{"id":47555,"date":"2019-01-08T11:30:05","date_gmt":"2019-01-08T10:30:05","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=47555"},"modified":"2019-01-08T09:48:27","modified_gmt":"2019-01-08T08:48:27","slug":"giorgio-lunghini-la-prospettiva-keynes","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=47555","title":{"rendered":"Giorgio Lunghini: \u201cLa prospettiva Keynes\u201d"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>KEYNESBLOG<\/strong><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/keynesblog.files.wordpress.com\/2018\/12\/giorgio-lunghini-1081x1200.jpg?w=560\" alt=\"giorgio-lunghini-1081x1200\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Ieri ci ha lasciati Giorgio Lunghini, uno degli economisti pi\u00f9 attivi e profondi del panorama italiano. A lungo docente a Pavia, Milano e in Bocconi, Lunghini apparteneva a quel filone eterodosso italiano classico-keynesiano che coniugava una pluralit\u00e0 di approcci di differenti epoche, autori e scuole. Fino al 2010 ha tenuto all\u2019Universit\u00e0 Bocconi il corso progredito Economia Politica \u2013 I modelli economici (dal 2007 \u201cTeorie Economiche Alternative\u201d) avviato nel 1975. Come scrive oggi Fumagalli sul Manifesto \u201cIl corso di Giorgio Lunghini in Bocconi era l\u2019unico in cui si poteva apprendere che non esisteva un unico pensiero ma che la scienza economica era ed \u00e8, invece, innervata da una pluralit\u00e0 di impostazioni teoriche e metodologiche.\u201d.<\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>Lo ricordiamo pubblicando questo articolo comparso nel 2000 sul Manifesto, in fondo al quale potete trovare altre risorse interessanti.<\/strong><\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La prospettiva Keynes<\/strong><br \/>\n<em>Giorgio Lunghini, il manifesto 2 gennaio 2000<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La riflessione pi\u00f9 urgente a me pare sia questa: quale possa e debba essere il ruolo dello Stato nella attuale situazione economica e sociale (per semplicit\u00e0, dopo l\u2019esaurimento del fordismo e la conseguente mondializzazione dell\u2019economia). Qualche principio di risposta si trova nella scoperta, tardiva e timida, di J. M. Keynes, un autore tradizionalmente poco amato dalla sinistra e che invece delinea una prospettiva di grande interesse per una sinistra teoreticamente orfana e politicamente disorientata. Non \u00e8 per\u00f2 il Keynes del breve periodo e della spesa pubblica purchessia cui si dovrebbe guardare, ma il Keynes che ne La fine del laissez faire propone questo criterio di agenda: \u201cDobbiamo tendere a separare quei servizi che sono tecnicamente sociali da quelli che sono tecnicamente individuali. L\u2019azione pi\u00f9 importante dello Stato si riferisce non a quelle attivit\u00e0 che gli individui privati esplicano gi\u00e0, ma a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d\u2019azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo Stato. La cosa importante per il governo non \u00e8 fare ci\u00f2 che gli individui fanno gi\u00e0, e farlo un po\u2019 meglio o un po\u2019 peggio, ma fare ci\u00f2 che presentemente non si fa del tutto\u201d. \u00c8 dunque il Keynes dell\u2019ultimo capitolo della Teoria generale, delle Note conclusive sulla filosofia sociale verso la quale la teoria generale potrebbe condurre. Il termine \u2018filosofia\u2019 non deve trarre in inganno: in verit\u00e0 si tratta di una lucida analisi dei \u2018difetti\u2019 del capitalismo e di un disegno di politica economica teoricamente ben fondato. N\u00e9 si potr\u00e0 dire che proprio la fine del fordismo rende obsoleto il pensiero keynesiano, posto che i problemi di oggi sono quelli che Keynes denuncia nel \u201936 (cos\u00ec come il crollo del Muro non seppellisce il pensiero di Marx).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I difetti pi\u00f9 evidenti della societ\u00e0 economica in cui viviamo, scrive il Keynes che qui di seguito ampiamente riprendo, sono l\u2019incapacit\u00e0 a assicurare la piena occupazione e una distribuzione arbitraria e iniqua della ricchezza e del reddito. Oggi come ai tempi di Keynes, i pi\u00f9 pensano che l\u2019accumulazione del capitale dipenda dalla propensione al risparmio individuale, e che dunque in larga misura l\u2019accumulazione di capitale dipende dal risparmio dei ricchi, la cui ricchezza risulta cos\u00ec socialmente legittimata. Proprio la Teoria generale mostra invece che, sino a quando non vi sia piena occupazione, l\u2019accumulazione del capitale non dipende affatto da una bassa propensione a consumare, ma ne \u00e8 invece ostacolata. Il risparmio disponibile presso le istituzioni finanziarie, d\u2019altra parte, \u00e8 maggiore di quello necessario, cos\u00ec che una redistribuzione del reddito intesa a aumentare la propensione media al consumo potrebbe favorire l\u2019accumulazione del capitale. Il luogo comune, secondo cui le imposte di successione provocherebbero una riduzione della ricchezza capitale del paese, \u00e8 dunque infondato. Oltre che garantire il principio (liberale) dell\u2019eguaglianza dei punti di partenza, alte imposte di successione favorirebbero l\u2019accumulazione di capitale, anzich\u00e9 frenarla. Il ragionamento di Keynes tende dunque alla conclusione che \u201cl\u2019aumento della ricchezza, lungi dal dipendere dall\u2019astinenza dei ricchi, come in generale si suppone, da questa \u00e8 probabilmente ostacolato: viene cos\u00ec a cadere una delle principali giustificazioni sociali della diseguaglianza delle ricchezze\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Conoscendo il genere umano, Keynes aggiunge che alcune pregevoli attivit\u00e0 richiedono il movente del guadagno e la propriet\u00e0 privata della ricchezza, affinch\u00e9 possano esplicarsi completamente: \u201cL\u2019esistenza di possibilit\u00e0 di guadagni monetari e di ricchezza privata pu\u00f2 instradare entro canali relativamente innocui pericolose tendenze umane, le quali, se non potessero venire soddisfatte in tal modo, cercherebbero uno sbocco in crudelt\u00e0, nel perseguimento sfrenato del potere e dell\u2019autorit\u00e0 personale. \u00c8 meglio che un uomo eserciti la sua tirannia sul proprio conto in banca che sui suoi concittadini; ma per stimolare queste attivit\u00e0 e per soddisfare queste tendenze non \u00e8 necessario che le poste del gioco siano tante alte quanto adesso. Nella repubblica ideale verrebbe insegnato o consigliato agli uomini di non interessarsi affatto alle poste del gioco, tuttavia pu\u00f2 essere saggia e prudente condotta di governo consentire che la partita si giochi, sottoponendola a opportune norme e limitazioni, sino a quando la media degli uomini, o anche soltanto una parte rilevante della collettivit\u00e0, sia di fatto dedita tenacemente alla passione del guadagno monetario\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il secondo passo del ragionamento di Keynes riguarda il saggio di interesse. La giustificazione normalmente addotta per un saggio di interesse moderatamente alto \u00e8 la necessit\u00e0 di incentivare il risparmio, nell\u2019infondata speranza di generare cos\u00ec nuovi investimenti e nuova occupazione. \u00c8 invece vero, a parit\u00e0 di ogni altra circostanza, che gli investimenti sono favoriti da saggi di interesse bassi; cos\u00ec che sar\u00e0 opportuno ridurre il saggio di interesse in maniera tale da rendere convenienti anche investimenti a redditivit\u00e0 differita e bassa agli occhi del contabile, quali normalmente sono gli investimenti a alta redditivit\u00e0 sociale. Di qui la cicuta keynesiana, di straordinaria attualit\u00e0: \u201cl\u2019eutanasia del rentier e di conseguenza l\u2019eutanasia del potere oppressivo e cumulativo del capitalista di sfruttare il valore di scarsit\u00e0 del capitale\u201d. (Qualche anno fa un bombarolo pentito mi aveva rimproverato di propagandare questa tesi, sostenendo che incitava all\u2019odio di classe.) Oggi l\u2019interesse non rappresenta il compenso di alcun sacrificio genuino, argomenta Keynes. Il possessore del capitale pu\u00f2 ottenere l\u2019interesse perch\u00e9 il capitale \u00e8 scarso. A differenza delle risorse naturali, tuttavia, non vi sono ragioni intrinseche della scarsit\u00e0 del capitale. In ogni caso sar\u00e0 possibile, per il tramite dello Stato, far s\u00ec che il risparmio collettivo sia mantenuto a un livello che permetta l\u2019accumulazione di capitale sino al punto al quale esso non \u00e8 pi\u00f9 scarso. \u201cPotremmo dunque mirare in pratica (non essendovi nulla di tutto ci\u00f2 che sia irraggiungibile) a un aumento del volume di capitale finch\u00e9 questo non fosse pi\u00f9 scarso, cosicch\u00e9 l\u2019investitore senza funzioni non riceva pi\u00f9 un premio gratuito; e a un progetto di imposizione diretta tale da permettere che l\u2019intelligenza e la determinazione e l\u2019abilit\u00e0 del finanziere, dell\u2019imprenditore et hoc genus omne (i quali certamente amano tanto il loro mestiere che il loro lavoro potrebbe ottenersi a molto minor prezzo che attualmente) siano imbrigliate al servizio della collettivit\u00e0, con una ricompensa a condizioni ragionevoli.\u201d Keynes aggiunge qui un corollario oggi blasfemo: \u201cRimarrebbe da decidere in separata sede su quale scala e con quali mezzi sia corretto e ragionevole chiamare la generazione vivente a restringere il suo consumo in modo da stabilire, nel corso del tempo, uno stato di benessere per le generazioni future\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutto sommato, i tempi di Keynes dovevano essere molto pi\u00f9 vivaci e progressisti dei nostri, se Keynes giudicava la teoria che ho riassunto sopra \u201cmoderatamente conservatrice nelle conseguenze che implica\u201d. Essa infatti comporta la necessit\u00e0 di stabilire alcuni controlli centrali in materie ora lasciate in gran parte all\u2019iniziativa individuale, ma non tocca altri campi di attivit\u00e0. Lo Stato dovr\u00e0 esercitare un\u2019influenza direttiva circa la propensione al consumo, in parte attraverso il fisco, in parte fissando il saggio di interesse e in parte, forse, in altri modi. Sembra per\u00f2 improbabile che l\u2019influenza della politica monetaria e creditizia possa essere sufficiente a determinare un ritmo ottimo di investimento: \u201cRitengo perci\u00f2 che una socializzazione di una certa ampiezza dell\u2019investimento si dimostrer\u00e0 l\u2019unico mezzo per consentire di avvicinarci alla piena occupazione, sebbene ci\u00f2 non escluda necessariamente ogni sorta di espedienti e di compromessi con i quali la pubblica autorit\u00e0 collabori con l\u2019iniziativa privata. Ma oltre a questo non si vede nessun altra necessit\u00e0 di un sistema di socialismo di Stato che abbracci la maggior parte della vita economica della collettivit\u00e0. Non \u00e8 la propriet\u00e0 degli strumenti di produzione che \u00e8 importante che lo Stato si assuma. Se lo Stato \u00e8 in grado di determinare l\u2019ammontare complessivo dei mezzi dedicati a aumentare gli strumenti di produzione e il saggio base di remunerazione per coloro che li posseggono, esso avr\u00e0 compiuto tutto quanto \u00e8 necessario\u201d. Keynes sapeva bene che il suo manifesto era, se non rivoluzionario, oltraggiosamente radicale (\u201cSuggerire un\u2019azione sociale per il bene pubblico alla City di Londra \u00e8 come discutere L\u2019origine delle specie con un vescovo sessant\u2019anni fa.\u201d). Perci\u00f2 spiegava che l\u2019allargamento delle funzioni di governo da lui predicato, mentre sarebbe sembrato a un pubblicista del secolo XIX o a un finanziere americano contemporaneo una terribile usurpazione ai danni dell\u2019individualismo, era da lui difeso \u201csia come l\u2019unico mezzo attuabile per evitare la distruzione completa delle forme economiche esistenti, sia come la condizione di un funzionamento soddisfacente dell\u2019iniziativa individuale\u201d. Timore che sembra evocare lo spettro della rovina comune prefigurato dall\u2019altro manifesto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019assunzione di questa prospettiva era imposta, per il Keynes del \u201936, anche da importanti e lungimiranti considerazioni politiche: \u201cil mondo non tollerer\u00e0 ancora per molto tempo la disoccupazione, che \u00e8 associata, inevitabilmente associata, con l\u2019individualismo capitalista d\u2019oggigiorno\u201d. L\u2019assunzione di questa stessa prospettiva sarebbe inoltre pi\u00f9 favorevole alla pace di quanto non sia un sistema teso alla conquista dei mercati altrui. Se le nazioni imparassero a costituirsi una situazione di piena occupazione mediante la loro politica interna, non vi sarebbero pi\u00f9 ragioni economiche per contrapporre l\u2019interesse di un paese a quello dei suoi vicini: \u201cil commercio internazionale cesserebbe di essere quello che \u00e8 ora, ossia un espediente disperato per preservare l\u2019occupazione interna forzando le vendite sui mercati esteri e limitando gli acquisti \u2013 metodo che, se avesse successo, sposterebbe semplicemente il problema della disoccupazione sul vicino che ha la peggio nella lotta \u2013 ma sarebbe uno scambio volontario e senza impedimenti di merci e servizi, in condizioni di vantaggio reciproco\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella chiusa della Teoria generale Keynes si chiede se l\u2019avverarsi di queste idee sia speranza visionaria o se gli interessi che esse frustreranno non saranno pi\u00f9 forti di quelli che esse promuoveranno. Inguaribile ottimista, Keynes si risponde che il potere degli interessi costituiti \u00e8 assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non per\u00f2 immediatamente ma dopo un certo intervallo, poich\u00e9 nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie fanno presa prima che abbiano venticinque o trent\u2019anni di et\u00e0. \u201cPresto o tardi, tuttavia, sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fatto il conto delle generazioni tra il \u201936 e oggi, \u00e8 dunque tempo che gli uomini della pratica, i quali si credono liberi da qualsiasi influenza intellettuale, scoprano come vivo questo economista defunto. Vi troveranno almeno una risposta analoga a quella che il gatto d\u00e0 ad Alice nel paese delle meraviglie. Alice aveva chiesto al gatto: \u201cPotrebbe dirmi, per favore, che strada dovrei prendere?\u201d. La risposta del gatto, che aveva lunghi unghioli e tanti denti, fu: \u201cDipende molto da dove vuoi andare\u201d.<\/p>\n<p><em><strong>Altre risorse:<\/strong><\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/keynesblog.com\/2012\/07\/02\/giorgio-lunghini-marx-e-keynes-per-capire-la-crisi-e-uscirne\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Giorgio Lunghini: \u201cMarx e Keynes per capire la crisi. E uscirne\u201d<\/a><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/keynesblog.com\/2013\/09\/20\/keynes-vs-hayek-su-informazione-e-incertezza-video\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Keynes vs Hayek su conoscenza e incertezza<\/a><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.lincei.it\/files\/convegni\/642_Lunghini.pdf\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">La Teoria generale e i keynesiani: un\u2019eredit\u00e0 giacente<\/a>\u00a0(relazione ad una conferenza presso i Lincei, 2009)<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/ilmanifesto.it\/in-ricordo-di-giorgio-lunghini\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">In ricordo di Giorgio Lunghini (di Andrea Fumagalli)<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"https:\/\/keynesblog.com\/2018\/12\/23\/giorgio-lunghini-la-prospettiva-keynes\/\">https:\/\/keynesblog.com\/2018\/12\/23\/giorgio-lunghini-la-prospettiva-keynes\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di KEYNESBLOG Ieri ci ha lasciati Giorgio Lunghini, uno degli economisti pi\u00f9 attivi e profondi del panorama italiano. 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