{"id":47927,"date":"2019-01-21T10:30:27","date_gmt":"2019-01-21T09:30:27","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=47927"},"modified":"2019-01-19T10:59:46","modified_gmt":"2019-01-19T09:59:46","slug":"augusto-graziani-litalia-prima-e-dopo-leuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=47927","title":{"rendered":"Augusto Graziani: L\u2019Italia prima e dopo l\u2019euro"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>NUOVATLANTIDE (Gian Franco Ferraris)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"entry-thumb td-animation-stack-type0-2\" title=\"augraziani\" src=\"https:\/\/www.nuovatlantide.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/augraziani.jpg\" sizes=\"(max-width: 638px) 100vw, 638px\" srcset=\"https:\/\/www.nuovatlantide.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/augraziani.jpg 638w, https:\/\/www.nuovatlantide.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/augraziani-300x200.jpg 300w, https:\/\/www.nuovatlantide.org\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/augraziani-630x420.jpg 630w\" alt=\"\" width=\"638\" height=\"425\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>L\u2019Italia prima e dopo l\u2019euro<\/strong><br \/>\n<strong>LA MONETA AL GOVERNO\u00a0<\/strong><br \/>\n<strong>Augusto Graziani\u00a0\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>la rivista del manifesto, n. 30, luglio-agosto 2002\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Allorch\u00e9 si prospettava l\u2019adozione dell\u2019euro come moneta unica, gli esperti concordavano nel prevedere per la nuova valuta il destino di una valuta forte. Nel loro insieme, i paesi ammessi a far parte dell\u2019Unione monetaria (undici, in seguito divenuti dodici) formavano un mercato finanziario maggiore di quello statunitense; per di pi\u00f9,alcune delle valute che venivano fuse nell\u2019euro potevano vantare una tradizione consolidata di stabilit\u00e0 e solidit\u00e0, mentre la struttura industriale che stava alle spalle della nuova moneta era fra le pi\u00f9 avanzate del mondo. Tutte queste previsioni erano destinate a risultare fallaci. A partire dal 1\u00b0 gennaio 1999 e fino ad oggi (giugno 2002) la moneta europea, nonostante la recente ripresa, si \u00e8 svalutata di circa il 20 % rispetto al dollaro e di oltre il 10% rispetto allo yen giapponese (lo stesso yen si \u00e8 svalutato del 10% sul dollaro).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per l\u2019Italia, l\u2019adozione di una moneta comune, unita all\u2019andamento declinante del corso dell\u2019euro rispetto alle altre grandi valute mondiali, ha significato l\u2019abbandono di quello che era stato in passato un carattere tipico della politica valutaria italiana. In anni precedenti, quando l\u2019Italia poteva condurre una politica valutaria indipendente, le autorit\u00e0 monetarie (Banca d\u2019Italia e Tesoro) avevano sempre tentato di realizzare una sorta di linea differenziata. Da un lato veniva perseguito, se non un lieve apprezzamento della lira, almeno un tasso di cambio stabile rispetto al dollaro; questa linea aveva lo scopo di evitare l\u2019aumento dei prezzi in lire delle importazioni quotate in dollari (anzitutto il petrolio, ma anche macchinari ad alta tecnologia, brevetti, apparecchi elettronici). Dall\u2019altro, veniva vista con favore una lieve svalutazione della lira rispetto al marco tedesco, in quanto poteva incoraggiare le esportazioni verso i mercati europei.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La strategia dei cambi differenziati era stata ufficialmente inaugurata fra il 1975 e il 1979 (il sistema di Bretton Woods era crollato fin dal 1971 con la dichiarazione di inconvertibilit\u00e0 del dollaro e l\u2019Italia si muoveva in regime di cambi flessibili).\u00a0La Banca d\u2019Italia era allora retta da Paolo Baffi, sostenitore convinto di questa strategia, ed altrettanto diffidente sulle possibilit\u00e0 che la lira italiana riuscisse a rispettare i vincoli che, a partire dal 1979, le sarebbero stati imposti con l\u2019adesione, avvenuta nel febbraio del 1979, al Sistema monetario europeo. Questi lasci\u00f2 che nel giro di un paio di anni la lira perdesse oltre il 10% del suo valore rispetto al marco. Una strategia non dissimile venne nuovamente adottata fra il 1992 e il 1996, quando la lira usc\u00ec dal Sistema monetario europeo e per quattro anni torn\u00f2 ad essere una valuta liberamente fluttuante. Questa linea trovava una sua ragion d\u2019essere nella situazione di fatto: nel 1975 le esportazioni verso l\u2019area del dollaro (Stati Uniti e paesi Opec) superavano appena il 13% delle esportazioni italiane, mentre le importazioni italiane dagli stessi paesi si aggiravano sul 25% del totale; era quindi corretto considerare l\u2019area del dollaro come area italiana di importazione, mentre l\u2019Europa (intesa come i paesi che oggi costituiscono l\u2019Unione europea), che assorbiva oltre il 55% delle esportazioni italiane, andava vista come tipica area di sbocco. Oggi (dati del 2001), le esportazioni italiane verso l\u2019area del dollaro si muovono ancora intorno al 13% del totale, ma le importazioni, sempre in termini relativi, si sono ridotte e non vanno al di l\u00e0 dell\u201911-12% del totale. I paesi dell\u2019Unione europea restano dominanti, ma ad essi si aggiungono nuove destinazioni e provenienze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un\u2019inchiesta molto accurata riguardante il settore industriale della provincia di Brescia, uno dei comprensori che pu\u00f2 essere considerato tipico dell\u2019industria esportatrice delNord, rivela un declino consistente della quota di esportazioni dirette in Germania dopo il 1985; al tempo stesso, poich\u00e9 l\u2019industria del Centro-Nord sta trasferendo le fasi pi\u00f9 elementari del processo produttivo verso l\u2019Europa dell\u2019est (nel caso della provincia di Brescia, sembra che il paese favorito sia la Romania), nasce un movimento crescente di esportazioni e importazioni di semilavorati con paesi non appartenenti all\u2019Unione europea (1).\u00a0Tuttavia, nonostante i cambiamenti in atto, il problema messo a fuoco da Baffi quasi trent\u2019anni fa, non \u00e8 stato superato, in quanto le esportazioni italiane, oggi come allora, vanno perdendo competitivit\u00e0 nei mercati europei. Ci\u00f2 dipende dal fatto che, sebbene rispetto ai primi anni ottanta il problema dell\u2019inflazione si possa considerare oggi del tutto superato, tuttavia il livello dei prezzi monetari italiani tende ancora a crescere pi\u00f9 dei prezzi monetari tedeschi: nei primi quattro mesi del 2002, l\u2019indice generale dei prezzi al consumo in Germania segnava un aumento dell\u20191,9% sull\u2019anno precedente, mentre per l\u2019Italia l\u2019aumento corrispondente superava il 2,5%. Questa lieve inflazione strisciante non pu\u00f2 pi\u00f9 essere compensata da una svalutazione della lira rispetto al marco. Al tempo stesso, l\u2019apprezzamento del dollaro rispetto all\u2019euro, apprezzamento durato oltre tre anni, rende le importazioni italiane pi\u00f9 costose e conferma il pericolo di un\u2019inflazioneimportata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tale pericolo diventerebbe ancora pi\u00f9 concreto se il prezzo del petrolio dovesse volgersi nuovamente all\u2019aumento. Se ci\u00f2 dovesse accadere, i paesi europei sarebbero colpiti due volte, sia per l\u2019aumento del prezzo del greggio in s\u00e9, sia per la graduale svalutazione dell\u2019euro rispetto al dollaro. Ogni aumento di prezzo del greggio colpisce invece gli Stati Uniti una volta sola, dal momento che il greggio \u00e8 quotato direttamente in dollari. Inoltre, l\u2019economia degli Stati Uniti gode di un secondo privilegio. Il Trattato del Nafta (North American Free Trade Agreement), in vigore dal 1994, ha creato una zona di libero scambio comprendente Stati Uniti, Canada e Messico. Alla firma del trattato, gli Stati Uniti fecero includere una clausola particolarmente vantaggiosa (contenuta nell\u2019articolo 605 del Trattato), secondo la quale il Canada, che gi\u00e0 esporta verso gli Stati Uniti circa la met\u00e0 del proprio petrolio, non potr\u00e0 ridurre le proprie forniture se non nel caso in cui si riscontri una riduzione nelle sue risorse. Grazie a questa clausola, gli Stati Uniti pompano petrolio a discrezione dal Canada, mentre i paesi europei devono comprare greggio dal Medio Oriente al prezzo fissato unilateralmente dall\u2019Opec.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mentre, come abbiamo detto, l\u2019ingresso nell\u2019Unione monetaria europea ha imposto all\u2019Italia un rovesciamento della sua linea tradizionale di politica valutaria, lo stesso non si pu\u00f2 ripetere della Germania. Quando in Europa vigevano cambi flessibili (ad esempio fra il 1973 e il 1978) e anche successivamente, quando entr\u00f2 in vigore il sistema monetario europeo, la Germania fece in modo di mettere in pratica una sua politica valutaria particolare (2). In linea di principio, la Germania accett\u00f2 pi\u00f9 di una volta di rivalutare il marco rispetto alle altre valute europee; ma le successive rivalutazioni del marco furono sempre minori di quanto il differenziale di inflazione avrebbe richiesto per ripristinare il cambio reale precedente. Poich\u00e9 per molti anni la Germania godette di una sostanziale stabilit\u00e0 dei prezzi, mentre gli altri paesi europei non potevano evitare una lenta ma continua inflazione, con il risultato che il marco tedesco, sebbene ufficialmente rivalutato in termini monetari, in realt\u00e0 si andava svalutando in termini reali. L\u2019industria tedesca riusciva in tal modo ad accoppiare la sua superiorit\u00e0 tecnologica al vantaggio derivante dalla possibilit\u00e0 di mettere in vendita i propri prodotti a prezzi relativi decrescenti. Questa strategia procur\u00f2 alla Germania l\u2019accusa di praticare una politica neomercantilista (3).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oggi la Germania riesce ancora a seguire la stessa linea. Per molti anni il tasso di inflazione tedesco \u00e8 stato inferiore rispetto a quello di altri paesi europei. In condizioni diverse, questa situazione potrebbe indurre le autorit\u00e0 monetarie tedesche a lasciar che il marco si rivaluti sui mercati; ma, da quando le valute europee sono fuse in una moneta unica secondo le parit\u00e0 fissate alla mezzanotte del 31 dicembre 1998, questo non pu\u00f2 pi\u00f9 avere luogo.Di conseguenza, le esportazioni tedesche si avvantaggiano di una competitivit\u00e0 crescente, come se il marco venisse continuamente svalutato. Il marco tedesco dunque, non soltanto in quanto incorporato nell\u2019euro, ha perso terreno in termini nominali rispetto al dollaro, ma si avvantaggia di un\u2019ulteriore svalutazione in termini reali, grazie al tasso di inflazione pi\u00f9 basso rispetto agli altri paesi europei. Col passare del tempo, i tassi di cambio iniziali fissati all\u2019avvento dell\u2019euro divengono sempre meno realistici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Riflessi dell\u2019Unione monetaria sui divari regionali\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I divari regionali, ed in particolare il divario fra Nord e Sud, restano fra i problemi non risolti del paese. Le conseguenze negative dell\u2019Unione monetaria sono cosa di cui il Mezzogiorno ha fatto esperienza fin dall\u2019unificazione politica di quasi un secolo e mezzo fa. Oggi si ritorna a parlare in termini pessimistici delle ripercussioni che l\u2019unificazione monetaria europea potr\u00e0 esercitare sull\u2019economia del Mezzogiorno. La teoria delle unioni monetarie mostra che le conseguenze di eventi esterni negativi non sono mai simmetriche e colpiscono pi\u00f9 gravemente le regioni deboli rispetto alle regioni dinamiche. Le industrie tradizionali delle regioni meridionali saranno colpite negativamente dalla concorrenza proveniente da altri paesi europei come la Spagna o la Grecia, che possono giovarsi di costi del lavoro pi\u00f9 bassi; e lo svantaggio potr\u00e0 essere aggravato dalla presenza di diseconomie esterne, dovute all\u2019inadeguatezza delle infrastrutture come strade, ferrovie, aeroporti, telecomunicazioni e servizi in generale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sebbene una svalutazione della lira del Sud contro la lira del Nord non sia nemmeno concepibile, qualcosa di non molto lontano venne suggerito in passato, quando si ventil\u00f2 la possibilit\u00e0 di una svalutazione virtuale, da applicarsi non gi\u00e0 ai movimenti effettivi di merci, ma almeno alle analisi costi-benefici effettuate per la valutazione degli effetti della spesa pubblica. Una pratica simile avrebbe i suoi vantaggi in quanto, producendo un aumento dei costi di importazione, darebbe luogo a una collocazione pi\u00f9 favorevole in graduatoria per gli investimenti che fanno maggiore ricorso a produzioni locali. Altri,s ottolineando il fatto che una svalutazione della moneta locale esercita sui movimenti di merci conseguenze simili a quelle di una riduzione dei salari, ne deducono che i sindacati non dovrebbero insistere per applicare salari uguali in tutto il territorio nazionale e dovrebbero invece accettare il principio di salari territorialmente differenziati in relazione alla produttivit\u00e0 del lavoroin ogni regione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non si pu\u00f2 ignorare d\u2019altro canto che, per quanto possa sembrare paradossale,il processo di globalizzazione dell\u2019economia e l\u2019unificazione monetaria europea non hanno mancato di produrre anche conseguenze positive per l\u2019economia del Mezzogiorno. Come si \u00e8 gi\u00e0 ricordato, numerose imprese del Nord hanno dislocato fasi della produzione in altri paesi, l\u00e0 dove il costo del lavoro \u00e8 pi\u00f9 basso e la legislazione a tutela dell\u2019ambiente meno rigorosa. Anni addietro i paesi favoriti furono quelli dell\u2019Estremo Oriente. Oggi le imprese privilegiano l\u2019Est europeo, la Turchia, l\u2019Albania. Questa misura estrema di riorganizzazione a grande distanza resta tuttavia appannaggio delle imprese dotate di dimensione edi capacit\u00e0 finanziaria adeguate per affrontare lo sforzo necessario. Le imprese minori, egualmente poste sotto pressione dalla concorrenza, ma non in grado di trasferirsi in paesi lontani, decentrano parte delle loro attivit\u00e0 nelle regioni del Sud. Ha cos\u00ec preso avvio la cos\u00ec detta \u2018linea adriatica\u2019 dello sviluppo, seguita ormai da incursioni sempre pi\u00f9 profonde nell\u2019entroterra. Ne risulta il sorgere di un numero crescente di piccole imprese, molte delle quali lavorano, direttamente o indirettamente sulla base di commesse provenienti dal Nord.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sviluppi simili suscitano giudizi molto svariati. Alcuni salutano la nascita di questa popolazione di piccole imprese come un punto di svolta nello sviluppo industriale del Mezzogiorno. Nell\u2019opinione di costoro, l\u2019antica politica dei grandi impianti, messa in atto negli anni sessanta e settanta ad opera di imprese private e pubbliche, rappresent\u00f2 una forzatura ed un grave errore di strategia; viceversa, la nascita di imprese minori, frutto di iniziativa locale spontanea, potrebbe condurre finalmente a trapiantare anche nel Mezzogiorno l\u2019esperienza felice dei distretti industriali che hanno fatto la fortuna di tante regioni dell\u2019Italia centrale (4). Non mancano peraltro giudizi nettamente opposti: si fa rilevare che le imprese minori del Mezzogiorno vivono per lo pi\u00f9 come imprese sommerse, occupano lavoro irregolare, violano le norme di sicurezza, non rispettano le prescrizioni riguardanti l\u2019ambiente di lavoro. Imprese di questa natura non potrebbero diventare la via di ingresso del progresso tecnologico, e non farebbero che consolidare l\u2019arretratezza industriale della regione, sia pure a livelli di reddito pi\u00f9 elevati. Alla popolazione crescente delle microimprese, viene contrapposta \u2013 come esempio di sviluppo assai pi\u00f9 promettente \u2013 la presenza di un numero limitato ma significativo di nuove imprese ad alta tecnologia nel settore dell\u2019informatica (5).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I poteri della Banca centrale europea\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sorge qui il problema del controllo dell\u2019inflazione nei paesi europei e delle funzioni attribuite alla Banca centrale europea. \u00c8 diffusa l\u2019opinione che la Bce abbia assunto tutti i poteri dapprima affidati alle singole banche centrali nazionali e che, quindi, ilcontrollo completo della politica monetaria si trovi oggi nelle sue mani. Secondo questo modo di vedere, la Bce, quanto a struttura e poteri, sarebbe sorta come istituzione del tutto simile alla Federal Reserve americana. E infatti, quando la Bce venne ideata, era impressione unanime che essa dovesse diventare la vera Banca centrale di tutti i paesi partecipanti, al punto che non manc\u00f2 chi denunci\u00f2 come improprio l\u2019aver affidato poteri cos\u00ec estesi a un\u2019istituzione sottratta a ogni controllo democratico da parte degli elettori (6). Viceversa, come ha ricordato di recente Steiger, divenne presto chiaro che non sarebbe stato cos\u00ec (7). La Bce fissa il tasso ufficiale di sconto (il cos\u00ec detto tasso di riferimento) per tutti i paesi partecipanti. Ma, al di l\u00e0 di questo, essa non esercita alcun vero controllo sulla quantit\u00e0 di moneta e, cosa ancor pi\u00f9 importante, non svolge alcuna funzione di prestatore di ultima istanza in caso di crisi. Inoltre, la Bce non ha alcuna competenza sul controllo del cambio fra euro e altre valute, controllo che \u00e8 rimasto affidato al Consiglio dei ministri degli Esteri dei paesi dell\u2019Unione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questi poteri limitati della Bce trovano riscontro anche nella struttura istituzionale dei suoi organi. La Bce \u00e8 governata da un Comitato esecutivo di sei membri, in linea di principio assolutamente indipendente dai governi dei paesi partecipanti (il fatto stesso che i componenti del Comitato esecutivo siano in numero inferiore rispetto al numero dei paesi partecipanti viene addotto a riprova della totale indipendenza fra Comitato e governi). Per\u00f2, al di sopra del Comitato esecutivo esiste un altro organismo, il Consiglio direttivo, nel quale sono presenti, accanto ai sei membri del Comitato, i Governatori di tutte le Banche centrali nazionali. Costoro sono attualmente in numero di dodici e quindi, se concordi, potrebbero facilmente mettere in minoranza il Comitato esecutivo. Naturalmente, secondo le regole che si \u00e8 data l\u2019Unione europea, anche i Governatori delle Banche centrali nazionali sono indipendenti dai rispettivi governi; ma \u00e8 cosa nota, e sovente fatta notare, che i legami fra governi e Banca centrale sono invece molto stretti in tutti i paesi.\u00a0Questa struttura lascia sospettare che le singole Banche nazionali godano ancora di poteri di fatto non trascurabili per quanto riguarda il controllo della quantit\u00e0 di moneta; circostanza questa ulteriormente confermata dal fatto che i criteri applicati nel valutare la carta commerciale presentata al risconto sono tuttora diversi in ogni paese. La Bundesbank si vanta ad esempio di applicare criteri molto pi\u00f9 rigorosi di altre banche centrali (potrebbe esservi un\u2019allusione alla Banca d\u2019Italia) nel valutare la solidit\u00e0 delle promesse di pagamento ammesse al risconto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La svalutazione dell\u2019euro ha favorito le esportazioni italiane verso l\u2019area del dollaro; al tempo stesso, il tasso di inflazione tendenzialmente pi\u00f9 alto in Italia rispetto alla media europea rappresenta, in regime di valuta unica, uno svantaggio all\u2019interno dell\u2019area europea. In passato, vi furono epoche nelle quali l\u2019industria italiana era sempre pronta ad accettare ogni aumento di salario, per quanto elevato, richiesto dai sindacati. La ragione di questo atteggiamento accomodante risiedeva nel fatto che le imprese sapevano di poter compensare l\u2019aumento dei salari con un aumento dei prezzi di vendita. L\u2019intera operazione era resa possibile dalle autorit\u00e0 monetarie, pronte ad accordare alle imprese il credito necessario per fare fronte a un monte salari accresciuto e disposte a lasciar slittare la lira rispetto alle altre valute in modo da evitare una perdita di competitivit\u00e0 delle esportazioni. Oggi che la valuta europea \u00e8 divenuta una valuta unica, mentre la fissazione del tasso di sconto \u00e8 stata spostata dalle Banche centrali nazionali alla Bce, ogni aumento di salari, non potendo pi\u00f9 essere compensato da un aumento dei prezzi e da una svalutazione della moneta nazionale, finisce con l\u2019incidere immediatamente sui profitti. Gli aumenti di salario possono oggi essere compensati soltanto da aumenti corrispondenti della produttivit\u00e0, ottenuti grazie all\u2019ingresso del progresso tecnico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo dovrebbe essere l\u2019obiettivo di una politica industriale corretta. L\u2019industria italiana ha scelto viceversa una strada diversa e precisamente quella di puntare sulla compressione del costo del lavoro. Spostando la produzione dalla grande industria ai piccoli opifici decentrati, concordando con il sindacato una proliferazione di contratti di lavoro atipici, sviluppando l\u2019impiego del lavoro irregolare e sommerso, l\u2019industria italiana ha messo in atto altrettanti strumenti per aumentare la produttivit\u00e0 e ridurre drasticamente il costo del lavoro.\u00a0Il vantaggio immediato di questa strategia \u00e8 indiscutibile. Le conseguenze di lungo periodo sono molto pi\u00f9 dubbie. Un\u2019industria basata sui settori tradizionali, che sopravvive nella ricerca continua di una compressione del costo del lavoro, \u00e8 destinata a perdere terreno nel mercato internazionale. Un numero crescente di paesi in via di sviluppo pu\u00f2 contare su un costo del lavoro assai pi\u00f9 basso di quello italiano e, infatti, l\u2019industria di quei paesi sta guadagnando quote di mercato crescenti. La svalutazione dell\u2019euro ha consentito di guadagnare competitivit\u00e0 nell\u2019area del dollaro; ma se, come a volte sembra debba accadere, la tendenza dovesse capovolgersi e l\u2019euro riguadagnare terreno, questa compensazione parziale sarebbe destinata a scomparire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La strategia della Banca centrale europea\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La svalutazione dell\u2019euro, che essa sia dovuta alla debolezza dell\u2019economia europea o al fatto che i mercati finanziari americani risultano pi\u00f9 attraenti per i capitali speculativi, pone alla Bce problemi di non facile soluzione. Numerosi osservatori, nel commentare il declino dell\u2019euro, non hanno risparmiato critiche alla Bce, accusata di non aver difeso la moneta europea con sufficiente energia. In realt\u00e0, si potrebbe discutere sul se la debolezza dell\u2019euro sia dovuta a valutazioni negative dei mercati o sia tollerata dalla Bce per pi\u00f9 concrete ragioni economiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un rimedio immediato, volto a rafforzare il corso dell\u2019euro, sarebbe quello di aumentare i tassi di interesse, nella speranza che, aumentando il rendimento dei titoli nell\u2019area europea, le fughe di capitali verso l\u2019area del dollaro vengano scoraggiate. In realt\u00e0, i tassi vigenti negli Stati Uniti si sono ridotti e, da oltre un anno, il tasso della Bce \u00e8 stato pi\u00f9 alto del tasso praticato dalla Riserva Federale; ma questo non ha esercitato alcun influsso tangibile sull\u2019andamento del cambio fra euro e dollaro. Inoltre un aumento dei tassi praticato dalla Bce sarebbe fortemente criticato da molte parti: dalle imprese, che chiedono tassi di interesse miti per proteggere i profitti, dagli esportatori, che vedono con favore il deprezzamento dell\u2019euro che favorisce le esportazioni, dai responsabili governativi, sempre tormentati dallo spettro del debito e dal timore di accrescere il disavanzo del bilancio pubblico, dagli studiosi, che sottolineano le conseguenze negative che tassi di interesse elevati producono sugli investimenti e sul livello di occupazione. Non si pu\u00f2 escludere che siano state proprio motivazioni di questo genere a indurre la Bce ad aumentare il tasso di riferimento soltanto in misura ridotta: dal 3% iniziale fino al 4,75% nell\u2019ottobre 2000 e, a partire dal maggio 2001, aridurlo nuovamente fino a portarlo al 3,25 attuale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Difficile immaginare quali potranno essere gli sviluppi futuri. Non si pu\u00f2 evitare il sospetto che l\u2019euro finisca col diventare una valuta strutturalmente debole, con circolazione prevalentemente locale. Nei secoli passati, il regime della doppia circolazione era accettato come normale: le monete auree (come il fiorino di Firenze o il ducato di Venezia) venivano usate nei grandi commerci ed erano la moneta degli scambi con l\u2019estero, mentre le valute locali minori,esposte alla tosatura e alla svalutazione frequente, venivano usate per il pagamento dei salari e per il commercio al dettaglio (8). La coesistenza pacifica fra euro e dollaro potrebbe realizzarsi attraverso una divisione simile delle funzioni di ognuna delle due valute.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La posizione centrale del dollaro\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La svalutazione progressiva dell\u2019euro rispetto al dollaro viene attribuita a cause diverse: il tasso di sviluppo pi\u00f9 veloce degli Stati Uniti, che induce gli investitori a sperare in profitti crescenti, o i tassi di interesse pi\u00f9 elevati vigenti nei mercati finanziari americani, che assicurano rendimenti pi\u00f9 elevati ai capitali finanziari. In passato, le affermazioni ripetute del Governatore Duisenberg \u2013 che sottolineava il fatto che la Bce non avrebbe attuato una difesa a oltranza del corso dell\u2019euro \u2013 non hanno fatto che incoraggiare i movimenti di capitali speculativi verso l\u2019area del dollaro e provocare una progressiva svalutazione dell\u2019euro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non bisogna dimenticare d\u2019altro canto che la rivalutazione del dollaro aveva avuto inizio anche prima che l\u2019euro venisse creato. Il cambio del dollaro rispetto al marco tedesco e allo yen giapponese aveva cominciato a crescere fin dal 1985 e la crisi asiatica del 1997 non aveva fatto che rafforzare questa tendenza. Per i paesi del Sud-est asiatico, che avevano legato la loro valuta al dollaro, questo movimento rappresent\u00f2 una rivalutazione \u2013 non voluta \u2013 della propria valuta nazionale rispetto allo yen e alle valute europee. Una rivalutazione che raggiunse anche il 40% ed esercit\u00f2 un inevitabile e grave influsso negativo sulle esportazioni dei paesi asiatici. Paesi che avevano visto le proprie esportazioni crescere anche del 20% all\u2019anno, e insieme crescere il proprio reddito nazionale al 7-8% all\u2019anno, si trovarono repentinamente messi fuori mercato. Il Fondo monetario internazionale intervenne con la prescrizione di liberalizzare totalmente i mercati dei cambi e consentire piena libert\u00e0 nei movimenti di capitali. Un solo paese, la Malaysia, si rifiut\u00f2 di applicare queste indicazioni e, in un momento successivo, l\u2019allora direttore del Fondo, il francese Camdessus, riconobbe la fondatezza delle sue ragioni. In altri paesi, le fughe di capitali, ormai svincolate da ogni controllo, produssero svalutazioni violente delle monete nazionali (fino al 50% rispetto al dollaro, come fu il caso del won coreano o del bath tailandese). Quando tutti questi paesi, l\u2019uno dopo l\u2019altro, ebbero distaccata la propria valuta dal dollaro, imprese e banche che si trovavano gravemente indebitate in dollari videro improvvisamente raddoppiato l\u2019onere del proprio debito espresso in valuta nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo fu l\u2019inizio dei crolli di borsa e di fallimenti a catena. Grandi gruppi coreani come i gruppi Kia (autoveicoli) o Halla (cantieri) dichiararono lo stato di insolvenza. La svalutazione delle valute asiatiche, insieme allo stato di crisi di tanti gruppi industriali, apr\u00ec la strada all\u2019ingresso di capitali stranieri, che si affrettarono ad acquistare imprese in crisi. In questa corsa, i paesi europei (Francia, Germania, Olanda) non furono da meno degli Stati Uniti. Tutto questo ebbe luogo con il compiacimento del Fondo monetario. In precedenza, molti paesi asiatici avevano posto limiti alla presenza di capitali stranieri, specie nelle industrie considerate strategiche. Ora, invece, il Fondo incoraggiava la presenza di capitali stranieri nell\u2019industria nazionale, nella convinzione che questa fosse fonte di buona amministrazione e di efficienza produttiva. Perduta ogni possibilit\u00e0 di condurre una politica monetaria o industriale autonoma, i paesi asiatici sono divenuti un mercato fertile, aperto alle importazioni di prodotti statunitensi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altro canto, non va sottovalutato il fatto che qualcosa sta cambiando nell\u2019atteggiamento degli Stati Uniti rispetto all\u2019euro. La forza del dollaro e la debolezza dell\u2019euro, se giocano a favore delle esportazioni europee, comportano una perdita di competitivit\u00e0 dell\u2019industria statunitense. Non vi \u00e8 da stupirsi se la bilancia commerciale degli Stati Uniti resti perennemente passiva. Inoltre, come molti fanno osservare, mentre in passato il disavanzo esterno andava di pari passo con un disavanzo nel bilancio del Governo federale (la cos\u00ec detta situazione dei disavanzi gemelli), oggi, dal momento che il bilancio del Governo federale chiude in attivo, rimane in vita il solo disavanzo esterno. Si dovrebbe dire quindi che il disavanzo esterno, non essendo pi\u00f9 riconducibile alla spesa pubblica, \u00e8 interamente dovuto al settore privato; e poich\u00e9 i profitti delle imprese statunitensi non si sono annullati,il debito dovrebbe ricadere per intero sui consumatori. Ma, si chiedono alcuni osservatori, per quanto tempo le famiglie americane potranno continuare ad accrescere i propri debiti? \u00c8 davvero possibile considerare questa situazione come stabile e capace di riprodursi indefinitamente nel tempo? Non pochi sarebbero inclini a dare a questi interrogativi una risposta negativa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli Stati Uniti cominciano a comparire segni di insoddisfazione per questa svalutazione dell\u2019euro, che alcuni iniziano a considerare come voluta e sleale. Qualcosa del genere si era manifestato nel 1993-94, quando gli Stati Uniti si trovarono di fronte a quella che veniva considerata una svalutazione competitiva dello yen, con conseguente invasione di merci giapponesi nei mercati americani. Anche oggi cominciano a comparire lamentele, da parte di imprese grandi e piccole. Potrebbe qui nascere un conflitto di interessi fra l\u2019industria americana e quella europea. Vi \u00e8 quindi da attendersi che, se qualcosa cambier\u00e0 nella politica valutaria europea, questo avverr\u00e0 pi\u00f9 per pressioni provenienti dall\u2019altra sponda dell\u2019Atlantico che non per interesse diretto dei paesi europei. I segni di rivalutazione dell\u2019euro, che cominciano a comparire sporadicamente, potrebbero allora segnare un\u2019inversione di tendenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Dubbi e prospettive\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le prospettive di ripresa dell\u2019economia, ancora gravemente incerte, sono oggi il tema dominante del dibattito. Di fronte ad una produzione industriale che stenta a riprendere vigore, sembra evidente a molti che un intervento delle autorit\u00e0 economiche sarebbe necessario. La natura e le modalit\u00e0 di tale intervento sono peraltro pi\u00f9 difficili da individuare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un rilancio della domanda globale sarebbe, secondo i canoni elementari della politica economica, la misura pi\u00f9 immediata ed efficace. I limiti di una manovra simile sono peraltro altrettanto evidenti. Un aumento della domanda globale, realizzato nella sola economia italiana isolatamente presa, comporterebbe, attraverso un aumento corrispondente delle importazioni, un disavanzo della bilancia commerciale. Poich\u00e9 l\u2019Italia \u00e8 ormai legata ai paesi europei in una valuta unica, il disavanzo si tradurrebbe in un indebitamento equivalente verso l\u2019estero, che alla lunga non sarebbe sostenibile. Logica vorrebbe allora che interventi analoghi di rilancio della domanda venissero messi in atto da tutti i paesi europei con un\u2019azione concorde per la ripresa dell\u2019attivit\u00e0 economica. Ma, come risulta ormai in modo indubitabile, un\u2019azione comune su questo terreno incontra lo sbarramento irremovibile della Germania.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altro canto, la situazione italiana presenta alcune peculiarit\u00e0 che non possono essere ignorate. Mentre altrove la disoccupazione \u00e8 fenomeno diffuso,nel nostro paese regioni caratterizzate da occupazione pi\u00f9 che piena si contrappongono ormai nettamente a regioni afflitte da disoccupazione strutturale. L\u2019Italia Nord-orientale ha ormai varcato i limiti della piena occupazione:gli imprenditori si sottraggono lavoratori gli uni con gli altri e alcuni sono costretti a rinunciare a progetti di espansione per mancanza di mano d\u2019opera. Le possibilit\u00e0 di impiego sono ormai alla portata di tutti, al punto che i giovani, non resistendo alla tentazione del guadagno, abbandonano gli studi scolastici prima di averli portati a compimento, con grave pregiudizio della loro formazione personale e, a lungo andare, del paese in generale. Se non fosse per i lavoratori provenienti dai paesi extraeuropei, l\u2019espansione avrebbe subito una battuta d\u2019arresto gi\u00e0 da tempo. In altre regioni, la disoccupazione \u00e8 legata a problemi di ristrutturazione industriale: la crisi della Fiat \u00e8 un esempio macroscopico del ridimensionamento di un\u2019impresa, che porter\u00e0 inevitabilmente con s\u00e9 problemi gravi di disoccupazione locale. Il problema autentico della disoccupazione \u00e8 tuttavia concentrato nel Mezzogiorno. Qui, come si \u00e8 detto in precedenza, le prospettive di aumento dell\u2019occupazione sono legate in misura crescente al decentramento proveniente da imprese del Nord.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Squilibri territoriali crescenti e rischi di arretramento dell\u2019industria sul terreno tecnologico sono quindi i pericoli che incombono sulla struttura dell\u2019economia italiana. E qui \u00e8 fuor di luogo invocare i vincoli della spesa pubblica derivanti dal trattato di Maastricht o la perdita del governo della moneta derivante dall\u2019Unione monetaria europea, dal momento che quello che occorre \u00e8 un disegno di politica industriale, accompagnata da una politica di riequilibrio territoriale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">note:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1\u00a0 E. Marelli, F. Spinelli, Rapporto sull\u2019internazionalizzazione delle imprese bresciane, Brescia, AIB, 2001.<br \/>\n2\u00a0 C. Thomasberger, Schlingerkurs oder externe Stabilisierung? Anmerkungen zur Politik der deutschen Bundesbank, \u00abWeltwirtschaftliches Archiv\u00bb, n. 5, 1993, pp. 265-85.<br \/>\n3\u00a0 H. Hagemann, On Some Macroeconomic Consequences of German Unification, in H. Kurz ed., United Germany and the New Europe, E. Elgar Aldershot, 1993, pp.89-107; P. Ciocca, La politica economica della Germania Federale, in V. Valli ed., L\u2019economia tedesca, Etas-Libri, 1981, pp.97-138.<br \/>\n4\u00a0 G. Viesti, Come nascono i distretti industriali, Laterza, 2012.<br \/>\n5\u00a0 A. Del Monte, Esiste un nuovo Mezzogiorno?, \u00abl\u2019Industria\u00bb, 2002, n. 1.<br \/>\n6\u00a0 S. de Brunhoff, The European Plan for the Creation of a Single Currency, in Money in Motion. The Post-Keynesian and Circulation Approaches, a cura di G. Deleplace e E. Nell, New York, MacMillan, 1996, pp. 716-24.<br \/>\n7\u00a0 G. Heinsohn, O. Steiger, The Euro-System and the Art of Central banking, \u00abStudi economici\u00bb, 2002, n. 1.<br \/>\n8\u00a0 C. Cipolla, Moneta e civilt\u00e0 mediterranea, Neri Pozza, 1957, capp. II e III.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/www.nuovatlantide.org\/augusto-graziani-litalia-prima-e-dopo-leuro\/\">https:\/\/www.nuovatlantide.org\/augusto-graziani-litalia-prima-e-dopo-leuro\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di NUOVATLANTIDE (Gian Franco Ferraris) &nbsp; L\u2019Italia prima e dopo l\u2019euro LA MONETA AL GOVERNO\u00a0 Augusto Graziani\u00a0\u00a0 la rivista del manifesto, n. 30, luglio-agosto 2002\u00a0 Allorch\u00e9 si prospettava l\u2019adozione dell\u2019euro come moneta unica, gli esperti concordavano nel prevedere per la nuova valuta il destino di una valuta forte. Nel loro insieme, i paesi ammessi a far parte dell\u2019Unione monetaria (undici, in seguito divenuti dodici) formavano un mercato finanziario maggiore di quello statunitense; per di pi\u00f9,alcune&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":47928,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2019\/01\/10402521_937933729595735_4757917899008230149_n.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-ct1","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/47927"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=47927"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/47927\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":47929,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/47927\/revisions\/47929"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/47928"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=47927"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=47927"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=47927"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}