{"id":46384,"date":"2018-11-30T09:30:33","date_gmt":"2018-11-30T08:30:33","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46384"},"modified":"2018-11-30T08:44:53","modified_gmt":"2018-11-30T07:44:53","slug":"46384","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46384","title":{"rendered":"Il conflitto di classe in Gran Bretagna tra Brexit e piena occupazione"},"content":{"rendered":"<p><strong>di CONIARERIVOLTA<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 balzato agli occhi anche dei meno coinvolti nei dibattiti economici un recente commento del Corriere della Sera, firmato da tale Luigi Ippolito, dal titolo inequivocabile: \u201cLa piena occupazione? Nella Gran Bretagna post Brexit \u00e8 un problema\u201d. Il contributo, dal titolo quantomeno infelice, tocca diversi argomenti caldi, su cui pu\u00f2 essere utile soffermarsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Procediamo con ordine. Da questo articolo emergono tre questioni:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">la Gran Bretagna \u00e8 attualmente in piena occupazione;<br \/>\nla piena occupazione rappresenterebbe, almeno per le imprese, un problema;<br \/>\nl\u2019economia abbisognerebbe di ulteriori lavoratori, e pertanto sarebbe un errore limitare i flussi in entrata.<br \/>\nPrecisiamo, prima di addentrarci nella discussione, che ad oltre due anni dal referendum sull\u2019uscita della Gran Bretagna dall\u2019Unione Europea (giugno 2016), nessun provvedimento \u00e8 stato effettivamente adottato: non si conoscono pertanto le \u2018forme\u2019 della Brexit, ossia se e come la Gran Bretagna sar\u00e0 effettivamente fuori dal mercato unico europeo. Pare, tuttavia, che i negoziati stiano giungendo ad una conclusione, ad oggi non del tutto chiara nei contenuti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La Gran Bretagna \u00e8 attualmente in piena occupazione<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dice il Corriere della Sera: \u201cLa Gran Bretagna ha praticamente\u00a0raggiunto la piena occupazione: i senza lavoro sono scesi al 4 per cento e si tratta di un livello considerato fisiologico per un\u2019economia avanzata.\u201d Verissimo: le statistiche ufficiali confermano un basso livello di disoccupazione, accompagnato da un tasso di occupazione del 75% (tra i pi\u00f9 alti in Europa). Giusto per avere un confronto, in Italia il tasso di disoccupazione supera il 10% e quello di occupazione si ferma al 58%. Tradotto, stanno messi meglio di noi in quanto ad occupazione. Procedendo un po\u2019 a ritroso, possiamo osservare che solo qualche anno fa, nel 2011, la disoccupazione si attestava all\u20198%: com\u2019\u00e8 stato quindi possibile dimezzarla? Allargando il quadro, si pu\u00f2 notare come da ormai un quinquennio, il PIL britannico cresca mediamente di due punti percentuali ogni anno, e questa crescita reale favorisce ovviamente la crescita occupazionale. Sappiamo, inoltre, che uno dei principali motori della crescita \u00e8 l\u2019intervento pubblico nell\u2019economia, \u00e8 una politica pubblica di stimolo e sostegno alla domanda aggregata: uno Stato che vuole sostenere l\u2019economia tender\u00e0 a spendere pi\u00f9 denaro pubblico di quanto riscuota dalla tassazione, viceversa far\u00e0 uno Stato che mira a reprimerla. Abbiamo visto che il vero termometro del comportamento del governo in ambito di politica economica \u00e8 il saldo primario: se le uscite al netto della spesa per interessi sono maggiori delle entrate, lo Stato sta immettendo risorse nell\u2019economia, sostenendo cos\u00ec la domanda di beni e servizi, che si tradurr\u00e0 in maggiore crescita e occupazione. Dal grafico 1 notiamo che il settore pubblico UK sta registrando un disavanzo primario dal 2003, al contrario di quanto avviene da anni in Italia ed in molti altri paesi dell\u2019Eurozona. Ci\u00f2 \u00e8 possibile perch\u00e9 la Gran Bretagna, non avendo aderito alla moneta unica, pur dovendo sottostare ai vincoli di Maastricht \u00e8 meno vincolata dal punto di vista delle regole in ambito di politica fiscale (ad esempio non \u00e8 assoggettata al Fiscal Compact, che impone il pareggio di bilancio agli stati dell\u2019Euro). Ha inoltre a disposizione una propria banca centrale che pu\u00f2 svolgere il suo \u2018normale\u2019 compito, nel caso in cui il Tesoro inglese abbia difficolt\u00e0 a trovare a tassi non elevati le risorse necessarie a coprire i deficit pubblici (ossia l\u2019eccesso di spese sulle entrate). Ecco fornita una prima spiegazione del pieno impiego: un settore pubblico che, potendo operare fuori dai vincoli europei, ha contribuito, seppur in misura meno accentuata negli ultimi anni, a sostenere l\u2019economia reale. La Gran Bretagna, soggetta \u2018solamente\u2019 ai dettami di Maastricht e non al pareggio di bilancio, ha comunque spesso superato il limite del 3% con il solo saldo primario, come si evince dal grafico 1: se facessimo riferimento al saldo complessivo, osserveremo che dal 2009 al 2016 il deficit ha sempre superato il muro di Maastricht. Tuttavia, dal grafico 1 si pu\u00f2 anche notare che negli ultimi anni il programma di austerit\u00e0 portato avanti dall\u2019amministrazione Cameron ha determinato una progressiva riduzione del disavanzo, che non a caso si \u00e8 tradotta in una corrispondente riduzione del tasso di crescita del PIL. Contestualmente, il consumo delle famiglie, finanziato a credito, ha riassunto un ruolo guida nel trainare la dinamica della domanda. Il punto \u00e8 comunque chiaro: nonostante si parli di austerity in UK, le varie amministrazioni succedutesi dal 2002 ad oggi hanno sempre realizzato disavanzi primari, sostenendo di fatto la crescita e l\u2019occupazione. Pu\u00f2 essere superfluo aggiungerlo, ma questo, di per s\u00e9, non implica ovviamente un giudizio positivo nei confronti dei governi inglesi che si sono succeduti in questo periodo. Nella misura in cui questi disavanzi primari si sono tradotti, principalmente, in sgravi fiscali a favore dei pi\u00f9 ricchi, due conseguenze ne sono discese: da un lato si \u00e8 contribuito ad una societ\u00e0 pi\u00f9 diseguale ed ingiusta. Dall\u2019altro, poich\u00e9 il disavanzo \u00e8 stato destinato a misure dal moltiplicatore relativamente basso, il risultato macroeconomico complessivo \u00e8 stato inferiore di quello che si sarebbe potuto ottenere, a parit\u00e0 di disavanzo, con investimenti infrastrutturali e politiche sociali a favore delle classi pi\u00f9 disagiate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La piena occupazione \u00e8 un problema<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dati alla mano, la Gran Bretagna \u00e8 quindi prossima al pieno impiego, e questo rappresenterebbe un problema\u2026 per qualcuno, dovremmo aggiungere. Ma oggi non sembra necessario ripetere l\u2019ovvio perch\u00e9, seppur in tempi di menzogna, il giornale del padrone \u00e8 stavolta smaccatamente sincero: la piena occupazione \u00e8 \u201cuna buona notizia? Fino a un certo punto: perch\u00e9 in realt\u00e0 molte industrie ora stanno facendo fatica a trovare dipendenti e questo spinge verso l\u2019alto i salari, intaccando i profitti delle aziende\u201d. Il Corriere della Sera avrebbe potuto titolare questo commento \u201cLa piena occupazione spaventa il profitto\u201d. Sembra di leggere il celebre Aspetti politici del pieno impiego di Micha\u0142 Kalecki, dove l\u2019economista polacco ci spiegava l\u2019ostilit\u00e0 con la quale il capitale guarda all\u2019eliminazione della disoccupazione: senza di essa, i padroni perdono un potente strumento di ricatto e disciplina nei confronti del mondo del lavoro. Sappiamo infatti che, al di l\u00e0 degli aspetti istituzionali a tutela dei lavoratori (sindacati, contratti collettivi, norme contro il licenziamento), i salari crescono nei periodi di bassa disoccupazione, in virt\u00f9 della maggiore forza contrattuale dei lavoratori, frutto anche di una minore facilit\u00e0 per le imprese nel rimpiazzare gli occupati con chi sta facendo la fila fuori ed \u00e8 magari disposto a lavorare anche a condizioni meno favorevoli, pur di avere un reddito. In sostanza, il Corriere della Sera ci ricorda una storia di cui eravamo, purtroppo o per fortuna, gi\u00e0 consapevoli: \u00e8 la vecchia questione della lotta di classe, in cui i capitalisti non sono poi cos\u00ec contenti se c\u2019\u00e8 lavoro per tutti perch\u00e9 in queste condizioni accaparrarsi una fetta consistente del prodotto sociale \u00e8 meno agevole. Tuttavia, fa sempre piacere ascoltare questo concetto espresso e raccontato cos\u00ec a chiare lettere da chi di solito fa il gioco del capitale, descrivendo l\u2019oggi come un\u2019era di armonia in cui tutti siamo capitalisti in quanto imprenditori di noi stessi. Anzi, magari se lo scrive il Corriere della Sera e non qualche bizzarro collettivo di economisti, \u00e8 pure pi\u00f9 credibile. Resta il fatto che (e qui a parlare non \u00e8 n\u00e9 il Corsera n\u00e9 Coniare Rivolta, ma l\u2019Ocse), purtroppo, al momento di crescita dei salari non ce n\u2019\u00e8 traccia: come si evince dal grafico 2, in termini reali le retribuzioni sono ferme ai livelli pre-crisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ode alla mobilit\u00e0 del lavoro<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019analisi sugli aspetti distributivi del pieno impiego non ci pu\u00f2 cogliere di sorpresa. Al massimo, pi\u00f9 che i contenuti della messa ci stupisce la faccia del prete che la canta. L\u2019autore dell\u2019articolo si dedica comunque ad un contorto salto logico. Assistiamo infatti ad un canto alla mobilit\u00e0 del lavoro su scala internazionale, con una finalit\u00e0 ben precisa: secondo il Corriere della Sera, la piena occupazione \u00e8 \u201cun meccanismo perverso, che rischia solo di essere esacerbato dalla Brexit: con l\u2019uscita dalla Ue Londra metter\u00e0 fine alla libera circolazione e dunque verr\u00e0 prosciugato quel bacino di lavoratori europei che \u00e8 vitale per il funzionamento di molte attivit\u00e0 britanniche\u201d. L\u2019articolo \u00e8 chiaro nell\u2019asserire che attualmente diversi lavori sono principalmente eseguiti da stranieri, sia nei settori in cui sono impiegati lavoratori poco qualificati (i camerieri sarebbero quasi tutti italiani\u2026) che nei settori high-tech (ingegneri e programmatori sarebbero per lo pi\u00f9 indiani o cinesi). In sostanza, da un lato si ammette che la piena occupazione \u00e8 stata raggiunta nonostante la libera circolazione che ha permesso agli stranieri di trovare lavoro in UK, ma dall\u2019altro si asserisce che, qualora la Brexit dovesse essere caratterizzata da un controllo dei flussi in entrata, questa carenza di lavoratori sarebbe esasperata dai mancati afflussi di lavoratori stranieri. In altri termini, prima si fa emergere che la piena occupazione si pu\u00f2 raggiungere anche ospitando migranti economici, e poi si rimarca l\u2019idea che non dovrebbero essere chiuse le frontiere ma solo perch\u00e9 i disoccupati del sud europeo (italiani, spagnoli e portoghesi) potrebbero cos\u00ec trasferirsi in UK evitando il prosciugamento di \u201cquel bacino di lavoratori europei che \u00e8 vitale per il funzionamento di molte attivit\u00e0 britanniche\u201d. Ecco spiegata la chiosa: in UK \u201clavorano tutti e il problema \u00e8 trovare semmai chi faccia i lavori: per questo alzare barriere nel momento attuale appare un\u2019idea decisamente infelice\u201d. L\u2019esempio pi\u00f9 fulgido di come si possa usare un argomento condivisibile (alzare le barriere \u00e8 sbagliato) per una finalit\u00e0 squisitamente di classe, ossia quella di costruire un esercito di riserva su scala internazionale. Soprattutto, un esempio fulgido e chiaro della ipocrisia che intesse questi ragionamenti, quando vengono maneggiati in maniera \u2018volgare\u2019. Una economia capitalista ha strutturalmente bisogno di una massa di disperati, dalla cui miseria estrarre il profitto. Se questa massa di disperati \u00e8 esterna alla cittadinanza, e quindi pi\u00f9 isolabile, tanto meglio, ci saranno meno resistenze. Se questo esercito di \u2018stranieri\u2019 viene a mancare, lo sfruttamento dovr\u00e0 cercare altri soggetti \u2013 indigeni \u2013 su cui esercitarsi, con tutte le conseguenze del caso in termini di scontento e problemi di consenso elettorale. Questi sono i termini della questione, nonostante le cattive coscienze del Corriere della Sera e gli strepiti dei cattivisti presunti di sinistra che, per inseguire la Lega, scoprono tutto ad un tratto le virt\u00f9 delle frontiere.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/2018\/11\/19\/il-conflitto-di-classe-in-gran-bretagna-tra-brexit-e-piena-occupazione\/\">https:\/\/coniarerivolta.org\/2018\/11\/19\/il-conflitto-di-classe-in-gran-bretagna-tra-brexit-e-piena-occupazione\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONIARERIVOLTA &nbsp; \u00c8 balzato agli occhi anche dei meno coinvolti nei dibattiti economici un recente commento del Corriere della Sera, firmato da tale Luigi Ippolito, dal titolo inequivocabile: \u201cLa piena occupazione? Nella Gran Bretagna post Brexit \u00e8 un problema\u201d. Il contributo, dal titolo quantomeno infelice, tocca diversi argomenti caldi, su cui pu\u00f2 essere utile soffermarsi. 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