{"id":46200,"date":"2018-11-22T10:30:30","date_gmt":"2018-11-22T09:30:30","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46200"},"modified":"2018-11-22T09:30:53","modified_gmt":"2018-11-22T08:30:53","slug":"intervista-esclusiva-a-gianfranco-la-grassa-crisi-economica-mutamenti-geopolitici-conflitto-strategico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46200","title":{"rendered":"Intervista esclusiva a Gianfranco La Grassa: crisi economica, mutamenti geopolitici, conflitto strategico"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>SCENARI ECONOMICI (Francisco La Manna)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per <strong>Scenari Economici<\/strong>, un\u2019intervista esclusiva a <strong>Gianfranco La Grassa<\/strong>,\u00a0gi\u00e0 docente di economia politica nelle Universit\u00e0 di Pisa e Venezia, studioso di marxismo e di strutture della societ\u00e0 capitalistica. Autore di\u00a0decine di saggi pubblicati con le pi\u00f9 importanti case editrici italiane (Editori, Feltrinelli, Dedalo, ManifestoLibri, Mimesis) avendo traduzioni in varie lingue. Fra gli ultimi lavori pubblicati:\u00a0Navigazione a vista. Un porto in disuso e nuovi moli (2015),\u00a0Tarzan vs Robinson.\u00a0Il rapporto sociale come conflitto e squilibrio (2016),\u00a0L\u2019illusione perduta. Dal modello marxiano verso il futuro (2017),\u00a0<span id=\"productTitle\" class=\"a-size-large\">In Cammino\u00a0<\/span><span id=\"productTitle\" class=\"a-size-large\">\u2013 Verso una Nuova Epoca (2018). <a href=\"http:\/\/www.conflittiestrategie.it\/biografia-e-bibliografia-di-gianfranco-la-grassa\">Qui<\/a> la sua bibiografia completa.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/i0.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/La-Grassa.jpg?ssl=1\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-96517 size-full aligncenter\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/La-Grassa.jpg?resize=220%2C270&amp;ssl=1\" sizes=\"(max-width: 220px) 100vw, 220px\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/La-Grassa.jpg?w=220&amp;ssl=1 220w, https:\/\/i0.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/La-Grassa.jpg?resize=122%2C150&amp;ssl=1 122w\" alt=\"\" width=\"220\" height=\"270\" data-attachment-id=\"96517\" data-permalink=\"https:\/\/scenarieconomici.it\/intervista-esclusiva-a-gianfranco-la-grassa-crisi-economica-mutamenti-geopolitici-conflitto-strategico\/la-grassa\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/La-Grassa.jpg?fit=220%2C270&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"220,270\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;3.2&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;Canon PowerShot SD780 IS&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;1246635465&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;5.9&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;100&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0.0125&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;1&quot;}\" data-image-title=\"Gianfranco La Grassa\" data-image-description=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/La-Grassa.jpg?fit=220%2C270&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/La-Grassa.jpg?fit=220%2C270&amp;ssl=1\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\"><b>1. Nel nuovo anno uscir\u00e0 il suo libro su \u201cCrisi economiche e i mutamenti geo(politici)\u201d per l\u2019editrice Mimesis. La sua interpretazione dei fenomeni finanziari e di quelli economici in generale \u00e8 molto differente da quella delle scuole di pensiero dominanti. Lei propone un diverso livello teorico per interpretare la crisi delle societ\u00e0 capitalistiche, parlando di terremoti di superficie che interessano la sfera economico-finanziaria e di scontri in profondit\u00e0 che interessano quella (geo)politica-militare. Quest\u2019ultimi sarebbero pi\u00f9 decisivi perch\u00e9 attinenti alla \u201cpotenza\u201d. Di cosa si tratta?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">R. Di quello di cui si dice appunto nella domanda. Bisognerebbe certo partire da molto lontano. Con la fine dei rapporti di tipo schiavistico o servile (com\u2019erano nel mondo antico e in quello feudale), nella societ\u00e0 moderna \u2013 detta fin troppo genericamente capitalistica \u2013 si afferma sempre pi\u00f9 nettamente la libert\u00e0 ed eguaglianza dei diversi individui, fra i quali si generalizzano progressivamente delle relazioni basate sullo scambio di merci, considerato appunto il fondamento ultimo e decisivo di detta libert\u00e0 ed uguaglianza. E\u2019 questo processo (storicamente abbastanza lungo) a portare in evidenza la sfera produttiva (le merci si devono produrre), che nelle formazioni sociali precedenti era decisamente subordinata a quelle del potere politico (e militare) e ideologico-culturale. Non viene preso in attenta considerazione il fatto che la stragrande maggioranza dei componenti la societ\u00e0 possiede una sola merce da scambiare: la propria capacit\u00e0 lavorativa (di vario genere), la cui \u201cproduzione\u201d implica particolari processi d\u2019ordine biologico, socio-culturale, ecc. abbisognanti d\u2019altre merci fornite da chi controlla i mezzi tecnici (e organizzativi) della loro produzione. Ripeto che qui il discorso dovrebbe diventare molto lungo e impossibile in questa sede. Sintetizzando, diciamo che la particolare libert\u00e0 ed uguaglianza, fondamento del sistema dei rapporti sociali capitalistici, porta nella sfera produttiva quel conflitto (detto, con eccessiva bonariet\u00e0, concorrenza) che nelle precedenti societ\u00e0 era specifico delle altre sfere sociali gi\u00e0 prima nominate. E tale tipo di conflitto \u2013 e lo si constata appunto benissimo nelle societ\u00e0 in cui esso era concentrato soprattutto nella sfera politica (e bellica) \u2013 alterna fasi in cui un dato potere predomina, almeno in una determinata area territoriale e sociale, il complesso dei rapporti tra gruppi sociali, con altre fasi in cui s\u2019indebolisce tale predominio (definiamolo \u201ccentrale\u201d) di una parte sulle altre; da qui inizia il periodo di crescente \u201cdisordine globale\u201d che esige uno scontro, pi\u00f9 o meno lungo e con l\u2019impiego di svariati mezzi, fino ad arrivare a quello decisivo e \u201cd\u2019ultima istanza\u201d (bellico), che potr\u00e0 condurre ad una nuova fase di preminenza di una parte (in genere diversa dalla precedente). Nella societ\u00e0 capitalistica, tenuto conto di quanto detto molto sommariamente in merito al tipo di affermazione (mercantile e \u201cconcorrenziale\u201d) della libert\u00e0 ed eguaglianza degli individui (in genere raggruppati in date associazioni di \u201cunione e alleanza\u201d, ma sempre per libera scelta), la tipologia di conflitto appena considerata \u2013 con l\u2019alternanza tra fasi di predominio di una parte e dunque di relativo \u201cordine\u201d e \u201cpace\u201d e altre di esplosione del conflitto aperto con disordine globale \u2013 si estende alla sfera produttiva. Proprio per questo, ho sempre aderito alle tesi secondo cui le crisi economiche dipendono soprattutto dalla cosiddetta \u201canarchia mercantile\u201d, che si afferma periodicamente con netta evidenza. Di conseguenza, mai mi ha convinto la tesi che le crisi si attenuassero con il formarsi di imprese oligopolistiche; anzi, pi\u00f9 sono grandi e potenti i contendenti e pi\u00f9, alla fin fine, si arriver\u00e0 a scontri di accentuata violenza e portatori di ampio disordine. Inoltre \u2013 ma questo l\u2019ho potuto spiegare solo in numerosi libri e non posso sintetizzarlo qui \u2013 ritengo che le crisi economiche di notevole portata dipendano alla fine dall\u2019indebolimento di un potere predominante \u201ccentrale\u201d (cio\u00e8 posto all\u2019apice di una piramide che si allarga al controllo di un\u2019ampia sfera territoriale e sociale, al limite il mondo nella sua globalit\u00e0) con crescita di tanti altri poteri. Ma questo potere \u201ccentrale\u201d, o invece l\u2019insorgere di altri con l\u2019acutizzarsi del reciproco conflitto, sono fenomeni che si manifestano, con principale e netta influenza sul resto, nella sfera politica (con le sue \u201cdiramazioni\u201d belliche) e semmai, ma in subordine, in quella dell\u2019egemonia ideologico-culturale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\"><b>2. La sua critica all\u2019economicismo, che si erge a chiave di lettura esclusiva dei fenomeni sociali, \u00e8 radicale. Lei, infatti, porta in primo piano la conflittualit\u00e0 tra gruppi dominanti in ogni sfera dell\u2019agire umano: economica, politica e ideologica. Lei sostiene che la Politica, intesa come sapere strategico, serie di mosse per primeggiare e conquistare il potere, \u00e8 prevalente in ogni ambito sociale. L\u2019utilizzo di questo paradigma apre nuovi scenari interpretativi, anche rispetto alla vecchia analisi marxista. Dove conduce il suo pensiero?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">R. Dove lo conduca non saprei dirlo, anche perch\u00e9 non sono Marx, in grado di condurre ad una teoria abbastanza conchiusa con una buona coerenza interna nei suoi passaggi tra premesse, argomentazioni intermedie e conclusioni. So che in effetti io \u2013 pur avendo letto moltissimo nei pi\u00f9 svariati campi: scientifici, storici, filosofici \u2013 ho fatto una scelta marxista che quindi condiziona il mio pensiero anche nel momento in cui mi sono allontanato da quel pensiero, che resta il punto d\u2019orientamento generale. Ho discusso il modello marxiano in dieci video-puntate che credo siano ben riuscite, e ho gi\u00e0 approntato ben tre ridiscussioni critiche dello stesso. La premessa centrale di Marx credo si possa cos\u00ec sintetizzare. Senza produzione di una variet\u00e0 di beni, storicamente sempre pi\u00f9 ricca e mutevole, la nostra specie umana non potrebbe n\u00e9 saprebbe sopravvivere (cosa fin troppo ovvia). La sfera produttiva \u00e8 caratterizzata da sistemi di rapporti, anche questi storicamente mutati (a volte lentamente, in dati momento in modo rapido e \u201crivoluzionario\u201d); si tratta appunto dei rapporti sociali di produzione che costituiscono in un certo senso lo \u201cscheletro\u201d del \u201ccorpo\u201d delle diverse societ\u00e0 succedutesi nel tempo e che quindi hanno una loro forma \u201cstoricamente specifica\u201d. Tale \u201cscheletro\u201d condiziona anche la collocazione (e perfino il funzionamento) dei diversi organi collocati in quel \u201ccorpo\u201d. Qui sono cominciati i miei dubbi perch\u00e9 in definitiva \u00e8 in quello \u201cscheletro\u201d che vengono poste le due grandi \u201cclassi\u201d decisive per i mutamenti subiti dalle diverse formazioni sociali (sintetizzando: schiavista, feudale, capitalistica e quella che si sarebbe dovuta formare per gestazione interna a quest\u2019ultima: socialista in quanto fase di transizione al comunismo, che NESSUN marxista ha mai dato per nato in una qualsiasi area del globo). In effetti, per Marx, le due grandi \u201cclassi\u201d antagonistiche \u2013 con cui infatti egli inizia il \u201cManifesto\u201d del 1848 scrivendo che tutta la storia \u00e8 storia di lotte di classi: proprietari di schiavi e schiavi, feudatari e servi della gleba, borghesia (capitalisti) e proletariato (gli operai); in sintesi e generalizzando, tra i gruppi sociali dominanti e quelli dominati \u2013 si formano nella sfera produttiva (cio\u00e8 nello \u201cscheletro\u201d) e sono costituite dai proprietari dei mezzi di produzione e dai produttori privi di quella propriet\u00e0. E sarebbe appunto la lotta tra queste due classi a marcare la storia umana e il succedersi delle varie forme di societ\u00e0. In effetti, ho pensato invece che il conflitto, causa delle trasformazioni dei rapporti sociali, non avvenga principalmente nella sfera produttiva. Non posso certo sintetizzare tutto l\u2019arco del mio ragionare. Diciamo semplicemente (e con mancanza di molti passaggi intermedi, che si trovano soltanto nei miei libri, soprattutto da met\u00e0 anni \u201990 in poi) che il \u201cconflitto \u00e8 vita\u201d, non esiste alcun tipo di esistenza vitale senza lo scontro, l\u2019urto di \u201celementi contrapposti\u201d tra cui scorrono pi\u00f9 o meno violente cariche energetiche. D\u2019altra parte, soprattutto nella nostra societ\u00e0 umana, il conflitto \u00e8 guidato dall\u2019obiettivo della conquista della supremazia. E questa non si conquista senza lo studio e poi l\u2019applicazione di una strategia, di una serie di mosse concatenate miranti a quell\u2019obiettivo supremo. Ma le strategie appartengono a pi\u00f9 parti in conflitto e dunque ognuna deve tener conto anche delle mosse delle altre. Inoltre, \u00e8 assai importante l\u2019analisi del \u201cterreno\u201d, del \u201ccampo\u201d, in cui si svolge lo scontro. Allora, quello che indico come \u201cconflitto strategico\u201d riguarda ovviamente tutte le sfere sociali, anche quella economica (produttiva e finanziaria) e ideologico-culturale; e i soggetti in queste implicati perseguiranno i loro specifici interessi e stabiliranno alleanze e connubi con soggetti delle altre sfere. Tuttavia, a me sembra evidente che quella politica (con annessi apparati bellici e i vari Servizi, ecc.) sia quella di maggiore impatto per la vittoria nel confronto per la preminenza. E inoltre, mi sembra un po\u2019 forzata l\u2019idea che il conflitto avvenga direttamente tra dominanti e dominati. Credo che la storia veda assai pi\u00f9 lotte tra dominanti (e quella moderna proprio tra Stati, tra vari paesi\/nazione). Anche quando scoppia il malcontento delle cosiddette masse popolari si va al completo disordine e disgregazione se non vi sono gruppi dirigenti (anche tra i dominati) che guidano \u201cstrategicamente\u201d l\u2019urto tra fazioni. Le pi\u00f9 grandi rivoluzioni finiscono sempre con l\u2019emergere di nuovi gruppi dirigenti che, in definitiva, promuovono nuove stratificazioni sociali. E si torna ai dominanti e dominati. La stessa cosa avviene nell\u2019arena internazionale, mondiale. Si alternano periodi di relativa calma (e sedicente pace) quando una parte (un paese ad es.) predomina e assicura un certo coordinamento generale, quello che i liberisti cantano come armonica globalizzazione mercantile e fine degli Stati nazionali (altro che il sedicente economicismo dei marxisti). Poi il predominante entra in declino, entriamo progressivamente nel cosiddetto multipolarismo e tutto inizia a scombinarsi investendo infine, nel mondo moderno (\u201ccapitalistico\u201d) la sfera economica. Ecco allora le crisi in quest\u2019ultima, che si risolveranno quando avverr\u00e0 un nuovo decisivo scontro per la predominanza (\u201ccoordinatrice\u201d).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\"><b>3. Lei parla spesso di solidariet\u00e0 antitetico-polare tra (neo)liberismo e (neo)keynesismo che propongono formule ormai ineffettuali, bench\u00e9 dirimenti, per affrontare le crisi. Mercato e Stato rappresentano i loro totem, anche se con qualche minimo aggiornamento. Considera questi due approcci persino pi\u00f9 inadatti del marxismo (il cui totem fu invece la classe operaia) per rispondere ai problemi odierni. Ci pu\u00f2 spiegare perch\u00e9?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">R. Anche questa risposta \u00e8 un po\u2019 complicata. Comunque, non ho mai creduto ad una vera teoria marxista delle crisi. I seguaci di Marx, quelli a mio avviso che pi\u00f9 hanno impoverito la sua teoria di ben altra apertura, hanno inseguito visioni economicistiche particolarmente rozze e povere di contenuto, anche quando ben rivestite di formule matematiche (troppo spesso usate nelle scienze sociali per nascondere la propria pochezza d\u2019intelletto). Mi sono dovuto sorbire i dibattiti sul \u201csottoconsumo\u201d (alla Luxemburg) conditi con le tesi dell\u2019\u201cimpoverimento assoluto\u201d della classe operaia; anche questa ridotta dalla definizione marxiana del III libro de \u201cIl Capitale\u201d (cap. XXVII: \u201cdal primo dirigente all\u2019ultimo giornaliero\u201d) alle semplici \u201ctute blu\u201d. Altri si sono dilettati con la \u201ccaduta tendenziale del saggio di profitto\u201d dovuta ad un progresso tecnologico con capitale \u201cfisso\u201d in crescita e aumento quindi della \u201ccomposizione organica del capitale\u201d (C\/V): capitale impiegato nei mezzi di produzione diviso per quello impiegato in salari, cio\u00e8 per pagare i produttori di \u201cvalore\u201d e \u201cplusvalore\u201d (dovuto al pluslavoro), che \u00e8 il profitto capitalistico (e proprio per questo il capitale con cui si pagano i lavoratori \u00e8 detto variabile, mentre l\u2019altro \u00e8 detto costante perch\u00e9 pu\u00f2 solo riprodurre il suo valore). Chi sa qualcosa di marxismo ha capito ci\u00f2 che sto dicendo, ma si tratta di cose noiose che \u00e8 meglio dimenticare. Per me sta bene che si dibatta sulle crisi economiche tra liberisti e keynesiani; entrambi partono dalla teoria del valore come utilit\u00e0 e non come lavoro, che era la tesi dei \u201cclassici\u201d, seguiti da Marx ma con un intento preciso che ho chiarito in mille altre occasioni (e certo non mi ripeto qui). Resto allibito dalle discussioni che sento in TV e nella stampa, dove \u00e8 totalmente ignorato quanto mi avevano insegnato fin dal primo anno di Universit\u00e0 sessant\u2019anni fa. Tutti addosso a chi \u00e8 contro l\u2019\u201causterit\u00e0\u201d (necessaria per liberisti di scarsa levatura a salvarci dal debito pubblico, a ridurre il rapporto deficit\/Pil), causa non ultima della caduta della domanda (globale: consumi pi\u00f9 investimenti) con effetti di crisi. Ma su questo mi sembra si basi quanto mi viene chiesto nella domanda successiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\"><b>4. Nei suoi interventi dice che la crisi del \u201829 non fu definitivamente superata grazie alle politiche espansive del New Deal ma solo in seguito alla guerra, \u00a0dalla quale il mondo usc\u00ec diviso in due campi contrapposti, ciascuno con un paese egemone a capo. In questa fase, Lei vede principiare lo stesso tipo di scollamento con il declino relativo degli Usa e l\u2019emergere sulla scena mondiale di alcune potenze concorrenti ad est. Quali saranno i risvolti di questa nascente disputa?<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">R. Qui il discorso dovrebbe essere veramente lungo. Partiamo dal fatto che il New Deal del 1933 attenu\u00f2 la crisi iniziata con crollo di Borsa nell\u2019ottobre del \u201929 e che raggiunse il suo acume (produttivo e non pi\u00f9 semplicemente finanziario) nel \u201932 con forte calo del Pil e con disoccupazione indicata a pi\u00f9 del 30% della forza lavoro. Di fronte ai \u201csuperficiali\u201d (diciamo cos\u00ec), che ancor oggi parlano di austerit\u00e0 e di necessit\u00e0 di contenere il debito e che trattano un paese (e lo Stato che lo rappresenta) come fosse un singolo soggetto, un \u201cbuon padre\u201d che deve risparmiare per il bene della \u201cfamiglia\u201d, si prese atto che le crisi capitalistiche non sono certo le carestie del Medioevo, ma sono invece caratterizzate da sovrapproduzione, in definitiva da carenza di domanda dei cittadini (dei \u201cprivati\u201d, diciamo) non in grado di assorbire tutto quanto pu\u00f2 essere prodotto in una situazione di piena occupazione dei fattori produttivi (capitale e lavoro in primo piano). Si ovvia a tale carenza con la spesa (domanda) statale e in deficit di bilancio; altrimenti, se si cerca il pareggio, si d\u00e0 con una mano e si toglie con l\u2019altra. Comunque, sarebbe certo interessante seguire la polemica tra il liberista Pigou (che attribuiva la crisi alle eccessive richieste sindacali comportanti un salario superiore alla produttivit\u00e0 marginale del lavoro, tesi tipica della teoria neoclassica tradizionale) e Keynes, che insisteva appunto sulla carenza di domanda complessiva (consumi pi\u00f9 investimenti) in un sistema capitalisticamente avanzato dove si manifesta un relativo eccesso di risparmio, non richiesto dai privati investitori anche a bassissimi tassi di interesse; per cui cade uno dei \u201cpilastri\u201d del neoclassicismo, cio\u00e8 la \u201clegge di Say\u201d, secondo cui, in ogni caso, l\u2019offerta (cio\u00e8 la produzione) crea sempre la sua domanda, il che impedisce di afferrare i motivi della sovrapproduzione, caratteristica fondamentale della crisi economica dei sistemi di tipo capitalistico. Comunque dobbiamo sorvolare su tutto ci\u00f2 e sulla fondamentale opera di Keynes del 1936 \u201cTeoria generale dell\u2019occupazione, dell\u2019interesse e della moneta\u201d). Diciamo solo che il New Deal (fortemente negletto da coloro che dibattono sulla crisi iniziata nel 2008 e non affatto superata come pensano tanti sciocchi odierni) ebbe effetti benefici e ridusse l\u2019impatto della crisi per alcuni anni successivi al 1933. Indubbiamente per\u00f2, direi gi\u00e0 con il \u201937, si manifestarono sintomi di \u201cappesantimento\u201d e ristagno con nuova preoccupante crescita della disoccupazione del lavoro. La situazione rimase, diciamo cos\u00ec, incerta fino allo scoppio della seconda guerra mondiale, che risolse completamente quella crisi. Autori keynesiani (alcuni divenuti poi anche marxisti: penso a Baran e Sweezy e anche a Magdoff) ne diedero una interpretazione conseguente: eccezionale spesa per armamenti, prodotti che non vanno a \u201cingombrare\u201d il mercato, dando per\u00f2 vita a profitti e salari con accrescimento della domanda complessiva, che imprime il rilancio della produzione non bellica, quella propriamente mercantile. Dopo la guerra e per un lungo periodo di tempo, nel campo detto capitalistico sembr\u00f2 superata la crisi \u201cclassica\u201d e si parl\u00f2 al massimo di \u201crecessioni\u201d. La tesi, che mi sono permesso di pensare (e anche qualche altro, di cui non ricordo il nome, ne ha formulato una simile), \u00e8 che ancora una volta si \u00e8 data eccessiva rilevanza alla sfera economica, tralasciando quella a mio avviso pi\u00f9 decisiva. Nel polo capitalistico del sistema detto bipolare, vi \u00e8 stato il predominio netto degli Usa, di cui quel polo era la specifica sfera d\u2019influenza. Non posso adesso diffondermi sull\u2019argomento, ma quel predominio ha creato un intero sistema di paesi relativamente coordinato tramite generali influssi (anche economici quindi) promananti dal centro. Questo mi ha portato a ripensare il relativo monocentrismo inglese tra il Congresso di Vienna (1814-15) e la seconda met\u00e0 di quel secolo, quando avanzano come nuove forti potenze gli Stati Uniti (dopo la decisiva guerra civile con schiacciamento dei cotonieri e forte sviluppo industriale) e la Germania (dopo lo scontro fondamentale con la Francia nel 1870-71). Inizia il periodo del crescente multipolarismo (nell\u2019et\u00e0 detta dell\u2019imperialismo, cio\u00e8 dello scontro tra potenze per la supremazia). Si verifica un lungo periodo di stagnazione (non generale e non priva di modesti aumenti del Pil; 1873-95 all\u2019incirca), nel mentre si \u00e8 in piena seconda rivoluzione industriale. Ho assimilato a quel periodo quello iniziato nel 2008; ci si accorger\u00e0 prossimamente che la relativa stagnazione odierna (malgrado ci si bei dei tassi di crescita degli Usa e di quelli cinesi; in rallentamento come quelli giapponesi e, mi sembra, indiani) non \u00e8 ancora superata. Il multipolarismo andr\u00e0 avanti, crescer\u00e0 la disarticolazione del sistema a causa di spinte ora centrifughe. A questo punto mi arresto e rinvio a miei testi teorici, che si susseguono gi\u00e0 da tempo e che cercher\u00f2 ancora di approfondire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\"><b>5. Lei critica aspramente l\u2019ideologia statalista, al pari di quella del libero mercato. Spesso ha sostenuto che tra pubblico e privato non vi \u00e8 molta differenza e che molto dipende, non dalla forma giuridica della propriet\u00e0, ma dalla visione dei gruppi strategici che guidano gli apparati di vertice istituzionali o imprenditoriali, di una determinata area o Paese. Quelli italiani ed europei, in particolare, come sono messi?<\/b><\/p>\n<div class=\"kgvws5bf6525e69ce0\" style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"JUSTIFY\">R. Diciamo, pi\u00f9 specificamente, che non vi \u00e8 sostanziale differenza tra impresa pubblica e privata. Nel senso che la prima non \u00e8 certo dedita a interessi di carattere generale, riguardanti una intera collettivit\u00e0 nazionale. Ogni gruppo dirigente di una qualsiasi iniziativa, avente il carattere dell\u2019impresa di tipo capitalistico, deve utilizzare i metodi e perseguire le finalit\u00e0 proprie di tale iniziativa. Certamente, appare assai limitativo rifarsi al semplice scopo del \u201cmassimo profitto\u201d (come sostenuto anche da parte di certo marxismo, a mio avviso abbastanza lontano dal pensiero di Marx). Tuttavia, \u00e8 ovvio che una simile impresa deve puntare al suo rafforzamento; anche se pu\u00f2 a volte accettare \u2013 per limitati periodi di tempo \u2013 di soffrire di perdite, questo deve avvenire in funzione di un indebolimento dei suoi competitori per riprendere poi in mano la situazione da posizioni di preminenza. L\u2019impresa pubblica \u00e8 importante in Italia perch\u00e9 si diffonde in settori strategici per motivi storici particolari. Nel 1933, proprio a causa della violenta crisi iniziata quattro anni prima, fu necessario il salvataggio di grandi banche come il Credito Italiano, la Commerciale, ecc.; nasce cos\u00ec l\u2019IRI, che poi diventa controllore pure di industrie come <u><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Ansaldo\">Ansaldo<\/a><\/u>,\u00a0<u><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Acciaierie_di_Terni\">Terni<\/a><\/u>,\u00a0<u><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Ilva\">Ilva<\/a><\/u>,\u00a0<u><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/SIP_-_Societ%C3%A0_Idroelettrica_Piemontese\">SIP<\/a><\/u>,\u00a0<u><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/SME_(azienda)\">SME<\/a><\/u>,\u00a0<u><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Alfa_Romeo\">Alfa Romeo<\/a><\/u>, <u><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Navigazione_Generale_Italiana\">Navigazione Generale Italiana<\/a><\/u>, <u><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Lloyd_Triestino\">Lloyd Triestino di Navigazione<\/a><\/u>,\u00a0<u><a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Cantieri_Riuniti_dell%27Adriatico\">Cantieri Riuniti dell\u2019Adriatico<\/a><\/u>\u00a0e molte altre. IRI significa infatti \u201cIstituto per la ricostruzione industriale\u201d. Esso doveva essere transitorio, ma poi invece divenne definitivo; nel dopoguerra al settore imprenditoriale pubblico si aggiunsero Finmeccanica (1948), Eni (1953) ed Enel (1962). E nel 1962 quel settore giunse a controllare una buona met\u00e0 dell\u2019industria italiana. Proprio in quell\u2019anno, con l\u2019incidente\/assassinio di Mattei, si pu\u00f2 dire che parte l\u2019attacco all\u2019imprenditoria pubblica, che si accelera in particolare dopo la \u201cdistruzione\u201d (via giudiziaria) della prima Repubblica. Una parte resiste ancora, ma l\u2019indebolimento \u00e8 stato forte. E quando si sente anche il nuovo governo parlare dell\u2019importanza delle PMI (piccolo-medie imprese), del \u201cmade in Italy\u201d (soprattutto moda e prodotti culinari), del turismo, ecc. si capisce che non ci rimetteremo in sesto tanto presto. E allora, ancora una volta, ci si rende conto come il problema centrale per il rafforzamento di un paese \u2013 anche della sua sfera economica \u2013 \u00e8 essenzialmente politico; cio\u00e8 riguarda quella strategia fatta di mosse mediante le quali si tenta di assumere la preminenza in una data area territoriale, diciamo geografico-sociale, pi\u00f9 o meno estesa a seconda dei mezzi a disposizione dei diversi paesi. La politica, intesa in questo senso di \u201cconflitto strategico\u201d, riguarda tutte le sfere della societ\u00e0, anche quella economica (caratterizzata dall\u2019impresa e mercato). Tuttavia, la potenza massima della politica (come strategia) si esprime negli apparati ad essa specificamente \u201cdedicati\u201d, al cui vertice c\u2019\u00e8 lo Stato. Ed \u00e8 qui che si apre un discorso d\u2019impossibile esaurimento in una intervista. Vi \u00e8 la questione della politica (cio\u00e8 del conflitto strategico) in campo internazionale e in quello interno; i collegamenti tra i due e la loro articolazione in termini di principale e secondario in differenti fasi storiche, tra cui molto importante \u00e8 quella del crescente multipolarismo, com\u2019\u00e8 quella attuale. Concludo semplicemente manifestando il massimo disappunto (termine molto \u201cmorbido\u201d) per come si sta sviluppando il dibattito in questo paese in merito al contrasto con la UE (parte di un confronto\/scontro ben pi\u00f9 vasto e di grande rilevanza). Tutto un arzigogolare intorno alle misure economiche governative (il tutto condito con menzogne spudorate dalla parte ancora prevalente in Europa e negli Usa, che sente il suo potere in forte crisi) senza alcun coraggio di dire: il problema \u00e8 POLITICO, e se deve permanere un assetto internazionale ancora predominato da un paese (con i suoi servi privilegiati in Europa; Germania e Francia) o se bisogna \u201crovesciare il tavolo\u201d con violenza e spostare gli assi delle varie alleanze. E qui mi fermo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il prossimo libro di Gianfranco La Grassa:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201c<strong>CRISI ECONOMICHE E MUTAMENTI (GEO)POLITICI<\/strong>\u201c<\/p>\n<ul class=\"dettagli-prodotto\" style=\"text-align: justify;\">\n<li><span class=\"product_label\">Editore: <\/span><span class=\"product_text\">Mimesis<\/span><\/li>\n<li><span class=\"product_label\">Collana: <\/span><span class=\"product_text\">Eterotopie<\/span><\/li>\n<li><span class=\"product_label\">Data di Pubblicazione: <\/span><span class=\"product_text\">febbraio 2019<\/span><\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Descrizione<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo libro nasce dall\u2019esigenza di chiarire alcuni aspetti fondamentali delle crisi economiche mondiali, troppo spesso trascurati dai sedicenti esperti. Gi\u00e0 il titolo contiene un intendimento ben preciso, che punta a tenere insieme due piani, quello economico e quello (geo)politico, da non separarsi perch\u00e9, in verit\u00e0, essi sono connessi quasi da un rapporto di causa ed effetto. Tuttavia, questa relazione appare rovesciata, in quanto non si utilizzano lenti teoriche ben calibrate per interpretarla, con l\u2019economia che prende impropriamente il davanti della scena, nelle narrazioni ufficiali, rispetto alla politica. Si tratta di un errore, come quello commesso da chi guardando ad occhio nudo il sole crede che esso giri intorno alla terra. Ci vogliono strumenti analitici pi\u00f9 raffinati per scoprire che \u00e8 l\u2019esatto contrario. I fenomeni finanziari vanno trattati come meri elementi segnalatori di sconquassi ben pi\u00f9 sostanziali e profondi che avvengono a livello delle strutture sociali internazionali e nell\u2019articolazione dei rapporti di forza tra aree di paesi, egemonizzate da poli di potenza in crescente attrito. La crisi sistemica si manifesta, epidermicamente, con le cadute in borsa, la volatilit\u00e0 dei titoli azionari, lo scoppio delle bolle speculative per poi riversarsi sui fattori reali quali l\u2019arretramento della produzione, la crescita della disoccupazione, il fallimento degli operatori industriali. Ma questo \u00e8 solo l\u2019inizio di trasformazioni pi\u00f9 vaste che toccano inevitabilmente l\u2019architettura geopolitica del mondo. Il libero mercato, a maggior ragione in fasi di trapasso epocale come quella presente, \u00e8 una esiziale ideologia di distorsione della realt\u00e0; ma lo \u00e8 anche quella mistificazione dei fondamentalisti keynesiani che ritengono di poter superare la d\u00e9b\u00e2cle con un altro New Deal. Non fu quest\u2019ultimo a risolvere il \u201929, fu la II Guerra Mondiale dalla quale gli Usa emersero quale paese predominate dell\u2019Occidente e l\u2019Urss come il loro contraltare ad Est. La crisi non dipende dalla domanda, tanto meno dal sottoconsumo (in Keynes almeno si tiene conto dell\u2019investimento nella domanda effettiva). La crisi, quando non \u00e8 mera recessione, si sviluppa per processi storici inevitabili che riguardano la lotta per la supremazia tra agenti strategici in campo (geo)politico. Allorch\u00e9 questo conflitto si fa pi\u00f9 acuto saltano le regole del gioco in ogni sfera sociale, a cominciare proprio da quella economico-finanziaria che rappresenta l\u2019esteriorit\u00e0 del capitalismo. Ma chi si ferma a questa apparenza non coglie ci\u00f2 che ci aspetta e non trover\u00e0 soluzioni alle attuali difficolt\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/i2.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/Schermata-2018-11-21-alle-20.22.29-e1542828193657.png?ssl=1\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-96519\" src=\"https:\/\/i2.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/Schermata-2018-11-21-alle-20.22.29-e1542828193657.png?resize=400%2C286&amp;ssl=1\" alt=\"\" width=\"400\" height=\"286\" data-attachment-id=\"96519\" data-permalink=\"https:\/\/scenarieconomici.it\/intervista-esclusiva-a-gianfranco-la-grassa-crisi-economica-mutamenti-geopolitici-conflitto-strategico\/schermata-2018-11-21-alle-20-22-29\/\" data-orig-file=\"https:\/\/i2.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/Schermata-2018-11-21-alle-20.22.29-e1542828193657.png?fit=400%2C286&amp;ssl=1\" data-orig-size=\"400,286\" data-comments-opened=\"0\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"Schermata 2018-11-21 alle 20.22.29\" data-image-description=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/i2.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/Schermata-2018-11-21-alle-20.22.29-e1542828193657.png?fit=300%2C214&amp;ssl=1\" data-large-file=\"https:\/\/i2.wp.com\/scenarieconomici.it\/wp-content\/uploads\/2018\/11\/Schermata-2018-11-21-alle-20.22.29-e1542828193657.png?fit=400%2C286&amp;ssl=1\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/scenarieconomici.it\/intervista-esclusiva-a-gianfranco-la-grassa-crisi-economica-mutamenti-geopolitici-conflitto-strategico\/\">https:\/\/scenarieconomici.it\/intervista-esclusiva-a-gianfranco-la-grassa-crisi-economica-mutamenti-geopolitici-conflitto-strategico\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SCENARI ECONOMICI (Francisco La Manna) &nbsp; Per Scenari Economici, un\u2019intervista esclusiva a Gianfranco La Grassa,\u00a0gi\u00e0 docente di economia politica nelle Universit\u00e0 di Pisa e Venezia, studioso di marxismo e di strutture della societ\u00e0 capitalistica. Autore di\u00a0decine di saggi pubblicati con le pi\u00f9 importanti case editrici italiane (Editori, Feltrinelli, Dedalo, ManifestoLibri, Mimesis) avendo traduzioni in varie lingue. Fra gli ultimi lavori pubblicati:\u00a0Navigazione a vista. Un porto in disuso e nuovi moli (2015),\u00a0Tarzan vs Robinson.\u00a0Il rapporto&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":26680,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/Scenarieconomici.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-c1a","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/46200"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=46200"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/46200\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":46201,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/46200\/revisions\/46201"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26680"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=46200"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=46200"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=46200"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}