{"id":47681,"date":"2019-01-11T11:00:49","date_gmt":"2019-01-11T10:00:49","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=47681"},"modified":"2019-01-10T15:13:00","modified_gmt":"2019-01-10T14:13:00","slug":"di-fronte-alla-crisi-occorre-riscoprire-karl-polanyi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=47681","title":{"rendered":"Di fronte alla crisi occorre riscoprire Karl Polanyi"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>JACOBIN ITALIA (Nicola Melloni)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-large size-large wp-post-image\" src=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/karl-polanyi-jacobin-italia-990x361.jpg\" sizes=\"(max-width: 990px) 100vw, 990px\" srcset=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/karl-polanyi-jacobin-italia-990x361.jpg 990w, https:\/\/jacobinitalia.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/karl-polanyi-jacobin-italia-700x255.jpg 700w, https:\/\/jacobinitalia.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/karl-polanyi-jacobin-italia-768x280.jpg 768w, https:\/\/jacobinitalia.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/karl-polanyi-jacobin-italia-400x146.jpg 400w, https:\/\/jacobinitalia.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/karl-polanyi-jacobin-italia-600x219.jpg 600w\" alt=\"\" width=\"990\" height=\"361\" \/><\/p>\n<div class=\"entry_excerpt\">\n<h3 style=\"text-align: justify;\">Durante il meltdown finanziario del 2007-08 sono stati in molti riscoprire Marx e poi a rivalutare Keynes. Ma bisogna ripartire anche dall&#8217;economista austro-ungherese per ripensare la relazione tra societ\u00e0 e mercato<\/h3>\n<\/div>\n<div class=\"the_content\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Durante il meltdown finanziario del 2007-08, sono stati in molti \u2013 purtroppo spesso confinati in circoli intellettuali, <a href=\"https:\/\/www.ft.com\/content\/cf6532dc-4c67-11e8-97e4-13afc22d86d4\">a volte anche inaspettati<\/a> \u2013 a riscoprire Marx. Il dibattito sull\u2019austerity e le politiche economiche ha portato alla rivalutazione, pi\u00f9 tra gli economisti che tra i policy-makers, di John Maynard Keynes, che sembrava sepolto da decenni di egemonia neo-liberale. Per cercare di comprendere l\u2019attuale crisi politica \u2013 che di quegli avvenimenti \u00e8 figlia \u2013 sarebbe forse il caso di ripartire anche da Karl Polanyi, economista e sociologo austro-ungherese, il cui lavoro sta avendo un parziale revival nell\u2019accademia anglosassone, ma che rimane sconosciuto tanto al grande pubblico quanto alla leadership politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il suo contributo intellettuale pi\u00f9 importante, <a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/scienze-sociali\/economia\/la-grande-trasformazione-karl-polanyi-9788806154578\/\"><em>La Grande Trasformazione<\/em><\/a>, spiega come i mercati privati di controllo sociale (<em>unfettered market<\/em>) abbiano creato, gi\u00e0 a partire dal XIX secolo, instabilit\u00e0, rabbia e rivolta per poi sfociare, nell\u2019Europa tra degli anni Venti e Trenta nel collasso dell\u2019ordine politico liberale, tanto a livello nazionale che internazionale, nella crisi della democrazia e infine alla guerra. Gi\u00e0 questo dovrebbe suggerire l\u2019attualit\u00e0 del suo lavoro.<\/p>\n<h3 style=\"text-align: justify;\">Il mercato \u00e8 innaturale<\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il punto chiave della critica di Polanyi \u00e8 che il mercato non ha nulla di naturale ma \u00e8 una creazione umana, pensata politicamente e realizzata attraverso lo Stato. La trasformazione della societ\u00e0 tradizionale in societ\u00e0 di mercato \u00e8 avvenuta attraverso la mercificazione forzata da parte dello Stato di 3 merci \u201cfittizie\u201d: terra, moneta, lavoro. Fittizie nel senso che non si tratta di merci create per essere vendute ma che hanno invece un ruolo sociale decisivo nella nostra vita quotidiana. La loro \u201ccommodification\u201d \u2013 messa in vendita sul mercato come non fossero altro che scarpe o profumi \u2013 finisce col destabilizzare la societ\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si tratta di un mondo dove le relazioni economiche sono stabilite e garantite dal potere politico non in accordo ai bisogni sociali, ma piuttosto alle esigenze del mercato. Dove quindi, in effetti, la vita \u00e8 subordinata al mercato. Questo movimento verso un \u201cmercatismo\u201d estremo, secondo Polanyi, \u00e8 per\u00f2 contrastato da un contromovimento: non solo il mercato non \u00e8 naturale, ma \u00e8 talmente innaturale da provocare una reazione nella popolazione che si oppone alla mercificazione dei rapporti sociali. I mercati sono, inerentemente, destabilizzanti del tessuto sociale, creano condizioni di vita precarie, violente e coercitive. Polanyi scrive in un\u2019Europa devastata dalla guerra, dove crisi economica, povert\u00e0 e disagio hanno trovato prima una reazione solidaristica \u2013 i sindacati, la socialdemocrazia e il comunismo \u2013 e poi una fascista che, approfittando della paralisi istituzionale delle democrazie e dello scontento popolare incapace di trovare una adeguata risposta politica, si affida al mito della comunit\u00e0 nazionale come anti-tesi (parzialissima, invero) all\u2019egemonia del mercato: \u00abla paura attanaglia la popolazione e la leadership viene infine affidata a coloro che offrono una soluzione semplice, qualunque sia il prezzo da pagare\u00bb. Se questa parte suona incredibilmente attuale, \u00e8 perch\u00e9 Polanyi parla di quel mondo che non \u00e8 poi tanto dissimile dal nostro. Il mercato porta instabilit\u00e0, povert\u00e0, mette a rischio la democrazia e la pace.<\/p>\n<h3 style=\"text-align: justify;\"><strong>Dal Welfare State alla societ\u00e0 di mercato<\/strong><\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">La lezione di Polanyi era stata fatta propria \u2013 quantomeno superficialmente \u2013 dalle democrazie occidentali nel Secondo dopo Guerra. \u00a0Il cambiamento politico e sociale che era alla base della democrazia moderna \u2013 con il suffragio universale che sostituiva l\u2019egemonia borghese, vero sponsor del \u201clibero mercato\u201d e i movimenti di massa che innervavano una relazione dialettica nella dinamica politica \u2013 si rifletteva in una grande trasformazione nella quale lo Stato, democratico e non pi\u00f9 rappresentante delle sole \u00e9lite, cercava di re-imporre un controllo sociale sulle forze di mercato. Il fresco ricordo della relazione \u201csociet\u00e0 di mercato-instabilit\u00e0-rischi per la democrazia\u201d fu la base teorica del Welfare State. Non solo i limiti della propriet\u00e0 privata coincidevano con quelli dell\u2019interesse generale \u2013 come da art. 42 della Costituzione Italiana \u2013 ma i sindacati assumevano rilevanza costituzionale nella maggioranza delle Costituzioni democratiche, come chiaro freno alle tendenze sfruttatrici e quindi pi\u00f9 destabilizzanti del capitalismo. In questo senso, almeno parzialmente, si pu\u00f2 pensare a un ritorno a quel mondo descritto da Polanyi \u00a0in cui \u00abl\u2019ordine economico \u00e8 semplicemente una funzione di quello sociale, nel quale \u00e8 contenuto\u00bb. Inevitabilmente, questa relazione tra societ\u00e0 ed economia si riflesse anche a livello internazionale: con gli accordi di Bretton Woods del 1944 si instaurava un regime che John Ruggie defin\u00ec, richiamando apertamente Polanyi, di \u00abembedded liberalism\u00bb, cio\u00e8 di un liberalismo definito e modellato dalle esigenze sociali, di un mercato al servizio della societ\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da allora, lo sappiamo, il mondo \u00e8 cambiato e il movimento verso la societ\u00e0 di mercato si \u00e8 fatto pi\u00f9 forte che mai. L\u2019ideologia liberale ha imposto una visione secondo cui i mercati sono naturali, efficienti e senza alternative: chi si oppone \u00e8 visto come un luddista o, peggio, qualcuno contrario alla modernit\u00e0 che \u2013 e nulla \u00e8 davvero pi\u00f9 ironico e falso di questo \u2013 \u00a0si batte per interessi particolari contro quelli generali. Il primo assaggio lo abbiamo avuto negli anni Ottanta, quando Margaret Thatcher si scagli\u00f2 a testa bassa contro i sindacati e nella sua marcia verso la <em>modernit\u00e0<\/em> distrusse comunit\u00e0, villaggi, il tessuto sociale dell\u2019Inghilterra industriale. E infatti il motto della Thatcher \u2013 non esiste la societ\u00e0, ma solo gli individui \u2013 \u00e8 il manifesto pi\u00f9 concreto di cosa sia la societ\u00e0 di mercato. I cui risultati li vediamo nel <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=kDcoJN9fnVI\">\u00a0discorso di Peter Postlethwaite<\/a> alla fine del film \u201cBrassed Off\u201d (in italiano elegantemente tradotto con l\u2019appropriato titolo di \u201cGrazie Signora Thatcher\u201d) che ci riporta a un mondo polanyiano in cui non \u00e8 il mercato, ma il potere politico a imporre, con la coercizione, un mercato sfrenato in cui i lavoratori, gli uomini, non sono altro che \u201cdanni collaterali\u201d. Eppure in tutti questi anni, il contributo di Polanyi \u00e8 rimasto sepolto nelle macerie della creazione distruttiva; proprio quando ci sarebbe servita una lente per leggere le convulsioni del nostro mondo. Dal potere della finanza che, lungi dal perseguire una allocazione efficiente (ma per chi?) del denaro, con continui momenti di <em>boom and bust<\/em>, liquidit\u00e0 esagerata seguita da <em>credit crunch<\/em>, destabilizza l\u2019economia reale e la societ\u00e0; alle sempre pi\u00f9 frequenti crisi ambientali, in cui non solo la terra diventa un asset economico da bucare e spoliare ma viene creato addirittura un mercato dell\u2019aria per combattere (?!?) inquinamento e riscaldamento climatico. E infine, naturalmente, il mercato del lavoro e il suo contorno di precariet\u00e0, disoccupazione, povert\u00e0, alienazione, quando non totale dipendenza dal salario (negli Usa, ad esempio, l\u2019assicurazione sanitaria \u00e8 legata all\u2019avere un lavoro). Nella societ\u00e0 di mercato i diritti sono cancellati in nome delle esigenze di mercato. Pensiamo per un attimo al tema della casa che per molti versi ricorda quello della terra di Polanyi. L\u2019abitazione \u00e8 parte inderogabile della vita umana, eppure il suo mercato \u00e8 completamente disancorato dalla sua funzione sociale. Lo Stato novecentesco si impegn\u00f2 nella costruzione di case popolari: da una parte garantiva una vita dignitosa ai suoi cittadini, dall\u2019altro si faceva strumento delle necessit\u00e0 del capitalismo industriale che richiedeva che ingenti masse di lavoratori si urbanizzassero. Nell\u2019economia vagamente post-industriale di adesso, invece, le citt\u00e0, la geografia stessa, sono parte integrante della macchina del profitto. Non solo le case popolari sono state abbandonate e la costruzione di abitazioni \u00e8 lasciata al mercato \u2013 che invece di abbondanza ha provocato scarsit\u00e0 \u2013 ma, attraverso strumenti come <a href=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/airbnb-dimora-di-diseguaglianze\/\">Airbnb<\/a> si crea una maggiore concentrazione della propriet\u00e0 e una espulsione della popolazione dalle citt\u00e0: gli affitti brevi sono pi\u00f9 redditizi di quelli lunghi, le case sul mercato degli affitti calano, gli affitti salgono, e con loro, inevitabilmente, i prezzi di vendita. Ad arricchirsi non sono le famiglie in difficolt\u00e0, che secondo la mitologia di Airbnb, affittano una stanza per qualche notte, ma i grandi proprietari di case che tengono appartamenti sfitti per uso turistico. Non si tratta solo di un trend verso una maggiore diseguaglianza, ma anche e soprattutto della negazione di un diritto: quello a un tetto sulla testa che viene subordinato al profitto, alla mercificazione.<\/p>\n<h3 style=\"text-align: justify;\"><strong>Il \u201cmercato perfetto\u201d<\/strong><\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le cose sono ancora pi\u00f9 cupe quando parliamo di lavoro: deregolamentato, svilito, parcellizzato, perch\u00e9 l\u2019obiettivo finale \u00e8 solo e comunque il profitto, non i bisogni sociali. Approfittando della crisi che ha creato una nuova disoccupazione di massa, non solo non abbiamo invertito un trend in atto da oltre un ventennio, ma lo abbiamo addirittura inasprito: come nei sogni di un liberista radicale, ci avviamo verso un \u201cmercato perfetto\u201d, dove non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 disoccupazione, se non volontaria, perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 impiego, dove tutti sono imprenditori di se stessi, senza garanzie, senza leggi, senza contratti. Un mercato istantaneo dove il lavoratore diventa un automa senza diritto al riposo, alla vita sociale e famigliare. Cosa \u00e8, in fondo, Uber, se non la piattaforma del futuro dove l\u2019umanit\u00e0 tutta \u00e8 chiamata a un modello di lavoro avulso dalle esigenze \u2013 e dalle regole \u2013 della societ\u00e0? \u00a0Questo trend lo abbiamo visto anche nel recente dibattito sulle aperture dei negozi nei giorni festivi: non esiste diritto al riposo, al tempo in famiglia, perch\u00e9 quelli che ormai vengono definiti interessi (quando non privilegi\u2026) dei pochi non possono frapporsi all\u2019esigenza (anzi, ironicamente si potrebbe dire: al diritto!) dei molti di comprare e consumare. A parte la fallacia del ragionamento economico a monte (si consumerebbe di pi\u00f9 se i negozi fossero sempre aperti, invece di pensare al consumo come funzione del reddito) non si percepisce \u2013 o se lo si fa, lo si nasconde \u2013 che quegli stessi consumatori, in ambito sociale, sono lavoratori con meno diritti. \u00c8, in fondo, lo stesso discorso di Robert Reich sullo sdoppiamento della persona: come investitore beneficia di ritorni azionari pi\u00f9 alti a fronte di licenziamenti che aumentano i profitti; ma come lavoratore hai perso il posto. Come consumatore aumenta il proprio welfare coi prezzi bassi dati dalla riduzione salariale; sempre che non sia poi quello stesso lavoratore a subire tagli in busta paga. Finch\u00e9 non si arriva al ricatto a l\u00e0 Marchionne: salario in cambio di diritti, l\u2019annullamento come cittadino per soddisfare le imprescindibili esigenze del mercato, e del profitto, proprio quel paradosso che un secolo di democrazia partecipativa e centocinquant\u2019anni di lotte avevano cercato di risolvere.<\/p>\n<h3 style=\"text-align: justify;\"><strong>L\u2019incompabilit\u00e0 tra societ\u00e0 di mercato e democrazia<\/strong><\/h3>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quello che per\u00f2 possiamo dedurre \u00e8 che, nonostante la grancassa mediatica ci dica l\u2019esatto contrario, la societ\u00e0 di mercato \u00e8 incompatibile con la democrazia. Un tema su cui Polanyi non si era spinto ma la logica del ragionamento \u00e8 che in una societ\u00e0 di mercato il cittadino viene rimpiazzato dal consumatore\/produttore\/investitore. Una democrazia senza cittadino, non \u00e8 una democrazia. Restano diritti individuali pseudo-liberali (sposare chi si vuole, vestirsi come si preferisce, guardare i film che preferiamo, sempre che il mercato ne consenta la produzione) ma vengono meno quei diritti sociali che sono alla base, per l\u2019appunto, della societ\u00e0. E poi fingiamo di sorprenderci se, nell\u2019atomizzato mondo liberale, i comportamenti anti-sociali diventano la norma? L\u2019attuale crisi politica, in fondo \u00e8 proprio questo: le tendenze estremizzanti della societ\u00e0 di mercato non hanno pi\u00f9 una base sociale di supporto: non sono solo poveri e lavoratori a uscirne sconfitti, ma \u00e8 la middle-class, quella che, nelle teorie liberali, dovrebbe essere il pilastro di democrazia e mercato, a iniziare la rivolta. Eppure questa protesta rimane inascoltata, perch\u00e9 la democrazia \u00e8 diventata governance avviluppata nelle regole dettate non dalle forze sociali, ma da quelle del mercato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ancor prima di dibattersi sulle politiche macro-economiche, sull\u2019euro, sovranismo o internazionalismo, il compito di una sinistra moderna \u00e8 ripensare la relazione non tanto e non solo stato-mercato, ma societ\u00e0-mercato. Ripartendo da che tipo di mondo vogliamo, da quali sono le esigenze del vivere comune, quali sono i bisogni dell\u2019uomo \u2013 e dunque entro quali muri richiudere le forze del mercato. Perch\u00e9 come gi\u00e0 negli anni Venti e Trenta di cui parlava Polanyi, il pericolo per la nostra democrazia viene proprio da l\u00ec.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">*Nicola Melloni si occupa della relazione tra stato e mercato e tra cambiamenti economici e politici. Dopo un PhD a Oxford ha insegnato e fatto ricerca a Londra, Bologna e a Toronto. Scrive per <em>Micromega <\/em>e <em>Il Mulino<\/em>.<\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/di-fronte-alla-crisi-occorre-riscoprire-karl-polanyi\/\">https:\/\/jacobinitalia.it\/di-fronte-alla-crisi-occorre-riscoprire-karl-polanyi\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di JACOBIN ITALIA (Nicola Melloni) &nbsp; Durante il meltdown finanziario del 2007-08 sono stati in molti riscoprire Marx e poi a rivalutare Keynes. Ma bisogna ripartire anche dall&#8217;economista austro-ungherese per ripensare la relazione tra societ\u00e0 e mercato Durante il meltdown finanziario del 2007-08, sono stati in molti \u2013 purtroppo spesso confinati in circoli intellettuali, a volte anche inaspettati \u2013 a riscoprire Marx. 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