{"id":45951,"date":"2018-11-12T11:00:58","date_gmt":"2018-11-12T10:00:58","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=45951"},"modified":"2018-11-12T10:26:26","modified_gmt":"2018-11-12T09:26:26","slug":"perche-siamo-privi-di-una-cultura-strategica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=45951","title":{"rendered":"Perch\u00e8 siamo privi di una cultura strategica?"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>ITALIA E IL MONDO (Pietro Visani)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-featured_image size-featured_image wp-post-image\" src=\"http:\/\/italiaeilmondo.com\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/strategia-forex-849x280.jpg\" sizes=\"(max-width: 849px) 100vw, 849px\" srcset=\"http:\/\/italiaeilmondo.com\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/strategia-forex-849x280.jpg 849w, http:\/\/italiaeilmondo.com\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/strategia-forex-420x140.jpg 420w\" alt=\"\" width=\"849\" height=\"280\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<h4><em>Qui sotto un saggio di Piero Visani, gi\u00e0 pubblicato nel 2013. L\u2019interesse, ovviamente, scaturisce dall\u2019analisi dell\u2019approccio di fondo che ha mosso le scelte di politica estera e di intervento militare delle classi dirigenti del nostro paese piuttosto che dall\u2019approvazione o meno delle specifiche azioni nelle particolari contingenze politiche_Giuseppe Germinario<\/em><\/h4>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Peter Pace, Edmund Giambastiani, addirittura Marilyn Quagliotti: se si guarda al vertice militare delle Forze Armate statunitensi, vale a dire al braccio armato della maggiore potenza mondiale, i cognomi di origine italiana non mancano certo e occupano posizioni di assoluto prestigio. Peter Pace \u00e8 un marine, addirittura il primo che sia riuscito a raggiungere l\u2019ambita carica di <em>Chairman of the Joint Chiefs of Staff<\/em>, l\u2019equivalente del nostro Capo di Stato Maggiore della Difesa; Edmund Giambastiani \u00e8 oggi al vertice militare della NATO, dopo essere stato ai massimi livelli dell\u2019<em>U. S. Navy<\/em>. Marilyn Quagliotti \u00e8 un generale a due stelle dell\u2019Esercito con il prestigioso incarico di vicedirettore della DISA (<em>Defense Information Systems Agency<\/em>) e anche lei \u2013 come i suoi due pi\u00f9 titolati colleghi e forse in misura ancora maggiore, visto che si tratta di una donna \u2013 smentisce quelli che potremmo definire i luoghi comuni sulla \u201cridotta attitudine militare\u201d degli italiani. Quello che si vuole dire, in sostanza, \u00e8 che non si arriva ai vertici dell\u2019apparato militare statunitense se non si hanno qualit\u00e0 di un certo tipo e, tra queste, la \u201cridotta attitudine militare\u201d non \u00e8 certamente un requisito necessario, anzi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Malgrado ci\u00f2, malgrado il fatto che sia possibilissimo per elementi di chiara origine italiana farsi strada fino ai massimi gradi della pi\u00f9 importante organizzazione militare del mondo, lo stereotipo di \u201cmandolinai e pizzaioli\u201d, di gente inaffidabile, che non sa battersi e tanto meno lo ama, ci perseguita da tempo. A quando risale la genesi di questo dato storico negativo? Tralasciando i repentini capovolgimenti di fronte che hanno fatto la storia di casa Savoia, cio\u00e8 della casata che ha svolto un ruolo determinante nella storia d\u2019Italia, e che tuttavia si riferiscono molto pi\u00f9 alle sue vicende preunitarie che a quelle successive, \u00e8 possibile trovare parecchie tracce di inaffidabilit\u00e0 e di scarsa propensione al combattimento nella storia italiana. Un esempio classico di inaffidabilit\u00e0 politica \u00e8 rappresentato dai \u201cgiri di valzer\u201d che caratterizzarono l\u2019Italia giolittiana, con l\u2019appartenenza formale alla Triplice Alleanza con gli Imperi centrali e le scelte politiche successive, esattamente antitetiche, che portarono l\u2019Italia ad entrare nella Grande Guerra dalla parte dell\u2019Intesa. A sua volta, un esempio classico di scarsa propensione al combattimento \u00e8 rappresentato dalla rotta di Caporetto<a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_edn1\" name=\"_ednref1\">[i]<\/a> e dai fenomeni che si verificarono durante ed a seguito della medesima, con i ben noti casi di \u201csciopero militare\u201d mai troppo indagati da un lato e strumentalmente utilizzati per coprire le macroscopiche deficienze professionali degli alti comandi e del corpo ufficiali dall\u2019altro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Certo \u00e8 che gi\u00e0 al momento dell\u2019ingresso dell\u2019Italia nel primo conflitto mondiale la tesi che gli italiani \u201cnon sapessero\u201d o \u201cnon amassero battersi\u201d era una voce piuttosto diffusa e radicata, se tutti gli interventisti, compresi quelli della Sinistra nazionale<a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_edn2\" name=\"_ednref2\">[ii]<\/a>, reclamarono con forza la scelta della via delle armi proprio per smentire, anche e soprattutto con il loro personale esempio, tale fama disonorevole. Il loro sacrificio non fu vano, non solo perch\u00e9 port\u00f2 alla vittoria del 1918, ma anche perch\u00e9 consent\u00ec il lievitare nel nostro Paese di un fenomeno come quello dell\u2019arditismo, autentica smentita vivente, con la sua valentia delle armi e la sua estetica della morte, dei troppi luoghi comuni che circolavano a carico delle qualit\u00e0 militari degli italiani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sfortunatamente per i nostri destini di Nazione, la contrapposizione tra \u201ci soliti quattro gatti\u201d capaci di fare miracoli con l\u2019ardimento e l\u2019inventiva, e un\u2019istituzione militare burocratica, misoneista, professionalmente discutibile e tecnicamente inetta, corrosa dal carrierismo e da clientelismi di tutti i generi, \u00e8 una \u201csottile linea rossa\u201d che percorre la storia nazionale dal 1918 in avanti, intinta (ci si perdoni la retorica, ma \u00e8 necessaria) nel sangue dei suoi figli migliori: dalle intuizioni di Giulio Dohuet sul bombardamento strategico a quelle di Teseo Tesei sulla possibilit\u00e0 di usare mezzi navali modestissimi come moltiplicatore di forza di un Paese povero e scarsamente industrializzato, dalle imprese grandi e piccole degli eroi, noti e meno noti, della seconda guerra mondiale a fenomeni di \u201cestetica della guerra\u201d come la carica del \u201cSavoia Cavalleria\u201d ad Isbuschenskij (estate 1942), \u00e8 tutta una storia di occasioni perdute, di opportunit\u00e0 vanificate, di sacrifici utili solo come prove testimoniali (e solo per chi fosse in grado di apprezzarli), affondati in un sistema di colossale inefficienza, di ritardo tecnologico, di compiaciuta autoesaltazione della propria ignoranza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il dramma vero, tuttavia, avviene dopo ed \u00e8 quell\u20198 settembre 1943 che, a tutti gli effetti, segna la \u201cmorte della Patria\u201d<a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_edn3\" name=\"_ednref3\">[iii]<\/a>, che getta deliberatamente una \u201cNazione allo sbando\u201d<a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_edn4\" name=\"_ednref4\">[iv]<\/a>, che invia \u201ctutti a casa\u201d (almeno quelli che vorranno e riusciranno a tornarci) non soltanto in senso stretto, ma in senso lato, inducendoli a confondere il loro focolare, il loro piccolo <em>Heimat<\/em>, con la loro casa unica e vera \u2013 l\u2019Italia -, privandoli di un senso di comunit\u00e0, di Nazione, di destino che non fosse riservato alla loro dimensione personalissima e privatissima, inducendo gli uni a vergognarsi del passato e gli altri a vergognarsi del futuro, creando una dimensione di guerra civile permanente che ancora non si \u00e8 ricomposta \u2013 e difficilmente appare in grado di ricomporsi \u2013 in una memoria condivisa, in cui non ci sia pi\u00f9 da vergognarsi di alcunch\u00e9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fatto oggetto di una pesante rimozione storica, ovviamente tutt\u2019altro che disinteressata, in quanto intorno ad esso ruota tutta la legittimit\u00e0 di ci\u00f2 che \u00e8 venuto dopo, l\u20198 settembre \u00e8 scarsamente compreso dagli italiani non solo nei suoi effetti sul piano interno, ma anche e soprattutto su quello internazionale. Un esercito che cessa di battersi e si sfascia in preda a varie forme di dissoluzione, dall\u2019ammutinamento<a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_edn5\" name=\"_ednref5\">[v]<\/a> alla fuga di massa; una flotta che si consegna al nemico, sono tutti fenomeni che non potevano certo rafforzare la stima del mondo nei confronti delle capacit\u00e0 belliche degli italiani, che peraltro gi\u00e0 durante il secondo conflitto mondiale non erano certo rifulse per colpa di una classe militare di livello professionale decisamente basso<a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_edn6\" name=\"_ednref6\">[vi]<\/a> e talvolta pure di dubbia lealt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo la fine della seconda guerra mondiale, si apre una nuova fase storica, ma l\u20198 settembre \u00e8 l\u00ec e non si pu\u00f2 toglierlo facilmente di mezzo. E\u2019 una presenza ingombrante, ma in realt\u00e0 \u00e8 molto pi\u00f9 ingombrante \u2013 per le forze politiche emerse vittoriose dagli sconvolgimenti della guerra \u2013 la presenza di forze militari nazionali in quanto tali, perch\u00e9 nessuno le vuole: non le vogliono i comunisti, che le considerano l\u2019unico ostacolo vero all\u2019auspicato passaggio dell\u2019Italia dal blocco occidentale a quello sovietico, ma non le vogliono e si limitano a tollerarle anche i moderati raccolti intorno alla Democrazia cristiana che, come cattolici, nutrono una pi\u00f9 o meno spiccata diffidenza (a seconda del loro livello di riferimento agli orientamenti dottrinali delle origini) nei riguardi di tutto ci\u00f2 che \u00e8 militare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su questo sfondo, l\u2019Italia repubblicana nasce afflitta da un\u2019anomalia che \u00e8 al tempo stesso una gravissima debolezza strategica: dispone di forze militari, perch\u00e9 non esiste Paese al mondo degno di questo nome che non ne disponga e perch\u00e9 la sua posizione al confine tra due blocchi in conflitto non \u00e8 tale da consentire alle sue classi dirigenti di esserne priva, ma tali forze risultano totalmente delegittimate. Delegittimate sul piano politico, perch\u00e9 nessuno dei grandi partiti di massa le ritiene degne di rispetto, in quanto retaggio di un passato deprecabile (quello del militarismo fascista<a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_edn7\" name=\"_ednref7\">[vii]<\/a>), e delegittimate sul piano culturale non solo perch\u00e9 la Costituzione repubblicana \u201cripudia la guerra\u201d, ma soprattutto perch\u00e9 nessuno, all\u2019interno del Paese, ragiona pi\u00f9 in termini di sovranit\u00e0 nazionale (di cui le Forze Armate costituiscono ovviamente la massima espressione), ma solo di appartenenza a blocchi politici, ideologici ed economici contrapposti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019Italia del secondo dopoguerra \u00e8 dunque una Nazione priva di una cultura militare e di una cultura strategica, e, conseguentemente, di una cultura nazionale. Non riesce dunque ad immaginarsi come Nazione, il che pu\u00f2 anche essere comprensibile, considerato l\u2019esito avuto da oltre due decenni di retorica ultranazionalista del fascismo, ma \u00e8 terribilmente problematico. Cerca nuove forme di vita e di identit\u00e0, nella forse comprensibile ma certo assurda speranza di definire nuovi percorsi, di trovare nuove strade, di inventare nuovi modelli di identit\u00e0 nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo potente complesso di illusioni trova facile alimento negli anni della \u201cGuerra fredda\u201d, quando il blocco moderato riunito intorno alla Democrazia cristiana non ha e deve avere altra preoccupazione se non quella di consumare la sicurezza prodotta da altri, in primo luogo dagli americani. Il contributo che le \u00e8 richiesto \u00e8 di tipo soprattutto formale: una struttura militare per certi versi piuttosto grande, in grado di articolarsi su divisioni e brigate da schierare al confine orientale, a difesa da un potenziale attacco del Patto di Varsavia. Su quale poi sia la reale consistenza operativa di tale struttura, non \u00e8 il caso di soffermarsi troppo: chiunque abbia prestato il servizio militare obbligatorio in quegli anni ricorder\u00e0 la modesta efficienza dei reparti e l\u2019assai carente (usiamo un eufemismo) livello di tensione morale che li pervadeva. Non mancavano le eccezioni in positivo, sia chiaro, ma si perdevano nel <em>mare magnum<\/em> di un\u2019istituzione che dava palesemente prova di non credere in se stessa (e lo si vedeva benissimo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa situazione di privilegio, questa possibilit\u00e0 di consumare a basso costo la sicurezza prodotta da altri, \u00e8 venuta progressivamente a mancare nel momento in cui, con la fine della \u201cGuerra fredda\u201d e il collasso dell\u2019URSS e del blocco sovietico, l\u2019Italia, come molti altri Paesi europei, si \u00e8 trovata nella necessit\u00e0 di trasformarsi da consumatrice a produttrice di sicurezza, di definire un interesse nazionale e delle priorit\u00e0 strategiche atte a tutelarlo. Per noi, infatti, si \u00e8 trattato di un autentico trauma e non eravamo in alcun modo attrezzati ad affrontarlo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fino a quel momento, l\u2019appartenenza ad un blocco militare come la NATO ci aveva consentito di nascondere dietro un profilo internazionale le nostre carenze puramente nazionali. Nella nuova realt\u00e0, per\u00f2, quel gioco delle parti non era pi\u00f9 riproducibile. Occorreva assumersi responsabilit\u00e0 in proprio e, per farlo, eravamo totalmente privi degli strumenti adatti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo strumento per eccellenza, cio\u00e8 le Forze Armate in quanto tali, era ancora il problema pi\u00f9 facile da risolvere: era sufficiente riconfigurarlo sulla base delle nuove realt\u00e0 del mutato quadro strategico internazionale. Malgrado ci\u00f2, c\u2019\u00e8 voluto un quindicennio prima che il nostro corpo ufficiali si piegasse all\u2019esigenza di dotare il Paese di uno strumento militare professionale su base volontaria. C\u2019era tutto da guadagnare, in un passaggio del genere, in termini di legittimazione funzionale, visto che sarebbe profondamente mutata in senso professionale la natura dell\u2019organizzazione militare, ma al contrario \u00e8 stato fatto ogni sforzo per evitare questo approdo, peraltro inevitabile, nella difesa di uno status quo ispirata a considerazioni le pi\u00f9 diverse, ma certo non professionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I veri problemi, tuttavia, erano altri e consistevano essenzialmente nel dotare il Paese di una cultura strategica e di una cultura militare. Ma \u2013 e qui sta il punto \u2013 le due forze politicamente dominanti nel Paese, quella cattolica e quella comunista, erano impossibilitate a farlo dalla loro natura sostanzialmente a-nazionale, dal loro riferirsi ad ideologie internazionaliste profondamente diverse, ma certo prive di qualsiasi ispirazione nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Occorreva trovare una soluzione che consentisse all\u2019Italia di continuare a sviluppare una delle sue peculiarit\u00e0 storiche pi\u00f9 negative, vale a dire fingere di fare quello che facevano gli altri, quando in realt\u00e0 faceva qualcosa di profondamente diverso o, pi\u00f9 probabilmente, non faceva nulla. Non c\u2019era alcuna possibilit\u00e0 di sviluppare un concetto di interesse nazionale e tanto meno una cultura strategica nazionale, poich\u00e9 la cosa fuoriusciva completamente dall\u2019orizzonte culturale e si sarebbe tentati di dire anche antropologico di una classe dirigente che, per basse ragioni di bottega, aveva commesso il grave errore di identificare fascismo e Nazione, con la conseguenza che, invece di fare particolari danni al primo, ormai sconfitto, erano state inferte ferite irreparabili alla seconda, con esiti catastrofici per il futuro del Paese e della sua stessa percezione di s\u00e9. Ci sarebbe da interrogarsi a lungo se ci\u00f2 sia avvenuto a caso o per una scelta politica precisa, ma non \u00e8 questa la sede.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quel che conta davvero \u00e8 che, nel momento in cui i mutamenti della politica internazionale richiedevano all\u2019Italia un maggiore protagonismo in termini di produzione di sicurezza, il nostro Paese non disponeva di una cultura che gli consentisse di farlo. Semmai, era da tempo in preda ad una subcultura fatta di stereotipi negativi, di lassismo, di menefreghismo palesemente intesa a far pascere gli italiani, per di pi\u00f9 con soddisfatto autocompiacimento, nei loro peggiori difetti, contenti di autorappresentarsi (non necessariamente di essere) nel modo peggiore possibile. E\u2019 sufficiente pensare a certo cinema od a certa letteratura, in cui l\u2019italiano o \u00e8 cialtrone o non \u00e8, nel senso che la cialtroneria viene deliberatamente promossa come dato consustanziale, e ovviamente irrinunciabile, dell\u2019identit\u00e0 nazionale<a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_edn8\" name=\"_ednref8\">[viii]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poich\u00e9 era inammissibile sottrarsi ad obblighi che scaturivano dalla nostra posizione internazionale ed anche da vincoli di alleanza e solidariet\u00e0 con il mondo occidentale, la via che all\u2019inizio degli anni Ottanta venne scelta per giustificare una sempre maggiore presenza italiana in campo internazionale, presenza affidata essenzialmente alle sue forze militari, fu quella delle \u201cmissioni di pace\u201d che, a cominciare dal Libano (1982-1984), presero a diventare la stucchevole litania di accompagnamento di qualsiasi impegno italiano all\u2019estero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come \u00e8 fin troppo noto, c\u2019era e c\u2019\u00e8 ben poco di realmente pacifico nelle missioni che hanno accompagnato il crescente impegno militare italiano all\u2019estero degli ultimi due decenni. Nella maggior parte dei casi, erano interventi di stabilizzazione e \u2013 quel che \u00e8 davvero importante rilevare e che tutti tendevano (e tendono) invece a sottorappresentare -, se la finalit\u00e0 di fondo era innegabilmente pacifica, non altrettanto lo erano (e non avrebbero potuto esserlo) le modalit\u00e0 di intervento, che, per evidenti motivi tecnici, erano invece di stampo militare tradizionale. Questo secondo aspetto \u00e8 sempre stato deliberatamente nascosto, persino in occasione di eventi come la battaglia al <em>check point <\/em>\u201cPasta\u201d a Mogadiscio (2 luglio 1993), mentre avrebbe dovuto essere rappresentato, anzi sovrarappresentato, anche per rispetto nei confronti dei nostri militari, dal momento che i giusti obiettivi di stabilizzazione di fondo dovevano essere talvolta ottenuti con il ricorso alle armi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche se la nostra classe dirigente \u2013 politica e non \u2013 tende a negarlo (con pochissime eccezioni di rilievo, ad esempio il generale Carlo Jean), il vero problema di credibilit\u00e0 strategica internazionale dell\u2019Italia dopo la seconda guerra mondiale e l\u20198 settembre 1943 consiste nel ricostituirsi una credibilit\u00e0 militare. Una grande opportunit\u00e0 in questo senso sarebbe stata offerta dalla partecipazione di una brigata terrestre alla Guerra del Golfo del 1990-91, dato che quel conflitto, che si svolgeva all\u2019interno di una precisa deliberazione dell\u2019ONU, godeva di una legittimazione politica assoluta, che nessuno avrebbe potuto scalfire. Per contro, si \u00e8 preferito optare ancora una volta sull\u2019impegno aereo e su quello navale, rinunciando a quello terrestre, molto pi\u00f9 visibile e impegnativo. O, peggio, si \u00e8 preferito arrivare con una presenza terrestre in forze a cose fatte, come nel caso del secondo conflitto iracheno, svoltosi peraltro in un quadro di legittimit\u00e0 internazionale assai pi\u00f9 fragile, ci\u00f2 che comunque \u00e8 servito, in negativo, a consolidare a nostro carico una robusta fama di profittatori. Cos\u00ec come lo sono serviti, sempre in negativo, i milioni di dollari pagati ai rapitori in tentativi pi\u00f9 o meno riusciti di recupero di ostaggi, esperiti pure quando un blitz di forze speciali, condotto anche non da soli ma in stretta collaborazione con gli americani, avrebbe enormemente giovato alla nostra immagine internazionale e alla nostra stessa autostima<a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_edn9\" name=\"_ednref9\">[ix]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La motivazione che viene addotta costantemente a scusante di comportamenti cos\u00ec timidi, rinunciatari o addirittura sgradevoli, da parte della dirigenza politica e militare, \u00e8 che il Paese, nella sua intima essenza, non avrebbe la fibra per resistere ai drammi ed alle sofferenze di un conflitto. Gli eventi di Mogadiscio e quelli ben pi\u00f9 gravi e recenti di Nassiriya (12 novembre 2003) hanno dimostrato invece esattamente il contrario, vale a dire che l\u2019opinione pubblica italiana non \u00e8 formata da \u201cmammoni\u201d o da vili, ma da cittadini consapevoli che qualunque tipo di impegno internazionale impone i suoi costi, anche in termini di vite umane. In tali occasioni, quindi, non ci sono state manifestazioni di piazza contro il governo, ma un dolore sentito, commosso, composto e partecipe, che spesso ha dato luogo a partecipazioni di folla assolutamente inattese a cerimonie, ufficiali e non, di omaggio ai caduti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il problema della mancanza di una cultura strategica non \u00e8 dunque un problema di base, ma di vertice e, in particolare, di quella che \u00e8 l\u2019autorappresentazione degli italiani da parte della cultura dominante. Quello italiano \u00e8 un popolo come gli altri, con pregi e difetti. Quella che \u00e8 assolutamente peculiare, al punto da costituire un\u2019autentica anomalia, \u00e8 l\u2019incultura strategica che viene diffusa dal vertice, un vertice che a nessun livello \u2013 politico, militare o culturale \u2013 riesce ad immaginare l\u2019Italia come Nazione e i suoi cittadini come popolo, come comunit\u00e0 nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa non \u00e8 purtroppo una novit\u00e0: se guardiamo alla storia unitaria, i peggiori insuccessi militari italiani, da Adua<a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_edn10\" name=\"_ednref10\">[x]<\/a> a Caporetto, dalle tante sconfitte della seconda guerra mondiale all\u20198 settembre, non sono frutto della codardia popolare, ma della gigantesca insipienza di una classe dirigente, politica e non, che di dirigente aveva soltanto il nome ed i relativi privilegi, non certamente la capacit\u00e0 di acquisire competenze di vertice e tanto meno quella di assumersi le proprie responsabilit\u00e0. Spesso, nella storia nazionale, le masse si trovano in situazioni difficili e disperate e, salvo pochissime eccezioni, fuggono. Ma chi le ha messe in quelle condizioni, chi le ha gettate irresponsabilmente allo sbaraglio? Chi ha commesso errori politici e tecnici macroscopici? Chi, al momento buono, non si \u00e8 fatto trovare con i propri soldati a condividere la sconfitta, ma gi\u00e0 pronto a ricostruirsi una verginit\u00e0, a rifarsi una carriera, a far dimenticare le proprie colpe?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa irresponsabilit\u00e0 di vertice si \u00e8 sposata, nel secondo dopoguerra, con una assoluta estraneit\u00e0 delle culture dominanti \u2013 cattolica e comunista \u2013 alla dimensione nazionale. E quando, nel corso degli anni Novanta, la Prima Repubblica \u00e8 stata travolta dagli scandali e si \u00e8 profilata per un attimo la possibilit\u00e0 di un cambiamento, ci si \u00e8 ben presto resi conto che nessun cambiamento era possibile, dal momento che, se la dimensione politica era in crisi (poi in larga misura rientrata) non lo era per niente la dimensione metapolitica. Non a caso \u2013 e crediamo si tratti di affermazione assolutamente incontestabile \u2013 il quadro di riferimento culturale in cui si sono svolte le \u201cmissioni di pace\u201d all\u2019estero condotte dal governo Berlusconi \u00e8 il medesimo di quelli in cui si sono svolte le missioni precedenti: lagnosa insistenza sull\u2019ossimoro \u201csoldati di pace\u201d, sovrarappresentazione della \u201cvia italiana al <em>peacekeeping<\/em>\u201d (la tesi che vuole che gli italiani \u2013 in quanto \u201cbrava gente\u201d \u2013 siano molto pi\u00f9 capaci di altri popoli ad entrare in relazione con le popolazioni locali: un <em>wishful thinking<\/em> che cerca di recuperare \u201cin positivo\u201d gli stereotipi che ci portiamo addosso in ambito internazionale \u2013 simpatici, allegroni, maniaci del calcio e delle donne, e soprattutto gente \u201ccon il cuore in mano\u201d (che all\u2019estero suona in realt\u00e0 come \u201cinutilmente chiassosi ed emotivi\u201d) \u2013 per farne un punto di forza, prescindendo proprio da alcuni fattori fondamentali in certi contesti, come l\u2019impiego della forza stessa, la credibilit\u00e0 e l\u2019effettivo controllo sul territorio, e lasciando comprensibilmente cadere un velo di silenzio su pratiche non propriamente esaltanti, come l\u2019elargizione massiccia di grandi quantit\u00e0 di denaro ad amici e soprattutto a nemici, potenziali e non, a fini di stabilizzazione in nostro favore delle aree affidate al nostro controllo); nessun tentativo di rilegittimazione \u2013 ovviamente graduale e progressiva \u2013 della funzione militare come funzione \u201cguerriera\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sotto quest\u2019ultimo profilo, occorre riconoscere che il governo Berlusconi, ammesso e non concesso che l\u2019abbia cercata, non ha trovato alcuna sponda, sotto il profilo metapolitico, in ambito militare, e non solo perch\u00e9, restringendo i bilanci della Difesa pi\u00f9 ancora di quanto avessero fatto i precedenti esecutivi di centrosinistra, se ne \u00e8 comprensibilmente alienato le simpatie, ma anche e soprattutto perch\u00e9 \u2013 e, tra tutte le anomalie fin qui riscontrate, questa \u00e8 forse la maggiore \u2013 i militari italiani, a parte le solite ristrettissime eccezioni, sembrano i pi\u00f9 contenti, da parecchio tempo a questa parte di essere ossimori viventi, di \u201cessere non essendo\u201d, di rinunciare consapevolmente alla loro funzione primaria (quella guerriera) per andare alla ricerca di funzioni altre che restituiscano loro una parvenza di legittimit\u00e0 in un contesto dove, in questo caso del tutto a ragione, percepiscono di non averne alcuna<a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_edn11\" name=\"_ednref11\">[xi]<\/a>. Non \u00e8 un caso che, nel nostro Paese, la pi\u00f9 instancabile promotrice della figura risibile dei \u201csoldati di pace\u201d sia proprio l\u2019istituzione militare, con qualche correttivo parziale dovuto ad una residua forma di ritegno, ma con un\u2019insistenza degna di miglior causa. Se, infatti, una modestissima legittimazione su questo versante \u00e8 stata con il tempo (forse) trovata, il problema (che, sia detto per inciso, sembra sfuggire del tutto ai militari) \u00e8 che si tratta di una legittimazione a-funzionale, nel senso che sono riusciti a legittimarsi ad essere ci\u00f2 che non dovrebbero essere. Non ci sembra un gran risultato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se si guarda a tutto questo, non \u00e8 difficile approdare alla conclusione che siamo privi di una cultura strategica per il semplice fatto che siamo impossibilitati ad averne una. La cultura che in questo campo si \u00e8 consolidata nel nostro Paese negli ultimi decenni \u00e8 talmente solida da essere diventata \u2013 con i meccanismi tipici dei totalitarismi pi\u00f9 raffinati, quelli \u201cdolci\u201d \u2013 un obbligo a cui nessuna persona di retto sentire \u00e8 in grado di sottrarsi, per un automatismo di pensiero tipico delle \u201cdemocrazie guidate\u201d, che \u00e8 quello per cui si \u00e8 liberi di pensare ci\u00f2 che ci viene chiesto di pensare. Se poi per caso questa persona fosse dotata di tanto coraggio o di tanta incoscienza, ci penserebbe il sistema di valori edificato dalla cultura dominante a sottolinearne la \u201cdiversit\u00e0\u201d (quella che si combatte a parole, quando non fa comodo evidenziarla per delegittimare l\u2019avversario), l\u2019estraneit\u00e0, la stramberia, l\u2019appartenenza a quella che il mondo anglossassone (che la sa lunga in materia, in quanto \u00e8 l\u2019inventore di tale sistema) \u00e8 solito definire una <em>lunatic fringe<\/em>, cio\u00e8 una frangia di emarginati che non \u00e8 il caso di prendere troppo sul serio, in quanto lunatici, simpatico eufemismo per non dire pazzi. E\u2019 sufficiente partecipare ad un dibattito pubblico, anche a livelli molto modesti, per constatare di persona, prima ancora di essere contrastati dal moderatore (cosa che, se si sostengono certe tesi, avviene quasi regolarmente, dovunque si sia invitati a parlare), che il problema non \u00e8 ovviamente quello di esprimere liberamente le proprie idee (questo si pu\u00f2 benissimo farlo, tanto nessuno ascolta), ma semmai essere chiamati a farlo in un contesto culturale talmente condizionato da fare apparire provenienti da un altro pianeta (ed essere trattati, per quanto cortesemente, di conseguenza).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con questo, il cerchio si chiude, ma all\u2019interno del cerchio non rimangono soltanto pochi malcapitati, ma un intero Paese che oggi \u00e8 costretto dalla sua cultura dominante a \u201cpensare cooperativo\u201d, a fare continue attestazioni di becero pacifismo in una realt\u00e0 che \u00e8 sempre pi\u00f9 competitiva e che potrebbe presto diventare anche conflittuale. La logica sequenziale non \u00e8 uno dei punti di forza n\u00e9 della cultura n\u00e9 del carattere nazionale, ma, se venisse usata almeno una volta, potrebbe forse indurre qualche mente di funzionalit\u00e0 anche non superiore alla media a chiedersi quali vantaggi abbia prodotto, per l\u2019Italia come comunit\u00e0 nazionale, ispirare le proprie logiche ad un \u201cbuonismo\u201d di facciata (ch\u00e9 la realt\u00e0 sottostante \u2013 come sappiamo \u2013 \u00e8 alquanto diversa e lascia spazio a fenomeni dove il \u201ccattivismo\u201d malavitoso \u00e8, a tutti i livelli, assai diffuso) e ad una concezione irenica del mondo: non granch\u00e9, si potrebbe dire, vista la nostra caduta a picco in tutte le pi\u00f9 importanti classifiche internazionali, a favore di Paesi che molti italiani continuano a considerare (anche se magari, in nome del \u201cpoliticamente corretto\u201d, si astengono dal dirlo) un\u2019accozzaglia di selvaggi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il fatto \u00e8 che, per \u201cpensare strategico\u201d e per avere una cultura conseguente, occorre immaginarsi come popolo, come Nazione, come comunit\u00e0 di destino, non come un insieme malamente coeso di individui e interessi permanentemente in conflitto tra loro. Occorre avere un\u2019etica della responsabilit\u00e0 e degli obiettivi condivisi. Occorre, in una parola, \u201cfare sistema\u201d, come si dice oggi, con un neologismo che pu\u00f2 piacere o meno, ma che comunque rende bene l\u2019idea. Sfortunatamente, poco o nulla di tutto questo sta avvenendo e la cosa non \u00e8 casuale, ma frutto di crescenti ritardi culturali. Accade infatti che coloro che si ritengono all\u2019avanguardia e che continuano a ripetere \u2013 a trent\u2019anni di distanza \u2013 slogan che andavano bene (forse) a met\u00e0 degli anni Settanta, sono ovviamente scivolati in retroguardia, anche se non se ne sono accorti. Se continuano ad avere successo, \u00e8 perch\u00e9 detengono importanti posizioni di potere e perch\u00e9 i loro slogan di amore e fratellanza universali sono quelli che si sposano meglio con quell\u2019\u201detica dell\u2019irresponsabilit\u00e0\u201d che pare esercitare un\u2019attrazione irresistibile su una significativa componente dei nostri connazionali. I fautori dell\u2019\u201dimpegno\u201d politico nei <em>roaring Seventies<\/em> sono diventati oggi fautori di un irenismo e di un \u201cbuonismo\u201d che si sposa nel migliore dei modi con la paura di affrontare il mondo (e il mercato) che \u00e8 tipica di chi sa che da un confronto globale ha tutto da perdere e poco o nulla da guadagnare, da chi non ha voglia di impegnarsi, di lottare, di sforzarsi, e preferisce le piccole certezze di un\u2019esistenza garantita (che avr\u00f2 per me, mio figlio \u2013 ormai \u00e8 chiaro \u2013 non ne avr\u00e0 alcuna: ecco uno splendido esempio di senso della comunit\u00e0 e della continuit\u00e0\u2026), di un anonimato, di un rifugiarsi nel cantuccio che sarebbe anche allettante, almeno per qualcuno, se potesse durare in eterno, ma che invece \u00e8 frutto di un capitale faticosamente accumulato in passato ed ora in via di dissoluzione per eccesso di consumo irresponsabile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019\u201dassenza dalla Storia\u201d \u2013 il sogno neanche tanto proibito di una parte non trascurabile di italiani \u2013 \u00e8 per\u00f2 un sogno impossibile, perch\u00e9 non ci si pu\u00f2 assentare dalla dinamica storica, anche se molti provano seriamente a farlo. Su questo sfondo, la speranza che l\u2019Italia possa cominciare a \u201cpensare strategico\u201d \u00e8 pi\u00f9 di un sogno, \u00e8 probabilmente un\u2019autentica utopia. Che per\u00f2, come tutte le utopie, ha quanto meno il merito di indicare obiettivi, di porre traguardi. E ci si pu\u00f2 muovere nella sua direzione per piccoli passi, senza traumi particolari, alla sola condizione di voler sottrarsi al nullismo odierno, alle parole d\u2019ordine sbagliate, alle false verit\u00e0 ripetute stancamente come slogan di regimi totalitari. In caso contrario, perdurer\u00e0 e ovviamente si aggraver\u00e0 una condizione di vuoto culturale che \u00e8 soprattutto una condizione di vuoto strategico. Quel che \u00e8 certo \u00e8 che, in futuro, o acquisiremo una dimensione internazionale competitiva, e tutti gli strumenti utili a farlo, tra cui una cultura strategica e una militare, o cesseremo letteralmente di esistere e ritorneremo ad essere quell\u2019\u201despressione geografica\u201d di cui parlava con disprezzo il Metternich. Il vero problema \u00e8 che questa \u00e8 probabilmente una prospettiva assai allettante per molti italiani.<\/p>\n<p><strong>Piero Visani<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_ednref1\" name=\"_edn1\"><\/a><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p>[i] Su Caporetto, si leggano le illuminanti considerazioni di M. SILVESTRI, <em>Caporetto. Una battaglia e un enigma<\/em>, Mondadori, Milano 1984, in particolare per quanto concerne il \u201cfilo rosso\u201d che lega l\u2019\u201dItalia caporetta\u201d a quella dell\u20198 settembre 1943 e, per molti versi, a quella di sempre.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_ednref2\" name=\"_edn2\">[ii]<\/a> In proposito chi scrive, giovane laureando in Storia all\u2019Universit\u00e0 di Torino con una tesi di storia militare, all\u2019inizio degli anni Settanta ebbe il privilegio di raccogliere in tal senso la testimonianza diretta di uno dei massimi storici militari italiani, Piero Pieri, ormai molto anziano ma ancora lucidissimo nel riaffermare la propria volont\u00e0, quale interventista di Sinistra, di \u201cdimostrare al mondo che gli italiani sapevano battersi\u201d.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_ednref3\" name=\"_edn3\">[iii]<\/a> Sul tema, resta fondamentale il saggio di E. GALLI DELLA LOGGIA, <em>La morte della patria<\/em>, Laterza, Roma-Bari 1996.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_ednref4\" name=\"_edn4\">[iv]<\/a> Sul tema si legga l\u2019interessantissimo saggio di E. AGA ROSSI, <em>Una nazione allo sbando. L\u2019armistizio italiano del settembre 1943<\/em>, nuova edizione, Il Mulino, Bologna 1998.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_ednref5\" name=\"_edn5\">[v]<\/a> Sono note, ad esempio, le polemiche sulla reale natura dei fatti di Cefalonia del settembre 1943.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_ednref6\" name=\"_edn6\">[vi]<\/a> Si leggano, sul tema, le impietose ma in larga misura condivisibili valutazioni di G. ROCHAT, <em>Le guerre italiane 1935-1943. Dall\u2019impero d\u2019Etiopia alla disfatta<\/em>, Einaudi, Torino 2005.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_ednref7\" name=\"_edn7\">[vii]<\/a> La questione meriterebbe un\u2019indagine a parte. Quello che si pu\u00f2 dire in questa sede \u00e8 che, se il fascismo fosse stato realmente militarista, al di l\u00e0 di qualche modesta esibizione di facciata, avrebbe fatto ogni sforzo per ammodernare le forze armate e, soprattutto, per sottrarle al controllo di un corpo ufficiali ottusamente conservatore, misoneista e, in non pochi casi, professionalmente incompetente.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_ednref8\" name=\"_edn8\">[viii]<\/a> Per fare un esempio molto chiaro, si pensi all\u2019interpretazione di uno sport molto popolare come il calcio in due film diversi, ma entrambi piuttosto noti (il secondo addirittura premiato con l\u2019Oscar per il migliore film straniero nel 1992): <em>Fuga per la vittoria<\/em> (<em>Escape to Victory<\/em>) di John Huston (1981) e <em>Mediterraneo <\/em>di Gabriele Salvatores (1991). Nel primo, il calcio \u00e8 uno strumento con il quale dei combattenti, per quanto in misura largamente prevalente civili in uniforme e non soldati di professione, cercano di ridicolizzare il nemico e al tempo stesso di farne uno strumento per sottrarsi alla prigionia; dunque \u00e8 un mezzo, non un fine. Nel secondo, il calcio \u00e8 la rivendicazione dell\u2019identit\u00e0 nazionale: nel mezzo di una bufera planetaria, la partitella (neppure una partita regolare in uno stadio vero, come nel film precedente) in un campetto di fortuna di un\u2019isola greca \u00e8 il modo per riconoscersi, per affermare (sic) un s\u00e9, per trasmettere al mondo il messaggio: \u201cgli altri facciano pure le guerre, noi ci facciamo la partita\u201d e \u2013 quel che \u00e8 peggio \u2013 ci riconosciamo come tali solo quando la facciamo. Qui dunque il calcio \u00e8 un fine, non un mezzo; \u00e8 il punto di convergenza di un\u2019identit\u00e0 fragile, \u00e8 l\u2019esteriorizzazione dell\u2019irresponsabilit\u00e0 pi\u00f9 totale.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_ednref9\" name=\"_edn9\">[ix]<\/a> Su questo sfondo, la vicenda di Fabrizio Quattrocchi e della sua nobilissima rivendicazione a \u201cfar vedere come muore un italiano\u201d si pone a livelli di altezza tali da risultare gravemente stridente con il resto. Il che ne accresce ovviamente la portata.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_ednref10\" name=\"_edn10\">[x]<\/a> Su Adua e la mancanza di preparazione e di professionalit\u00e0 che gi\u00e0 in quella circostanza (ma c\u2019erano illustri precedenti come Custoza e Lissa nel 1866) venne palesata dalla classe militare italiana, si veda D. QUIRICO, <em>Adua. La battaglia che cambi\u00f2 la storia d\u2019Italia<\/em>, Mondadori, Milano 2004.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.blogger.com\/blogger.g?blogID=6722671103163300586#_ednref11\" name=\"_edn11\">[xi]<\/a> Il tema in questione \u00e8 sostanzialmente tab\u00f9 nel nostro Paese, per cui, essendo chi scrive uno dei pochi che ha cercato di svilupparlo, per altro in semiclandestinit\u00e0, \u00e8 purtroppo costretto a ricorrere all\u2019autocitazione: cfr. P. VISANI, <em>Forze Armate, mass media ed opinione pubblica nell\u2019Italia attuale. Cause e problemi di un difficile rapporto<\/em>, Roma 1994<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/italiaeilmondo.com\/2018\/11\/10\/perche-siamo-privi-di-una-cultura-strategica-di-piero-visani\/\">http:\/\/italiaeilmondo.com\/2018\/11\/10\/perche-siamo-privi-di-una-cultura-strategica-di-piero-visani\/<\/a><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ITALIA E IL MONDO (Pietro Visani) &nbsp; Qui sotto un saggio di Piero Visani, gi\u00e0 pubblicato nel 2013. L\u2019interesse, ovviamente, scaturisce dall\u2019analisi dell\u2019approccio di fondo che ha mosso le scelte di politica estera e di intervento militare delle classi dirigenti del nostro paese piuttosto che dall\u2019approvazione o meno delle specifiche azioni nelle particolari contingenze politiche_Giuseppe Germinario &nbsp; Peter Pace, Edmund Giambastiani, addirittura Marilyn Quagliotti: se si guarda al vertice militare delle Forze Armate statunitensi,&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":25122,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/germinario-italiaeilmondo.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-bX9","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45951"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=45951"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45951\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":45952,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/45951\/revisions\/45952"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/25122"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=45951"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=45951"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=45951"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}