{"id":48556,"date":"2019-02-09T01:02:40","date_gmt":"2019-02-09T00:02:40","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48556"},"modified":"2019-02-07T12:32:15","modified_gmt":"2019-02-07T11:32:15","slug":"ragioni-di-sovranismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48556","title":{"rendered":"Ragioni di sovranismo"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">di ALESSANDRO CASTELLI (FSI Trento)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli articoli precedenti [<a href=\"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=44191\">qui<\/a> e <a href=\"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=45823\">qui<\/a>, <em>ndr]<\/em> si era cercato tra le altre cose di dare conto della difficolt\u00e0 di governare un territorio in vista del bene comune nel momento in cui si allunga la linea di comando ben al di fuori da quelli che sono i confini di Stato. In questa occasione, in una sorta di <em>detour<\/em> rispetto al filo conduttore dei primi interventi, vorrei invece concentrarmi su una seconda tipo di problematica, ovvero sulle motivazioni che fanno s\u00ec il capitalismo globalizzato si basi ormai sulla negazione dei confini, in modo tale che si possa procedere liberamente alla distruzione di un territorio proprio perch\u00e9 si \u00e8 gi\u00e0 negato questo territorio nella sua stessa essenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Secondo il ben noto paradigma contemporaneo, il confine di Stato viene considerato come un relitto del passato, un qualcosa che \u00e8 stato ormai superato dal procedere della storia. L\u2019orizzonte della contemporaneit\u00e0 diventa dunque l\u2019intero globo terracqueo. Purtroppo, tutto ci\u00f2 implica che le persone che si trovano all&#8217;interno di uno Stato X si troveranno non soltanto a competere per delle risorse fra di loro, ma anche, quanto meno potenzialmente, con tutto il resto dell\u2019umanit\u00e0. Dall&#8217;oggi al domani infatti un numero non prevedibile di persone potrebbe spostarsi dal proprio territorio di appartenenza per venire a consumare il territorio appartenente allo Stato X di cui sopra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci\u00f2 si contrappone all&#8217;idea che uno Stato, nonostante abbia delle fortissime contraddizioni anche al suo interno, in un certo senso possa essere considerato un sistema chiuso, dove le persone che vivono al suo interno, indipendentemente dalla loro condizione economica, a un certo punto volenti o nolenti si troveranno a cooperare perch\u00e9, non potendo n\u00e9 uscire n\u00e9 far entrare merci, capitale\u00a0 o persone dall\u2019esterno, cooperare tra di loro \u00e8 l\u2019unico modo per mantenere l&#8217;esistenza stessa di quello Stato. Ovviamente nessuno Stato \u00e8 un sistema veramente chiuso, ma ho fatto un esempio al limite allo scopo di essere chiaro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Viceversa una volta che si \u00e8 deciso di negare l&#8217;esistenza stessa del confine, allora il modello di consumo di un territorio diventa quello tipicamente posto in essere\u00a0 da uno sciame di cavallette: si entra in un territorio (anche mentalmente, nel caso in cui ci si \u00e8 nati ma lo si neghi dal punto di vista concettuale), lo si depreda di tutte le sue risorse e dopodich\u00e9 ci si allontana in un secondo territorio per riprendere daccapo. Questo lo si pu\u00f2 fare perch\u00e9 avendo negato il confine si \u00e8 negata l&#8217;esistenza di un&#8217;identit\u00e0 mantenutasi nel tempo di quel territorio, identit\u00e0 che invece dovrebbe avere un valore di per s\u00e9. Negando tale valore, \u00e8 chiaro che l&#8217;unico parametro per indicare un dato territorio \u00e8 quello delle sue risorse, viste per giunta come immediatamente utilizzabili e depredabili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 per questo motivo che \u00e8 necessario ripristinare l&#8217;idea che lo Stato esista, in primo luogo, che abbia un&#8217;identit\u00e0 ben precisa, che questa identit\u00e0 sia un qualcosa che abbia un valore di per s\u00e9 e che quindi debba essere mantenuta nel tempo indipendentemente dai bisogni, spesso viziati da una incapacit\u00e0 o da una non volont\u00e0 di avere una visione di lungo periodo, del mercato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<h2 style=\"text-align: justify;\">Diacronie e sincronie<\/h2>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci sono per\u00f2 un certo numero di armi retoriche per negare l&#8217;esistenza dello Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Innanzitutto si pensi alla convinzione che in realt\u00e0 non esista in nessuna modo una sorta di purezza originaria e che quindi lo Stato sia il risultato di una serie di incroci tra culture e societ\u00e0 diverse che a loro volta nel loro passato sono frutto di incroci e cos\u00ec via all&#8217;infinito. Ora, c&#8217;\u00e8 del vero in questa affermazione: \u00e8 ovvio che ciascuno Stato, ma del resto anche ciascuno di noi, ha alle sue spalle una storia che non necessariamente si mantiene pura, qualsivoglia significato si dia a questo termine, in tutto il suo percorso. Tuttavia \u00e8 anche vero che se di purezza dobbiamo parlare, contrapposta al meticciato \u2013 parola magica che entra in gioco in tantissime occasioni nel mondo contemporaneo \u2013 noi dobbiamo pensare per\u00f2 che il meticciato ha senso solamente se noi osserviamo uno stato o territorio o cultura o societ\u00e0 in senso diacronico: una cultura diventa meticcia nel momento in cui in un tempo X \u00e8 stata contaminata da una seconda cultura e in un tempo X pi\u00f9 incognita \u00e8 diversa rispetto al passato per via di questa contaminazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se viceversa noi osserviamo uno Stato da un punto di vista sincronico, nessuno pu\u00f2 dirci che noi non possiamo fare la scelta arbitraria prendere un tempo X piuttosto che un tempo Y e considerare lo stato dell&#8217;arte del tempo X come un qualcosa da valorizzare e da mantenere nel tempo. Per fare una cosa del genere, chiaramente, ci vogliono delle motivazioni forti: la scelta totalmente arbitraria ricadrebbe nel campo del volontarismo e quindi, tradotto in senso politico, nel populismo. Al contrario difendere uno stato dell&#8217;arte al tempo X non ha un valore di per s\u00e9, ma ha un valore nel momento in cui questa difesa va in una certa direzione etica. Credo per\u00f2 che se noi facciamo scendere questo concetto nella nostra realt\u00e0 la difesa dello Stato ricade esattamente nel secondo caso: \u00e8 proprio difendere lo Stato, nel nostro momento storico, che ha il fine etico di combattere contro la globalizzazione liberale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<h2 style=\"text-align: justify;\">Cittadini del mondo? No, italiani<\/h2>\n<p style=\"text-align: justify;\">C&#8217;\u00e8 per\u00f2 un seconda arma retorica che viene utilizzata nei confronti di un tentativo della difesa dello Stato. Si potrebbe infatti ribattere: se si dice che uno Stato va difeso per evitare che qualcuno non sentendosi parte dello Stato medesimo e quindi non preoccupandosi del suo mantenimento lo depredi fino alle sue estreme conseguenze, allora in fondo allargando il discorso al massimo si potrebbe dire che anche l&#8217;intero pianeta sia suscettibile a questo tipo di ragionamento e che quindi in realt\u00e0 non si stia facendo altro che spostare una problematica da un livello globale, dove dovrebbe essere affrontata, a un livello statale, ma senza aggiungere nessun tipo di livello di problematicit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ora, \u00e8 vero che il pianeta sia in una situazione di sofferenza e quindi sia nostro dovere difenderlo dalle logiche mercatistiche. \u00c8 anche vero per\u00f2 che affermare l\u2019esistenza dell&#8217;Italia in qualche modo, pur presupponendo chiaramente tutte le differenze culturali che esistono nelle regioni d&#8217;Italia, ha un significato che \u00e8 qualcosa di pi\u00f9 rispetto a dirsi cittadino del Lazio o cittadino della Lombardia. Cio\u00e8, dietro c\u2019\u00e8 una storia che \u00e8 spiegabile razionalmente e che rende identit\u00e0 italiana qualcosa di pi\u00f9 della mera somma delle sue parti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al contrario attestare che l&#8217;intera comunit\u00e0 statale mondiale abbia un significato nel senso appena spiegato non pare un\u2019affermazione corretta,\u00a0 se non altro perch\u00e9 se una persona si dice cittadino del mondo lo fa in fondo, se dovessimo spiegare razionalmente questa asserzione, soltanto allo scopo di negare l&#8217;esistenza delle cittadinanze nazionali, mentre asserire di essere cittadino italiano gi\u00e0 implica un\u2019affermazione positiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<h2 style=\"text-align: justify;\">Il problema del limite<\/h2>\n<p style=\"text-align: justify;\">Certo, il problema qui \u00e8 il dialogare con filosofie che hanno fatto della negazione del concetto stesso di identit\u00e0 e di verit\u00e0 il loro statuto teoretico. Si veda per esempio il post-strutturalismo, mediante una rapida disamina del concetto di limite spiegato in un volume dagli intenti divulgativi, vale a dire <em>Understanding Poststructuralism<\/em> di J. Williams:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Il post-strutturalismo rintraccia il percorso degli effetti del limite sul nucleo della conoscenza e sulla nostra costante comprensione del vero e del bene. Lo fa in modo molto radicale. [\u2026] <em>l&#8217;affermazione \u00e8 che il limite \u00e8 il nucleo<\/em>. Cosa significa questa strana affermazione? Significa che qualsiasi forma di conoscenza o bene morale stabilita \u00e8 costituita dai suoi limiti e non pu\u00f2 essere definita indipendentemente da essi. Significa anche che qualsiasi esclusione di questi limiti \u00e8 impossibile. I limiti sono la verit\u00e0 del nucleo e ogni verit\u00e0 che nega questo \u00e8 illusoria o falsa. La verit\u00e0 di una popolazione \u00e8 dove sta cambiando. La verit\u00e0 di una nazione \u00e8 ai suoi confini. La verit\u00e0 della mente \u00e8 nei suoi casi limite. Ma la definizione di un limite non dipende dalla nozione di un nucleo precedente? Sai solo che il sonno-sonno-sonno-bevanda \u00e8 deviante a causa del predominio del sonno-lavoro-mangia-sonno. No; la definizione autonoma del limite \u00e8 il filo conduttore pi\u00f9 importante nel post-strutturalismo. Il limite non \u00e8 definito in opposizione al nucleo; \u00e8 una cosa positiva di per s\u00e9. Questa definizione \u00e8 radicale poich\u00e9 mette in discussione il ruolo delle forme tradizionali di conoscenza nella definizione delle definizioni. Nessun post-strutturalista definisce il limite come qualcosa di conoscibile (diventerebbe semplicemente un altro nucleo). Piuttosto, ogni pensatore post-strutturalista definisce il limite come una versione di una differenza pura, nel senso di qualcosa che sfida l&#8217;identificazione. La terminologia esatta scelta per questa differenza varia notevolmente ed \u00e8 molto controversa. Vedremo che solleva anche molti problemi seri. <em>Quindi, in modo meno controverso, il limite \u00e8 una cosa inafferrabile che pu\u00f2 essere affrontata solo attraverso la sua funzione di rottura e cambiamento nel nucleo. Non puoi identificare il limite, ma puoi rintracciare i suoi effetti.<\/em> I post-strutturalisti tracciano gli effetti di un limite definito come differenza. Qui, la &#8220;differenza&#8221; non \u00e8 compresa nel senso strutturalista della differenza tra cose identificabili, ma nel senso di variazioni aperte (a volte sono chiamate processi di differenziazione, altre volte, differenze pure). Questi effetti sono trasformazioni, cambiamenti, rivalutazioni. Il lavoro del limite \u00e8 aprire il nucleo e cambiare il senso del suo ruolo come verit\u00e0 e valore stabili. E se la vita assumesse modelli diversi? E se le nostre verissime verit\u00e0 fossero altrimenti? Come possiamo rendere le cose differenti?&#8221; <strong>(1)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se capisco bene il ragionamento, tutto ci\u00f2 significa che mentre per gli strutturalisti il mondo, o la societ\u00e0 umana, si presenta come una struttura e quindi, in quanto tale, \u00e8 organizzata organicamente con parti che coesistono e si relazionano le une con le altre sulla base di processi razionali e riconoscibili, nella prospettiva post-strutturalista viene messo in dubbio la possibilit\u00e0 di studiare razionalmente l\u2019essere \u2013 e il dover essere \u2013 del limite stesso, con il risultato di interpretare il limite sempre e soltanto come il prodotto di una determinata cultura. In un certo senso, si potrebbe persino affermare che mentre il nucleo \u00e8 il fenomeno, il limite del nucleo \u00e8 un noumeno, di cui non si conosce l\u2019esatta natura ma, parafrasando J. Williams, di cui se ne pu\u00f2 rintracciare gli effetti. Tuttavia, mentre per Kant il rapporto tra il fenomeno e il noumeno, quanto meno da un punto di vista delle qualit\u00e0 primarie, era un rapporto sempre certo e scientificamente prevedibile, per i post-strutturalisti non c\u2019\u00e8 la possibilit\u00e0 di prevedere razionalmente come evolver\u00e0 il limite \u2013 si pu\u00f2 al massimo tentare con la ragione di chiarire i rapporti di forza che lo hanno piegato in una direzione piuttosto che in un&#8217;altra, dal momento che la sua interpretazione, come si diceva prima, \u00e8 sempre e soltanto culturale, per mettere a nudo il potenziale autoritaristico di determinate scelte. A questo punto, per\u00f2, da Kant si passa a una sorta di idealismo oggettivo alla Spinoza, dove i fenomeni, e i limiti che li definiscono, sono vincolati alla variazione infinita e non prevedibile dell\u2019oggetto che li comprende tutti, con il rischio per\u00f2 che nel nostro tempo l\u2019oggetto in questione sia proprio il mercato e i suoi bisogni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal momento infatti che il nucleo \u2013 lo Stato e la tradizione che lo caratterizza, nel nostro caso \u2013 non pu\u00f2 essere indagato positivamente, in modo tale che da noi non si possa mai sapere ontologicamente cosa sia \u00a0quel limite \u2013 e quindi nemmeno il giusto limite \u2013 ecco che il limite stesso diventa un qualcosa di immediatamente manipolabile, manipolabile per\u00f2 non dall&#8217;intera umanit\u00e0 o dalla sua parte migliore, ma dalla volont\u00e0 del pi\u00f9 forte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma c\u2019\u00e8 di pi\u00f9: proprio perch\u00e9 si vede l\u2019intero come il prodotto di un mutamento di un oggetto e non come un processo, allora qualsiasi tentativo di chiusura e di stabilit\u00e0 vengono viste immediatamente come un qualcosa di negativo dal momento che, paradossalmente, si finisce per ipostatizzare il cambiamento come l\u2019unica realt\u00e0 dell\u2019oggetto, ricadendo in quell\u2019assolutismo che si voleva combattere. Al contrario, soltanto vedendo l\u2019intero come processo si pu\u00f2 rivalutare anche il ruolo della chiusura e della stabilit\u00e0, quando la situazione contingente lo richiede. Ma per fare ci\u00f2, daccapo, bisogna poter conoscere non solo il nucleo ma anche il limite, grazie al recupero di tradizioni filosofiche che al contrario del post-strutturalismo, hanno nel loro arsenale concettuale la capacit\u00e0 di indagare razionalmente la differenza, un esempio su tutti l\u2019idealismo. Viceversa, se questa manovra \u00e8 impossibile perch\u00e9 qualsiasi definizione \u00e8 in ultima analisi sempre il risultato di un gioco di potere, si ricade in un assoluto, visto che non c&#8217;\u00e8 altro modo per definire la definizione stessa del potere medesimo <strong>(2)<\/strong>. Ma pi\u00f9 che su tale aspetto, pi\u00f9 che altro sottolineerei un&#8217;altra sfaccettatura: legando il nucleo a dei confini di cui per\u00f2 non si possono fare delle analisi teoretiche relativamente alla loro essenza, si finisce per definire il nucleo semplicemente il risultato un atto volontaristico comunque sempre criticabile e superabile, in qualche modo un non ente, insomma. Se le cose stessero cos\u00ec, il mercato potrebbe continuare con le sue pratiche predatorie in quanto alla fine dei conti agirebbe su un non ente. Siccome il nucleo invece esiste e la sua esistenza \u00e8 autonoma \u2013 autonoma, dico, in quanto risultato di un processo razionalmente indagabile \u2013 e non \u00e8 soltanto il risultato di una scelta arbitraria, allora la modifica che il mercato pu\u00f2 andare \u00e8 una modifica che va a intaccare un esistente, con tutte le conseguenze del caso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E con questo il cerchio si chiude: \u00e8 proprio invece considerando lo Stato e la storia che lo accompagna come non un qualcosa di esistente solo perch\u00e9 qualcuno intende mantenerli in essere, ma come qualcosa che esiste in s\u00e9 e quindi come qualcosa che deve essere mantenuto, che si inizia ad avere delle armi per imbrigliare la forza distruttiva del capitalismo globale. In altre parole, l\u2019uso della ragione ci dice che il limite non \u00e8 un qualcosa di inafferrabile, ma \u00e8 anch\u2019esso, come il nucleo, un fenomeno di cui si pu\u00f2 indagarne l\u2019essere, quanto meno storicamente. E l\u2019essere di un ente, ma si passi l\u2019espressione, non \u00e8 pi\u00f9, una volta arrivati al termine di un percorso logico-razionale, qualcosa su cui qualcuno possa esibire un atto di propriet\u00e0, magari proprio per certificarne la non esistenza. E una volta che si mostra che uno Stato ha una sua tradizione ben precisa, unica e irripetibile, non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec semplice per il mercato intervenire con le sue logiche predatorie asserendo che in c\u2019era nulla da distruggere fin dall\u2019inizio.<\/p>\n<h2><\/h2>\n<h2 style=\"text-align: justify;\">Conclusioni<\/h2>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo non significa operare una difesa a oltranza della tradizione o di uno Stato interpretandoli ancora una volta come un assoluto, significa per\u00f2, ripeto, rendersi conto che non si pu\u00f2 mettere la tradizione, un&#8217;esistenza dello Stato o l&#8217;esistenza di una certa cultura in una situazione di estrema debolezza, dove il pi\u00f9 forte del momento possa imporre delle modifiche in qualsiasi momento. Bisogna considerarli come qualcosa di immediatamente valido di per s\u00e9, su cui bisogna agire in accordo con la ragione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>Note<\/em><\/strong><\/p>\n<ol>\n<li style=\"text-align: justify;\"><em>Understanding poststructuralism<\/em>, James Williams, Chesham, Acumen, c2005. Corsivo mio.<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">Si veda a questo proposito C. Preve, <a href=\"http:\/\/www.kelebekler.com\/occ\/disobbed10.htm\">http:\/\/www.kelebekler.com\/occ\/disobbed10.htm<\/a>: \u201cNel suo libro dedicato alle scuole filosofiche contemporanee (cfr. <em>Il discorso filosofico della modernit\u00e0<\/em>, Laterza, Bari 1987) J\u00fcrgen Habermas critica esplicitamente la teoria politica che deriverebbe inevitabilmente da Foucault (op. cit. pp. 241-270). Questa critica \u00e8 a mio avviso molto intelligente. Habermas capisce bene che Foucault fa diventare il Potere un concetto trascendentale a priori, ed in questo modo qualunque agire politico, compreso il pi\u00f9 democratico, diventa una specificazione del Potere, che \u00e8 a sua volta considerato come assiologicamente negativo. Foucault (e di riflesso il suo allievo padovano Negri) non fonda cos\u00ec una nuova politica, ma ribadisce semplicemente l&#8217;impossibilit\u00e0 di ogni politica\u201d.<\/li>\n<\/ol>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di ALESSANDRO CASTELLI (FSI Trento) Negli articoli precedenti [qui e qui, ndr] si era cercato tra le altre cose di dare conto della difficolt\u00e0 di governare un territorio in vista del bene comune nel momento in cui si allunga la linea di comando ben al di fuori da quelli che sono i confini di Stato. 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