{"id":46757,"date":"2018-12-10T09:30:43","date_gmt":"2018-12-10T08:30:43","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46757"},"modified":"2018-12-09T20:05:57","modified_gmt":"2018-12-09T19:05:57","slug":"46757","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46757","title":{"rendered":"A lezione da Keynes, ripensando la macroeconomia. Recensione de \u201cLa scienza inutile\u201d di F. Saraceno\ufeff"},"content":{"rendered":"\r\n<p>di <strong>KEYNES BLOG<\/strong><br \/><br \/><\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<figure class=\"wp-block-image\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/keynesblog.files.wordpress.com\/2018\/12\/41966.jpg?w=560\" alt=\"41966.jpg\" \/><\/figure>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Francesco Saraceno<\/strong><br \/><strong><em>La scienza inutile: Tutto quello che non abbiamo voluto imparare dall\u2019economia<\/em><\/strong><br \/><strong>Luiss University Press (2018)<\/strong><br \/><strong><a href=\"https:\/\/www.luissuniversitypress.it\/pubblicazioni\/la-scienza-inutile\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">https:\/\/www.luissuniversitypress.it\/pubblicazioni\/la-scienza-inutile<\/a><\/strong><\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">Recensione di Daniela Palma<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra le conseguenze della crisi che ormai da un decennio sta attraversando l\u2019economia mondiale, non si contano solo fallimenti finanziari e una diffusa stagnazione delle attivit\u00e0 produttive. Lo stupore con cui la regina Elisabetta nel novembre del 2008 chiedeva ad autorevoli professori della\u00a0<em>London School of Economics<\/em>\u00a0come mai nessuno fosse stato in grado di prevedere un evento di proporzioni cos\u00ec rilevanti, ci ha avvisati infatti della crisi che stava per investire la scienza economica corrente e segnatamente la macroeconomia. Bene fa perci\u00f2 Francesco Saraceno con il saggio \u201cLa scienza inutile\u201d a lanciare la sua provocazione, per poi subito precisare che si pu\u00f2 imparare dall\u2019economia (e molto) purch\u00e9 la si legga con le lenti giuste.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">Quella compiuta dall\u2019autore \u00e8 innanzitutto una scelta di metodo, che per\u00f2 va diritta al merito delle risposte che l\u2019economia intesa come scienza \u00e8 in grado di fornire. Ed \u00e8 proprio questo il punto in cui si incardina tutto il ragionamento di Saraceno. Va ricordato infatti che i fenomeni economici non sono l\u2019espressione di \u201cleggi universali che regolano il comportamento umano\u201d, ma si inquadrano in contesti storicamente determinati che condizionano nel tempo e nello spazio l\u2019agire dei diversi soggetti. Respingendo l\u2019approccio storico, la teoria economica tuttora dominante si rif\u00e0 ai principi della cosiddetta scuola neoclassica, secondo la quale il sistema economico \u00e8 l\u2019espressione delle scelte ottimizzanti di individui razionali e tende a convergere verso uno stato di equilibrio di piena occupazione delle risorse. Lo scoppio della crisi mondiale e la sua persistenza mettono chiaramente in discussione questa visione. Ma ci\u00f2 non basta, poich\u00e9 \u2013 sottolinea Saraceno \u2013 bisogna innanzitutto rompere la camicia di forza del razionalismo neoclassico che porta a concepire il progresso della scienza economica come \u201cun approfondimento cumulativo della nostra comprensione\u201d della realt\u00e0; ed \u00e8 necessario quindi scendere sul terreno dello studio della storia del pensiero economico, esaminando l\u2019avvicendarsi delle principali scuole in rapporto ai contesti in cui si sono affermate. Ci si accorge cos\u00ec che la conoscenza economica non ha seguito mai un percorso lineare, ma \u00e8 andata evolvendosi (ed involvendosi) sull\u2019onda delle trasformazioni e delle crisi pi\u00f9 o meno accentuate che hanno interessato lo scenario economico nel corso del tempo.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo Saraceno, un\u2019importante chiave interpretativa \u2013 pur con qualche modifica \u2013 pu\u00f2 essere tratta dallo schema concettuale delineato da Thomas Khun nel suo \u201cLa struttura delle rivoluzioni scientifiche\u201d, dove il progresso della scienza \u00e8 ricondotto al consolidarsi di paradigmi intesi come \u201ccostellazione di credenze, di valori, di tecniche e d\u2019impegni collettivi condivisi dai membri di una data comunit\u00e0, fondata in particolare su un insieme di modelli di assiomi e di esempi comuni\u201d entro i quali si vanno definendo le principali linee guida dell\u2019attivit\u00e0 di ricerca. In particolare un paradigma risulter\u00e0 \u201cdominante\u201d fintanto che sar\u00e0 in grado di spiegare i fenomeni ritenuti rilevanti, mentre nel caso contrario sar\u00e0 messo in discussione e sostituito da uno pi\u00f9 adatto. Nel caso dell\u2019economia \u00e8 invece \u201craro che i paradigmi siano abbandonati definitivamente; essi tendono al contrario a restare assopiti quando non sono pi\u00f9 atti a spiegare la realt\u00e0 in un dato momento, per risvegliarsi se l\u2019evoluzione storica li rende ancora pertinenti\u201d. Capire le direttrici di tali paradigmi significa dunque per Saraceno attingere innanzitutto alla dimensione sociale della scienza economica, rinunciando sempre e comunque a una lettura autoreferenziale di ciascuna posizione teorica, spesso tale in quanto frutto di derive dogmatiche che si sono andate cristallizzando finch\u00e9 non hanno colliso con evidenze storiche dirompenti.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">Venendo al vivo delle questioni che sono scaturite dal dibattito intorno all\u2019attuale crisi economica, il volume si focalizza sulla \u201cbattaglia delle idee\u201d che ha segnato la macroeconomia, ponendo l\u2019accento sul ruolo della politica economica e sulle varie modalit\u00e0 di intervento pubblico. Tale punto di vista \u00e8 certamente privilegiato, ma niente affatto parziale. Nell\u2019incrinare le certezze sulla capacit\u00e0 di autoregolazione del mercato, cardine del paradigma dominante neoclassico, lo scoppio della crisi ha portato infatti a una rivalutazione delle politiche favorevoli a un\u2019espansione della spesa pubblica, pi\u00f9 spesso indicate come di \u201cispirazione keynesiana\u201d. Il rimando alla precedente crisi del \u201929, che aveva consentito una rapida affermazione della pensiero keynesiano, \u00e8 quindi immediato ed \u00e8 l\u2019occasione per convenire che il rapporto tra Stato e mercato rappresenti una pietra angolare delle maggiori dispute teoriche che caratterizzano l\u2019ultimo secolo. L\u2019enfasi su ascesa, declino e ripresa del keynesismo nel confronto con la scuola neoclassica \u00e8 inoltre del tutto funzionale all\u2019illustrazione della complessa dinamica che accompagna l\u2019affermazione di un ciascun paradigma economico. L\u2019intero saggio risulta infatti permeato da una costante tensione dialettica tra \u201cparadigma neoclassico\u201d e \u201cparadigma keynesiano\u201d, che mostra come il passaggio dall\u2019uno all\u2019altro avvenga lungo un\u00a0<em>continuum<\/em>, facendo emergere commistioni teoriche che segnano uno spostamento quasi come fosse il moto di un pendolo. Viceversa \u00e8 importante individuare gli snodi intorno ai quali iniziano a prendere forma le svolte paradigmatiche, e questo Saraceno lo chiarisce fin dai primi due capitoli, dove, con esposizione rigorosa ma accessibile anche ai meno esperti, sono richiamati i fondamenti teorici dei due filoni di pensiero.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">Non sarebbe tuttavia possibile comprendere a fondo le oscillazioni del \u201cpendolo\u201d della teoria economica, se non fosse sempre ben presente un serrato confronto con i fatti dell\u2019economia, specialmente quando quest\u2019ultima ha manifestato segnali di crisi se non addirittura veri e propri collassi come quelli del \u201929 e del 2007. Il volume ripercorre cos\u00ec, a grandi linee, tutte le principali tappe della storia economica del ventesimo secolo, integrandole direttamente nel testo e in appositi focus di approfondimento, spesso corredati di dati di sintesi e diagrammi grafici, dove l\u2019analisi lascia il posto anche al commento critico dell\u2019autore. Centrale rimane comunque il riferimento alle vicende della politica economica, a loro volta collegate alle diverse posizioni teoriche che nell\u2019ambito dei due paradigmi si sono espresse sull\u2019utilit\u00e0 dell\u2019intervento dello Stato; e centrale rimane soprattutto l\u2019attenzione per il ruolo (tutt\u2019altro che scontato) della domanda pubblica nel sostenere la piena occupazione del sistema economico.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">La sconfessione della cosiddetta \u201clegge degli sbocchi di Say\u201d, in base alla quale \u00e8 l\u2019offerta che genera la domanda, rappresenta la cifra della \u201crivoluzione keynesiana\u201d, che irrompe sulla scena del primo Novecento, capovolgendo una lettura del circuito del reddito che durava dal tempo della scuola classica di Smith, Ricardo e Marx, sebbene a partire da presupposti teorici diversi da quelli della scuola neoclassica. Ma, attenzione: \u00e8 Keynes stesso a precisare che il senso della sua nuova teoria non \u00e8 di confutare il postulato di razionalit\u00e0 individuale dell\u2019approccio neoclassico, quanto di rivedere il meccanismo che guida l\u2019investimento privato in rapporto al risparmio in un contesto dominato da incertezza radicale (o rischio non calcolabile secondo schemi probabilistici) dove la moneta gioca un ruolo fondamentale come ponte tra passato e futuro, essendo riserva di valore oltre che mezzo di scambio. Per Keynes l\u2019investimento privato non \u00e8 determinato su un mercato di fondi a prestito, dove il tasso di interesse \u00e8 il prezzo che ne definisce l\u2019equilibrio con il risparmio, come vorrebbe la teoria neoclassica, ma dipende dalle aspettative (<em>animal spirits<\/em>) degli imprenditori; mentre la scelta di tesaurizzare \u00e8 collegata al grado di preferenza per la liquidit\u00e0. Stando cos\u00ec le cose, \u00e8 evidente che l\u2019equilibrio di piena occupazione non potr\u00e0 verificarsi che per un caso, e che il livello della domanda aggregata sar\u00e0 in generale esposto a \u201cquell\u2019elemento che \u00e8 pi\u00f9 soggetto a improvvise ed ampie fluttuazioni\u201d, rappresentato dagli investimenti privati. La disoccupazione \u201cinvolontaria\u201d sar\u00e0 pertanto un tratto distintivo del modello keynesiano, mentre per i neoclassici potr\u00e0 emergere solo come scostamento temporaneo dall\u2019equilibrio di piena occupazione per effetto di imperfezioni dal lato dell\u2019offerta presenti soprattutto in forma di rigidit\u00e0 nel mercato del lavoro, che impediscono un\u2019adeguata flessibilit\u00e0 dei salari. In questo senso la politica fiscale, consistente in aumento della spesa pubblica, avr\u00e0 per Keynes un ruolo preminente, di sostegno alla domanda aggregata, nonch\u00e9 di stabilizzazione del ciclo economico specialmente in periodi di crisi, favorendo anche il miglioramento delle aspettative, ed \u00e8 da preferirsi ad un espansione monetaria, che durante una recessione potr\u00e0 persino fallire poich\u00e9 in tale circostanza i tassi di interesse possono scendere su livelli molto bassi e la propensione al tesoreggiamento di moneta aumenta (trappola della liquidit\u00e0). Ci\u00f2 non implica tuttavia che lo Stato debba essere onnipresente, ma che sia pronto a intervenire nei casi in cui vi sia una stagnazione dell\u2019attivit\u00e0 produttiva al di sotto del livello di piena occupazione.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">Il modello keynesiano risultava dunque pi\u00f9 che attrezzato sia per rispondere ai problemi che la crisi del \u201929 aveva posto, sia per ottenere un sufficiente consenso tra gli economisti del periodo, poich\u00e9 reinterpretava il ruolo dell\u2019agire razionale degli agenti economici riconoscendo al tempo stesso pieno titolo al mercato, una volta chiariti i meccanismi che ne potevano compromettere il funzionamento. Quali sono allora i motivi che ne hanno messo in discussione la validit\u00e0 dopo un lungo periodo di successo? A questa fase Saraceno dedica un breve ma assai denso capitolo (il terzo) che illustra come la teoria keynesiana sia stata progressivamente svuotata dei suoi stessi presupposti senza apparentemente far venir meno l\u2019impianto logico. Keynes aveva in definitiva aperto una nuova strada che, come lui stesso riconosceva, era ancora tutta da percorrere [1]. Il modello, come ci viene ricordato, trascurava il lato dell\u2019offerta e in qualche modo era rimasto intrappolato nell\u2019idea che la leva della domanda pubblica potesse sempre sortire effetti positivi in situazioni di sotto-occupazione. Esauritosi il trentennale ciclo espansivo del secondo dopoguerra, le spinte inflazionistiche legate al vertiginoso aumento dei prezzi petroliferi e la stagnazione economica che le accompagn\u00f2 a partire dai primi anni \u201970, ne decretarono invece il fallimento, lasciando la strada spianata alla successiva controrivoluzione neoclassica. E d\u2019altra parte lo stesso modello era gi\u00e0 da tempo diventato preda di semplificazioni che lo riaccostavano all\u2019alveo neoclassico. La fortuna del keynesismo era nel frattempo cresciuta grazie anche alle spinte propulsive legate alla ricostruzione post-bellica, e il fatto che parallelamente si facesse spazio la nuova vulgata della cosiddetta \u201csintesi neoclassica\u201d (che ha il suo cardine nel modello IS-LM) nella quale spariva il riferimento all\u2019incertezza radicale e con essa molti dei meccanismi che giustificavano l\u2019instabilit\u00e0 della domanda aggregata, non sembrava creare troppi problemi. In definitiva il contesto era tale che il cosiddetto \u201ckeynesismo idraulico\u201d, che ben definisce questa visione riduttiva (oltre che distorta) dell\u2019originario modello keynesiano, poteva sopravvivere indisturbato. Ma se \u00e8 vero che a partire dagli anni \u201970 il \u201cparadigma keynesiano\u201d si avvia verso una progressiva dissoluzione, il cui primo atto politico \u00e8 il crollo del sistema monetario uscito da Bretton Woods, \u00e8 altrettanto evidente che l\u2019affermazione della sintesi neoclassica rappresenta anche una fase di grande interesse, che mette in luce come all\u2019interno di uno stesso paradigma possano mescolarsi orientamenti teorici diversi, e che le tendenze che risultano infine dominanti traggano non poco impulso dal mutamento dello scenario politico.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma ormai a quel punto Tatcherismo e Reaganomics sono alle porte, e trascinano con s\u00e9 l\u2019onda di un\u2019inarrestabile \u201crivoluzione conservatrice\u201d. E\u2019 il momento della \u201ccontrorivoluzione\u201d neoclassica ed \u00e8 a questo punto (capitolo quarto) che il testo di Saraceno d\u00e0 ampiamente conto di come, nonostante la presenza di un contesto storico favorevole alla sconfessione del keynesismo, la svolta sia stata il prodotto di una lunga evoluzione. Ci vorr\u00e0 tutto il corso degli anni \u201970 e \u201980 perch\u00e9, nel solco della sintesi neoclassica, le posizioni,in sequenza, della scuola monetarista, dei teorici delle aspettative razionali (che aprono il fronte della \u201cNuova macroeconomia classica\u201d), e della corrente dei \u201ccicli economici reali\u201d, portino a quella che era gi\u00e0 in nuce la derubricazione del modello keynesiano a caso particolare di quello neoclassico con prezzi rigidi, creando la premessa fondamentale per una nuova svolta paradigmatica. Nel passaggio dal primo all\u2019ultimo di questi tre filoni di pensiero, la domanda risulta infatti sempre pi\u00f9 ininfluente nella determinazione del reddito, la moneta smette di essere rilevante per l\u2019economia reale, e la politica di espansione fiscale si rivela inutile (in quanto spiazza la spesa privata), se non dannosa (in quanto destabilizzante), mentre l\u2019equilibrio di piena occupazione (intorno a un tasso \u201cnaturale\u201d di lungo periodo) \u00e8 garantito dalla flessibilit\u00e0 dei prezzi. Lo sbocco di questa fase \u00e8 rappresentato negli anni \u201990 da un \u201cNuovo Consenso\u201d che, riabilitando i fondamenti microeconomici del modello neoclassico, opera una sintesi tra un breve termine con propriet\u00e0 keynesiane e un lungo termine in cui contano i fattori di offerta. Al di l\u00e0 delle apparenti rimodulazioni di stampo keynesiano, Saraceno sottolinea come sia proprio questo il periodo in cui l\u2019influsso neoclassico torna a predominare, relegando la politica economica a un insieme di \u201cregole\u201d che possono essere facilmente integrate nel comportamento ottimizzante degli agenti economici. Non \u00e8 quindi un caso che tutto ci\u00f2 si traduca nell\u2019enunciazione di in un insieme di direttive standard (meglio noto come\u00a0<em>Washington Consensus<\/em>) volte a favorire il funzionamento del mercato, che finiscono col diventare il fulcro della governance economica mondiale e plasmare, in particolare, l\u2019architettura istituzionale dell\u2019Unione Monetaria Europea. La ricerca della stabilit\u00e0 macroeconomica (attraverso gli obiettivi di pareggio di bilancio pubblico e di stabilit\u00e0 dei prezzi) e l\u2019attuazione di riforme strutturali tese ad accrescere concorrenza e competitivit\u00e0 del mercato, diventano il cuore della nuova politica economica che, prescindendo dalla specificit\u00e0 di ciascun paese (<em>one size fits all<\/em>), si spinge verso ogni possibile versante di deregolamentazione, lasciando proliferare un settore finanziario sempre pi\u00f9 sganciato dall\u2019attivit\u00e0 reale, mentre la componente salariale della domanda si riduce progressivamente per effetto dei processi di liberalizzazione sul mercato del lavoro.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">Per i sostenitori del Consenso la crisi del 2007 \u00e8 del tutto inaspettata. La convinzione che l\u2019intervento dello Stato sia ingombrante \u201ca prescindere\u201d \u00e8 inoltre tale che il conseguimento del pareggio di bilancio non \u00e8 pi\u00f9 considerato sufficiente, ma si punta a ridurre per principio la dimensione economica della spesa pubblica. Le politiche di austerit\u00e0, specialmente in Europa, sono improntate a questo credo dai tratti evidentemente ideologici, ed \u00e8 solo quando la crisi si traduce in doppia recessione che sul versante istituzionale (da parte del Fondo Monetario Internazionale\u00a0<em>in primis<\/em>, per voce del capo economista Olivier Blanchard) sorge un diffuso scetticismo che riporta da un lato in auge l\u2019attenzione per la politica fiscale, e dall\u2019altro predispone la Banca Centrale Europea (deputata in origine al solo controllo dell\u2019inflazione) ad adottare misure non convenzionali di espansione monetaria a sostegno dell\u2019economia. Ma c\u2019\u00e8 di pi\u00f9. Cresce infatti la consapevolezza che l\u2019effetto negativo delle politiche di austerit\u00e0, attuate durante le fasi recessive, non abbia solo effetti transitori di breve periodo, ma si riversi negativamente sul lungo periodo, depauperando il potenziale di crescita del sistema economico, sia in ragione della pi\u00f9 ridotta disponibilit\u00e0 di capitale (fisico e \u201cumano\u201d), sia del progressivo aumento delle disuguaglianze di reddito (che risultano correlate a profili di bassa crescita economica) e della sempre pi\u00f9 elevata concentrazione di risparmio, che tende ad alimentare il processo di finanziarizzazione.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">In che misura dunque l\u2019attuale dibattito sui fallimenti delle politiche d\u2019austerit\u00e0 pu\u00f2 lasciare presagire una nuova svolta nel paradigma economico? Per certi versi la macroeconomia neoclassica sembrerebbe dotata di un\u2019intrinseca capacit\u00e0 di sopravvivenza, che le deriva dal concepire il sistema economico come iscritto in un ordine naturale di eventi. Se tuttavia a suo tempo la teoria keynesiana, ancorch\u00e9 sull\u2019onda della drammatica crisi del \u201829, ha potuto ribaltare i principi cardine del ragionamento neoclassico, la questione non pu\u00f2 essere posta in maniera cos\u00ec riduttiva, ma va affrontata, ora pi\u00f9 che mai, entrando nel vivo della storia delle idee ed individuando tutti quegli aspetti \u2013 non ultimi quelli improntati da forme di chiusura ideologica \u2013 che hanno inchiodato le diverse teorie economiche su posizioni distanti dalla complessit\u00e0 del mondo reale. Nello stallo in cui sembra oggi permanere l\u2019economia\u00a0<em>mainstream<\/em>\u00a0di orientamento neoclassico, mentre le voci critiche, sebbene sempre pi\u00f9 numerose, fanno fatica ad emergere, la lunga disamina di Saraceno non pu\u00f2 allora che risuonare come un salutare allarme, che ci rammenta per prima cosa, come gi\u00e0 fece Joan Robinson (opportunamente citata), che \u201cper fare un buon uso di una teoria economica, dobbiamo anzitutto fare la cernita tra gli elementi propagandistici e gli elementi scientifici\u201d . Ma non meno importante \u2013 anche se l\u2019autore non lo esplicita \u2013 ci sembra il recupero di una prospettiva autenticamente keynesiana di visione della conoscenza economica, in cui la teoria riveste un valore strumentale rispetto alla pratica, non assumendo mai il carattere di scienza esatta. La visione di quel Keynes che, nonostante la lunga consuetudine con i filosofi logici di Cambridge, rimase pi\u00f9 che affascinato dagli insegnamenti di Alfred Marshall, e da quel suo voler entrare nel \u201cvasto laboratorio del mondo, udirne il ruggito e distinguerne i diversi toni, parlare la lingua degli uomini di affari, e nello stesso tempo osservare tutto con gli occhi di un angelo dotato di un\u2019intelligenza superiore\u201d[2].<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">[1] J.M. Keynes, (1937) The General Theory of Employment,\u00a0<em>The Quarterly Journal of Economics<\/em>.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p style=\"text-align: justify;\">[2] J.M. Keynes, (1924) Alfred Marshall, 1842-1924,\u00a0<em>The Economic Journal<\/em>.<\/p>\r\n\r\n\r\n\r\n<p><strong>Fonte:<\/strong><a href=\"https:\/\/keynesblog.com\/2018\/12\/05\/a-lezione-da-keynes-ripensando-la-macroeconomia-recensione-de-la-scienza-inutile-di-f-saraceno\/#more-7951\"><strong>\u00a0https:\/\/keynesblog.com\/2018\/12\/05\/a-lezione-da-keynes-ripensando-la-macroeconomia-recensione-de-la-scienza-inutile-di-f-saraceno\/#more-7951<\/strong><\/a><\/p>\r\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di KEYNES BLOG Francesco SaracenoLa scienza inutile: Tutto quello che non abbiamo voluto imparare dall\u2019economiaLuiss University Press (2018)https:\/\/www.luissuniversitypress.it\/pubblicazioni\/la-scienza-inutile Recensione di Daniela Palma Tra le conseguenze della crisi che ormai da un decennio sta attraversando l\u2019economia mondiale, non si contano solo fallimenti finanziari e una diffusa stagnazione delle attivit\u00e0 produttive. 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