{"id":46737,"date":"2018-12-08T12:30:20","date_gmt":"2018-12-08T11:30:20","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46737"},"modified":"2020-06-17T08:03:59","modified_gmt":"2020-06-17T06:03:59","slug":"il-sovranismo-puo-essere-democratico-e-progressista-ma-la-sinistra-non-lo-capisce","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46737","title":{"rendered":"\u00abIl sovranismo pu\u00f2 essere democratico e progressista. Ma la sinistra non lo capisce\u00bb"},"content":{"rendered":"\n<p>di <strong>VVOX (Alessio Mannino)<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignwide\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.vvox.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/libert\u00e0-popolo-845x522.jpg\" alt=\"\"\/><figcaption><br><strong>Il giornalista Fazi, coautore di un libro che analizza la perdita di sovranit\u00e0 dell\u2019Italia che sfata i luoghi comuni sull\u2019euro, lo spread, il debito pubblico: \u00aba Bruxelles e Francoforte vogliono applicare anche a noi la \u201ccura Grecia\u201d\u00bb<\/strong><br><br><br><strong>Sovranit\u00e0, sovranismo (secondo il Censis addirittura \u00abpsichico\u00bb), anti-europeismo:<\/strong> sono i termini correnti del dibattito politico, ai tempi del governo gialloverde e dello scontento verso questa Europa. Un fenomeno non solo italiano, ma ormai diffuso in tutto il continente: basti pensare alla Brexit inglese o alla rivolta dei gilet gialli in Francia. Sul significato di \u201cpopolo sovrano\u201d, tuttavia, non c\u2019\u00e9 condivisione: leghisti e grillini lo vedono in chiave rivendicativa, in negativo rispetto al potere sovranazionale di Bruxelles e dei mercati finanziari, mentre i moderati del corrierista \u201cpartito del Pil\u201d o la <em>gauche<\/em> di varia natura, comprese le frange radicali, lo considerano in sostanza uno strumentale e surretizio richiamo a forme di<strong> nazionalismo o addirittura di nuovo fascismo.<\/strong> Due studiosi appartenenti al campo di sinistra, il giornalista e saggista <strong>Thomas Fazi<\/strong> e l\u2019economista Bill Mitchell, uno dei principali esponenti della teoria monetaria moderna, hanno voluto far chiarezza sul tema, sfornando un libro denso e rigoroso, prendendo una posizione ben precisa svelata fin dal titolo: \u201cSovranit\u00e0 o barbarie. Il ritorno della questione nazionale\u201d (Meltemi, 2018), che riecheggia il motto della rivoluzionaria comunista Rosa Luxemburg, \u201csocialismo o barbarie\u201d.<br>  <br><strong>Eppure, Fazi, la sovranit\u00e0 \u00e8 oggi la bandiera dei sovranismi che, forse un po\u2019 spicciativamente, vengono definiti di destra, anzi n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno che la riedizione dei vecchi nazionalismi. La sovranit\u00e0 \u00e8 anche di sinistra? In che rapporto \u00e8 con l\u2019idea, da sempre democratica, dell\u2019autodeterminazione dei popoli?<\/strong><br><br>Il sovranismo altro non \u00e8 un\u2019impostazione analitica che pone al centro la necessit\u00e0, nel contesto europeo attuale, di recuperare maggiori spazi di sovranit\u00e0 democratico-popolare e dunque di sovranit\u00e0 nazionale. Se per sovranit\u00e0 popolare intendiamo il diritto dei cittadini di determinare l\u2019indirizzo politico ed economico di un paese tramite il processo elettorale, questo presuppone che i partiti eletti dai cittadini, una volta andati al potere, abbiano gli strumenti di politica economica per realizzare i programmi elettorali per i quali sono stati votati. In altre parole, la sovranit\u00e0 nello Stato, cio\u00e8 nostra, dei cittadini, richiede la sovranit\u00e0 dello Stato.Il problema \u00e8 che oggi questo nesso, in Europa, \u00e8 stato reciso. Il risultato \u00e8 che oggi continuiamo a far finta di vivere in democrazia, in cui i partiti politici si contendono le elezioni sulla base di programmi elettorali alternativi, quando in realt\u00e0 sta diventando sempre pi\u00f9 evidente che si tratta di una pantomima, giacch\u00e9 i partiti che escono vittoriosi dalle elezioni si ritrovano poi privi degli strumenti, finanziari in primis, per realizzare il loro programma elettorale e anzi sono costretti ad andare ad elemosinare le necessarie risorse finanziarie ai mercati finanziari o alla Bce. Si \u00e8 insomma realizzato quello che aveva previsto nel lontano 1992 il grande economista britannico Wynne Godley: \u201cSe un paese rinuncia a, o perde, il potere di emettere la propria moneta, di fare ricorso alla propria banca centrale, acquisisce lo status di ente locale o di colonia\u201d. Da questa breve disamina si capisce quanto sia assurda l\u2019idea che il \u201csovranismo\u201d sia un\u2019ideologia di destra. \u00c8 a ben vedere il contrario del nativismo di partiti come la Lega che sono ben felici di rimanere all\u2019interno dell\u2019architettura della UE e della moneta unica, che gli permette di capitalizzare sull\u2019euroscetticismo dilagante, dirottandolo verso categorie deboli come gli immigrati, senza per\u00f2 mettere in discussione le fondamenta del sistema.<br><br><br><strong>Andando a ritroso <\/strong><br><strong>nella storia d\u2019Italia, quali sono gli snodi principali che hanno portato il nostro Paese a perdere la sovranit\u00e0 economica, finanziaria e monetaria?<\/strong><br><br>L\u2019Italia del dopoguerra \u00e8 sempre stato, per molti versi, un paese a sovranit\u00e0 limitata, soprattutto in ambito militare e geopolitico (basti pensare alle centinaia di installazioni militari statunitensi tutt\u2019ora presenti sul nostro territorio). Molti degli aspetti pi\u00f9 problematici di tale processo erano gi\u00e0 individuabili in nuce nelle primissime fasi del processo di integrazione, rintracciabili nella creazione del Consiglio d\u2019Europa (1949), dell\u2019Unione europea dei pagamenti (UEP; 1950), della CECA; della Comunit\u00e0 economica europea (CEE; 1957), della Politica agricola comune (PAC; 1962) e dell\u2019unione doganale (1968). Possiamo dire almeno fino alla fine degli anni Settanta, per\u00f2,l\u2019Italia ha goduto di una relativa autonomia economica, a cui \u00e8 imputabile anche la stagione di straordinaria crescita del paese. Il vero spartiacque in questo senso fu la creazione del sistema di cambi semifissi del Sistema monetario europeo (SME), nel 1979. Fu nientedimeno che che Giorgio Napolitano (in foto da Wikipedia), al tempo deputato del Pci, a spiegare come lo SME avrebbe costretto l\u2019Italia ad \u201cadottare drastiche politiche restrittive\u201d col rischio di \u201cveder ristagnare la produzione, gli investimenti e l\u2019occupazione\u201d (come \u00e8 stato). Secondo la dichiarazione congiunta di diversi membri del PCI, la creazione di un potente vincolo esterno, nella forma del cambio semifisso, avrebbe spianato la strada a \u201cmisure drastiche di restaurazione sociale, attraverso l\u2019attacco alla scala mobile, la riduzione dell\u2019occupazione, il taglio della spesa pubblica. E dunque indotto una pericolosa svolta a destra\u201d. E cos\u00ec \u00e8 stato. Questa chiave interpretativa, cio\u00e8 dell\u2019integrazione economica europea come cavallo di Troia per neoliberalizzare le economie e le societ\u00e0 europee, e italiana in particolare, \u00e8 applicabile a tutte le successive fasi costituenti dell\u2019Eurosistema: dal \u201cdivorzio\u201d Bankitalia-Tesoro del 1981 all\u2019Atto unico del 1986 fino al Trattato di Maastricht del 1992, che fiss\u00f2 i termini cui subordinare la fase finale dell\u2019unione monetaria, dall\u2019indipendenza assoluta della banca centrale europea dagli Stati nazionali, alla flessibilizzazione del lavoro, ai limiti al deficit e al debito pubblico (limiti successivamente inaspriti). Le conseguenze per l\u2019Italia sono state particolarmente devastanti: basti pensare che per oltre trent\u2019anni, fino alla fine degli anni Ottanta, l\u2019Italia \u00e8 stato il paese d\u2019Europa con la pi\u00f9 elevata crescita media, mentre dalla met\u00e0 degli anni Novanta in poi \u00e8 stato il paese che \u00e8 cresciuto meno in assoluto. La realt\u00e0 \u00e8 che il programma di \u201criforme\u201d associato all\u2019adesione a Maastricht, a partire dallo smantellamento dell\u2019apparato industriale pubblico, ha investito praticamente ogni aspetto dell\u2019economia italiana, che fino a quel momento si era caratterizzata per la pervasivit\u00e0 del controllo e dell\u2019intervento pubblici, trasfigurandone radicalmente la natura, in un processo non dissimile dalle \u201cterapie shock\u201d imposte dal Fondo monetario e dalla Banca Mondiale ai paesi in via di sviluppo nel corso degli anni Ottanta e Novanta. Con l\u2019aggravante che in Italia il grosso delle suddette \u201criforme \u00e8 stato implementato da governi di centrosinistra, cio\u00e8 dagli eredi del Pci.<br><br><strong>Perch\u00e9 contestare l\u2019euro e l\u2019Ue \u00e8 un tab\u00f9, sia nella destra liberale ma soprattutto a sinistra, compresa la sinistra cosiddetta radicale, fino all\u2019evocazione dello spettro fascista?<\/strong><br><br>La sinistra si convert\u00ec all\u2019europeismo e al sovranazionalismo nel corso degli anni Settanta in quanto introiett\u00f2 l\u2019idea (in verit\u00e0 fallace) secondo cui la crescente internazionalizzazione economica e finanziaria di quegli anni, ci\u00f2 che oggi chiamiamo globalizzazione, fosse un aspetto ineluttabile della \u201cmodernit\u00e0\u201d, piuttosto che essere il risultato di una precisa volont\u00e0 politica, destinato inevitabilmente a erodere la sovranit\u00e0 economica dei singoli Stati e dunque la loro capacit\u00e0 di decidere in autonomia, ossia a prescindere dalla volont\u00e0 dei mercati, le loro politiche economiche e sociali, costringendoli dunque ad abbandonare le politiche \u201ckeynesiane\u201d che avevano caratterizzato il secondo dopoguerra fino a quel momento e che, tra mille contraddizioni, avevano permesso alle classi subalterne di ottenere un grado di rappresentanza politica ed economica senza precedenti nella storia. Cos\u00ec facendo la sinistra fin\u00ec per legittimare ideologicamente e politicamente il neoliberismo come unica alternativa praticabile e, cosa ancor pi\u00f9 grave in termini delle sue ricadute politiche, per avallare l\u2019idea, soprattutto nel contesto europeo, secondo cui le nazioni non avessero altra scelta che abbandonare qualunque strategia economica nazionale e qualsiasi strumento tradizionale di intervento nell\u2019economia a favore di forme di governance internazionale e\/o sovranazionale.Ancora oggi l\u2019orizzonte europeo viene considerato imprescindibile da buona parte della sinistra. La verit\u00e0 \u00e8 che qualunque ipotesi di riformabilit\u00e0 in senso progressivo e democratizzabilit\u00e0 dell\u2019Unione europea e dell\u2019unione monetaria \u00e8 del tutto illogica e irrealistica, oltre che inauspicabile: non si pu\u00f2 democratizzare uno spazio che nasce e si sviluppa proprio all\u2019insegna della desovranizzazione, della de-democratizzazione e della depoliticizzazione. Il livello europeo \u00e8 strutturalmente postdemocratico e per questo irriformabile.<br><br><strong>E\u2019 vero che un suo crollo o un suo abbandono comporterebbe un salto nel buio dagli effetti catastrofici per risparmiatori, consumatori e lavoratori, oltre che per le imprese?<\/strong><br><br>Scriveva Luciano Gallino (in foto da giuristidemocratici.it) poco prima della sua scomparsa: \u201cl\u2019unica strada per recuperare le sovranit\u00e0 perdute in tema di politiche economiche e sociali, oltre che monetarie, consiste nell\u2019uscita dall\u2019euro\u201d. L\u2019uscita dall\u2019euro, dunque, rappresenta una condicio sine qua non \u2013 una condizione necessaria ma di per s\u00e9 insufficiente \u2013 per il recupero della sovranit\u00e0 democratica e popolare. Ora, \u00e8 indubbio che la transizione a una nuova valuta nazionale presenterebbe sfide tecniche ed economiche non indifferenti e comporterebbe costi significativi, soprattutto nel breve termine. Tuttavia, la nozione secondo cui questo comporterebbe inevitabilmente conseguenze catastrofiche \u00e8 semplice allarmismo: esistono varie soluzioni per gestire e minimizzare l\u2019impatto di una transizione dall\u2019euro a una nuova valuta nazionale. In ultima analisi, le conseguenze complessive dipendono dal quadro economico che sottende l\u2019uscita. Come sempre, il diavolo \u00e8 nei dettagli. Pi\u00f9 in generale, comunque, per certi paesi, inclusa l\u2019Italia, la presente situazione \u00e8 di una gravit\u00e0 tale che ci sentiamo di sottoscrivere quanto scritto da Gallino: \u201cIl costo economico, politico e sociale delle sovranit\u00e0 perdute a causa dell\u2019euro supera il costo di uscirne\u201d.<br><br><strong>Il debito pubblico e il differenziale di rendimento dei titoli di Stato italiani e tedeschi (spread) sono l\u2019incubo della politica italiana, e il metro di misura con cui la vulgata dominante giudica le decisioni politiche. Quanto c\u2019\u00e8 di vero, di oggettivo, e quanto di politico, cio\u00e8 passibile di essere cambiato dalla volont\u00e0 dei governi?<\/strong><br><br>Il punto da capire \u00e8 che nella misura in cui oggi i mercati sono in grado di ingerire cos\u00ec pesantemente nei processi democratici dei paesi dell\u2019unione monetaria per mezzo del famigerato \u201cspread\u201d, delle agenzie di rating, ecc., come in Italia sappiamo fin troppo bene, \u00e8 unicamente dovuto al fatto che gli Stati hanno rinunciato al potere di emissione della moneta, sottomettendosi volontariamente alla \u201cdittatura dei mercati\u201d. Nei paesi che dispongono della sovranit\u00e0 monetaria, infatti, \u00e8 la banca centrale a fissare il tasso di interesse, non i mercati, impegnandosi ad acquistare tutti gli eventuali titoli che dovessero rimanere invenduti al tasso di interesse fissato dalle autorit\u00e0 pubbliche. Basti pensare alla banca centrale giapponese, che ad onta di un rapporto debito\/PIL del 250 per cento circa, continua ad impegnarsi a mantenere il tasso di interesse sui titoli di Stato nipponici allo zero per cento. Dal punto di vista tecnico, ovviamente, la BCE potrebbe fare lo stesso, facendo scendere a zero tutti gli spread dell\u2019eurozona. Ma questo, oltre ad essere illegale in base alle regole attuali, che prevedono che la BCE possa intervenire arbitrariamente per calmierare gli interessi sui titoli di Stato di un certo paese solo se quest\u2019ultimo accetta di sottoporsi a un programma di aggiustamento strutturale (leggasi austerit\u00e0 fiscale e riforme strutturali), sarebbe politicamente insostenibile. In questo senso, uno dei vantaggi principali di un\u2019uscita dalla moneta unica consisterebbe, per un paese come l\u2019Italia, oltre che nel recupero della potest\u00e0 di monetizzazione della spesa, nel fatto di riprendere il controllo del proprio debito pubblico ridenominando il debito esistente ed emettendo il nuovo debito nella nuova valuta nazionale, il che ovviamente permetterebbe all\u2019Italia anche di controllare anche il tasso di interesse, come facevamo prima del \u201cdivorzio\u201d, quando pagavamo interessi pi\u00f9 bassi di quelli che paghiamo oggi dentro l\u2019euro.<br><br><strong>\u00c8 realistico pensare ad una riappropriazione di sovranit\u00e0, non solo per l\u2019Italia ma anche per gli altri Stati, nel breve-medio periodo? Come giudica l\u2019indirizzo e l\u2019operato del governo M5S-Lega in questo senso?<\/strong><br><br>Io non ho particolare simpatia per questo governo ma accetto che questo \u00e8 un governo democraticamente legittimato e dunque ho difeso la manovra dalle ingerenze dell\u2019Europa, come credo non possa esimersi dal fare chiunque abbia a cuore la democrazia. Allo stesso tempo, per\u00f2, c\u2019\u00e8 un elemento che mi preoccupa molto: cio\u00e8 che ogni giorno passa cresce sempre di pi\u00f9 l\u2019impressione che il governo sia andato allo scontro con l\u2019Europa senza avere un vero piano B, sulla base dell\u2019illusione che \u201cl\u2019Italia non \u00e8 la Grecia\u201d, una frase che abbiamo sentito spesso in questi anni, cio\u00e8 dell\u2019idea che l\u2019Italia in virt\u00f9 del suo peso economico avrebbe avuto un margine di manovra pi\u00f9 ampio di quello concesso alla Grecia. Gli eventi stanno dimostrando che le cose non stanno affatto cos\u00ec e anzi che proprio perch\u00e9 l\u2019Italia \u00e8 un paese cos\u00ec importante non gli si pu\u00f2 permettere di sfidare esplicitamente le regole europee, perlomeno dal punto di vista retorico se non nella pratica. L\u2019errore di fondo a mio avviso \u00e8 pensare che l\u2019alternativa sia tra tenere un paese nell\u2019euro o cacciarlo dall\u2019unione monetaria. Se cos\u00ec fosse effettivamente il margine di manovra dell\u2019Italia sarebbe molto ampio, perch\u00e9 \u00e8 condivisibile l\u2019idea che gli altri paesi non abbiano interesse a precipitare una crisi cos\u00ec profonda che avrebbe ripercussioni pesanti su tutta l\u2019Europa. Ma se c\u2019\u00e8 una cosa che l\u2019esempio greco ha mostrato \u00e8 che esiste una terza alternativa, che \u00e8 quella di tenere il paese nell\u2019euro ma di mettere il governo in carica sotto pressione tramite il sistema bancario. E le recenti dichiarazioni di Draghi sul fatto che la Bce non interverr\u00e0 nel caso di una crisi del sistema bancario italiano fanno intendere che l\u2019intenzione \u00e8 quella di applicare la stessa strategia applicata in Grecia in Italia, cio\u00e8 di strozzare il sistema finanziario per mettere pressione al governo. Tutto questo per dire che se veramente il governo ci ha portato allo scontro senza avere un piano B questo sarebbe molto grave, perch\u00e9 rischia realmente di spianare la strada alla troika.<br><br><strong>A volte si sente equiparare l\u2019Ue dominata dalla Germania ad una specie di Reich tedesco in forme pacifiche e finanziarie, ma si difende l\u2019Unione perch\u00e9 metterebbe al riparo da guerre come quella scatenata da Hitler. Il nazismo per\u00f2 era \u201ceuropeista\u201d in quanto vedeva il continente come suo \u201cspazio vitale\u201d e sottometteva i popoli fino alla schiavit\u00f9 fisica (si pensi agli slavi). Qui c\u2019\u00e8 \u201csolo\u201d il primato dell\u2019industria manifatturiera nelle partite commerciali con le rivali, come l\u2019italiana. Non <\/strong><br><strong>\u00e8 un paragone esagerato?<\/strong><br><br>Come mostriamo nel libro, sarebbe ingenuo considerare la progressiva egemonizzazione tedesca dell\u2019Europa cui abbiamo assistito negli ultimi vent\u2019anni come il risultato \u201cimprevisto\u201d dell\u2019architettura stessa dell\u2019unione monetaria o, per questo, del \u201cfondamentalismo economico\u201d della Germania, per quanto il ruolo dell\u2019ideologia non vada sottovalutato. Piuttosto, essa andrebbe vista come il frutto di una precisa strategia da parte delle \u00e9lite politiche ed economiche tedesche, in linea con una vocazione imperialista che ha radici molto profonde nel paese e che potremmo definire \u201cstrutturalmente congenita\u201d alla nazione tedesca fin dalla sua nascita. In questo senso, possiamo ipotizzare che esista un filo rosso che lega l\u2019attuale fase di egemonizzazione continentale con i precedenti tentativi di egemonizzazione nel corso del XIX e XX secolo. Risulta quindi estremamente superficiale la narrazione ufficiale secondo cui l\u2019euro sarebbe stato il pegno che la Germania accett\u00f2 di pagare, suo malgrado, per la riunificazione tedesca. Se, da un lato, \u00e8 senz\u2019altro vero che l\u2019ingresso della Germania nell\u2019euro non godeva di un ampio consenso tra la popolazione tedesca, restia ad abbandonare l\u2019amato marco \u2013 \u201cho agito come un dittatore\u201d, avrebbe poi detto Helmut Kohl, cancelliere tedesco dal 1982 al 1998 (nella foto da Wikipedia, un monumento in suo onore) \u2013 \u00e8 altres\u00ec vero che le \u00e9lite tedesche, a partire dallo stesso Kohl, erano perfettamente consapevoli che l\u2019euro, per come si \u00e8 andato strutturando fin dai suoi albori, anche per merito delle pressioni tedesche, sarebbe stato totalmente funzionale agli interessi del capitalismo tedesco. I responsabili della politica economica tedesca sapevano bene che c\u2019era un solo modo per evitare un apprezzamento certo del marco e soddisfare cos\u00ec le esigenze della propria industria dell\u2019export: ingabbiare il resto dell\u2019Europa nella stessa area valutaria. A dispetto della retorica ufficiale di Kohl e degli altri dirigenti tedeschi dell\u2019epoca, possiamo dunque concludere che per le \u00e9lite tedesche l\u2019ingresso nell\u2019Unione europea e nell\u2019euro non avesse lo scopo di \u201ceuropeizzare la Germania\u201d quanto quello, gi\u00e0 tentato altre volte nella storia, di \u201cgermanizzare l\u2019Europa\u201d. Da questo si evince quanto sia ingannevole la dicotomia spesso sollevata nel dibattito pubblico tra \u201cnazionalismo\u201d ed \u201ceuropeismo\u201d. Le due cose, spesso e volentieri, vanno a braccetto. Nel caso della Germania, per esempio, l\u2019europeismo \u00e8 stato proprio il dispositivo ideologico che ha permesso al paese di perseguire una strategia squisitamente nazionalista e di creare quel \u201cnuovo ordine europeo\u201d teorizzato dai tedeschi negli anni Trenta e Quaranta (e trattato in dettaglio nel libro), nella misura in cui ha permesso alle \u00e9lite tedesche di celare il loro progetto egemonico dietro il velo dell\u2019\u201cintegrazione europea\u201d.<br><br>Fonte: <a href=\"https:\/\/www.vvox.it\/2018\/12\/08\/il-sovranismo-puo-essere-democratico-e-progressista-ma-la-sinistra-non-lo-capisce\/?fbclid=IwAR3roq5zw6qxdgad_5ULdPXc_ZqEK8ik39xfnCKmyKDld1OAmysWTYQ74o0\">https:\/\/www.vvox.it\/2018\/12\/08\/il-sovranismo-puo-essere-democratico-e-progressista-ma-la-sinistra-non-lo-capisce\/?fbclid=IwAR3roq5zw6qxdgad_5ULdPXc_ZqEK8ik39xfnCKmyKDld1OAmysWTYQ74o0<\/a><br><br><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><br><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di VVOX (Alessio Mannino)<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":46738,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/12\/index.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-c9P","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/46737"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=46737"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/46737\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":46746,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/46737\/revisions\/46746"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/46738"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=46737"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=46737"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=46737"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}