{"id":48695,"date":"2019-02-12T09:00:29","date_gmt":"2019-02-12T08:00:29","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48695"},"modified":"2019-02-12T08:36:58","modified_gmt":"2019-02-12T07:36:58","slug":"germania-ventanni-di-inutile-dominio-europeo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48695","title":{"rendered":"Germania: vent&#8217;anni di inutile dominio europeo"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MARX XXI\u00a0<\/strong><\/p>\n<p><em><strong>L&#8217;editoriale di Guido Salerno Aletta pubblicato su Milano-Finanza di sabato 8 febbraio<\/strong><\/em><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.marx21.it\/images\/europa\/germania_europa_brandeburgo.jpg\" alt=\"germania europa brandeburgo\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cDormito bene, mio caro?\u201d: cos\u00ec che verrebbe da esclamare, con pi\u00f9 di una punta di ironia, leggendo il documento presentato da Peter Altmaier, Ministro tedesco per l\u2019Industria e l\u2019Energia, dal titolo \u201cStrategia industriale nazionale 2030\u201d. Si concentra tutto sulla analisi della situazione competitiva mondiale, in cui la Germania subisce una sorta di attacco concentrico da parte di Cina ed Usa sul piano della innovazione tecnologica, con la erosione dei vantaggi competitivi nei settori tradizionali, illustrando ci\u00f2 che occorre fare per mantenere le posizione di forza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Senza mai, per\u00f2, un solo accenno a ci\u00f2 che si \u00e8 fatto, e soprattutto a ci\u00f2 che non si \u00e8 fatto in questi ultimi vent\u2019anni. Perch\u00e9 tanti ne sono trascorsi dalla approvazione della Strategia di Lisbona nel marzo del 2000. Furono parole roboanti: \u201cL&#8217;Unione europea si trova dinanzi a una svolta epocale risultante dalla globalizzazione e dalle sfide presentate da una nuova economia basata sulla conoscenza. Questi cambiamenti interessano ogni aspetto della vita delle persone e richiedono una trasformazione radicale dell&#8217;economia europea\u201d. Ed ancora: \u201c\u2026Il ritmo rapido e sempre crescente dei mutamenti rende urgente un&#8217;azione immediata da parte dell&#8217;Unione per sfruttare appieno i vantaggi derivanti dalle opportunit\u00e0 che si presentano. Ne consegue la necessit\u00e0 per l&#8217;Unione di stabilire un obiettivo strategico chiaro e di concordare un programma ambizioso al fine di creare le infrastrutture del sapere, promuovere l&#8217;innovazione e le riforme economiche, e modernizzare i sistemi di previdenza sociale e d&#8217;istruzione\u201d. Questo era \u201cl\u2019obiettivo strategico per il nuovo decennio: diventare l&#8217;economia basata sulla conoscenza pi\u00f9 competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale\u201d. Mai parole furono pi\u00f9 vane.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9, prima di analizzare il documento sulla strategia industriale tedesca al 2030, \u00e8 bene tirare gi\u00f9 un po\u2019 di numeri; per capire come sono andate le cose in Germania, il Paese europeo che in questi anni l\u2019ha fatta da padrona.<\/p>\n<p>Se, a voler essere teneri, in Europa non solo non si \u00e8 fatto nulla di costruttivo rispetto a quanto si era proclamato a Lisbona, in Germania si \u00e8 fatto l\u2019esatto contrario: \u00e8 rimasta inchiodata al modello industriale tradizionale, centrato sull\u2019automotive ed impelagato sulle questioni delle emissioni di gas di scarico dei motori diesel. Ha speso i primi dieci anni del nuovo secolo ad applicare un modello di precarizzazione del lavoro (mini-job) e di deflazione salariale, che poi, dopo la crisi del 2010, \u00e8 stato imposto dalla Unione europea a tutti i Paesi per migliorare la competitivit\u00e0. Il ragionamento era semplice: se ai lavoratori tedeschi \u00e8 stato chiesto un sacrificio pesante, con le retribuzioni falcidiate nonostante la crescita economica ed i guadagni di produttivit\u00e0 avocati al profitto, anche gli altri paesi dovevano fare altrettanto.<\/p>\n<p>In Germania ci sono state ben quattro successive \u201criforme Hartz\u201d, varate sulle proposte formulate dalla Commissione &#8220;Servizi moderni al mercato del lavoro&#8221; istituita nel 2002. I risultati complessivi, dal punto di vista del minor costo del lavoro, sono stati consistenti: se nel 1981, all\u2019atto della Riunificazione, la remunerazione complessiva del lavoro era pari al 62,11% del valore aggiunto, questa percentuale \u00e8 scesa negli anni di ben dieci punti: nel 2007 era arrivata al 52,94%. Dopo gli effetti negativi della crisi americana, e nonostante la successiva crescita economica sostenuta da entusiasmanti attivi commerciali sull\u2019estero, nel 2017 questa percentuale \u00e8 salita solo al 56,33%. Anche nel settore dell\u2019industria, quello della cosiddetta aristocrazia operaia, il ridimensionamento delle retribuzioni \u00e8 stato sostanziale: la loro percentuale sul valore aggiunto \u00e8 scesa dal 24,9% del 1991 al 17,7% del 2017. Nei servizi, non ha compensato questa caduta, essendo passata nel medesimo periodo dal 34% al 38,5%.<\/p>\n<p>E\u2019 impietoso il confronto con la percentuale delle remunerazioni complessive italiane, che ha toccato il picco nel 1975, con il 50,7%. Livello sceso in continuazione fino al 2000, quando tocc\u00f2 il 41,2% del valore aggiunto, per risalire appena al 44,2% nel 2017.<\/p>\n<p>In Germania, il maggior risultato lordo di gestione non \u00e8 andato ad incrementare gli investimenti fissi lordi, che infatti sono passati dal 23% del pil nel 2000 al 20,3% nel 2017. C\u2019\u00e8 di che mettersi a\u00a0piangere, a leggere le cifre degli investimenti fissi lordi della PA tedesca: nel 2017 sono stati inferiori a quelli della poverissima e bistrattatissima Grecia: 2,24% del pil rispetto al 4,5%. Peggio della Germania hanno fatto solo l\u2019Italia con l\u20191,96%, la Spagna con l\u20191,97% ed il Portogallo con l\u20191,63%. Una ragione sola ragione ci pu\u00f2 essere, per giustificare questi risparmi tedeschi, fino all\u2019osso: il terrore che una prossima crisi faccia saltare per aria, irrimediabilmente, il suo sistema bancario.<\/p>\n<p>I maggiori profitti tedeschi di questi anni sono stati tesaurizzati, impiegandoli in investimenti di portafoglio ad alto rischio all\u2019estero: dai mutui sub-prime americani ai prestiti alla Grecia ed alle banche spagnole. Fallimenti su fallimenti, perdite su perdite difficili da tamponare, che hanno assorbito tutta l\u2019energia politica della Germania.<\/p>\n<p>Vero \u00e8 che, per via degli attivi commerciali strutturali, la posizione finanziaria netta sull\u2019estero della Germania \u00e8 migliorata vistosamente, con l\u2019attivo totale netto salito a 1.771 miliardi di euro a fine 2017 , rispetto ai 1.602 miliardi del 2016. La sottoscrizione da parte di investitori stranieri di titoli di debito a lungo termine emessi da banche ed altre istituzioni finanziarie tedesche \u00e8 rimasta sempre elevata, con 1.070 miliardi di euro nel 2016 saliti a 1.111 nel 2017. A ben vedere, per\u00f2, il fatto stesso di essere considerato un porto sicuro di fronte alle turbolenze nell\u2019Eurozona, con una quota rilevante del suo debito pubblico detenuta da investitori stranieri nonostante i tassi di interesse negativi (1.091 miliardi di euro a fine 2016 ridotti a 982 miliardi a fine 2017), ha correlativamente esposto il risparmio interno tedesco a rischi esteri elevati.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda gli asset proprietari all\u2019estero, la situazione della Germania non \u00e8 cos\u00ec rosea come si potrebbe immaginare: nel 2017, il saldo relativo agli investimenti diretti \u00e8 aumentato di una inezia, appena 6 miliardi di euro. Insomma, le acquisizioni recenti sono state pari a zero.<\/p>\n<p>Per essere chiari: la Germania si \u00e8 resa improvvisamente conto che il contesto competitivo globale \u00e8 cambiato. La continua riduzione della quota dei salari interni non basta ad assicurare la competitivit\u00e0 del suo sistema tradizionale industriale, gi\u00e0 nel breve termine; e neppure \u00e8 sufficiente avvalersi di un circuito di Paesi subfornitori a basso costo. Meno ancora \u00e8 affidabile una segregazione della ricchezza accumulata attraverso impieghi di portafoglio all\u2019estero.<\/p>\n<p>Il documento di Altamier, appena 21 pagine, \u00e8 una sorta di Manifesto: si riparte dalla impostazione di Ludwig Erhard, il padre politico della economia sociale di mercato. Lo Stato non deve sostituirsi alle forze del mercato, alle scelte dei consumatori o delle imprese, ma deve solo assicurare che le loro scelte avvengano in un contesto di libert\u00e0. La funzione dello Stato \u00e8 quella di creare le condizioni ottimali per la crescita economica in condizioni di concorrenza, contrastando i condizionamenti negativi che derivano dalla presenza dei monopoli, dal protezionismo nei mercati ed ora anche dal percolo di spoliazione del patrimonio tecnologico tedesco attraverso acquisizioni ostili da parte cinese.<\/p>\n<p>Non \u00e8 stato compreso per tempo, n\u00e9 dalle industrie tedesche n\u00e9 da quelle degli altri Paesi europei, che il processo di informatizzazione, iniziato negli anno Ottanta negli uffici attraverso la sostituzione degli archivi cartacei e del computo meccanico attraverso gli elaboratori, si sarebbe poi esteso al mondo della produzione, con le macchine a controllo numerico e con i sistemi di business intelligence, ed infine alla generalit\u00e0 delle azioni umane. La diffusione inarrestabile dei personal computer, poi dei tablet, ed infine degli smartphone, oggi appannaggio dei costruttori cinesi e coreani, riproduce quella degli apparecchi radio e televisivi che fu padroneggiata dal Giappone negli anni Settanta. I tedeschi sono rimasti fermi alle auto.<\/p>\n<p>In tutto questo, l\u2019Europa \u00e8 scomparsa: la storia industriale di questi ultimi venti anni si riassume nella profittevole delocalizzazione, innanzitutto verso i Paesi dell\u2019ex-Cortina di ferro, delle produzioni tradizionali.<\/p>\n<p>E\u2019 ragionevole, dunque, ipotizzare la creazione di un Fondo sovrano tedesco, che acquisisca le partecipazioni in aziende strategiche per evitare che cadano preda cinese, rapacemente spogliate delle loro preziose competenze. E\u2019 opportuno che lo Stato tedesco si faccia temporaneamente promotore di iniziative di sviluppo tecnologico a lungo termine. E\u2019 necessario costituire complessi industriali che abbiano la stazza per competere con i colossi cinesi e statunitensi: il divieto posto\u00a0alla fusione tra Alstom e Siemens nel settore ferroviario, appena deciso dall\u2019Antitrust europeo, sarebbe davvero un controsenso, se si guarda alla dimensione del concorrente cinese.<\/p>\n<p>In realt\u00e0, si persegue la corsa al gigantismo, per entrare in un mercato oligopolistico che mutila la concorrenza: quella libert\u00e0 di mercato che si proclama di voler tutelare. Per competere, servono campioni europei; con la Germania in prima fila, gi\u00e0 pronta a dominare il vecchio Continente: qui sta il nodo, la contraddizione insolubile. Altmaier fa finta di non capire.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<a href=\"http:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/europa\/29550-germania-ventanni-di-inutile-dominio-europeo\">http:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/europa\/29550-germania-ventanni-di-inutile-dominio-europeo<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MARX XXI\u00a0 L&#8217;editoriale di Guido Salerno Aletta pubblicato su Milano-Finanza di sabato 8 febbraio \u201cDormito bene, mio caro?\u201d: cos\u00ec che verrebbe da esclamare, con pi\u00f9 di una punta di ironia, leggendo il documento presentato da Peter Altmaier, Ministro tedesco per l\u2019Industria e l\u2019Energia, dal titolo \u201cStrategia industriale nazionale 2030\u201d. 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