{"id":46044,"date":"2018-11-16T09:00:28","date_gmt":"2018-11-16T08:00:28","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46044"},"modified":"2018-11-16T08:54:29","modified_gmt":"2018-11-16T07:54:29","slug":"sulla-belt-and-road-initiative","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46044","title":{"rendered":"Sulla Belt and Road Initiative"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>SINISTRA IN RETE (Nicola Tanno)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories7\/c4d72c83-dbd9-4c19-b13c-237c6063702b.jpeg\" alt=\"c4d72c83 dbd9 4c19 b13c 237c6063702b\" width=\"300\" height=\"235\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Nuova Via della Seta \u00e8 il grande progetto della Cina del XXI secolo. Rifacendosi all\u2019antica via commerciale del secondo secolo d.C. della dinastia Han, la Belt and Road Initiative (BRI) \u00e8 un piano per la costruzione di infrastrutture di trasporto e logistiche che coinvolge decine di paesi di tutto il mondo per un valore di pi\u00f9 di mille miliardi di dollari. Di questo ambizioso progetto ne ha parlato Diego Angelo Bertozzi in <i>La Belt and Road Initiative. La Nuova Via della Seta e la Cina globale<\/i> (Imprimatur). In questa intervista Bertozzi, gi\u00e0 autore di altri volumi sul paese orientale, ha discusso sulle prospettive della BRI e sul futuro della Cina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">* * * *<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>1) La Nuova Via della Seta viene descritto come un progetto aperto e in costante evoluzione. Che definizione daresti della BRI e quali sono per te i suoi scopi principali?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Della nuova via della seta esistono diverse mappe \u2013che di volta in volta segnalano l\u2019aggiornamento delle rotte individuate o dei progetti in essere. La prima ufficiale \u00e8 stata pubblicata nel 2013, mentre l\u2019ultima versione \u00e8 del dicembre del 2016 e porta alcune novit\u00e0 quali una descrizione pi\u00f9 dettagliata dei corridoi terrestri, la copertura dell\u2019intero bacino mediterraneo lungo una linea che prosegue, senza una meta precisa, verso l\u2019Atlantico, cos\u00ec come a est si aprono rotte marittime verso l\u2019Artico e oltre l\u2019Australia. Queste aperture indefinite, cos\u00ec come la maggiore specificazione dei percorsi terrestri e marittimi, vanno a confermare la natura aperta dell\u2019intero progetto, che non segue disegni e confini prestabiliti, che si adatta di volta in volta agli accordi conclusi e che non preclude possibili nuove collaborazioni. Tentativi, verifiche sul campo, cautela e metodi d&#8217;azione non rigidi permettono di saggiare tanto le potenzialit\u00e0 di possibili quanto di valutare le possibili contromosse di competitori strategici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si capisce quindi il motivo per il quale a Pechino si preferisca \u2013 certo anche per motivi propagandistici \u2013 utilizzare la parola \u201cprogetto\u201d anzich\u00e9 \u201cstrategia\u201d, pi\u00f9 sospettosa, politicamente impegnativa e produttrice di contrasti. Di fatto ancora oggi della via della seta si conoscono bene i punti di partenza mentre dove finisca resta un sorta di mistero visto che oltre a riguardare ormai un&#8217;ottantina di Paesi, tra i quali tutti i quattordici vicini e confinanti (India esclusa), la lista include ora quelli pi\u00f9 lontani in Africa, Sudamerica e persino America Centrale. Ritengo appropriata la defizione di \u201cprocesso\u201d data alla Belt and Road Inititative dall\u2019European Institute for Asian Studies, proprio alla luce dell\u2019ampliamento geografico e dell\u2019evoluzione dei progetti: \u201cLa Bri progredisce attraverso un processo evolutivo, abbiamo gi\u00e0 visto la sua metamorfosi da un&#8217;iniziativa focalizzata esclusivamente sull&#8217;infrastruttura verso una che ora include anche componenti industriali, tecnologici, culturali e ambientali. Allo stesso tempo, la Bri ha aumentato il suo ambito geografico spostando la sua attenzione dalla storica regione della Via della Seta a tutto il mondo. Anche i responsabili delle politiche cinesi stanno preparando per la Bri obiettivi sempre pi\u00f9 ambiziosi; dallo sviluppo economico alla costruzione di una comunit\u00e0 di destino condiviso per tutta l&#8217;umanit\u00e0. Di conseguenza, l&#8217;unica costante che la Bri ha mostrato \u00e8 la sua propensione al cambiamento\u201d. Quanto agli scopi la letteratura si \u00e8 da tempo concentrata sulla risposta all&#8217;eccesso di produzione, sulla scalata nella catena del valore globale, sulla messa in sicurezza delle proprie frontiere e su quella delle vie di rifornimento energetico, senza dimenticare che i pi\u00f9 accaniti avversari dell&#8217;ascesa cinese in Occidente la dipingono come nient&#8217;altro che un progetto di dominio geopolitico ordito dal Partito comunista cinese. La mia opinione \u00e8 che \u2013 accanto a tutto questo \u2013 ci troviamo di fronte ad un&#8217;iniziativa complessa che ridisegna gli equilibri di potere economico e politico a livello globale, spostandone il centro in Oriente e, nello specifico, a Pechino. Una marcia complessa e complessiva accompagnata da nuove organizzazioni e istituzioni quali la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), la Shanghai Cooperation Organization, i Brics e il Silk Road Fund. Di certo negli ultimi tempi le questioni di sicurezza trovano sempre pi\u00f9 importanza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2) Per anni e in silenzio, Pechino ha fatto dell\u2019Africa il \u201claboratorio\u201d della BRI. Quali sono stati i principi dell\u2019impegno della Cina in questo continente e quali risultati se ne possono trarre?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non c&#8217;\u00e8 dubbio: l\u2019Africa pu\u00f2 essere considerata per molti aspetti il continente nel quale la Cina popolare ha messo in pratica molte delle politiche diplomatiche e commerciali che stanno dando sostanza alla Belt and Road. Oggi la Cina popolare \u00e8 il primo partner commerciale del continente, il primo finanziatore di infrastrutture, il primo per crescita in percentuale degli investimenti diretti e il terzo donatore di aiuti. Un \u201claboratorio\u201d, appunto, che sebbene inizialmente non ufficialmente inserita nell\u2019iniziativa, ha permesso e permette di sperimentare e adeguare le linee del proprio intervento. Che la prima base all\u2019estero cinese sia in Africa non \u00e8 una sorpresa, come non lo \u00e8 il fatto che qui possa anche essere messa in discussione la politica di non-intervento, uno dei principi basilari della politica estera cinese fin dalla sua fondazione. Se la nuova via della seta \u00e8 generalmente identificata con le infrastrutture, allora a maggiore ragione l\u2019Africa \u00e8 il \u201claboratorio\u201d di Pechino da mezzo secolo. Ad essere elevato a simbolo di cooperazione e solidariet\u00e0 durature \u00e8 la citatissima ferrovia che collega la Tanzania e la Zambia inaugurata nel 1976: la messa a terra di binari per quasi 1.900 km, per un costo totale di circa 450 milioni di dollari, fu resa possibile dal lavoro quinquennale di 25mila operai e tecnici cinesi e 50mila colleghi africani. Certo, al di l\u00e0 della solidariet\u00e0 e della comune appartenenza al fronte antimperialista, Pechino puntava a trovare nuovi alleati nella lotta al riconoscimento con Taiwan, ma quest\u2019opera consent\u00ec allo Zambia di collegarsi al porto di Dar es Salaam e rompere cos\u00ec il \u201cricatto\u201d economico della allora Rhodesia bianca e razzista. A questo colossale progetto segu\u00ec la meno ricordata autostrada di 900 km terminata due anni dopo in Somalia. Sono storie di un\u2019epoca che pare lontanissima, con la Cina popolare, da poco uscita dalla rivoluzione culturale, impegnata a rivaleggiare con l\u2019Urss che in Egitto aveva realizzato la diga di Assuan e a mostrare che era in grado di assumere impegni che l\u2019Occidente rifiutava. Ma questa memoria, e non solo a livello ufficiale, resta viva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le tante infrastrutture \u2013 ferrovie, autostrade, ponti \u2013 che la Cina ha costruito e finanziato in Africa rispondono certamente anche ad una necessit\u00e0 economica di ri-localizzare parte della propria produzione manifatturiera a basso valore aggiunto, ma \u00e8 fuor di dubbio che questo massiccio impegno non dia risposta solo a precisi interessi cinesi: sono diversi gli studiosi africani e occidentali &#8211; le cui opinioni riporto nel libro \u2013 che sottolineano come si stia operando una cesura con l&#8217;epoca coloniale che porrebbe termine ad una vera e propria strozzatura collegando tra loro i vari centri regionali. Collegamenti che, oltre a portare pi\u00f9 prodotti cinesi in Africa e pi\u00f9 beni grezzi africani in Cina, hanno il potenziale per facilitare il commercio e la produzione condivisa tra le diverse economie dell&#8217;Africa orientale e favorire in qualche modo un processo di integrazione regionale. Oltre al commercio, uno dei frutti della Bri in Africa potrebbe anche essere la crescita dell\u2019urbanizzazione e l\u2019espansione della classe media delle citt\u00e0 grazie all\u2019apertura di fabbriche locali che creano occupazione, diffondono tecnologia e abilit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3) La Cina quando investe non bada al rispetto dei diritti umani in base a un principio di non ingerenza. Non credi che la Cina si faccia promotrice dell\u2019idea che uno Stato autoritario sia la miglior via per la crescita economica?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra i principi guida della politica internazionale cinese \u2013 come detto in precedenza \u2013 ci sono quelli della non interferenza nella politica interna dei Paesi ed il rispetto della sovranit\u00e0 e delle autonome vie di sviluppo sociale ed economico. Questo \u2013 certo attirandosi forti critiche \u2013 ha comportato strette relazioni politiche economiche con governi accusati di pesanti violazioni di diritti umani. Credo comunque che sia poco sostenibile la tesi di una Cina nel ruolo di promotrice del modello autoritario come via per lo sviluppo economico, proprio quando l&#8217;esportazione \u2013 anche armata \u2013 del modello democratico occidentale ha prodotti giganteschi fallimenti. Semmai Pechino \u2013 certo sempre pi\u00f9 consapevole dell&#8217;attrativit\u00e0 esercitata dal proprio modello \u2013 \u00e8 impegnata a livello internazionale, a partire dalle Nazioni Unite, a ridefinire ed allargare il campo dei diritti umani insistendo in particolar modo sul fatto che si debba tener conto del livello di sviluppo raggiunto da ogni Paese e che quelli ancora impegnati nella fuoriuscita dal sottosviluppo abbiano priorit\u00e0 diverse. In sostanza si mette in discussione l\u2019egemonia occidentale sulla definizione dei diritti umani per privilegiare quelli \u201ccollettivi\u201d in ambito economico e sociale. Ed anche in questo caso non mancano novit\u00e0 per quanto poco evidenziate dalla stampa occidentale: la risoluzione \u201cThe Contribution of Development to the Enjoyment of All Human Rights\u201d, adottata nel giugno del 2017, su iniziativa cinese, dal Consiglio dei diritti umani dell\u2019ONU grazie all\u2019appoggio di una settantina di Paesi, ci racconta di una crescente propensione ad affrontare il tema dei diritti umani in una prospettiva globale, non limitandola ai soli diritti politici e ampliandola al riconoscimento di quelli economico-sociali e subordinandola al livello di sviluppo economico raggiunto. Determinata a far sentire la propria voce nel campo della definizione e della promozione dei diritti umani, all\u2019inizio del dicembre 2017 Pechino ha ospitato la prima edizione del \u201cForum Sud-Sud sui diritti umani\u201d con la partecipazione di trecento rappresentanti provenienti da settanta Paesi in via di sviluppo. Nell\u2019incontro Pechino ha ribadito la propria posizione con la sottoscrizione di una dichiarazione finale che insiste sul collegamento tra diritti umani e livello di sviluppo raggiunto da ogni singolo Paese: \u201cAl fine di garantire l&#8217;accettazione e il rispetto universali dei diritti umani, la realizzazione dei diritti umani deve tenere conto dei contesti regionali e nazionali e dei contesti politici, economici, sociali, culturali, storici e religiosi. La causa dei diritti umani deve e pu\u00f2 essere avanzata solo in conformit\u00e0 con le condizioni nazionali e le esigenze dei popoli. Ogni Stato dovrebbe aderire al principio di combinare l&#8217;universalit\u00e0 e la specificit\u00e0 dei diritti umani e scegliere un percorso di sviluppo dei diritti umani o un modello di garanzia adatto alle sue condizioni specifiche. Gli Stati e la comunit\u00e0 internazionale hanno la responsabilit\u00e0 di creare le condizioni necessarie per la realizzazione dei diritti umani, compreso il mantenimento della pace, della sicurezza e della stabilit\u00e0\u201d. Nel documento ad essere indicati come \u201cdiritti umani fondamentali\u201d sono prima di tutto quelli economici e sociali: \u201cI paesi in via di sviluppo dovrebbero prestare particolare attenzione alla salvaguardia del diritto alla sussistenza e al diritto allo sviluppo, in particolare per ottenere un tenore di vita decoroso, cibo adeguato, abbigliamento e acqua potabile pulita, il diritto alla casa, il diritto alla sicurezza, al lavoro, all\u2019istruzione e il diritto alla salute e alla sicurezza sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4) Negli Stati Uniti ridiventano maggioritarie, dopo pi\u00f9 di un secolo, tesi isolazioniste e protezioniste. Credi che nella BRI sia soprattutto un progetto che vuole sostituire pacificamente gli Stati Uniti come potenza egemonica?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La vocazione \u201canti-egemonica\u201d \u00e8 ancora ben radicata nella posizione ufficiale della Cina popolare, anche se sempre pi\u00f9 diffusa si fa la riflessione sulla fine dell&#8217;egemonia occidentale sul sistema internazionale. Difficile per\u00f2 pensare alla Bri come via scelta da Pechino per imporre la propria egemonia. Semmai il successo di questa mastodontica iniziativa potrebbe portare ad un sistema di maggiore \u201ccondivisione\u201d di responsabilit\u00e0 riportando in vita lo spirito iniziale delle Nazioni Unite, prima che si imponessero le divisioni della guerra fredda. Di fatto la modifica degli equilibri e dei rapporti di forza \u00e8 gi\u00e0 in atto se si pensa \u2013 come ricordato prima \u2013 agli sviluppo di nuove organizzazioni, istituzioni e fora internazionali che vedono Pechino al centro insieme ad altre potenze come Russia e India, oltre che ad attori regionali come Pakistan ed Iran. C\u2019\u00e8 chi, proprio partendo dall\u2019immagine di una Cina come guida di un mondo che fino a pochi anni prima era abituato a seguire lo \u201cWashington consensus\u201d, si \u00e8 spinto fino a parlare di un \u201csecolo americano giunto al termine\u201d. He Yafei, ex vice-ministro degli Esteri, parte dalla \u201csvolta storica\u201d determinatasi dalla crisi economica del 2008 per definire il 2017 come \u201cpunto di partenza di una nuova era\u201d destinata inevitabilmente, passo dopo passo, a sostituire la rete di sicurezza militare attorno agli Usa con una di segno collettivo, cooperativo e comune: \u201cil bilanciamento del potere mondiale \u00e8 cambiato, la globalizzazione si \u00e8 ulteriormente sviluppata e la reputazione dell&#8217;America \u00e8 diminuita drasticamente nell&#8217;era post-americana, dimostrando che l&#8217;alleanza militare globale supportata dagli Stati Uniti non pu\u00f2 mantenere la pace e la tranquillit\u00e0 del mondo, n\u00e9 pu\u00f2 salvaguardare la propria sicurezza\u201d. Il quadro della riflessione cinese sul nuovo ruolo del Paese \u00e8 tuttavia pi\u00f9 complesso, con posizioni che vanno dalla sfiducia rispetto ad un ordine internazionale plasmato dall\u2019Occidente, alla richiesta di assumere sempre maggiori responsabilit\u00e0, passando per un maggioritario e pragmatico \u201cmultilateralismo selettivo\u201d che predilige la collaborazione sul piano economico e finanziario; altre persino \u201criluttanti\u201d di fronte a compiti e responsabilit\u00e0 giudicati troppo pesanti per una potenza in vistosa ascesa ma ancora impegnata nella risoluzione di enormi problemi economici e sociali, priva di una mentalit\u00e0 da grande potenza e non ancora in grado di eguagliare gli Usa in termini di forza globale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>5) Xi appare come un leader molto pi\u00f9 attivo nella politica internazionale rispetto ai suoi predecessori. Stiamo assistendo a un superamento della politica del \u201cbasso profilo\u201d imposta da Deng? Quali sono i rischi del nuovo interventismo cinese?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quella che il gruppo dirigente guidato da Xi Jinping abbia mandato in soffitta la politica internazionale del basso profilo di Deng \u00e8 opinione assai diffusa e che prende spunto proprio dagli sviluppi della Belt and Road e dalla sue conseguenze come l&#8217;apertura a Gibuti di un primo avamposto militare all&#8217;estero e l&#8217;attenzione \u2013 si pensi a Siria e Afghanistan \u2013 ad attenzionare in modo particolare le minacce terroristiche nel Medio Oriente offrendo collaborazione ed assistenza politica e militare. Ritengo che le linee guida che determinarono la svolta denghista a fine anni Settanta restano valide proprio perch\u00e9 si sono adeguate \u2013 e con esse la prassi \u2013 al modificarsi del quadro internazionale. Come allora anche oggi la Cina popolare necessita per il raggiungimento dei suoi obiettivi di un ambiente pacifico, privo di tensioni eccessive, e di una collaborazione tra Stati ed organizzazioni; non serve alcuno stravolgimento dell\u2019attuale sistema internazionale \u2013 nel quale la Cina \u00e8 cresciuta e si sta sviluppando \u2013 quanto semmai un suo adeguamento all\u2019emergere di nuove potenze regionali e alle richieste di una popolazione mondiale che risiede fuori dall\u2019occidente. Accusata da pi\u00f9 parti di rifuggire alle proprie responsabilit\u00e0, oggi la Cina si fa \u201cglobale\u201d per difendere quei principi di collaborazione internazionale e apertura dei mercati che l\u2019emergere delle tentazioni isolazioniste e protezionistiche mettono in discussione. Ora c\u2019\u00e8 la consapevolezza che al proprio ruolo non si pu\u00f2 fuggire e in questo \u00e8 stato chiaro \u2013 seppur in brevi passaggi \u2013 lo stesso Xi Jinping nel suo lungo discorso di apertura all&#8217;ultimo congresso del Partito comunista cinese quando ha indicato al proprio paese il futuro immediato di \u201ccostruttore della pace globale, di contribuente attivo allo sviluppo della governance globale e di protettore dell\u2019ordine internazionale\u201d. Bench\u00e9 generalmente ritenuto l\u2019artefice di un drastico cambio di passo nel segno dell\u2019assertivit\u00e0 in politica estera, Xi si muove lungo un percorso che gi\u00e0 il predecessore Hu Jintao aveva tracciato nel suo discorso di apertura al 18\u00b0 congresso del 2012 invitando la Cina ad \u201cassumere un ruolo attivo negli affari internazionali e a lavorare per rendere l\u2019ordine e il sistema internazionali pi\u00f9 equi e giusti\u201d. Una continuit\u00e0 che potremmo retrodatare ancora di pi\u00f9, spingendoci fino agli anni Settanta proprio quando si avviava alla conclusione la fase della rivoluzione culturale e si apriva la strada alla politica di riforma e apertura: nel 1974 Pechino appone la sua firma al programma d\u2019azione per la creazione di un nuovo ordine economico internazionale, adottato dalla sesta sessione speciale dell\u2019Assemblea generale delle Nazioni Unite, teso a favorire un riequilibrio delle scambi economici pi\u00f9 favorevole ai Paesi in via di sviluppo e una nuova regolamentazione del governo dell\u2019economia globale. Un programma che, basato sul ruolo centrale dello Stato e dell\u2019economia pubblica, venne poi superato dall\u2019ondata liberista via via consolidatasi a partire dalla fine degli anni Ottanta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>6) Nonostante le rassicurazioni di Pechino, il Pentagono afferma nei suoi ultimi documenti che la Cina rappresenta la sua principale minaccia. \u00c8 pensabile che un\u2019avanzata economica (e diplomatica) cinese non sorretta da un altrettanto forte struttura militare, eviter\u00e0 uno scontro diretto con gli Stati Uniti?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci sono pochi dubbi sul fatto che agli occhi di Washington la Cina \u2013 ancor pi\u00f9 della Russia \u2013 sia vista come il vero e proprio avversario strategico sul piano globale. Lo mostrano appunto tanto gli ultimi documenti ufficiali sulla sicurezza quanto le operazioni della marina Usa nelle acque del Mar cinese meridionale, il tentativo di riattivare meccanismi e alleanze militari risalenti alla guerra fredda come il Quad (Usa-India-Giappone-Australia) oppure la maggiore attenzione rivolta ai rapporti politici e militari con Taiwan. Nel primo documento che raccoglie la nuova strategia di sicurezza dell\u2019amministrazione Trump \u2013 il National Security Strategy of the United States of America (dicembre 2017) &#8211; diverse sono le accuse rivolte a Pechino, oltre a quella ormai abituale di furto di propriet\u00e0 intellettuali, con toni che ricordano un clima da guerra fredda (mondo libero contro mondo della repressione). In quanto \u201cpotenza sfidante\u201d e \u201crevisionista\u201d la Cina punta a plasmare il mondo imponendo valori antitetici a quelli degli Stati Uniti, minacciando la sovranit\u00e0 dei piccoli Paesi e promuovendo, attraverso investimenti all\u2019estero, un modello politico incentrato sul ruolo direttivo dello Stato in economia. Per quanto non esplicitato, il riferimento alla Belt and Road \u00e8 presente in diversi punti del documento con accenni ovviamente preoccupati sulla sua valenza strategica in termini di aumento dell\u2019influenza cinese, soprattutto in Asia: \u201cGli investimenti infrastrutturali e le strategie commerciali della Cina rafforzano le sue aspirazioni geopolitiche\u201d. Un tentativo di accerchiamento militare al quale Pechino ha risposto e risponde modernizzando la propria struttura militare e dando priorit\u00e0 alla marina (attualmente \u00e8 in costruzione la terza portaerei). Ad evitare la possibilit\u00e0 che lo scontro si sposti dal piano politico e commerciale a quello militare, oltre alla necessit\u00e0 di Pechino di un clima di pacifica collaborazione in Asia per proseguire sulla strada delle riforme economiche e sviluppare la Bri, c&#8217;\u00e8 anche la spinta di parte del capitale e del mondo politico Usa di avviare una proficua collaborazione proprio nell&#8217;ambito della Belt and Road: si pensi alla recente firma di un accordo tra il cinese Silk Road Fund e la General Electric per lo sviluppo di una piattaforma d\u2019investimenti congiunta in infrastrutture energetiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>7) In nome del principio del mutuo beneficio, Pechino si rivolge a tutti, anche in Medio Oriente, sempre in chiave economica, quasi mai in quella militare. Ma \u00e8 possibile, per una forza sempre pi\u00f9 grande, non cadere prima o poi nelle contraddizioni profonde di quest\u2019area, giungere a una rottura con alcuni partner e finanche impegnarsi militarmente?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pechino ha un imperativo: la stabilit\u00e0 di tutta l&#8217;area Mediorientale (Asia occidentale), indispensabile per la riuscita della Bri, sia nella variante terrestre che in quella marittima. I tanti progetti in campo, dalla Penisola Arabica alla Turchia, obbligano ad una politica diplomatica attenta, prudente e che pur non rinunciando a rapporti privilegiati (si pensi all&#8217;Iran) punta, quindi, maggiormente sulla collaborazione economica. La Bri in questo si dimostra un utile e vantaggioso strumento flessibili perch\u00e9 permette di stringere accordi diversificati in base al partner, dagli sviluppi ferroviari e portuali a quelli finanziari passando per la collaborazione in ambito di sicurezza. Se da una parte non \u00e8 pensabile una rottura con alcuni partner, dall&#8217;altra \u00e8 indubbio che esigenze di sicurezza \u2013 il terrorismo di matrice islamica &#8211; spingono e spingeranno Pechino ad intervenire maggiormente nell&#8217;area come avvenuto in Siria accompagnando l&#8217;appoggio diplomatico e l&#8217;assistenza militare al governo legittimo con iniziative volte a favorire il dialogo tra le parti e l&#8217;impegno alla ricostruzione delle strutture del Paese. Nelle file dell&#8217;Isis erano presenti centinaia di militanti di etnia uigura che potrebbero ritornare in Xinjiang e gettare nuova benzina sul fuoco separatista in una regione cruciale proprio per la riuscita della Bri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>8) Nel libro hai citato autori che sottolineano che la Germania vede la Cina pi\u00f9 come un rivale strategico che come un partner e che i paesi dell\u2019Europa orientale \u2013 proprio quelli pi\u00f9 atlantisti e anticomunisti \u2013 stiano reagendo con entusiasmo alla BRI. La BRI sta dividendo l\u2019Unione Europea? Esiste una politica comunitaria in risposta agli investimenti di Pechino?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La recente visita della Merkel a Pechino ha ribadito la necessit\u00e0 della collaborazione tra i due Paesi &#8211; la Germania \u00e8 la prima meta Ue degli investimenti cinesi che si concentrano soprattutto su acquisizioni per tecnologia e know how da utilizzare in patria &#8211; anche se non mancano distanze sul piano politico (diritti umani, questione tibetana). Non stupisce quindi che sia stata proprio Berlino, e con esso Parigi e Roma, a preoccuparsi per le acquisizioni cinesi in settori ad altro contenuto tecnologico &#8211; l&#8217;allarme \u00e8 scattato con \u00e8 scattato con l\u2019acquisizione di una quota del 35% da parte della cinese Midea, nonostante la forte contrariet\u00e0 del governo Merkel, del costruttore tedesco di robot Kuka, fiore all\u2019occhiello nel processo di automazione industriale &#8211; a spingere con decisione per l\u2019introduzione di un regolamento di controllo europeo sugli investimenti cinesi. Il progetto presentato dalla Commissione europea nel settembre 2017 \u2013 una sorta di \u201cscudo protettivo\u201d \u2013 allarga il novero dei settori industriali nei quali i governi nazionali possono bloccare operazioni d\u2019acquisto da parte di Pechino, pur non imponendo ad adottare regolamenti &#8211; una \u201cgolden power\u201d a livello continentale &#8211; per procedere al blocco. Nella sostanza il meccanismo delineato non prevede alcuna procedura vincolante, ma l\u2019attivazione di un procedimento di consultazione tra Stati e con la Commissione europea in caso di investimenti che mettano a rischio sicurezza o influiscano su programmi o progetti europei. La mancanza di vincoli e obblighi nel processo di protezione \u00e8 il frutto, ancora una volta, di un compromesso con i Paesi che sono interessati agli investimenti cinesi. Un risultato al di sotto delle attese se si pensa che una sorta di modello di riferimento \u00e8 dato dal Comitato di controllo sugli investimenti esteri negli Stati Uniti che mette sotto controllo tutti gli investimenti cinesi e pu\u00f2 influire sulla decisione di blocco. \u00c9 indubbio che la Cina negli ultimi anni \u2013 anche se gli investimenti sono ancora a livelli bassi \u2013 abbia messo piede nell&#8217;Europa centrale e orientale sfruttando anche la necessit\u00e0 di investimenti infrastrutturali dei diversi Paesi e stretto significativi rapporti con Ungheria e Grecia, entrambi membri dell&#8217;Unione Europa. Dal punto di vista politico il timore \u00e8 che la presenza di Pechino, delle sue risorse economiche, si trasformi anche in influenza politica in alcuni dossier caldi che coinvolgono l\u2019Unione Europea. Qualche segnale in questo senso, effettivamente, non manca: nel luglio del 2016 Grecia ed Ungheria hanno evitato che la dichiarazione Ue sulle rivendicazioni sul Mar cinese meridionale facesse diretto riferimento a Pechino; nel marzo del 2017 l\u2019Ungheria ha impedito che la Ue firmasse come blocco unico un documento di condanna su presunti casi di tortura ai danni di avvocati detenuti in Cina, mentre nel luglio successivo la Grecia di Tsipras ha bloccato una dichiarazione dell\u2019Unione europea, in seno al Consiglio dei diritti umani dell\u2019Onu, di critica sulla situazione dei diritti umani sempre in Cina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>9) C\u2019\u00e8 un po\u2019 d\u2019Italia nella BRI? Dove sono diretti gli investimenti principali? Concordi con l\u2019opinione di Giuliano Marrucci, da te intervistato, che ritiene che nel nostro paese il \u201cSistema Paese\u201d non ha capito l\u2019importanza del progetto?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Situata in mezzo al Mar Mediterraneo, ovvero il terminale occidentale della via Marittima della seta del 21\u00b0 secolo, l&#8217;Italia \u00e8 considerata dai leader cinesi una risorsa fondamentale per la realizzazione complessiva della Belt and Road e il successo dei collegamenti con l\u2019Europa centrale, orientale e settentrionale grazie ai suoi porti e alle sue ferrovie. La Cina \u00e8 ormai una potenza mediterranea grazie ad una presenza logistica ed economica che non si \u00e8 certo limitata all\u2019acquisto del porto del Pireo: ci sono la partecipazione da parte di Cosco nella joint venture che gestisce il terminal container del Canale di Suez, l\u2019accordo per la costruzione in Algeria di un centro di trasbordo merci nel porto di Sarsal e l\u2019acquisizione del 65% del Kumport terminal in Turchia, vicino a Istanbul, futura porta sul Mediterraneo della via terrestre asiatica. La centralit\u00e0 italiana \u00e8 stata evidenziata recentemente dall\u2019ambasciatore italiano a Pechino Ettore Sequi: dal Pireo per arrivare all\u2019Europa centrale e occidentale, bisogna costruire infrastrutture che hanno un costo elevato e che attraversano una serie di Paesi, alcuni di questi europei con precise regole di procurement e in questo quadro il Belpase vanta un sistema portuale efficace, con procedure di sdoganamento tra le pi\u00f9 veloci in Europa, la vicinanza al centro Europa, ed interconnessioni ferroviarie gi\u00e0 pronte ed efficaci da mettere a disposizione dei cinesi. E l\u2019Italia pare proprio avere consapevolezza del proprio ruolo da giocare, come dimostrano l\u2019ingresso come Paese fondatore nella AIIB, la partecipazione del primo ministro Gentiloni \u2013 unico capo di governo del G7 presente \u2013 al Belt and Road Forum di Pechino e la vera e propria esplosione di iniziative, convegni e giornate di studio che a partire dal 2017 hanno puntellato tutto il Paese, e dai molti articoli e approfondimenti ospitati da riviste e quotidiani, persino quelli locali. Prima guardata con attenzione \u2013 e portata avanti \u2013 dalla \u201ccomunit\u00e0 degli affari\u201d, la Bri ha ormai raggiunto i luoghi del dibattito politico, sfiorando persino la recente campagna elettorale. L&#8217;attenzione cinese si dirige, quindi, verso i porti di Trieste e Genova grazie alle loro interconnessioni ferroviarie. La Cina ha messo le mani anche sul porto di Vado Ligure dove \u00e8 in via di ultimazione una delle \u201copere tra le pi\u00f9 attese in Italia\u201d: il nuovo terminal container che vede Cosco detenere il 40% delle quote e Qingdao port international development il 9,9%. Fondamentale sar\u00e0 il collegamento ferroviario: dalla stazione di Savona &#8211; questa \u00e8 la previsione \u2013 partiranno treni lunghi 450 metri che garantiranno il collegamento con gli interporti dell\u2019Italia settentrionale, aprendo nuovi mercati in Francia, Svizzera, Germania e Austria. Nel giugno del 2017 Trieste e la tedesca Duisburg hanno sottoscritto un accordo di &#8220;partnership strategica&#8221; proprio sulla nuova Via della seta. Firmato dal presidente dell&#8217;Autorit\u00e0 portuale di Trieste Zeno D&#8217;Agostino e da Erich Staake, presidente di Duisport, l&#8217;accordo apre a Duisburg &#8211; il pi\u00f9 grande hub internazionale attivo in Europa e porta di accesso intermodale con collegamenti fluviali e ferroviari in ogni angolo del continente, dal Mar Baltico al Mediterraneo, ma anche alla Cina &#8211; un collegamento verso il Mediterraneo e il corridoio Europa\/Turchia\/Iran. Secondo AdriaPorts &#8220;quasi 25 treni a settimana collegano Duisburg al nord della Cina, mentre Trieste \u00e8 collegata alla via della seta marittima attraverso il canale di Suez. Con questo accordo, lo scalo della regione Friuli Venezia Giulia e il porto situato alla confluenza del Reno e della Ruhr (due dei principali fiumi navigabili in Europa) saranno in grado di aumentare il traffico ferroviario all&#8217;interno delle piattaforme logistiche secondo ad un progetto comune&#8221;.Ad essere tagliati fuori dai progetti di collegamento marittimo della Bri, come \u00e8 stato recentemente rilevato, sarebbero, invece, i porti dell\u2019Italia meridionale, nonostante la vicinanza geografica al Canale di Suez e la posizione strategica (si pensi a quello siciliano di Augusta). A mancare \u00e8 il quadro di connettivit\u00e0 e infrastrutture di cui godono i porti settentrionali. Inoltre l&#8217;Italia \u00e8 presente gi\u00e0 su alcuni teatri della Bri con importanti realt\u00e0 produttive. Ferrovie italiane sono coinvolte in Iran nel progetto di costruzione della ferrovia tra Teheran e Isfahan, e hanno acquisito il 100% di Trainose, il principale operatore ferroviario in Grecia che fornisce servizi di trasporto merci e passeggeri a livello extraurbano, regionale, nazionale e internazionale, compresi servizi di logistica. Sono operazioni che segnano l\u2019ingresso in contesti in espansione per quanto riguarda il futuro dei collegamenti e degli scambi fra Asia ed Europa, in special modo la seconda vista l\u2019importanza dello scacchiere balcanico. Inoltre, nel dicembre del 2017, Italferr (Gruppo FS Italiane) e il colosso statale cinese Beijing National Railway Research &amp; Design Institute of Signal &amp; Communication (CRSCD), leader nella produzione di tecnologie, prodotti e servizi nel settore rail e specializzato nei sistemi di controllo e segnalazione ferroviaria, hanno siglato un Memorandum of Understanding con l\u2019obiettivo &#8211; come da comunicato ufficiale &#8211; di ampliare le alleanze internazionali per competere su vari mercati.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/geopolitica\/12770-diego-angelo-bertozzi-sulla-belt-and-road-initiative.html?fbclid=IwAR2qgPvAArFJYb4BaL3XqDFTFUUglymjseJUl_UiV_WvW3nJ874k_1rJ0Us\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/geopolitica\/12770-diego-angelo-bertozzi-sulla-belt-and-road-initiative.html?fbclid=IwAR2qgPvAArFJYb4BaL3XqDFTFUUglymjseJUl_UiV_WvW3nJ874k_1rJ0Us<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Nicola Tanno) &nbsp; La Nuova Via della Seta \u00e8 il grande progetto della Cina del XXI secolo. Rifacendosi all\u2019antica via commerciale del secondo secolo d.C. della dinastia Han, la Belt and Road Initiative (BRI) \u00e8 un piano per la costruzione di infrastrutture di trasporto e logistiche che coinvolge decine di paesi di tutto il mondo per un valore di pi\u00f9 di mille miliardi di dollari. Di questo ambizioso progetto ne ha&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":26572,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/Schermata-2016-12-13-alle-15.57.26.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-bYE","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/46044"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=46044"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/46044\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":46047,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/46044\/revisions\/46047"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26572"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=46044"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=46044"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=46044"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}