi\u201d.<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftn6\">[6]<\/a> Nel 1957, nel corso del dibattito parlamentare sulla legge di ratifica dei Trattati di Roma, mentre i deputati favorevoli celebravano i vantaggi che la denazionalizzazione dei mercati avrebbero apportato, l\u2019opposizione comunista, con le voci di Giuseppe Berti e Gian Carlo Pajetta, replicava che il mercato comune avrebbe favorito i grandi monopoli industriali, in particolare tedeschi, e compresso la forza contrattuale dei sindacati. Scampoli di questa consapevolezza si ritrovano negli anni Settanta, ma negli anni Novanta, quando si svolge il dibattito sulla ratifica del Trattato di Maastricht, non ne \u00e8 rimasta traccia: l\u2019ex partito comunista \u2013 ora Pds e convertito al credo liberale \u2013 dichiara, per bocca di Claudio Petruccioli, che sulla scelta strategica dell\u2019unit\u00e0 europea \u201cconvergono le ragioni della democrazia, del lavoro, della pace e dell\u2019internazionalismo\u201d. L\u2019apostasia verr\u00e0 definitivamente sancita con il consenso accordato alla costituzionalizzazione del Fiscal Compact.<\/p>\n<p>Esiste una via di uscita da tutto ci\u00f2? L\u2019economista franco-egiziano Samir Amin, da poco scomparso, ha indicato in modo inequivocabile quella che, a suo parere, \u00e8 l\u2019unica soluzione che permetterebbe di riscattare i popoli europei dal giogo dell\u2019Unione a egemonia tedesca: non c\u2019\u00e8 alternativa all\u2019uscita dall\u2019euro e alla restaurazione della sovranit\u00e0 monetaria degli stati-nazione. Solo cos\u00ec torner\u00e0 possibile separare banche commerciali e banche di investimento, nazionalizzare le banche in difficolt\u00e0, sottrarre l\u2019agricoltura e le Pmi al controllo monopolistico, introdurre politiche fiscali progressive, ecc. Chi si oppone alla restaurazione della sovranit\u00e0 degli stati-nazione ignora \u2013 in buona o mala fede \u2013 il fatto che il posto di questi ultimi \u00e8 ora occupato dai monopoli e dalle loro istituzioni transnazionali. Anche Alessandro Somma richiama il concetto di <em>delinking<\/em> dal mercato globale che Samir Amin aveva elaborato in riferimento alle lotte dei popoli coloniali, sostenendo che \u201canche i Paesi europei avrebbero bisogno di disconnessione, se questo significa riconquistare gli spazi per una partecipazione democratica alle scelte di fondo relative al modo di essere dell\u2019ordine economico. Anche nel Vecchio continente possono cio\u00e8 operare meccanismi non dissimili da quelli un tempo tipici delle aree interessate al colonialismo, come i meccanismi contemplati dal vincolo esterno\u201d<a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftn7\">[7]<\/a>. Del resto, pur in un contesto economico e geopolitico diverso, anche Keynes aveva espresso la propria preoccupazione nei confronti di una uniformazione dei sistemi economici mondiali e sostenuto l\u2019opportunit\u00e0 di essere relativamente liberi da interferenze derivanti da mutamenti economici realizzati altrove. Al punto che, pur restando alieno a suggestioni autarchiche, auspicava un movimento consapevole verso una maggiore autosufficienza nazionale e un maggior isolamento economico.<\/p>\n<p>Se gli stati-nazione non si fossero ispirati a tale visione, commenta Somma, non sarebbe stato possibile attuare l\u2019esperimento dei Trenta gloriosi, sostenuto da un sistema di welfare che liberava reddito per i consumi e dal controllo politico sulle banche centrali, le quali erano messe in condizione di rendere sostenibile l\u2019indebitamento pubblico. Il sovranismo democratico auspicato da Somma non si esaurisce per\u00f2 nel recupero della democrazia economica, e delle forme che questa ha assunto attraverso il compromesso keynesiano fra capitale e lavoro. Se \u00e8 vero che solo le lotte dei lavoratori possono contrastare l\u2019Europa dei mercati, e se \u00e8 vero che ci\u00f2 pu\u00f2 avvenire solo nel contesto di una dimensione nazionale che \u00e8 la dimensione \u201cnaturale\u201d di ogni conflitto ridistributivo, allora l\u2019obiettivo dev\u2019essere quello di andare oltre la restaurazione della democrazia borghese, marciando verso l\u2019attuazione del principio costituzionale di uguaglianza sostanziale.<\/p>\n<p>Il libro di Somma ha anche il merito di non sottrarsi agli aspetti pi\u00f9 spigolosi del dibattito sul sovranismo, associati a temi come il ritorno dei confini nazionali e il controllo non solo sui flussi dei capitali, ma anche su quelli delle merci e delle persone, nella misura in cui questi entrino in contraddizione con gli obiettivi di democrazia economica. Consapevole che le cose si complicano allorch\u00e9 si afferma la necessit\u00e0 di limitare la circolazione dei lavoratori &#8211; causa di dumping sociale e fonte di conflitti fra lavoratori disponibili a percepire salari inferiori e accettare condizioni di lavoro pi\u00f9 gravose rispetto a quelli previsti dalle leggi e dai contratti collettivi, e lavoratori che difendono tali livelli, conquistati al prezzo di dure lotte -, Somma chiarisce che il sovranismo democratico implica <em>un recupero non nazionalista della dimensione nazionale<\/em>. Si tratta cio\u00e8 di evitare ogni declinazione sostanzialista, ontologica del concetto di nazione, evitando di cadere nella trappola della scissione fra i concetti di popolo e nazione messa in atto da populismi e sovranismi di destra, i quali utilizzano l\u2019idea di nazione per esaltare i caratteri identitari \u2013 cultura, lingua, religione, ecc. \u2013 condivisi da un popolo. Viceversa occorre difendere un concetto di popolo che \u00e8 tale in quanto condivide un insieme di diritti e di doveri, e non di elementi identitari che servono a occultare i conflitti legati alle differenti posizioni occupate nell\u2019ordine sociale. In poche parole: la nazione \u00e8 il territorio su cui lavorano, vivono e lottano tutti i soggetti che lo abitano e si riconoscono nell\u2019ordinamento politico che lo controlla e governa.<\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><strong>NOTE<\/strong><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftnref1\">[1]<\/a> A. Somma, <em>Sovranismi. Stato, popolo e conflitto sociale<\/em>, DeriveApprodi, Roma, p. 27<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftnref2\">[2]<\/a> Ivi, p. 40.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftnref3\">[3]<\/a> Ivi, pp. 49 ss. I virgolettati nella citazione sono frasi tratte da N. Bobbio, <em>Il futuro della democrazia, <\/em>Einaudi Torino 1955.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftnref4\">[4]<\/a> <em>Ibidem<\/em>.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftnref5\">[5]<\/a> Si tratta di brani estratti da G. Carli, <em>Cinquant\u2019anni di vita italiana<\/em>, Laterza, Roma-Bari 1996.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftnref6\">[6]<\/a> Citato in A. Somma, <em>op.cit.<\/em><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/#_ftnref7\">[7]<\/a> A. Somma, <em>op. cit. <\/em>pp. 125 ss.<\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n<div><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/\">http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/quando-sovranismo-fa-rima-con-socialismo\/<\/a><\/strong><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MICROMEGA (Carlo Formenti &nbsp; &nbsp; \u201cChe certi termini abbiano assunto questo significato deteriore non \u00e8 avvenuto a caso. Si tratta di una reazione del senso comune contro certe degenerazioni culturali, ecc., ma il \u2018senso comune\u2019 \u00e8 stato a sua volta il filisteizzatore, il mummificatore di una reazione giustificata in uno stato d\u2019animo permanente, in una pigrizia intellettuale altrettanto degenerativa e repulsiva del fenomeno che voleva combattere&gt;&gt;: cos\u00ec Gramsci nei \u201cQuaderni\u201d (Quaderno 8, \u00a7 28,&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":37585,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/micromega-320x320.gif","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-bUs","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45784"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=45784"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45784\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":45785,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45784\/revisions\/45785"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/37585"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=45784"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=45784"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=45784"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}