{"id":48058,"date":"2019-01-23T10:16:36","date_gmt":"2019-01-23T09:16:36","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48058"},"modified":"2019-01-23T07:36:39","modified_gmt":"2019-01-23T06:36:39","slug":"regionalismo-differenziato-cose-e-quali-rischi-comporta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48058","title":{"rendered":"Regionalismo differenziato: cos\u2019\u00e8 e quali rischi comporta"},"content":{"rendered":"<p><strong><em class=\"\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories7\/Regionalismo-differenziato.jpg\" alt=\"Regionalismo differenziato\" width=\"300\" height=\"280\" \/><\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong>di SINISTRAINRETE (Sergio Marotta)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Dalle Regioni al federalismo differenziato<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Che le Regioni fossero troppo costose per il bilancio dello Stato italiano lo aveva gi\u00e0 detto, in Assemblea costituente, Francesco Saverio Nitti che certo di conti pubblici se ne intendeva, essendo stato uno dei massimi studiosi di scienza delle finanze noto e apprezzato in tutta Europa. Eppure lo statista di Melfi non fu ascoltato, come non lo furono Benedetto Croce e Concetto Marchesi, Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, Luigi Preti e Fausto Gullo, tutti uniti nell\u2019opposizione all\u2019ordinamento regionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Pass\u00f2 la linea del siciliano Gaspare Ambrosini che introduceva una forma di Stato organizzato in Regioni in cui si teneva insieme l\u2019unit\u00e0 della Repubblica e l\u2019autonomia degli enti locali. Alla fine la formula dell\u2019art. 5 dei Principi fondamentali risult\u00f2 la seguente: \u00abLa Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il pi\u00f9 ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell\u2019autonomia e del decentramento\u00bb[1].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Impiegati gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso per passare all\u2019attuazione, con vent\u2019anni di ritardo, degli ordinamenti regionali, si procedette, poi, a un quindicennio di riforme della pubblica amministrazione che iniziarono con la legge sull\u2019ordinamento degli enti locali, la 142 del 1990, che prese il nome dell\u2019allora potentissimo ministro dell\u2019Interno, il democristiano Antonio Gava.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Venne, quindi, il turno delle varie leggi Bassanini dal nome del ministro della Funzione pubblica che le elabor\u00f2 e, a pi\u00f9 riprese, le port\u00f2 all\u2019approvazione del Parlamento. La prima fu la legge 59 del 1997 che doveva realizzare il federalismo a Costituzione invariata. Era il tempo in cui imperava il verbo della sussidiariet\u00e0 come forma di avvicinamento del luogo della decisione pubblica al livello pi\u00f9 prossimo alla collettivit\u00e0 di riferimento. \u2018Sussidiariet\u00e0\u2019 era la parola magica per realizzare un\u2019azione amministrativa pi\u00f9 efficiente, pi\u00f9 efficace e pi\u00f9 economica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Alla fine degli anni Novanta si stabilirono anche i nuovi criteri di riparto dei fondi per la sanit\u00e0 che furono riassunti nel decreto legislativo 56 del 2000. Tale importante decreto, pur mantenendo ferma l\u2019idea di un servizio sanitario nazionale, port\u00f2 ad una distribuzione differenziata \u2013 e sbilanciata a favore delle Regioni settentrionali[2] \u2013 dei fondi per la sanit\u00e0 che costituivano, e costituiscono ancor oggi, la parte pi\u00f9 cospicua dei bilanci regionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dopodich\u00e9 la riforma del Titolo V della Costituzione, con la legge costituzionale n. 3 del 2001, approvata in Parlamento con soli quattro voti di maggioranza nell\u2019ultima decisiva votazione e sottoposta a un referendum popolare al quale partecip\u00f2 poco pi\u00f9 del 34 per cento degli aventi diritto, realizz\u00f2 una nuova forma di regionalismo volta a trasferire alle Regioni poteri, funzioni e competenze paragonabili a quelle pi\u00f9 proprie di Stati federali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In effetti, il nuovo Titolo V della Costituzione, elaborato da una maggioranza di centrosinistra nel tentativo di inseguire gli elettori della Lega, introdusse nell\u2019ordinamento italiano alcuni principi di cosiddetto federalismo fiscale e ribalt\u00f2 il principio stabilito dai Costituenti secondo cui le competenze non espressamente attribuite ad altro ente dovessero rimanere in capo allo Stato nel suo esatto contrario: ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato doveva spettare alle Regioni e non pi\u00f9 allo Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In particolare, mentre l\u2019art. 117 introdusse i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che dovevano essere uguali per tutti i cittadini, l\u2019art. 119 cancellava ogni riferimento al Mezzogiorno, introduceva la formula secondo cui gli enti locali compartecipano al gettito dei tributi erariali \u00abriferibile al loro territorio\u00bb e istituiva, nel contempo, un fondo di perequazione per i territori con minore capacit\u00e0 fiscale. Insomma si cercava di salvare l\u2019unit\u00e0 dello Stato affermando che, in teoria, i servizi devono essere uguali per tutti, ma si riconosceva che in alcune regioni virtuose \u2013 solo perch\u00e9 economicamente pi\u00f9 forti \u2013 i servizi pubblici potevano essere anche migliori rispetto a quelli previsti dai semplici livelli essenziali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Che queste diverse prescrizioni normative non potessero stare insieme, perch\u00e9 creavano un\u2019artificiale sperequazione tra Regioni pi\u00f9 ricche e Regioni pi\u00f9 povere, era stato subito chiaro alla maggioranza delle forze politiche presenti in Parlamento. Cos\u00ec il Titolo V era stato oggetto di riscritture e correzioni tanto da parte del centrodestra che del centrosinistra; mentre la Corte costituzionale, con una giurisprudenza quasi ventennale, ha contribuito a districare e chiarire le evidenti contraddizioni presenti nel testo del 2001.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le diverse riforme costituzionali approvate nel 2006 dal centrodestra, la cosiddetta Bossi-Berlusconi, e quella approvata dal centrosinistra nel 2016, la cosiddetta Renzi-Boschi, sono state entrambe bocciate dagli elettori. In particolare il fallimento della Renzi-Boschi sembra aver posto fine alla stagione delle riforme costituzionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">E cos\u00ec si \u00e8 passati dalle velleit\u00e0 di riscrittura o di semplice correzione del Titolo V da parte del Parlamento nazionale, alla richiesta di alcune Regioni di passare all\u2019effettiva attuazione di quanto contenuto nel testo della riforma del 2001. Ci\u00f2 \u00e8 stato reso possibile dal nuovo art. 114 che, ponendo sullo stesso piano Stato, Regioni, Province, Comuni e Citt\u00e0 metropolitane, ha aperto la strada a forme di legislazione \u2018contrattata\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Il terzo comma dell\u2019articolo 116<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Veniamo ora all\u2019attualit\u00e0. Le Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, dopo il fallimento del referendum costituzionale del 2016, hanno preso l\u2019iniziativa per realizzare \u00abulteriori forme e condizioni particolari di autonomia\u00bb secondo il dettato del terzo comma dell\u2019art. 116 della Costituzione, introdotto dal centrosinistra con la riforma del 2001.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si tratta di procedure inedite e complesse, mai applicate prima, interpretate in modo diverso dalle tre Regioni che le hanno finora utilizzate: la Lombardia e il Veneto hanno basato le proprie richieste su appositi referendum regionali svoltisi il 22 ottobre del 2017; mentre la giunta regionale dell\u2019Emilia Romagna, ha ritenuto di poter procedere con la sola approvazione della richiesta di ulteriore autonomia da parte del Consiglio regionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il 28 febbraio del 2018 il governo Gentiloni ha approvato tre accordi preliminari con il Veneto, la Lombardia e l\u2019Emilia-Romagna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La spinosa questione \u00e8 ora nelle mani del governo giallo-verde guidato da Giuseppe Conte. Nella tradizionale conferenza di fine anno il Presidente del Consiglio ha detto di aver bisogno di un\u2019ulteriore istruttoria per poi proporre alle Regioni interessate il testo di un disegno di legge per ciascuna di esse sul quale raggiungere l\u2019intesa necessaria per passare all\u2019esame del Parlamento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Insomma il 15 febbraio sapremo se verr\u00e0 effettivamente realizzato un \u00abregionalismo differenziato\u00bb disegnato sulle richieste specifiche avanzate dal Veneto, dalla Lombardia e dall\u2019Emilia-Romagna. Se ci\u00f2 avverr\u00e0, avremo, oltre alle leggi costituzionali che prevedono l\u2019autonomia delle cinque regioni a Statuto speciale, Val d\u2019Aosta, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna, anche tre leggi ordinarie, sebbene rinforzate, frutto della contrattazione tra Stato e Regioni, che regoleranno le forme di autonomia del Veneto, della Lombardia e dell\u2019Emilia-Romagna.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le classi dirigenti di queste tre Regioni a statuto ordinario hanno maturato la convinzione che attuando le procedure dell\u2019art. 116, terzo comma, e acquisendo in tal modo ulteriori forme di autonomia potranno disporre di nuove entrate trattenendo sul territorio pi\u00f9 risorse e incidere in maniera significativa sull\u2019attuale meccanismo di trasferimento dei fondi statali da cui ritengono di essere penalizzate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si apre cos\u00ec un inedito scenario che, con una fortunata formula, l\u2019economista Gianfranco Viesti ha definito la \u00absecessione dei ricchi\u00bb dal momento che Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna da sole producono oltre il 50 per cento del Pil italiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo uno studio degli economisti Adriano Giannola e Gaetano Stornaiuolo dell\u2019Universit\u00e0 di Napoli \u201cFederico II\u201d, \u00able Regioni che attueranno il federalismo differenziato vedranno incrementata nella situazione ex post la quota delle risorse erogata e gestita dalle loro Amministrazioni rispetto alle situazioni ex ante (+106 miliardi per la Lombardia, +41 miliardi per il Veneto e +43 miliardi per l\u2019Emilia-Romagna), mentre si assister\u00e0 ad una diminuzione di pari importo delle risorse gestite direttamente dall\u2019Amministrazione centrale\u00bb[3].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma la \u00absecessione dei ricchi\u00bb si baserebbe, in realt\u00e0, su un equivoco consistente nel ritenere effettivamente esistente nelle pieghe del bilancio dello Stato un residuo fiscale a favore di alcune Regioni e, in particolare, della Lombardia, del Veneto e dell\u2019Emilia-Romagna. Il residuo fiscale, infatti, sarebbe nient\u2019altro che la \u00abdifferenza tra l\u2019ammontare di risorse (sotto forma di imposte pagate dai cittadini) che lo Stato centrale riceve dai territori e l\u2019entit\u00e0 della spesa pubblica che lo stesso eroga (sotto forma di servizi) a favore dei cittadini degli stessi territori\u00bb[4]. Secondo Giannola e Stornaiuolo, da un punto di vista di contabilit\u00e0 pubblica, saremmo di fronte a un equivoco perch\u00e9 in uno Stato unitario non ci sono residui fiscali dal momento che il rapporto fiscale si svolge tra il cittadino e lo Stato e non con lo specifico territorio di residenza dei soggetti che pagano le imposte. Inoltre, anche ammettendo l\u2019ipotesi dell\u2019esistenza di un residuo fiscale, vi sarebbe un palese errore di calcolo in quanto non si terrebbe conto del fatto che una parte della differenza di quanto versato all\u2019erario rispetto a quanto trasferito dallo Stato alle Regioni ritornerebbe sul territorio regionale in forma di pagamento degli interessi sui titoli del debito pubblico posseduti dai soggetti residenti in quelle regioni. Insomma, prendendo in considerazione la distribuzione territoriale dei detentori dei titoli del debito pubblico statale e scomputando il pagamento dei relativi interessi, assisteremmo a un\u2019enorme riduzione del presunto residuo fiscale delle Regioni interessate dal momento che una gran parte del debito pubblico \u00e8 posseduto da soggetti residenti proprio in quelle Regioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019attuazione dell\u2019art. 116 terzo comma, dunque, mentre, da un lato, determina lo spostamento di ingenti flussi finanziari dallo Stato alle Regioni, non tiene conto dei flussi di spesa che arrivano ai territori sotto forma di interessi sul debito pubblico statale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Su questo tema gi\u00e0 nel 2004 Vittorio Grilli, parlando in qualit\u00e0 di Ragioniere generale dello Stato, in un passaggio della sua relazione annuale, aveva espresso forti perplessit\u00e0 ricordando che: \u00abParallelamente all\u2019aumento dei centri di spesa, la riforma federalista comporter\u00e0 il trasferimento di flussi finanziari crescenti dal centro alla periferia. \u00c8 un processo estremamente delicato e solo una preparazione adeguata e puntuale delle procedure e delle competenze consentir\u00e0 la gestione del cambiamento in modo non penalizzante per i conti pubblici\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Mentre Luca Antonini, uno dei pi\u00f9 noti studiosi italiani del federalismo, parlando recentemente a Napoli nel corso di un convegno scientifico, ha accennato all\u2019esistenza di una certa resistenza verso il regionalismo differenziato proprio nel ministero dell\u2019Economia e Finanze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In ultima analisi il rischio contenuto nell\u2019attuazione del terzo comma dell\u2019art. 116 non sarebbe soltanto quello politico di una possibile rottura dell\u2019Unit\u00e0 nazionale, quanto quello, ben pi\u00f9 concreto, di rendere non pi\u00f9 sostenibile il debito pubblico statale a causa della riduzione dei flussi di cassa di livello statale come conseguenza del trasferimento di funzioni fondamentali, come la sanit\u00e0 e l\u2019istruzione, alle Regioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Che cosa far\u00e0 il governo Conte?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quale sar\u00e0 la risposta del governo Conte alle richieste della Lombardia, del Veneto e dell\u2019Emilia-Romagna \u00e8 difficile a dirsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo alcuni autorevoli costituzionalisti, il comma terzo dell\u2019art. 116 \u00e8 esso stesso di dubbia costituzionalit\u00e0 perch\u00e9 creerebbe una situazione di autonomia per alcune Regioni che sarebbe, di fatto, irreversibile e affida a una legge ordinaria, seppure rinforzata dalla previsione del voto a maggioranza assoluta delle Camere, la compressione di alcuni diritti fondamentali previsti dalla Parte prima della Costituzione e come tali intangibili[5]. Tale legge, peraltro, verrebbe approvata nell\u2019ambito di un sistema bicamerale paritario come quello attuale, in cui \u00e8 assente una Camera di rappresentanza territoriale[6]. In ogni caso, poi, l\u2019autonomia differenziata in alcuni settori come la sanit\u00e0 o l\u2019istruzione porterebbe alla cristallizzazione di una disparit\u00e0 di trattamento tra i cittadini delle diverse regioni che gi\u00e0 oggi \u00e8 ben visibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In realt\u00e0 molti dei sostenitori della riforma costituzionale del 2001 avevano preso in considerazione l\u2019ipotesi di una riforma federale \u00aba geometria variabile\u00bb consistente nell\u2019accettare un decentramento differenziato, con un passaggio progressivo di compiti alle Regioni, cominciando da quelle pi\u00f9 attrezzate, per poi passare alle altre, a mano a mano che esse si dotino di uffici, personale e capacit\u00e0 organizzativa. Ma questo comporterebbe la necessit\u00e0 di aprire ulteriori tavoli tecnici \u2013 oltre quelli gi\u00e0 posti in essere per giungere agli accordi preliminari del 28 febbraio 2018 \u2013 con le tre Regioni interessate, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Tali tavoli tecnici dovrebbero essere specificamente finalizzati al ricalcolo puntuale di un eventuale residuo fiscale risultante dalla differenza tra quanto raccolto a titolo di imposte erariali sul territorio regionale e quanto trasferito dallo Stato alle Regioni anche a titolo di interessi sul debito pubblico pagati a soggetti residenti in quelle stesse Regioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tale calcolo deve superare un primo ostacolo consistente nel fatto che le imposte erariali, per definizione, sono quelle pagate da tutti i cittadini in misura uguale secondo il criterio della progressivit\u00e0 sancito dall\u2019art. 53 della Costituzione. Le imposte erariali non hanno alcun rapporto con il territorio, ma solo con il reddito prodotto, se si tratta di imposte dirette, o con i consumi se si tratta di imposte indirette come l\u2019IVA. Le imposte erariali sono quelle che negli Stati federali corrispondono alle tasse federali, mentre quelle pagate ai singoli Stati di uno Stato federale corrispondo alle nostre imposte locali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In uno Stato unitario i servizi universali, che devono essere uguali per tutti i cittadini, sono pagati per la quota pi\u00f9 cospicua attraverso la fiscalit\u00e0 generale. Questo \u00e8 specificamente ribadito anche nel \u201cContratto per il governo del cambiamento\u201d al punto 21 quando, per esempio, si afferma: \u00abLa sanit\u00e0 dovr\u00e0 essere finanziata prevalentemente dal sistema fiscale e, dunque, dovr\u00e0 essere ridotta al minimo la compartecipazione dei singoli cittadini\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In uno Stato unitario si pu\u00f2 sostenere, con ragione, che non si possono finanziare con la fiscalit\u00e0 generale servizi universali di diversa qualit\u00e0 in diversi territori. Bisogna assicurare gli stessi servizi in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Sono i cittadini pi\u00f9 ricchi che, pagando pi\u00f9 tasse, finanziano i servizi per i cittadini pi\u00f9 poveri su tutto il territorio nazionale. Le eventuali differenze andrebbero semplicemente corrette attraverso una riforma delle organizzazioni pubbliche o private che offrono tali servizi mettendole in condizioni di offrire gli stessi servizi su tutto il territorio nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo senso, non esistono differenze tra le imposte erariali pagate nelle diverse Regioni e i trasferimenti dallo Stato alle Regioni semplicemente perch\u00e9 non vi \u00e8 alcuna relazione tra imposte erariali e territorio in cui risiedono i soggetti che le pagano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma impedire o imprimere un deciso rallentamento all\u2019 attuazione delle procedure previste dall\u2019 art. 116 in attesa di eventuali riscritture della specifica norma e dell\u2019intero Titolo V, sembra un\u2019ipotesi difficilmente praticabile a meno che non si sviluppi una forte protesta delle altre Regioni \u2013 soprattutto quelle meridionali \u2013 che sembra difficilmente ipotizzabile visti i tempi cos\u00ec stretti e una certa insipienza delle classi dirigenti meridionali nel difendere gli interessi dei propri territori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A ci\u00f2 si aggiunga che al punto 20 del \u201cContratto per il governo del cambiamento\u201d si legge che \u00abSotto il profilo del regionalismo, l\u2019impegno sar\u00e0 quello di porre come questione prioritaria nell\u2019agenda di Governo l\u2019attribuzione, per tutte le Regioni che motivatamente lo richiedano, di maggiore autonomia in attuazione dell\u2019art. 116, terzo comma, della Costituzione, portando anche a rapida conclusione le trattative tra Governo e Regioni attualmente aperte. Il riconoscimento delle ulteriori competenze dovr\u00e0 essere accompagnato dal trasferimento delle risorse necessarie per un autonomo esercizio delle stesse\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una possibile via d\u2019uscita per il governo Conte potrebbe essere quella di stabilire per legge i cosiddetti Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) e i cosiddetti Lea (Livelli essenziali di assistenza) e di fissarli nella media di quelli attualmente garantiti in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Ci\u00f2 significa che l\u2019eventuale residuo fiscale potrebbe effettivamente spettare alle Regioni interessate soltanto laddove i servizi siano effettivamente deficitari. Facendo l\u2019esempio della sanit\u00e0, siccome i livelli dei servizi in quelle tre Regioni sono gi\u00e0 pi\u00f9 alti rispetto a quelli di tutte le altre a statuto ordinario, Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna non avrebbero diritto a ulteriori trasferimenti rispetto alle altre Regioni perch\u00e9, se cos\u00ec fosse, si andrebbe incontro alla lesione del diritto fondamentale alla salute. Lo Stato dovrebbe, cio\u00e8, impiegare i residui fiscali per portare i servizi nelle Regioni deficitarie ai livelli essenziali delle Regioni pi\u00f9 efficienti e non per rafforzare quelli delle Regioni pi\u00f9 ricche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se ci\u00f2 non fosse accettato dal Veneto, dalla Lombardia e dall\u2019Emilia-Romagna, non resta che minacciare il trasferimento del debito pubblico italiano alle singole Regioni in proporzione alla ricchezza prodotta da ciascuna di esse e alla residenza territoriale dei possessori dei titoli. Ammesso che ci\u00f2 sia possibile, siamo certi che questo argomento scoraggerebbe molti di coloro che oggi vorrebbero portare lo scontro politico fino al limite estremo della rottura dell\u2019Unit\u00e0 nazionale.<\/p>\n<p><span style=\"font-size: 10pt\">Note<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\">[1] Vd. S. Stajano, Costituzione italiana: art. 5, Carocci, Roma, 2017.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\">[2] Lo ha spiegato Piero Giarda in un volume del 2005 dal titolo significativo: L\u2019 esperienza italiana di federalismo fiscale. Una rivisitazione del decreto legislativo 56\/2000 (Bologna, Il Mulino, 2005). In un passo significativo del volume l\u2019autore arriva a chiedersi come mai un governo e una maggioranza di centrosinistra sarebbero stati \u00abcos\u00ec malvagiamente antipoveri\u00bb.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\">[3] A. Giannola-G. Stornaiuolo, Un\u2019analisi delle proposte avanzate sul \u00abfederalismo differenziato\u00bb, in \u00abRivista economica del Mezzogiorno\u00bb, a. XXXII, 2018, n. 1-2, p. 40.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\">[4] A. Giannola-G. Stornaiuolo, Un\u2019analisi delle proposte avanzate sul \u00abfederalismo differenziato\u00bb, in \u00abRivista economica del Mezzogiorno\u00bb, a. XXXII, 2018, n. 1-2, p. 32.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\">[5] Sul punto si veda ad es. l\u2019intervista a M. Villone, \u201cSiamo alla secessione dei diritti: il MSS al Sud rischia di pagarla cara\u201d, Il Fatto Quotidiano, 22\/12\/2018 nonch\u00e9, diffusamente, C. Iannello, Asimmetria regionale e rischi di rottura dell\u2019unit\u00e0 nazionale, in Rassegna di Diritto Pubblico Europeo, n. 2\/2018, in corso di stampa.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\">[6] Cfr. A. Patroni Griffi, Per il superamento del bicameralismo paritario e il Senato delle autonomie: lineamenti di una proposta, in \u00abFederalismi\u00bb, n. 17, 2018.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/politica-economica\/14168-sergio-marotta-regionalismo-differenziato-cos-e-e-quali-rischi-comporta.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/politica-economica\/14168-sergio-marotta-regionalismo-differenziato-cos-e-e-quali-rischi-comporta.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRAINRETE (Sergio Marotta) &nbsp; Dalle Regioni al federalismo differenziato Che le Regioni fossero troppo costose per il bilancio dello Stato italiano lo aveva gi\u00e0 detto, in Assemblea costituente, Francesco Saverio Nitti che certo di conti pubblici se ne intendeva, essendo stato uno dei massimi studiosi di scienza delle finanze noto e apprezzato in tutta Europa. 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