{"id":46822,"date":"2018-12-10T12:00:22","date_gmt":"2018-12-10T11:00:22","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46822"},"modified":"2018-12-09T22:07:29","modified_gmt":"2018-12-09T21:07:29","slug":"i-dazi-non-ci-sono-il-dumping-si","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=46822","title":{"rendered":"I dazi non ci sono, il dumping s\u00ec"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>CARLO CLERICETTI<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da quando il presidente americano Donald Trump ha cominciato a minacciare \u2013 e solo in qualche caso ad applicare \u2013 dazi sulle importazioni dai paesi con i quali \u00e8 maggiore lo sbilancio commerciale degli Stati Uniti si \u00e8 cominciato a parlare di fine della globalizzazione e ritorno del protezionismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pu\u00f2 darsi che ci\u00f2 avvenga. Ma bisogna dire che la strada, se si vorr\u00e0 proseguirla, \u00e8 appena agli inizi. Se anche i dazi finora annunciati da Trump venissero effettivamente messi in atto, il livello globale resterebbe di pochissimo superiore ai minimi storici, come mostra un grafico sul loro andamento dal 1870 elaborato da Oxford Economics e presentato nel corso del convegno annuale organizzato dal centro studi Economia reale, fondato e presieduto da Mario Baldassarri. Ecco il grafico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2018\/12\/Dazi-Oxford-E..jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-775\" src=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2018\/12\/Dazi-Oxford-E..jpg\" alt=\"Dazi-Oxford-E.\" width=\"653\" height=\"512\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bisogna anche dire che non un cenno \u00e8 mai stato fatto all\u2019altro potente motore della globalizzazione, la completa libert\u00e0 di movimento dei capitali. Quello s\u00ec che sarebbe un segnale forte di una svolta. Ne parlano alcuni economisti critici, ci si spinge a ricordare qualche scritto di Keynes, qualcosa ha timidamente scritto il Fondo monetario, ma il problema \u00e8 lontanissimo dall\u2019essere preso in reale considerazione. Lo stesso per la completa libert\u00e0 di movimento delle imprese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E allora, forse, questo accenno di guerra dei dazi pu\u00f2 essere visto in un\u2019altra ottica, diversa dall\u2019dea che si voglia fermare la globalizzazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I paesi verso cui si rivolge l\u2019ira di Trump sono ovviamente quelli verso cui \u00e8 maggiore lo sbilancio del saldo commerciale Usa, ossia Cina e Unione europea (ma di fatto essenzialmente Germania, a cui fa capo quasi tutto il surplus commerciale dell\u2019Ue). In entrambi i casi si pu\u00f2 parlare di ritorsioni contro pratiche di dumping, cio\u00e8 di concorrenza sleale. Per la Cina non c\u2019\u00e8 neanche bisogno di stare troppo a motivarlo. Condizioni del lavoro, sia salariali che normative, poca o nulla attenzione ai problemi ambientali, aiuti di Stato quando si tratta di andare alla conquista di mercati, manipolazione del cambio e chi pi\u00f9 ne ha pi\u00f9 ne metta.\u00a0 Per la Germania il discorso \u00e8 pi\u00f9 complesso. Intanto per il livello di eccellenza dei suoi prodotti e il loro contenuto tecnologico, che certo costituiscono la base del successo. Ma a questo si aggiunge l\u2019enorme vantaggio della moneta unica, che impedisce la rivalutazione che avrebbe avuto il marco con quel livello di export e quell\u2019afflusso di capitali. Inoltre Berlino si \u00e8 costruita un mercato del lavoro a pi\u00f9 livelli. Il primo \u00e8 quello dei dipendenti dell\u2019industria manifatturiera, con salari relativamente alti nel confronto internazionale, nonostante il ferreo controllo sul loro andamento e il blocco rispetto alla crescita della produttivit\u00e0 nei primi anni del secolo che \u00e8 stato la chiave del grande rilancio dell\u2019export; poi c\u2019\u00e8 il terziario, settore dove imperano flessibilit\u00e0 e bassi salari; segue il mondo dei mini e midi-job, con paghe che sarebbero sotto il livello di sopravvivenza se non fossero integrate da aiuti pubblici (essenzialmente per affitti e utenze), che \u201cpesa\u201d per quasi un quarto degli occupati; infine il vasto serbatoio costituito con l\u2019allargamento e est dell\u2019Unione, a cui riservare le lavorazioni a pi\u00f9 basso valore aggiunto. Un sistema che abbassa il costo medio complessivo del lavoro, mentre il cambio viene tenuto a bada dalla partecipazione alla moneta unica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Globalizzazione fa rima con delocalizzazione. Le multinazionali hanno spostato gran parte della produzione nei paesi dove il lavoro costava meno, ma soprattutto non c\u2019erano vincoli normativi \u2013 per il lavoro, la sicurezza, l\u2019inquinamento \u2013 n\u00e9 fastidiosi sindacati. Chi avesse dei dubbi pu\u00f2 ascoltare <a href=\"http:\/\/www.rai.it\/programmi\/report\/inchieste\/Pulp-fashion-032e6fdc-ff5b-47af-b254-14fc096b4d5c.html\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">una recente \u00a0&#8211; e\u00a0\u00a0 agghiacciante \u2013 puntata di <i>Report<\/i>, <\/a>dove uno degli imprenditori (italiano) di un\u2019azienda in Tunisia racconta con un certo orgoglio che c\u2019era uno che voleva far entrare il sindacato in fabbrica, ma gli hanno spezzato una gamba e nessuno ci ha provato pi\u00f9. Che nelle lavorazioni vengono usati prodotti tossici e procedure vietate a livello internazionale, cosa che i committenti \u2013 grandi marchi della moda \u2013 sostengono di non sapere. E piacevolezze del genere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le grandi multinazionali americane sono state tra le prime a usare massicciamente la delocalizzazione, specialmente in Cina. I loro profitti ne hanno certo beneficiato, ma non altrettanto la bilancia commerciale del paese. Trump ha dichiarato di voler riportare la produzione negli Usa, ma, a parte qualche caso di valore dimostrativo, \u00e8 poco credibile non solo che riesca, ma anche che voglia davvero ottenere un risultato del genere. Trump contro tutti i giganti dell\u2019economia Usa? Poco credibile davvero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed ecco allora l\u2019arma dei dazi. Che non hanno l\u2019intenzione di colpire le importazioni dalla Cina, ma piuttosto quella di spingere la Cina \u2013 per evitarli \u2013 a comprare prodotti americani. Cos\u00ec le multinazionali potranno continuare a produrre in Cina, la bilancia commerciale si riequilibrer\u00e0 e i produttori americani avranno pi\u00f9 clienti. Tutti contenti e pace fatta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma Trump ha sfoderato anche un\u2019altra arma, di cui si parla meno perch\u00e9 comprenderne le implicazioni \u00e8 tecnicamente molto complesso. Nella riforma fiscale, spiegano gli esperti, ci sono alcune norme che penalizzeranno le multinazionali Usa che non riportano in patria i profitti. Lo scopo \u00e8 duplice. Evitare l\u2019elusione fiscale di chi utilizza basi in paesi compiacenti, come l\u2019Irlanda, il Lussemburgo e paradisi vari. Ma soprattutto riprendere il controllo politico di questi giganti dell\u2019economia, le cui mosse devono tornare a integrarsi con la politica di potenza degli States, coordinarsi con le scelte di politica estera. Non \u00e8 solo con le armi che si deve \u201cmake America great again\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E la Germania? La guerra di Trump \u00e8 chiaramente contro la Cina, la Germania \u00e8 un obiettivo secondario. Ma se la Cina dovr\u00e0 comprare di pi\u00f9 in America, presumibilmente comprer\u00e0 di meno nell\u2019Unione europea. Per esempio, invece di acquistare Airbus europei sceglier\u00e0 gli americani Boeing, e cos\u00ec via. E poi, i grandi produttori di auto tedeschi sono gi\u00e0 andati in pellegrinaggio in Usa, a trattare: in quel caso non \u00e8 da escludere uno spostamento negli States della produzione destinata a quel mercato, dato che non ci sarebbe gran differenza (anzi) di costo del lavoro e di normative. Non sarebbe indolore per i tedeschi, che perderebbero posti di lavoro in patria, ma quando la controparte \u00e8 pi\u00f9 grande e pi\u00f9 forte non si possono fare orecchie da mercante come quando le lamentele vengono da qualche fastidioso partner europeo. Speriamo che non inventino qualche marchingegno per scaricare su di noi gli eventuali effetti negativi.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/clericetti.blogautore.repubblica.it\/?fbclid=IwAR1lslxBobKRP-b01SjGiSjHYUTDYnoM216GNomrPxLLDiJ2tKln3fzkcSI\">http:\/\/clericetti.blogautore.repubblica.it\/?fbclid=IwAR1lslxBobKRP-b01SjGiSjHYUTDYnoM216GNomrPxLLDiJ2tKln3fzkcSI<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CARLO CLERICETTI &nbsp; Da quando il presidente americano Donald Trump ha cominciato a minacciare \u2013 e solo in qualche caso ad applicare \u2013 dazi sulle importazioni dai paesi con i quali \u00e8 maggiore lo sbilancio commerciale degli Stati Uniti si \u00e8 cominciato a parlare di fine della globalizzazione e ritorno del protezionismo. Pu\u00f2 darsi che ci\u00f2 avvenga. Ma bisogna dire che la strada, se si vorr\u00e0 proseguirla, \u00e8 appena agli inizi. 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