{"id":472,"date":"2009-10-07T00:26:04","date_gmt":"2009-10-06T23:26:04","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=472"},"modified":"2009-10-07T00:26:04","modified_gmt":"2009-10-06T23:26:04","slug":"le-teorie-politiche-radicali-e-la-pubblicita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=472","title":{"rendered":"Le teorie politiche radicali e la pubblicit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">\n\t&nbsp;di <strong>Stefano D&#39;Andrea<\/strong>\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tLa contestazione del sistema di vita occidentale e dell&rsquo;assetto politico-economico italiano &egrave; condotta da molteplici punti di vista. Si tratta di critiche svolte piuttosto o esclusivamente con il pensiero e le parole, che con le azioni, perch&eacute; l&rsquo;azione sembra divenuta impossibile. Eppure le contestazioni &ndash; le idee e le proposte &#8211;&nbsp;esistono e lentamente di diffondono.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tC&rsquo;&egrave; chi concentra la critica sull&rsquo;unipolarismo statunitense e desidera il multipolarismo, constatando una tendenza all&rsquo;affermazione di quest&rsquo;ultimo.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tAltri sono convinti che vi sia poco vantaggio nel trascorrere dall&rsquo;unipolarismo al multiporalismo se non si modifica il &ldquo;modello di sviluppo&rdquo;. La formula &ldquo;nuovo modello di sviluppo&rdquo; &egrave; obiettivamente generica e inidonea a designare alcunch&eacute;; invero si tratta di una formula e non di un concetto, perch&eacute; un concetto &egrave; il contenuto o significato di una formula. Tanto che, leggendo le proposte pi&ugrave; analitiche di coloro che la utilizzano, emergono divergenze, persino qualche contrasto e comunque diversi ordini di priorit&agrave;. Inoltre, molti contestano proprio il concetto di modello di sviluppo e il termine sviluppo in s&eacute; stesso, sostenendo che sia privo di significato pratico e di valore positivo anche il concetto di sviluppo sostenibile. Da qui l&rsquo;idea della decrescita o meglio della &ldquo;acrescita&rdquo; come suole precisare il principale teorico della medesima, il quale ha ammesso che decrescita &egrave; uno slogan, correlativo a quello di crescita.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tL&rsquo;idea della decrescita, o forse meglio della acrescita, &egrave; abbracciata anche dagli antimoderni, che criticando il produttivismo sia di matrice liberale che di matrice marxista, da un lato, perorano l&rsquo;essenziale e contestano l&rsquo;inutile, dall&rsquo;altro, constatano che i cittadini occidentali sono vittime di un mostruoso sistema di controllo.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tI keynesiani e i marxisti, per lo pi&ugrave; ormai ex marxisti convertiti al keynesismo, guardano alla distribuzione della ricchezza, si compiacciono della crisi della ideologia cosiddetta neoliberista (anche se sono consapevoli che la crisi della ideologia non ha ancora comportato la crisi degli assetti di potere che l&rsquo;hanno generata) e propongono suggerimenti per redistribuire la ricchezza, invero prestando quasi sempre poca o nessuna attenzione sia ai profili non (strettamente o direttamente) materiali della vita dei cittadini occidentali, e italiani in particolare, sia ai profili materiali relativi alla vita dei lavoratori autonomi, dei contadini, degli artigiani e dei commercianti, i quali, svolgendo professionalmente attivit&agrave; in concorrenza con il capitale, ovvero lavorando &ldquo;professionalmente&rdquo; (anche) per il capitale, hanno, mediamente, visto diminuire nell&rsquo;ultimo decennio i loro redditi (non, invece, il tenore di vita, sostenuto dall&rsquo;indebitamento).\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tPure le teorie alle quali preme principalmente il tema dell&rsquo;affermazione della sovranit&agrave; monetaria dei popoli, talvolta, non si discostano dal piano economico-materiale; esse, insomma, promettono pi&ugrave; ricchezza, meno debiti e nient&rsquo;altro. Mentre in altre varianti delle medesime teorie il principio della sovranit&agrave; monetaria del popolo si lega a profili spirituali (la parola, per la capacit&agrave; di designazione sintetica di innumerevoli profili della vita umana, deve essere senz&rsquo;altro sdoganata): indipendenza, autonomia, ecc.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tUn certo antieuropeismo, generale o speciale, ossia relativo ad alcuni profili dei trattai europei, caratterizza pressoch&eacute; tutte le teorie critiche. Mentre l&rsquo;invocazione della nostra Costituzione riscuote il consenso della maggioranza delle teorie, non dell&rsquo;unanimit&agrave;. Anche la necessit&agrave; una nuova e severa disciplina del &ldquo;diritto dei mercati finanziari&rdquo; va finalmente facendosi strada, invero, non soltanto all&rsquo;interno delle teorie radicali. Infine, la critica della societ&agrave; dei consumi, cara agli antimoderni, &egrave; diffusa e si stringe ora con l&rsquo;una ora con l&rsquo;altra delle teorie segnalate, salvo quelle strettamente economicistiche e sovente essa si lega alla critica della &ldquo;videocrazia&rdquo; sulla quale, anche sul web &egrave; possibile leggere pregevoli contributi (per esempio quello di Andrea Inglese, <i>&ldquo;Videocrazy&rdquo; o del fascismo estetico<\/i> &ndash; cfr. <a href=\"http:\/\/www.nazioneindiana.com\/2009\/09\/09\/videocracy-o-del-fascismo-estetico\/\">http:\/\/www.nazioneindiana.com\/2009\/09\/09\/videocracy-o-del-fascismo-estetico\/<\/a> &#8211; anche se non concordiamo con la scelta della formula &ldquo;fascismo estetico&rdquo;).\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tSar&agrave; necessario riuscire ad elaborare una sintesi organica e coerente, che soddisfi il pi&ugrave; possibile le diverse istanze e ci&ograve; al fine di creare un partito alternativo al partito unico delle due coalizioni (sul &ldquo;partito unico delle due coalizioni&rdquo; ci permettiamo di rinviare ad un nostro recente articolo: <a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=106\">http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=106<\/a>). Senza la sintesi organica e coerente, infatti, le teorie sono destinate a restare tali e non hanno alcuna possibilit&agrave; di trasformarsi in azione politica. E per trovare la sintesi dovranno essere individuati i collanti e gli elementi comuni alle diverse istanze critiche.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tOrbene, poca o nessuna importanza danno le teorie critiche, o almeno molte di esse, alla pubblicit&agrave;. Chi ha studiato a fondo il tema si &egrave; limitato alla descrizione del fenomeno, sovente condotta con grande profondit&agrave; di analisi, e a prevedere l&rsquo;impossibilit&agrave; della riduzione della pubblicit&agrave;. Secondo Baudrillard, <i>Il sistema degli oggetti<\/i>, 1968, trad. it., Milano, 1972, p. 221, senza la pubblicit&agrave;, ci sentiremmo orfani: &ldquo;Soppressa la pubblicit&agrave;, ci si sentirebbe frustrati di fronte ai muri vuoti. L&rsquo;uomo non si sentirebbe soltanto frustrato, privato di una possibilit&agrave; (anche ironica) di gioco e sogno, ma a livelli pi&ugrave; profondi penserebbe che la societ&agrave; non si occupi di lui&rdquo;. Forse i sostenitori delle teorie critiche accolgono quest&rsquo;ultima conclusione: della pubblicit&agrave; non potremo mai pi&ugrave; fare a meno. E tuttavia, osserviamo, se si muove da quel presupposto &egrave; inutile svolgere critiche al sistema, il quale, senza una severa limitazione della pubblicit&agrave; potr&agrave;, al pi&ugrave;, essere scalfito; mai rovesciato o severamente riformato. Sul tema della pubblicit&agrave;, perci&ograve;, intendiamo portare l&rsquo;attenzione, posto che, a nostro avviso, l&rsquo;idea della limitazione della pubblicit&agrave; pu&ograve; e deve essere uno dei collanti e quindi uno dei pilastri della auspicata sintesi organica e coerente.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tCrediamo, infatti, che <i>il centro propulsore del sistema <\/i>sia &#8211; in misura pari, se non maggiore, del potere dei gestori del grande capitale finanziario, e del dominio statunitense, soltanto parzialmente indebolito negli ultimi anni &#8211;<i> la pubblicit&agrave;<\/i>, la quale svolge quattro funzioni, senza le quali la vita dei paesi occidentali, e dell&rsquo;Italia per quel che pi&ugrave; ci preme, sarebbe completamente diversa da quella che &egrave;. Per questo abbiamo scritto nel nostro manifesto che &ldquo;<span style=\"color: black\">La <em>pubblicit&agrave;<\/em> deve essere ridotta. Una lenta ma inesorabile riduzione della pubblicit&agrave;: questa &egrave; la strada&rdquo; (<a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=22\">http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=22<\/a>).&nbsp;<\/span>\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tIn primo luogo, la pubblicit&agrave; concorre a creare i linguaggi, gli stili, i desideri, i problemi, le soluzioni, le gerarchie di valori e quant&rsquo;altro presiede alla vita associata del popolo. La pubblicit&agrave; concorre in misura notevole a &ldquo;formare&rdquo; i cittadini, che sono come sono perch&eacute; vivono in un mondo dominato dalla pubblicit&agrave; e che sarebbero diversi se la pubblicit&agrave; fosse, non dico vietata, ma notevolmente limitata. Questa influenza non pu&ograve; essere negata. &Egrave; la funzione &ldquo;indicativa&rdquo; della pubblicit&agrave;, che si accosta alla funzione &ldquo;imperativa&rdquo; (Baudrillard, <i>Il sistema degli oggetti<\/i>, cit.,p. 211). Orbene, chi esercita questo potere? I detentori di grandi capitali, italiani e stranieri, specificamente i detentori dei &ldquo;marchi&rdquo; (i quali lo esercitano per mezzo dei pubblicitari e acquistando &ldquo;spazi pubblicitari&rdquo; dai venditori di pubblicit&agrave;). Essi, con il tempo, si sono andati affiancando alla scuola, all&rsquo;universit&agrave;, alla famiglia, alla chiesa, ai partiti, ai sindacati, alle altre formazioni sociali, alla letteratura e alla filmografia e, pian piano, hanno rafforzato&nbsp;e sono riusciti a rendere assolutamente dominante la loro posizione, anche grazie alla potenza della tecnica con la quale esercitano il potere, mentre tutti gli altri concorrenti, anche per colpe e limiti propri, perdevano capacit&agrave; di influenza, al punto che quest&rsquo;ultima in molti casi ha addirittura finito per estinguersi.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tSe solo si riflette che i soggetti perdenti &ndash; nella disputa per il potere di &ldquo;formare&rdquo; i cittadini &#8211; o sono uomini e quindi lavoratori che creano l&rsquo;opera (letteraria o cinematografica) o insegnano (i maestri e i professori), o sono soggetti collettivi, costituiti da uomini i quali fanno (o meglio dovrebbero far) &ldquo;vivere&rdquo; i primi con il lavoro e\/o l&rsquo;impegno gratuito, o sono istituzioni pubbliche appartenenti a tutti i cittadini, considerati in posizione di uguaglianza a prescindere dalla differenze economiche, non si dovrebbe nutrire alcun dubbio che il potere dei titolari di marchi di formare i cittadini debba essere limitato, a favore di poteri &ndash; perch&eacute; i &ldquo;poteri&rdquo; (giuridici, come la scuola pubblica, ovvero di fatto, come la chiesa e come la famiglia) sono sempre esistiti e sempre esisteranno &ndash; pi&ugrave; democratici, nascenti dal basso e comunque poteri dell&rsquo;uomo e frutto del lavoro degli uomini e non del capitale. Le legittime e quasi sempre fondate critiche alla scuola, all&rsquo;universit&agrave;, alla chiesa, ai partiti, ai sindacati e ad altre formazioni sociali implicano che quelle istituzioni devono, eventualmente, essere riformate. Invece, il potere dei titolari dei marchi di formare l&rsquo;opinione pubblica deve essere distrutto.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tIn secondo luogo, la pubblicit&agrave; ha un luogo, quasi &ldquo;naturale&rdquo;, all&rsquo;interno del quale vive e senza il quale sarebbe pressoch&eacute; ininfluente: i <i>media<\/i>, ossia&nbsp;i mezzi che altri detentori di capitali e detentori al tempo stesso di un capitale-marchio (Fininvest, RCS, e cos&igrave; via) utilizzano per &ldquo;informare&rdquo; e intrattenere i cittadini e, cos&igrave;, formare l&rsquo;opinione pubblica. Come gi&agrave; abbiamo avuto modo di scrivere (cfr. <a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=163\">http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=163<\/a>), il potere di formare l&rsquo;opinione pubblica di questa seconda forma o specie di capitale &egrave; enormemente rafforzato dal fatto che l&rsquo;attivit&agrave; di &ldquo;informazione&rdquo; e di &ldquo;intrattenimento&rdquo; &egrave; in gran parte finanziata dalle societ&agrave; titolari di marchi, le quali pagano le societ&agrave; titolari dei <i>media <\/i>&#8211; sovente dominate, nei consigli di amministrazione, dalle banche o con queste indebitate e quindi dalle banche condizionate -, affinch&eacute; pubblicizzino i loro marchi e prodotti (e il denaro speso per la pubblicit&agrave; &egrave; detratto dal reddito ai fini del pagamento delle imposte!). Non &egrave; un caso che al vertice politico dell&rsquo;Italia si trovi un venditore di pubblicit&agrave; (&egrave; questo il campo in cui Berlusconi si &egrave; rivelato un &ldquo;grande imprenditore&rdquo;: vendere gli occhi e con essi le menti dei cittadini alle societ&agrave; che hanno interesse a pubblicizzare i loro marchi e prodotti). La limitazione della presenza della pubblicit&agrave; sui <i>media<\/i> non soltanto ridurrebbe o estinguerebbe il potere dei detentori dei marchi (esercitato attraverso i pubblicitari) di formare il modo di essere dei cittadini, bens&igrave;, al tempo stesso, limiterebbe il potere del capitale detentore dei <i>media<\/i> di formare l&rsquo;opinione pubblica. E ci&ograve; a tutto vantaggio del <i>principio di eguaglianza sostanziale<\/i> dei cittadini, che potrebbero fondare sul lavoro, individuale o cooperativo, attivit&agrave;, imprenditoriali o meno, di informazione e intrattenimento, potendo concorrere (con siti, blog, giornali, riviste), non dico ad armi pari ma quasi, con i media appartenenti al grande capitale. Se fosse introdotto il divieto di inserire pubblicit&agrave; sugli organi di informazione e di intrattenimento, i grandi quotidiani nazionali dovrebbero chiudere o comunque ridurre notevolmente le pagine. E lo stesso vale per le riviste appartenenti ai grandi gruppi editoriali. Le televisioni private generaliste scomparirebbero o trasmetterebbero poche ore al giorno e dovrebbero guadagnare dalla vendita diretta di trasmissioni e spettacoli ai cittadini, anzich&eacute;, come accade ora, dalla vendita degli occhi e delle menti dei cittadini ai titolari di marchi che pagano la pubblicit&agrave;. Ugualmente, le televisioni private non generaliste dovrebbero cercare di ricavare profitti dalla vendita diretta dei loro spettacoli e documentari agli spettatori e non, come accade ora, dalla vendita degli occhi e delle menti dei cittadini ai detentori di marchi che pagano per potersi far conoscere e imprimere nella mente degli spettatori, non soltanto il marchio e il prodotto, ma uno stile di vita. &Egrave; chiaro che molti grandi media chiuderebbero e sarebbe spezzato o comunque di gran lunga limitato il &ldquo;dominio delle onde&rdquo; (per un accenno e per una importante citazione relativa al dominio delle onde si veda S. Latouche, <i>La fine del sogno occidentale &ndash; saggio sull&rsquo;americanizzazione del mondo<\/i>, 2000, trad. it., 2002, s.l., p. 10) e con esso si indebolirebbe anche la sudditanza culturale e quindi politica nei confronti degli Stati Uniti che tale dominio esercitano da lungo tempo.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tIn terzo luogo, la pubblicit&agrave; consente uno &ldquo;sviluppo&rdquo; economico che altrimenti non si avrebbe: enormi investimenti su un &ldquo;nuovo prodotto&rdquo; non sarebbero pensabili se non esistesse la possibilit&agrave; di creare con immediatezza il desiderio del prodotto mediante gigantesche campagne pubblicitarie. Una limitazione severa della pubblicit&agrave; comporterebbe, dunque, in modo automatico, una &ldquo;decrescita&rdquo;, per lo pi&ugrave; a tutto discapito dell&rsquo;inutile e a tutto vantaggio di un ritmo di cambiamento della vita associata pi&ugrave; lento e quindi pi&ugrave; umano. Diminuirebbe, altres&igrave; la tendenza all&rsquo;indebitamento dei cittadini, con conseguente difesa del valore costituzionale del risparmio.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tIn quarto luogo, la pubblicit&agrave; &egrave; un arma formidabile del capitale contro il lavoro, nel senso che impedisce o rende estremamente difficili iniziative economiche fondate principalmente sul lavoro, rispetto ad altre basate su grandi quantit&agrave; di capitale (i marchi sono una delle forme pi&ugrave; disgustose di capitale e di rendita). La pubblicit&agrave; concorre a creare grandi mercati, i mercati internazionali e i mercati nazionali, e rende difficili iniziative economiche fondate principalmente sul lavoro, o magari su quantit&agrave; modeste di capitale che ben potrebbero svolgersi su mercati di pi&ugrave; ridotte dimensioni. Sotto questo profilo la lotta per la limitazione della pubblicit&agrave; dovrebbe andare di pari passo ad una pi&ugrave; vasta contestazione della disciplina dei marchi. Si pensi soltanto al contratti di franchising, la cui diffusione, in molti settori commerciali, ha espulso dal mercato i veri commercianti, per sostituirli, in molte occasioni, con dipendenti che soggiacciono al titolare del marchio come fossero mezzadri.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tDunque: sottrazione al grande capitale, detentore dei marchi o dei media che pubblicizzano i marchi, del potere di &ldquo;formare i cittadini&rdquo;, gli stili di vita, i desideri, le gerarchie assiologiche e quant&rsquo;altro; e tutto ci&ograve; a favore del potere (di formare i cittadini) di istituzioni pubbliche, enti collettivi e attivit&agrave;, imprenditoriali o meno, fondate sul lavoro e comunque su una quantit&agrave; minore (pi&ugrave; umana) di capitale; sottrazione al grande capitale del potere di formare l&rsquo;opinione pubblica, a favore del pluralismo dell&rsquo;informazione, del principio di uguaglianza e della effettiva libert&agrave; di manifestazione del pensiero; distruzione delle grandi imprese improduttive, venditrici di &ldquo;pubblicit&agrave;&rdquo;, ossia degli occhi e delle menti dei cittadini ad altri detentori di grandi quantit&agrave; di capitali; valorizzazione del lavoro contro il capitale; rallentamento dello sviluppo economico; aumento della possibilit&agrave; di sviluppare mercati locali e lotta al mercato globale; riduzione dell&rsquo;indebitamento dei cittadini e valorizzazione del risparmio; liberazione dalla dipendenza culturale e politica dagli Stati Uniti e dal &ldquo;dominio delle onde&rdquo; che essi esercitano; indipendenza autonomia e sovranit&agrave; del popolo italiano.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tSolleviamo la domanda: sono logiche e coerenti le critiche antisistema se non si inserisce dentro ciascuna di esse il proposito di diminuire notevolmente il potere della pubblicit&agrave; di conformare quella societ&agrave; alla quale si muovono le critiche? La risposta ci sembra che debba essere negativa. Le obiezioni relative alle difficolt&agrave; e alle conseguenze, eventualmente negative, che la realizzazione del proposito produrrebbe nell&rsquo;immediato (per esempio sulla occupazione di taluni lavoratori), vanno prese in considerazione soltanto dopo aver accolto il principio e inciderebbero soltanto sui contenuti dei provvedimenti e delle proposte da elaborare e da porre a fondamento di un&rsquo;auspicabile battaglia politica, la quale sarebbe anche e soprattutto una battaglia di liberazione nazionale, per la sovranit&agrave; del popolo, per la autonomia e sovranit&agrave; dei singoli cittadini, e per la valorizzazione del lavoro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp;di Stefano D&#39;Andrea La contestazione del sistema di vita occidentale e dell&rsquo;assetto politico-economico italiano &egrave; condotta da molteplici punti di vista. 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