{"id":48200,"date":"2019-01-28T11:00:37","date_gmt":"2019-01-28T10:00:37","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48200"},"modified":"2019-01-27T21:50:57","modified_gmt":"2019-01-27T20:50:57","slug":"cris-come-arte-di-governo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48200","title":{"rendered":"Crisi come arte di governo"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MICROMEGA (Dario Gentili)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-full wp-image-3306\" src=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/files\/2019\/01\/LA-CRISI-COME-ARTE-DI-GOVERNO-GENTILI.jpg\" alt=\"LA-CRISI-COME-ARTE-DI-GOVERNO-GENTILI\" width=\"499\" height=\"245\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><em>Perch\u00e9 la crisi \u00e8 diventata il principale metodo di governo e disciplinamento della popolazione? Per capirlo \u2013 sostiene Dario Gentili nel suo ultimo libro, <\/em>Crisi come arte di governo<em> (Quodlibet, 2018) \u2013 bisogna fare una genealogia della stessa <\/em>krisis<em>, risalendo al momento in cui, nella Grecia antica, si sono consolidati i suoi significati pi\u00f9 propri. Del libro pubblichiamo, per gentile concessione dell&#8217;autore e dell&#8217;editore, che ringraziamo, l&#8217;introduzione.<\/em><\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">C\u2019\u00e8 un nesso tra il discorso dominante della crisi economica che dal 2008 sta colonizzando le politiche della gran parte dei Paesi del mondo e i Like\/Dislike con cui, attraverso i social media, i cittadini globali si esprimono sugli argomenti pi\u00f9 svariati e negli ambiti pi\u00f9 disparati? A prima vista tale nesso pu\u00f2 sembrare azzardato: come pu\u00f2 una crisi economica che determina un discorso che vincola gli Stati a scelte obbligate trovare un corrispettivo nella pi\u00f9 ampia diffusione e nella pi\u00f9 radicale individualizzazione dell\u2019esercizio della critica? Eppure, a ben vedere, le scelte obbligate dalla mancanza di un\u2019alternativa che la crisi impone e la riduzione della critica all\u2019approvazione o meno di un\u2019alternativa prestabilita presuppongono la medesima modalit\u00e0 di giudizio: il giudizio pro o contro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infatti, il giudizio pro o contro \u2013 tra due opzioni tra loro opposte, che pone la scelta tra due alternative in contrapposizione \u2013 passa oggi per essere la modalit\u00e0 di giudizio per antonomasia. Ci\u00f2 \u00e8 riscontrabile tanto nelle questioni di portata pubblica quanto in quelle che concernono la condotta dei singoli individui. In generale, esso rappresenta il modello a cui ogni procedimento decisionale deve, in ultima istanza, essere riducibile, affinch\u00e9 si possa infine giungere a una decisione finale e risolutrice \u2013 sulla vita della societ\u00e0 e sulla propria vita individuale. E tuttavia, sebbene in netta contrapposizione, le alternative che questa crisi e questa societ\u00e0 costantemente pongono sembra non abbiano nulla di davvero risolutivo: uscire dalla crisi o imprimere una svolta alla propria personale condizione sociale ed esistenziale. Sembra pertanto che il giudizio pro o contro, per quanto mai come oggi si eserciti cos\u00ec frequentemente e diffusamente, non produca alcuna decisione effettiva \u2013 \u00e8 questo, almeno in prima battuta, il nesso tra la crisi economica e lo statuto della critica al tempo dei social media.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 possibile misurare l\u2019entit\u00e0 di tale cambiamento nel momento in cui si considera la modalit\u00e0 di giudizio pro o contro nel suo uso politico. \u00c8 la modernit\u00e0 ad averne inaugurato l\u2019uso politico e ad averlo configurato in quanto giudizio finale. Il giudizio finale assume la sua connotazione politica nei momenti di crisi, quando il potere politico non \u00e8 in grado di conservare l\u2019ordine e una decisione risolutrice interviene in ultima istanza o \u2013 in chiave conservatrice \u2013 per ristabilire l\u2019ordine o \u2013 in chiave rivoluzionaria \u2013 per rovesciarlo. Pertanto, deve configurarsi uno stato d\u2019eccezione o d\u2019emergenza perch\u00e9 ci siano le condizioni per un giudizio finale e risolutore; \u00e8 infatti soltanto nella crisi che tale giudizio diventa \u201cpolitico\u201d, cio\u00e8 soltanto quando il governo politico in carica non \u00e8 pi\u00f9 in grado di per s\u00e9 di conservare il potere. \u00c8 questa configurazione prettamente moderna del \u201cgiudizio politico\u201d in quanto decisione finale e risolutrice ancora adatta a descrivere e comprendere la modalit\u00e0 di giudizio politico che oggi caratterizza le democrazie occidentali e non solo?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sembra in effetti che mai come oggi, in epoca neoliberale, il giudizio pro o contro domini \u2013 oltre che la societ\u00e0 e i suoi media \u2013 anche la scena politica. Basti pensare, ovunque nel mondo, al ricorso sempre pi\u00f9 frequente all\u2019istituto del referendum \u2013 addirittura triplicato rispetto a quanto si registrava prima della caduta del muro di Berlino \u2013 per chiamare la popolazione a esprimersi su questioni politiche di estrema importanza. Solo per fare gli esempi pi\u00f9 noti: il referendum in Grecia nell\u2019estate del 2015 o quello sulla Brexit nell\u2019estate 2016. A prescindere dalla differenza nel quesito e dall\u2019esito che si \u00e8 prodotto, in entrambi i casi il referendum \u00e8 stato definito come lo strumento di espressione pi\u00f9 alta della politica democratica. Ma \u00e8 di fatto cos\u00ec? O piuttosto il referendum \u00e8 uno degli strumenti a cui chi governa, la classe dirigente, ricorre per legittimare, per accreditare, per avallare le proprie decisioni? Comunque sia articolato, il quesito referendario non indica forse molto chiaramente qual \u00e8 l\u2019opzione \u201cdi governo\u201d? Bisogna per\u00f2 fare molta attenzione \u2013 il caso della Brexit la richiede \u2013 a non far dipendere la funzione del referendum dal suo esito, come se la decisione da prendere fosse davvero tra la conservazione e la rivoluzione. In fin dei conti, anche laddove non \u00e8 promosso dal governo in carica ma dai movimenti sociali e politici che ne contrastano le politiche, il referendum rientra pur sempre nell\u2019arte di governo e, qualsiasi sia il suo esito, questo comporta tutt\u2019al pi\u00f9 un cambiamento all\u2019interno delle logiche di governo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La vera questione \u00e8 piuttosto qual \u00e8 e da quale ordine procede l\u2019arte di governo che configura la modalit\u00e0 di decisione del referendum (e di altri strumenti simili) in quanto giudizio politico per eccellenza. Tanto \u00e8 vero che sempre pi\u00f9 frequentemente le stesse elezioni politiche assumono il senso di un giudizio pro o contro questo o quel candidato premier \u2013 quando non \u00e8 orientato al \u201cmeno peggio\u201d, sempre pi\u00f9 spesso il voto si esprime alla stregua di un \u201cmi piace\u201d sui social. In fondo, a ben vedere, a livello invece di procedure parlamentari, in una logica simile rientra anche il sempre pi\u00f9 frequente governare per decreti o attraverso voti di fiducia, in quanto, sebbene non chiami in causa direttamente la popolazione, si avvale di una modalit\u00e0 decisionale che, facendo appello a procedure d\u2019urgenza o eccezionali, non rispetta il normale iter di discussione parlamentare e consiste in sostanza nell\u2019\u201capprovazione\u201d o meno dello stesso governo in carica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un altro fenomeno \u2013 anche questo apparentemente collocabile su una scala molto diversa \u2013 \u00e8 riconducibile all\u2019affermarsi in politica del giudizio pro o contro: non soltanto il ricorso allo strumento referendario si \u00e8 moltiplicato dopo il 1989, ma dopo la caduta del muro di Berlino si \u00e8 anche considerevolmente incrementato il ricorso alla costruzione di \u201cmuri politici\u201d ovunque nel mondo \u2013 se ne riscontrano infatti pi\u00f9 di una trentina senza contare quelli in via di progettazione. Questi muri materializzano la necessit\u00e0 di un giudizio pro o contro, definendo un\u2019alternativa mai cos\u00ec rigida tra estremi: dentro o fuori. Anche in questo caso, per coloro che si trovano dalla parte sbagliata del muro, la scelta che si impone si presenta spesso come obbligata, tra la vita e la morte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intenzione di questo libro \u00e8 mostrare come un\u2019arte di governo che si avvale di tali strumenti non corrisponde a quella che ha caratterizzato la modernit\u00e0 e, di conseguenza, come la stessa funzione del giudizio pro o contro ne risulti profondamente modificata. Rispetto alla modernit\u00e0 \u00e8 infatti il contesto di crisi da cui tale modalit\u00e0 di giudizio procede a essere profondamente cambiato. Se nella modernit\u00e0 era la politica a configurare la crisi, che pertanto definiva il momento della decisione risolutrice, il momento in cui dalla decisione dipendeva l\u2019esito conservatore o rivoluzionario di una data congiuntura storico-politica, oggi invece la crisi ha assunto una definizione sostanzialmente economica: \u00e8 la crisi economica che orienta e configura le decisioni politiche. La stessa espressione \u201cc\u2019\u00e8 la crisi, non ci sono alternative\u201d, con cui i governi di mezzo mondo giustificano e legittimano le decisioni politiche ed economiche pi\u00f9 impopolari, non \u00e8 riducibile esclusivamente a una strategia retorica, bens\u00ec determina una ben precisa arte di governo. Interpretazioni della crisi economica in quanto \u201cinfinita\u201d o \u201cstagnazione secolare\u201d, che, senza soluzione di continuit\u00e0, la fanno risalire almeno agli anni Settanta (periodo in cui, non a caso, le ricette economiche neoliberali hanno cominciato a caratterizzare le politiche di alcuni Paesi), rientrano a pieno titolo nella definizione della crisi come arte di governo. Pertanto, la crisi come arte di governo \u00e8 la definizione \u201cpolitica\u201d della crisi economica in epoca neoliberale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La crisi economica di matrice neoliberale non produce di fatto alcuno \u201cstato di eccezione\u201d, ma \u2013 come sosteneva gi\u00e0 nel 1940 Walter Benjamin \u2013 ha fatto dell\u2019eccezione la regola. Il contributo peculiare che l\u2019arte di governo neoliberale ha fornito a tale configurazione della crisi consiste proprio nel modello di giudizio politico che produce. Infatti, nonostante conservi la forma del giudizio pro o contro, non ne risulta come nella modernit\u00e0 una decisione risolutrice o finale, che \u2013 per uscire dalla crisi \u2013 intervenga a ristabilire o a rovesciare l\u2019ordine. Si tratta piuttosto di un giudizio funzionale alla conservazione dell\u2019ordine stesso o, per meglio dire, alla sua amministrazione. Insomma, con le scelte obbligate che la crisi induce \u2013 dall\u2019interno dell\u2019ordine dato \u2013 si governa. \u00c8 quindi un giudizio senza decisione finale quello che la crisi neoliberale configura e utilizza con funzione di governo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure, sebbene assuma tratti tipicamente neoliberali e sembri anzi nascere con l\u2019affermarsi del neoliberalismo, la crisi come arte di governo affonda le sue radici in tempi antichi, che solo un procedimento genealogico pu\u00f2 rinvenire. Ne risulter\u00e0 che, se la crisi neoliberale si pone in discontinuit\u00e0 rispetto alla configurazione moderna della crisi, d\u2019altro canto risulta in piena continuit\u00e0 con la sua matrice e il suo uso pre-moderni. Questa ricostruzione genealogica inscrive dunque la crisi neoliberale nella narrazione di lungo periodo del dispositivo della crisi, al cui interno quella che emerge come la sua \u201cdifferenza moderna\u201d finisce per corrispondere a una breve parentesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il nesso tra crisi e giudizio pro o contro trova nell\u2019antica Grecia il suo fondamento. Anzi, per di pi\u00f9, a quel tempo la crisi non rappresentava semplicemente l\u2019occasione esemplare in cui si esprime il giudizio pro o contro, bens\u00ec il giudizio pro o contro era la crisi. La parola <em>krisis<\/em> e il verbo corrispondente <em>krinein<\/em> indicano infatti un giudizio tra due elementi tra loro separati e distinti. Eppure \u2013 ed \u00e8 qui il discrimine essenziale rispetto alla modernit\u00e0 \u2013 il giudizio della <em>krisis<\/em> non si pronuncia tra due opzioni, che solitamente sono l\u2019una l\u2019estremo opposto dell\u2019altra, parimenti percorribili. Piuttosto, la <em>krisis<\/em> si inscrive all\u2019interno di un ordine prestabilito, che presuppone: anche se posta tra due estremi, la decisione che induce la <em>krisis<\/em> \u00e8<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">obbligata ed \u00e8 sempre orientata alla conservazione dell\u2019ordine dato che la legittima. Tale modalit\u00e0 di giudizio della <em>krisis<\/em> \u00e8 gi\u00e0 chiaramente utilizzata da Parmenide, ma \u00e8 con Platone che essa trova la sua collocazione propria all\u2019interno dell\u2019ordine politico della <em>polis. <\/em>In Platone, infatti, il giudizio della <em>krisis<\/em> rientra tra le prerogative di chi governa e nello specifico \u00e8 affidata ai giudici, il compito dei quali \u00e8 amministrare l\u2019ordine. Platone tuttavia delimita l\u2019uso della <em>krisis<\/em> all\u2019amministrazione giudiziaria della citt\u00e0, distinguendone con fermezza la modalit\u00e0 di giudizio rispetto alla decisione politica pi\u00f9 propria: quella decisione politica che stabilisce l\u2019ordine della <em>polis<\/em>, ne organizza la vita politica e comanda in pace e in guerra. Questa decisione politica \u00e8 appannaggio dell\u2019assemblea. In Platone, e altrettanto in Aristotele, il giudizio della <em>krisis<\/em> \u00e8 dunque al servizio della decisione politica, cos\u00ec come l\u2019amministrazione giudiziaria della citt\u00e0 non \u00e8 da confondere con il potere politico, a cui deve essere sottoposta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019antica Grecia, oltre a definire il giudizio forense, il termine <em>krisis<\/em> ricorre nel lessico medico, sia in Ippocrate che successivamente in Galeno. Anche in questo caso, la <em>krisis<\/em> definisce una condizione in cui il giudizio si pone tra due estremi: la vita e la morte. La crisi corrisponde perci\u00f2 al momento in cui, nel decorso di una malattia, il corpo \u00e8 all\u2019apice della lotta tra la vita e la morte. Eppure, almeno in Ippocrate, la <em>krisis<\/em> non comporta una decisione effettiva del medico; piuttosto essa definisce il momento in cui il corpo reagisce alla malattia e prevale la tendenza della natura all\u2019autoconservazione. Dunque, anche nel caso della medicina antica, non si ha a che fare con una decisione risolutrice; pi\u00f9 che decidere sulla vita o la morte introduzione del paziente, il medico \u00e8 tenuto a diagnosticare una guarigione che per\u00f2 \u00e8 la natura stessa a determinare. La morte, pertanto, sopraggiunge in assenza di crisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La <em>krisis<\/em> \u00e8 dunque espressione dell\u2019autoconservazione dell\u2019ordine naturale e corporeo. Come il giudizio forense, anche il giudizio medico rientra nell\u2019ambito dell\u2019amministrazione, stavolta dell\u2019amministrazione della salute della popolazione. Sebbene il medico debba limitarsi alla diagnosi dell\u2019esito della malattia, egli pu\u00f2 tuttavia, in base all\u2019esperienza acquisita, prognosticare a quali condizioni una determinata malattia si verifica e quindi intervenire per amministrare le condotte della popolazione. Ma di nuovo, anche in questo caso, l\u2019amministrazione sanitaria deve essere al servizio del potere politico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Insomma, allora come oggi, sono i \u201ctecnici\u201d \u2013 nell\u2019antica Grecia i giudici e i medici \u2013 a essere incaricati di amministrare la crisi. La differenza fondamentale consiste nella connotazione \u201cpolitica\u201d che tale giudizio \u201ctecnico\u201d oggi assume, nel momento in cui la crisi politica diventa questione di amministrazione e l\u2019amministrazione diventa l\u2019arte di governo per antonomasia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019accezione \u201ctecnica\u201d che il termine crisi aveva nell\u2019antichit\u00e0 ne ha caratterizzato il significato fin nel pieno della modernit\u00e0. Infatti, fino alla met\u00e0 del XVIII secolo, nelle enciclopedie e nei dizionari delle principali lingue europee, \u201ccrisi\u201d compare esclusivamente nella sua accezione medica. Ed \u00e8 in analogia con tale accezione medica che comincia a entrare nel lessico economico. \u00c8 invece soltanto alla vigilia della Rivoluzione francese che il senso medico di crisi entra anche nel discorso politico. Ci\u00f2 accade nel momento in cui il giudizio pro o contro \u2013 divenuto prerogativa della critica illuminista \u2013 si configura come giudizio sulla salute o la malattia del potere politico costituito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Seppure con una certa cautela, Jean-Jacques Rousseau associa il decorso della crisi medica all\u2019idea di rivoluzione che la modernit\u00e0 stava prefigurando: l\u2019ordine dato non corrisponde pi\u00f9 allo stato di salute che la crisi deve conservare, ma il corpo politico \u00e8 malato \u2013 questo \u00e8 il giudizio della critica illuminista \u2013 e la rivoluzione potrebbe rigenerarlo. La Rivoluzione francese \u00e8 la prova storica che una crisi politica pu\u00f2 generare un nuovo ordine. \u00c8 in tale congiuntura che la crisi diventa politica e chiama a una decisione risolutrice, che condanna a morte il vecchio ordine e ne afferma uno nuovo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Karl Marx eredita e radicalizza la Rivoluzione francese e la critica illuminista divenuta a tutti gli effetti politica. Marx prova inoltre a introdurre la carica rivoluzionaria della crisi e della decisione politica all\u2019interno del discorso economico. Se nel <em>Manifesto<\/em> egli considera le crisi economiche del sistema capitalistico un modo in cui questo si conserva e si rinvigorisce, nei <em>Grundrisse<\/em> cerca invece di utilizzare il dispositivo medico della crisi economica in chiave rivoluzionaria: le crisi sono sintomo della malattia mortale del sistema capitalistico e soltanto la rivoluzione politica e il proletariato che deve promuoverla possono generare un nuovo ordine, una nuova vita. La crisi dell\u2019economia capitalistica non \u00e8 pi\u00f9 volta all\u2019autoconservazione del sistema, bens\u00ec al suo rovesciamento e rivoluzionamento. Marx converte cos\u00ec la scelta obbligata imposta dalla crisi economica alla causa rivoluzionaria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Antonio Gramsci non cambia la diagnosi marxiana a proposito dello stato di salute del sistema capitalistico, eppure attribuisce la disponibilit\u00e0 dell\u2019uso della crisi non tanto alle classi subalterne, quanto a quelle dominanti. Egli definisce la crisi come quell\u2019\u201cinterregno\u201d tra il vecchio ordine che \u00e8 moribondo e una nuova vita che non pu\u00f2 ancora nascere. Il governo di questo interregno \u00e8 in prima istanza una prerogativa della classe dominante \u2013 e la sua durata \u00e8 indeterminata, poich\u00e9 la crisi non genera da s\u00e9 una nuova vita. Anzi, la crisi accade nel campo della classe dominante e svolge perfettamente la sua funzione nel momento in cui fa prevalere il principio di autoconservazione dell\u2019ordine. Il \u201cpericolo mortale\u201d che la crisi rappresenta e minaccia ha la funzione di indurre le classi subalterne a schierarsi per la sopravvivenza dell\u2019ordine piuttosto che per la sua morte. In Gramsci la crisi comincia cos\u00ec ad assumere quei tratti biopolitici che si ritroveranno nel dispositivo neoliberale della crisi. \u00c8 infatti con il neoliberalismo che la classe dirigente si pone come rappresentante del \u201cpartito della vita\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cPartito della vita\u201d \u00e8 un\u2019espressione adoperata da Friedrich von Hayek, uno dei teorici di riferimento del neoliberalismo, per definire la sua concezione del liberalismo, che la distingua da quelle precedenti. Nel suo corso sulla nascita della biopolitica, Michel Foucault si \u00e8 soffermato su questa espressione di Hayek per evidenziare che il neoliberalismo non si presenta semplicemente come un\u2019alternativa tecnica di governo, bens\u00ec come un\u2019arte di governo il cui ordine del discorso consiste nel non lasciare alternative: \u00e8 in effetti quanto si<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">produce nel momento in cui \u2013 al di l\u00e0 di ogni divisione di classe \u2013 \u00e8 nel nome della vita che agisce l\u2019arte di governo neoliberale. Ma non \u00e8 soltanto per questo \u2013 perch\u00e9 fornisce la visione di fondo biopolitica al mantra neoliberale <em>there is no alternative<\/em> coniato da Margaret Thatcher \u2013 che Hayek assume un ruolo decisivo nella costruzione del discorso neoliberale e all\u2019interno di questo lavoro. Infatti, con maggior consapevolezza del suo stesso maestro Ludwig von Mises, a partire dagli anni Trenta egli comprende che, per risultare vincente rispetto alla soluzione keynesiana che \u00e8 prevalsa in seguito alla crisi del 1929, la questione delle crisi economiche non pu\u00f2 essere affrontata all\u2019interno della teoria dell\u2019equilibrio economico generale, che assume la crisi in quanto \u201csquilibrio\u201d e si propone di superarla attraverso il ripristino del ciclo economico. Hayek comprende cio\u00e8 che la crisi non \u00e8 un fenomeno passeggero e temporaneo e, pertanto, la sua funzione non pu\u00f2 essere ridotta al ristabilimento dell\u2019equilibrio del ciclo economico. Piuttosto, la questione che pone la crisi \u00e8 quella del \u201cgoverno\u201d. E dunque il mercato e i suoi cicli non sono da considerare in base al criterio dell\u2019equilibrio, bens\u00ec in base a quello dell\u2019<em>ordine<\/em>. \u201cOrdine spontaneo\u201d \u00e8 infatti l\u2019espressione che egli adotta per definire il mercato. Quello del mercato \u00e8 pertanto un ordine che, mediante una costante evoluzione, a cui l\u2019impresa degli individui contribuisce ma che non dirige, si autogoverna: l\u2019economia stessa diviene arte di governo. Non \u00e8 insomma concepibile una posizione esterna da cui far procedere la critica dell\u2019ordine dato per promuovere l\u2019instaurazione di un nuovo ordine. L\u2019ordine spontaneo \u00e8 quello che assicura la sopravvivenza; al di fuori di esso i soggetti sono destinati a soccombere: come ha sostenuto Margaret Thatcher, non c\u2019\u00e8 altra alternativa che adattarsi all\u2019ordine. Ritorna cos\u00ec la scelta obbligata della <em>krisis<\/em> greca.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 all\u2019interno dell\u2019ordine spontaneo del mercato che la <em>krisis<\/em> pu\u00f2 tornare a svolgere la funzione che aveva nel mondo antico: la conservazione dell\u2019ordine prestabilito e la legittimazione dell\u2019azione dei governanti. Per rimarcare la discontinuit\u00e0 rispetto all\u2019impostazione politica moderna \u2013 quella che ha fatto della critica illuminista il criterio della crisi politica \u2013 Hayek ricorre a una terminologia che risale al pensiero antico: \u201ccatallassi\u201d \u00e8 il termine che egli adopera per indicare la forma di governo che scaturisce dall\u2019economia di scambio e di mercato, mentre \u201ccosmo\u201d \u00e8 il termine che caratterizza l\u2019ordine spontaneo del mercato. Il cosmo configura un ordine che \u2013 basti pensare alla tragedia greca \u2013 non \u00e8 nel potere degli esseri umani. Nessun essere umano \u2013 fosse pure il sovrano \u2013 e nessuna rivoluzione politica possono intervenire dall\u2019esterno a ribaltarne e rovesciarne l\u2019ordine. Nessun potere politico, insomma, pu\u00f2 governare e orientare gli scopi dell\u2019ordine spontaneo del mercato in quanto cosmo. Il cosmo del mercato si autogoverna. E lo fa appunto mediante la crisi, mediante l\u2019amministrazione del potere e l\u2019amministrazione della salute dei corpi. Nel neoliberalismo viene quindi meno la subordinazione platonica della <em>krisis<\/em> al potere politico: il potere politico ha assunto la configurazione dell\u2019amministrazione e la crisi \u00e8 diventata pertanto la forma del \u201cgiudizio politico\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 dunque con la sua configurazione neoliberale \u2013 con la crisi come arte di governo \u2013 che la crisi interviene direttamente a governare le condotte individuali e delle popolazioni: \u00e8 questa la condizione che consente di definire quella attuale come crisi biopolitica. \u00c8 vero che fin dalla Grecia antica il modello di giudizio della crisi aveva la funzione di amministrare le condotte individuali, ma bisogna sempre considerare che il ricorso alla <em>krisis<\/em> era limitato alla <em>techne <\/em>giudiziaria e alla <em>techne<\/em> medica. \u00c8 soltanto a partire da quando il discorso economico \u2013 prima subalterno alla politica \u2013 comincia a diventare egemone e da quando la pratica giudiziaria e la pratica medica cominciano a plasmare la <em>techne<\/em> politica che l\u2019amministrazione delle condotte umane assume i tratti della biopolitica. \u00c8 con il neoliberalismo, insomma, che il governo delle forme di vita ha trovato nel mercato globale il suo ordine di riferimento. \u00c8 infatti l\u2019ordine del discorso del mercato a governare le condotte mediante la costante minaccia di un \u201cpericolo mortale\u201d. Pericolo mortale che consiste nell\u2019emarginazione, nella povert\u00e0, nel licenziamento, nella disoccupazione \u2013 nel rischio di non sopravvivere se non si \u00e8 capaci o meritevoli di \u201cstare sul mercato\u201d. Il rischio d\u2019impresa dell\u2019individuo neoliberale si accompagna sempre alla precariet\u00e0 della sua posizione nel cosmo. \u00c8 questa una condizione che affida al mercato \u2013 all\u2019imperscrutabilit\u00e0 dei fini e dei disegni del cosmo \u2013 il successo\u00a0 o il fallimento dell\u2019impresa. Non a caso Hayek sostiene che l\u2019essere umano \u2013 cio\u00e8 l\u2019imprenditore che ne configura la forma di vita \u2013 non \u00e8 mai padrone del proprio destino. La precariet\u00e0, quindi, \u00e8 s\u00ec la figura tipica del lavoro nell\u2019epoca della crisi neoliberale come arte di governo, ma non pu\u00f2 essere limitata a coloro che lavorano con contratti a tempo determinato e senza garanzie. La precariet\u00e0 non \u00e8 cio\u00e8 definibile come una classe in senso economico-sociale; quella dell\u2019imprenditore di s\u00e9 stesso \u00e8 piuttosto una forma di vita che progressivamente sta configurando ogni tipo di lavoro, anche a tempo indeterminato e garantito. Le scelte obbligate che la crisi come arte di governo impone per sopravvivere nel mercato caratterizzano ormai la forma di vita del singolo individuo, a prescindere dal contratto di lavoro specifico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se questa forma di vita sta diventando maggioritaria solo oggi, tuttavia ha iniziato a prefigurarsi gi\u00e0 nella seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento, quando la Rivoluzione francese e le rivoluzioni che ne sono immediatamente susseguite \u2013 le rivoluzioni riconducibili al paradigma moderno della crisi politica \u2013 hanno formalizzato come proprio esito fondamentale la cittadinanza borghese universale. Se da una parte la critica di tale esito ha prodotto \u2013 con Marx e poi con il marxismo \u2013 l\u2019istanza della rivoluzione proletaria, dall\u2019altra l\u2019uniformit\u00e0 e il conformismo della cittadinanza borghese e la folla indistinta della metropoli moderna hanno lasciato insoddisfatte le istanze delle nuove individualit\u00e0 che hanno preso forma nella Parigi del XIX secolo. Sulla scorta della ricostruzione e dell\u2019interpretazione di Walter Benjamin, \u00e8 Charles Baudelaire che ne ha incarnato la tipologia. Per distinguersi dalla folla e per far sopravvivere la propria individualit\u00e0, Baudelaire \u00e8 diventato \u201cimpresario di s\u00e9 stesso\u201d e ha venduto sul mercato la sua forma di vita da <em>dandy.<\/em> Il mercato rappresentava per lui quell\u2019ordine cosmico, al di l\u00e0 dell\u2019ordine dello Stato e della cittadinanza, al cui interno poteva far valere la sua impresa artistica e intellettuale ed emergere come eroe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A quel tempo, la precariet\u00e0 dell\u2019artista e del lavoratore intellettuale poteva rappresentare un motivo di distinzione rispetto al conformismo della societ\u00e0 di massa e all\u2019anonimato della fabbrica fordista; poi, per\u00f2, in epoca postfordista, \u00e8 diventata la regola. E quel cosmo del mercato, che allora poteva essere un\u2019alternativa rispetto all\u2019ordine dominante dello Stato-nazione e a quello della fabbrica, rappresenta oggi un ordine che non lascia alternative, avendo preso a proprio servizio lo stesso Stato e la politica istituzionale. Basti considerare, ovunque nel mondo, il ricorso sempre pi\u00f9 frequente ai cosiddetti \u201cgoverni tecnici\u201d per governare \u201cstati d\u2019eccezione\u201d e promulgare riforme gradite al mercato; per non parlare del caso emblematico di quei Paesi \u2013 Belgio, Spagna, Olanda \u2013 che, negli anni in cui la crisi economica mordeva pi\u00f9 duramente, hanno conosciuto una crescita sostenuta quando, in seguito a elezioni che hanno prodotto una situazione di stallo, a lungo sono rimasti senza un governo politico nel pieno delle sue funzioni. Nemmeno l\u2019esito dei referendum in Grecia e in Gran Bretagna pu\u00f2 rappresentare \u2013 come talvolta si sente dire \u2013 un \u201critorno dello Stato\u201d e del suo primato politico moderno. In entrambi i casi, l\u2019esito del referendum deve rientrare all\u2019interno dell\u2019ordine del mercato \u2013 e la decisione che ne \u00e8 scaturita non \u00e8 perci\u00f2 affatto risolutrice, ma rientra piuttosto nel modello della crisi neoliberale, essendo cio\u00e8 produttrice di altre e nuove scelte obbligate che ne stanno venendo e ne verranno. Tantomeno possono essere considerati un\u2019alternativa al neoliberalismo i cosiddetti \u201cnuovi populismi\u201d, poich\u00e9 le istanze che avanzano scaturiscono dalla stessa precariet\u00e0 che la condizione di crisi produce \u2013 e pertanto l\u2019ordine, la sicurezza, la difesa che rivendicano rientrano pienamente nel governo della crisi. Un\u2019alternativa effettiva andrebbe piuttosto prodotta rispetto alla narrazione del cosmo neoliberale \u2013 una narrazione cosmica che non si presenti al singolo individuo come un destino ineluttabile, ma che sia da condividere e decidere in comune, al di l\u00e0 della crisi. Sarebbe questo un altro cosmo, in cui la decisione politica risulta svincolata dal giudizio della crisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>(18 gennaio 2019)<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/2019\/01\/18\/crisi-come-arte-di-governo\/\">http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/2019\/01\/18\/crisi-come-arte-di-governo\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MICROMEGA (Dario Gentili) Perch\u00e9 la crisi \u00e8 diventata il principale metodo di governo e disciplinamento della popolazione? Per capirlo \u2013 sostiene Dario Gentili nel suo ultimo libro, Crisi come arte di governo (Quodlibet, 2018) \u2013 bisogna fare una genealogia della stessa krisis, risalendo al momento in cui, nella Grecia antica, si sono consolidati i suoi significati pi\u00f9 propri. Del libro pubblichiamo, per gentile concessione dell&#8217;autore e dell&#8217;editore, che ringraziamo, l&#8217;introduzione. &nbsp; C\u2019\u00e8 un nesso&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":37585,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/micromega-320x320.gif","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-cxq","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/48200"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=48200"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/48200\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":48202,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/48200\/revisions\/48202"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/37585"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=48200"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=48200"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=48200"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}