{"id":48704,"date":"2019-02-12T10:30:16","date_gmt":"2019-02-12T09:30:16","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48704"},"modified":"2019-02-12T09:11:49","modified_gmt":"2019-02-12T08:11:49","slug":"le-responsabilita-della-sinistra-italiana-nellaffermarsi-dei-populismi-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48704","title":{"rendered":"Le responsabilit\u00e0 della sinistra italiana nell\u2019affermarsi dei populismi \/1"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>LE PAROLE E LE COSE (Rino Genovese)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-full size-full wp-post-image\" src=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/183104576.jpg?fit=1450%2C500\" sizes=\"100vw\" srcset=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/183104576.jpg?w=1450 1450w, https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/183104576.jpg?resize=300%2C103 300w, https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/183104576.jpg?resize=768%2C265 768w, https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/183104576.jpg?resize=1024%2C353 1024w\" alt=\"\" width=\"1450\" height=\"500\" data-attachment-id=\"34853\" data-permalink=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?attachment_id=34853\" data-orig-file=\"https:\/\/i0.wp.com\/www.leparoleelecose.it\/wp-content\/uploads\/183104576.jpg?fit=1450%2C500\" data-orig-size=\"1450,500\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;Getty Images&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;ROME, ITALY - MAY 08:  Candidates Prime Minister Silvio Berlusconi and Massimo D'Alema shake hands as presenter Bruno Vespa introduces talk show 'Porta A Porta' on tv channel Rai Uno, as part of the 2001 electoral campaign on May 8, 2001 in Rome, Italy.  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Le critiche che a pi\u00f9 riprese e da pi\u00f9 parti sono state mosse a questa strategia d\u2019insieme, nel periodo che va dalla togliattiana svolta di Salerno del 1944 alla pesante sconfitta elettorale del 1948, hanno certo qualche fondamento: tuttavia si pu\u00f2 affermare che fino al movimento dei giovani con le magliette a strisce contro il governo Tambroni, nel 1960, la strategia imperniata sul paradigma antifascista \u2013 o come diretta espressione della politica dei fronti popolari o come sua eredit\u00e0 \u2013 abbia dato i suoi frutti. Ne deriv\u00f2 infatti un consolidamento e un allargamento delle basi della democrazia. Un risultato non indifferente se si considera la divisione del mondo in blocchi contrapposti e la posizione dell\u2019Italia sulla scena internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra la fine degli anni cinquanta e l\u2019inizio dei sessanta, quando si cominciava a parlare di \u201cneocapitalismo\u201d e il mondo stava cambiando, la scelta del Partito socialista per una collaborazione con la Democrazia cristiana diede luogo all\u2019unica intensa stagione di riforme che l\u2019Italia abbia mai conosciuto: peraltro breve, visto che di l\u00ec a poco il centro-sinistra fin\u00ec con l\u2019avvitarsi in una crisi dalla quale non si sarebbe pi\u00f9 ripreso, e che si trascin\u00f2 a lungo senza che, al di l\u00e0 di quella formula ammuffita, riuscisse a venire fuori qualcosa di diverso. Data da quegli anni, del resto, anche il progressivo trasformarsi del Partito comunista in un partito sostanzialmente socialdemocratico sotto mentite spoglie<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=34822#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>: con la conseguente strana impasse strategica protratta fino allo scioglimento e alla sua trasformazione in Partito democratico della sinistra a seguito dei mutamenti avvenuti nell\u2019Est europeo, ma in realt\u00e0 ben oltre, arrivando infatti fino ai nostri giorni se si pensa alle difficolt\u00e0 poste dalla sua trasfigurazione in un partito semplicemente democratico. Al punto che se ne potrebbe concludere che la sinistra italiana, pur senza disconoscere certe sue peculiarit\u00e0, un orizzonte strategico l\u2019ha avuto tutto sommato solo fin quando \u00e8 stata nell\u2019insieme stalinista o alle prese con l\u2019uscita dallo stalinismo. Non pare infatti che nei decenni settanta e ottanta \u2013 quelli della mortale involuzione affaristica del Psi e della gestione berlingueriana del Pci, che convogli\u00f2 su di s\u00e9 speranze rapidamente deluse, per non parlare poi degli anni successivi \u2013 la sinistra in Italia abbia pi\u00f9 avuto molto da dire.<span id=\"more-34822\"><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Per analizzare le ragioni di questo esaurimento di prospettive, in un certo senso stupefacente, bisogna partire dalla considerazione di carattere generale che le democrazie realmente esistenti sono <em>impure<\/em>: sicch\u00e9 alla democrazia si aggiunge spesso un aggettivo per chiarirne il senso: democrazia rappresentativa, democrazia partecipativa, ecc. Impura in modo particolare \u00e8 la <em>democrazia liberale<\/em>, un ibrido nel quale si compongono come in un ossimoro princip\u00ee e tradizioni politiche, quella democratica e quella liberale appunto, storicamente divergenti lungo l\u2019intero arco dell\u2019Ottocento e per buona parte del Novecento. E questa \u201cimpurit\u00e0\u201d della democrazia liberale pu\u00f2 essere molto bene osservata nella storia d\u2019Italia, paese dall\u2019ampio ventre <em>tout court<\/em> antidemocratico. In qualsiasi paese detto democratico, allora, la democrazia va giudicata assegnandole un <em>pi\u00f9<\/em> o un <em>meno<\/em> in base alle sue stesse premesse, per quanto incerte possano essere. Quali e quante le possibilit\u00e0 di partecipazione alla vita pubblica offerte dalla comunicazione sociale mediante una \u2013 sia pure relativa \u2013 parit\u00e0 delle chance per i cittadini nel far sentire la propria voce? Rispondere a questa domanda significa gi\u00e0 dare una valutazione del grado di democrazia di un paese. Che la democrazia sia sempre <em>imperfetta<\/em> implica dunque che sia anche <em>perfettibile<\/em>, essendo l\u2019organizzazione della sfera politica aperta in linea di principio al contributo di tutti nell\u2019assunzione delle decisioni collettivamente vincolanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Ora, pu\u00f2 accadere che chi sulla carta si proponga d\u2019incrementare e diffondere la democrazia ottenga invece l\u2019effetto contrario \u2013 o per una prudenza sconfinante nell\u2019indecisione e nella paralisi, o per non averne saputo difendere il quadro istituzionale dandosi a fughe in avanti. Questo secondo caso, ampiamente noto, \u00e8 quello delle responsabilit\u00e0 della sinistra massimalista e comunista nell\u2019avvento del fascismo in Italia e del sorgere del nazismo in Germania. Il primo caso, altrettanto noto, \u00e8 invece quello del socialismo riformista di fronte al fascismo. Ed \u00e8 il caso, <em>mutatis mutandis<\/em>, come cercher\u00f2 di mostrare, dell\u2019intera sinistra riguardo al fenomeno nuovo nella storia della democrazia occidentale, e perci\u00f2 ancora poco studiato, che chiamiamo berlusconismo. Con l\u2019avvertenza che questo fenomeno solo accidentalmente prende il nome del suo fondatore e protagonista; nella sostanza si tratta di qualcosa che va al di l\u00e0 della spregiudicatezza del singolo imprenditore divenuto nel 1994, in quattro e quattr\u2019otto, leader di un partito fabbricato nella sua azienda. Si tratta di una <em>deformazione della democrazia<\/em> nata dalla occupazione del sistema politico da parte di un gruppo di potere economico-mediatico che in precedenza aveva potuto godere, gi\u00e0 per un decennio, di una posizione dominante sul mercato televisivo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">La mia tesi \u00e8 che la sinistra, in tutte le sue componenti (quindi anche nelle sue minoranze pi\u00f9 radicali), abbia sub\u00ecto o addirittura assecondato in vari modi il processo d\u2019inaridimento e svuotamento della democrazia liberale italiana all\u2019incirca a partire dalla seconda met\u00e0 degli anni settanta fino alla sua stabile deformazione. Ci\u00f2 sta in un rapporto piuttosto debole con la situazione del mondo che volgeva al neoliberismo, i cui echi naturalmente si sono fatti sentire ma non in maniera determinante nel sorgere di un fenomeno che appare tutto italiano, autoctono, e in cui l\u2019Italia gioca, in un certo senso, il ruolo di un laboratorio d\u2019avanguardia sul piano internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">La democrazia deformata, in altre parole, \u00e8 un\u2019invenzione con profonde radici nella storia del paese, allo stesso modo in cui a suo tempo lo fu il fascismo. In termini generali, questo fu una soluzione autoritaria, e poi totalitaria, ai problemi della societ\u00e0 di massa della prima met\u00e0 del Novecento. La democrazia deformata, invece, \u00e8 una soluzione conservatrice \u2013 a suo modo totalitaria, sia pure in modo solo <em>virtuale<\/em> \u2013 ai problemi posti dall\u2019individualismo di massa contemporaneo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Bisogna comprendere bene questa differenza. Pur derivando ambedue da una miscela di vecchio e nuovo, di passato e presente, il fascismo e la democrazia deformata sono cose molto diverse tra loro, anche se entrambe caratterizzate da una modernit\u00e0 che non riesce a essere moderna fino in fondo perch\u00e9 mescolata con elementi arcaico-tradizionali. Cos\u00ec un certo culto del capo, la regressione degli individui sul piano psicologico verso aspettative salvifiche e miracolistiche, sono tratti comuni sia alla personalit\u00e0 autoritaria del gregario fascista, sia a quella narcisistica e frammentata del cittadino \u201csvuotato\u201d della democrazia deformata. L\u2019ipertrofia del momento propagandistico-comunicativo nella formazione, o meglio, nella <em>preformazione<\/em> del consenso, \u00e8 un aspetto decisivo nell\u2019uno come nell\u2019altro caso. Laddove, per\u00f2, nel sistema di potere tipicamente fascista il fulcro \u00e8 dato dall\u2019emittente della comunicazione, che con i suoi discorsi diventa il Grande Emittente, il duce del regime, ponendosi al vertice di una cerchia di fedeli in una sorta di cabina di regia ancora tutta politica della societ\u00e0, nella democrazia deformata, al contrario, decisiva \u00e8 la posizione del <em>ricevente<\/em> inteso come una sconfinata platea soprattutto televisiva, un pubblico atomizzato e costantemente dedito alle pi\u00f9 fantastiche attribuzioni verso una pletora di personaggi, comportamenti, stili di vita, che letteralmente polverizzano la \u201ccosa pubblica\u201d nella tendenziale soppressione della politica in quanto sfera differenziata. Risultato \u00e8 l\u2019immobilismo \u2013 magari nella forma di un <em>immobilismo agitato<\/em>, si potrebbe dire \u2013, comunque il portato di una conservazione sociale che non ha pi\u00f9 alcun bisogno di una \u201cpolitica\u201d per esprimersi, manifestandosi ormai con il semplice fatto di esserci.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Se il fascismo aveva una necessit\u00e0 disperata di farsi prima governo e poi regime totalitario, la democrazia deformata non prevede una rottura costituzionale profonda: piuttosto la Carta fondamentale \u00e8 sottoposta a una lenta erosione accompagnata dalla ricorrente minaccia di un suo mutamento in senso plebiscitario. Il totalitarismo puramente virtuale \u00e8 allora da intendersi, in modo diverso da quello \u201cclassico\u201d, come una sostanziale <em>indifferenza<\/em>, per forze che occupano il sistema politico solo nel senso di sopprimerne l\u2019autonomia, dello stare al governo o all\u2019opposizione. Di qui il carattere di semplice finzione di un bipolarismo inteso come alternanza di governo tra un centrodestra e un centrosinistra. Da entrambe le posizioni, infatti, sia dal governo sia dall\u2019opposizione, le forze della democrazia deformata sono in grado di minacciare e corrompere, di tenere a bada gli avversari, di ricacciarli indietro mettendoli sulla difensiva, e di proseguire la loro lotta contro quei poteri che in un sistema pluralista possono dare fastidio. A lungo andare, questa \u00e8 l\u2019<em>inevitabilit\u00e0<\/em> della democrazia deformata. Il che d\u00e0 consistenza al suo totalitarismo purtuttavia virtuale, grazie al carattere compiutamente postpolitico di un\u2019influenza legata alle televisioni e all\u2019estetizzazione diffusa della vita sociale pi\u00f9 ancora che al controllo del governo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutto ci\u00f2 trova un\u2019assonanza con la vecchia nozione di egemonia. Ma si tratta di una corrispondenza piuttosto superficiale. La pervasivit\u00e0 degli stili di vita eterodiretti, infatti, \u00e8 andata molto al di l\u00e0 di fenomeni come la letteratura popolare d\u2019appendice, uno degli aspetti dell\u2019egemonia borghese con cui Gramsci si confrontava; e anche al di l\u00e0 della critica al \u201cmito\u201d dell\u2019intellettuale organico mossa da Cesare Cases gi\u00e0 nel 1967<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=34822#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>, secondo il quale gli intellettuali venivano trasformandosi in funzionari al servizio di un apparato capitalistico-burocratico. L\u2019industria culturale \u2013 evolvendo verso un\u2019estetizzazione diffusa il cui centro, collocato ovunque e in nessun luogo, \u00e8 dato dagli stessi processi comunicativi, pur con tutte le asimmetrie nella \u201cpotenza di voce\u201d al loro interno \u2013 ha sbriciolato sia la <em>forza<\/em> sia il <em>consenso<\/em>, cio\u00e8 i due cardini dell\u2019egemonia secondo Gramsci. Nessuna \u201cdittatura del proletariato\u201d rivisitata avrebbe la forza d\u2019imporsi sopra una potenza democratico-deformante, che non implica pi\u00f9 la politica e lo Stato come punti di forza, ma contempla solo i vantaggi derivanti dalla loro presa in ostaggio, dal metterli in scacco, grazie alla supremazia di un gruppo di potere nel campo economico e dei mass media. Del resto neppure il consenso ha da essere pi\u00f9 veramente coltivato o formato, perch\u00e9 \u00e8 di continuo anticipato con la tecnica dei sondaggi. Ci\u00f2 imprime agli eventi una velocit\u00e0 difficilmente contrastabile con la formazione di un\u2019egemonia del genere di quella che il Pci ai suoi tempi presumeva di potere impiantare nel paese: perch\u00e9 questa consiste in un lavoro lento e metodico, mentre una potenza economico-mediatica, che occupa la comunicazione sociale lasciando decadere la politica, taglia corto in modo propagandistico-pubblicitario. Il precipitare del livello culturale, da taluni lamentato, ne \u00e8 la conseguenza ovvia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Poteva andare diversamente? L\u2019Italia avrebbe potuto attendersi <em>un\u2019altra storia<\/em> rispetto a quella realmente avuta a partire dai settanta? E potr\u00e0 in futuro andare diversamente? C\u2019\u00e8 un\u2019uscita dalla democrazia deformata? Le risposte a queste domande delimitano il campo di una critica che non si rassegna all\u2019esistente, ponendosi il problema del \u201cse\u201d \u2013 di una storia fatta con i \u201cse\u201d, appunto \u2013 insieme con quello delle prospettive future.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Una risposta alla prima domanda implica l\u2019esame delle responsabilit\u00e0 della sinistra, dei suoi \u201cerrori\u201d, delle sue cecit\u00e0. Chi, tra il 1975 e il 1976, fosse sbarcato in Italia da Marte avrebbe trovato con stupore la seguente situazione: un Partito comunista al suo massimo elettorale, vicino al 35%, che propone un\u2019alleanza strategica con la Democrazia cristiana, cio\u00e8 con il suo antagonista storico; un Partito socialista al suo minimo (con il 9,6% dei voti nel 1976) che a parole propone un\u2019alternativa al suo alleato di lunga data, la Democrazia cristiana; un certo numero di rissosi gruppi della cosiddetta nuova sinistra che di nuovo non hanno granch\u00e9 e danno vita a instabili alleanze elettorali tra l\u20191 e il 2%, arrivando di l\u00ec a poco per la maggior parte a sciogliersi; un emergente movimento \u201cautonomo\u201d che nel 1977 dar\u00e0 vita a un ritorno di fiamma rivoluzionario, proponendo e praticando in alcune sue frange il corteo armato pre-insurrezionale; l\u2019area del terrorismo e della lotta armata con alcuni piccoli gruppi clandestini, tra cui spiccano le Brigate Rosse. Insomma una situazione paradossale e anche schizofrenica. Anzich\u00e9 tentare di recepire nel sistema politico le nuove istanze di partecipazione \u2013 all\u2019insegna di quello sviluppo della democrazia repubblicana il cui programma era stato consegnato alla Carta costituzionale, ma eventualmente anche attraverso la proposta di una sua modifica nel senso di un\u2019apertura a organismi come i consigli di fabbrica e di zona \u2013, la sinistra prefer\u00ec o la mera prudenza o il vuoto verbalismo, quando non la deriva disperata, lasciando privo di sbocco il movimento di trasformazione del paese che aveva accompagnato tutti gli anni sessanta raggiungendo l\u2019apice nel biennio \u201968-\u201969.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo contesto merita una particolare attenzione la figura di Enrico Berlinguer, segretario del maggiore partito della sinistra. Nonostante la sua memoria goda oggi, nel ricordo di molti militanti e anche di quelli che lo ebbero come avversario, di un grande prestigio, e nonostante siano fuor di dubbio le sue doti d\u2019impegno e il rigore morale, il bilancio della direzione berlingueriana appare pesantemente negativo. Si pu\u00f2 addirittura sostenere che proprio con lui abbia inizio quel processo di decadimento che port\u00f2 il Pci, alcuni anni dopo la sua morte, allo scioglimento per estenuazione. Questa decadenza ha anche un altro nome: immobilismo nella palude italiana. Berlinguer ci appare come il segretario di un\u2019impasse quasi metafisica nella totale incapacit\u00e0 di trovare vie d\u2019uscita. Si guardino le sue proposte politiche, dissimili nella forma ma identiche nel nulla di fatto cui condussero: prima il \u201ccompromesso storico\u201d, poi l\u2019\u201calternativa democratica\u201d. L\u2019evidenza che balza agli occhi \u00e8 quella di una discrasia logica e cronologica. La proposta di un accordo strategico per il governo del paese con la Democrazia cristiana e i socialisti (con questi ultimi in una posizione di fatto subordinata) viene formulata quando la tendenza elettorale del Pci \u00e8 in crescita e quando il Psi, con la guida di Francesco De Martino, propone \u201cequilibri pi\u00f9 avanzati\u201d, cio\u00e8 un accordo che ponga le basi di un\u2019alternativa alla Dc. Tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta \u2013 dopo i governi democristiani sostenuti dal Pci nel tentativo di avvicinarsi all\u2019area di governo, e dopo la morte di Moro \u2013, con un <em>trend <\/em>elettorale ormai nettamente negativo, con un Partito socialista a gestione Craxi che va riallineandosi alla Dc in un rinnovato patto a base concorrenziale, Berlinguer propone un\u2019alternativa democratica: qualcosa di pi\u00f9 sfumato di un\u2019alternativa di sinistra, ma a quel punto pur sempre impossibile numericamente e politicamente. E dire che nel 1976 la sinistra nel suo insieme era al 45,5% dei voti! I tempi delle due proposte avrebbero dovuto essere quanto meno invertiti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Un altro difetto \u2013 in questo caso pi\u00f9 grave \u2013 si pu\u00f2 notare a proposito dello \u201cstrappo\u201d nei confronti dell\u2019Unione sovietica: una lacerazione che in verit\u00e0 non assunse mai l\u2019aspetto di una vera e propria rottura formale. Infatti, sebbene fosse evidente che il Pci era ormai da tempo su posizioni molto lontane da quelle sovietiche, Berlinguer non arriv\u00f2 mai a compiere il passo decisivo. Ci\u00f2 che fece, piuttosto, fu dichiarare l\u2019esaurimento della \u201cspinta propulsiva\u201d della rivoluzione d\u2019ottobre, accentuando cos\u00ec il contenzioso con la piccola ala filosovietica del partito: ma anche questo soltanto tardivamente, all\u2019indomani dell\u2019acutizzarsi della crisi polacca<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=34822#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a> e dell\u2019invasione dell\u2019Afghanistan da parte dell\u2019Armata rossa (dicembre 1979). In realt\u00e0 le premesse per una rottura aperta con l\u2019Unione sovietica erano gi\u00e0 tutte nell\u2019invasione di Praga del 1968. Berlinguer lascia trascorrere gli anni settanta senza rompere, e alla fine rompe in modo informale, senza sottolineare esplicitamente il carattere involutivo e brutalmente dispotico dell\u2019intera esperienza sovietica, cos\u00ec da non poterne trarre alcun vantaggio di politica interna. La preoccupazione per una possibile scissione fu probabilmente predominante in lui. Ma in questo modo abbandon\u00f2 il partito a un immobilismo ben peggiore di una scissione \u2013 un immobilismo che era tutt\u2019uno con la stessa stagnazione politica italiana \u2013, impedendosi di replicare a fondo all\u2019anticomunismo strumentale di Craxi, che proprio allora lanciava la sua iniziativa per mettere a frutto a suo favore la \u201cdemocrazia bloccata\u201d, cio\u00e8 l\u2019impossibilit\u00e0 di un\u2019alternanza di governo in Italia a causa del preteso carattere filosovietico del Partito comunista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">A ci\u00f2 si deve aggiungere un\u2019ulteriore osservazione critica. La famosa \u201cterza via\u201d auspicata e ricercata da Berlinguer non esisteva. O meglio: tra il socialismo democratico, che resta sostanzialmente all\u2019interno del quadro capitalistico, e la rivoluzione proletaria \u2013 che implica un autogoverno dei \u201cproduttori\u201d, come li chiamava Gramsci, attraverso la messa in questione del potere statale e l\u2019instaurazione di una democrazia di tipo consiliare \u2013 una \u201cterza via\u201d era gi\u00e0 imprevedibilmente saltata fuori dal cappello della storia: ed era proprio il capitalismo o socialismo burocratico di Stato di marca sovietica. Paradossale, forse, ma non per questo meno vero. La via che Berlinguer avrebbe dovuto intraprendere era semplicemente quella di riconoscere il carattere socialdemocratico, o meglio socialista europeo, del Pci, pur con la peculiarit\u00e0 derivante dalla sua storia. Se questo fosse accaduto per tempo, il Pci sarebbe forse riuscito a smuovere la stagnante democrazia italiana prima del suo inarrestabile declino. Invece, con il suo immobilismo, il Pci rimase una cosa che era un\u2019altra cosa. Strano gioco delle parti con il Psi, anch\u2019esso altro da quello che pretendeva di essere, visto che, da componente del socialismo europeo, si stava rapidamente trasformando in un partito degli affari e delle mazzette collocato al centro dello schieramento politico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">In conclusione la \u201cdiversit\u00e0\u201d di Berlinguer, la sua \u201causterit\u00e0\u201d (egli stesso del resto era una persona molto austera, influenzato da un certo cattolicesimo di sinistra), furono aspetti di una predicazione morale che non seppe tradursi in scelte politiche concrete. Pesavano, \u00e8 vero, nella situazione italiana degli anni settanta, gli attentati, la \u201cstrategia della tensione\u201d e un terrorismo di sinistra non si sa quanto inquinato dai poteri paralleli. Questo consigliava di attestarsi sui fondamentali di una democrazia e di un Pci presi com\u2019erano, senza innovazioni che ne mettessero a rischio la tenuta (e il \u201ccompromesso storico\u201d non fu in fondo che una ripresa della strategia togliattiana nell\u2019immediato dopoguerra). Ma cos\u00ec un modello di sviluppo basato sui consumi privati, sul saccheggio dell\u2019ambiente, sull\u2019inflazione della moneta e (come sempre in Italia) sull\u2019evasione fiscale, non trov\u00f2 nel Pci un\u2019opposizione efficace. E non avrebbe potuto trovarla, intrecciandosi il rigore berlingueriano con una pratica di amministrazione dell\u2019esistente in periferia, soprattutto nelle \u201cregioni rosse\u201d, e in certi momenti consociativa con la Dc al centro. Lo spostamento dell\u2019accento sui consumi collettivi, la costruzione di uno Stato sociale efficiente, la ridistribuzione del reddito attraverso la leva fiscale, e la ridistribuzione del potere attraverso una riforma della stessa democrazia \u2013 quelli che da sempre, anche senza parlare degli \u201celementi di socialismo\u201d (altra espressione berlingueriana), sono i punti qualificanti e i viventi obiettivi di una socialdemocrazia degna del nome \u2013, non trovarono, nel pantano non ancora definitivo degli anni settanta, se non la loro immobilizzazione per il successivo e definitivo pantano degli anni ottanta, che si aprirono con l\u2019emblematica sconfitta del movimento operaio alla Fiat.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Da quel momento l\u2019affarismo, il clientelismo, le mafie, il ventre molle di un\u2019Italia molto antica, non fecero che prosperare. Il neopopulismo mediatico, insieme con quello pi\u00f9 tradizionale ed etnico della Lega, trovarono davanti un\u2019autostrada libera d\u2019ingombri il cui casello ebbe nome Tangentopoli: una ben strana riforma della politica che non passava per la politica, ma in apparenza per la magistratura e in realt\u00e0 per il qualunquismo. Quanto Berlinguer, che nel frattempo (nel 1984) era morto, avrebbe compreso di tutto questo e quanto, a quel punto, avrebbe potuto correggere non solo della strategia ma della sua stessa concezione del mondo? Ben poco, temo. Il Pci si sciolse per estenuazione, come ho detto, e nel momento sbagliato, quando si sgretolava il blocco sovietico, lasciando allora supporre che fosse davvero essenziale quel legame se il partito di Gramsci (gi\u00e0 nato in un momento sbagliato, alla vigilia della dittatura fascista) si suicidava cos\u00ec, per la perdita della casa madre, per l\u2019assenza di prospettive proprie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Del resto, come ha mostrato Giuseppe Fiori<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=34822#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>, parlamentare del gruppo della Sinistra indipendente eletto nelle liste del Pci, i comunisti non seppero contrastare con efficacia la nascita e la crescita dell\u2019impero berlusconiano: un po\u2019 perch\u00e9 abituati a considerare pi\u00f9 importanti altri temi anzich\u00e9 quelli del controllo dei mass media, un po\u2019 perch\u00e9 soddisfatti di portare a casa il risultato di una televisione pubblica lottizzata anche a loro vantaggio (Raitre), e forse anche perch\u00e9 presi da un rapporto disturbato di <em>double bind<\/em> con il loro antagonista, Bettino Craxi, di cui Berlusconi all\u2019epoca era al tempo stesso la <em>longa manus<\/em> e il committente. Certo, il successore di Berlinguer, Alessandro Natta, in un\u2019intervista pubblicata poco prima della morte, rivel\u00f2 che Berlusconi era andato anche da lui a cercare \u201cprotezione\u201d in cambio di spazi televisivi e chiss\u00e0 che altro, e che lui lo aveva allontanato in modo sbrigativo. Ma resta il fatto che quanto accadde di l\u00ec a qualche anno \u2013 il congiungersi del momento pubblicitario e fantasmagorico delle merci, proprio della tv commerciale, con la propaganda politica di tradizione bonapartista e populistica \u2013, questo cortocircuito era del tutto imprevisto, non contemplato in nessuno dei testi cui si abbeveravano i dirigenti comunisti avvezzi a misurarsi, semmai, con la questione della politica culturale e dell\u2019egemonia, non con quell\u2019 \u201cintellettuale collettivo\u201d che la televisione era nel frattempo diventata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">In linea di massima una forza socialdemocratica, consapevole di operare nell\u2019ambito di una democrazia liberale dotata di un sistema politico basato sull\u2019alternanza di governo, \u00e8 anche consapevole della necessit\u00e0 di porre dei limiti, con una seria normativa anti-trust, all\u2019arroganza della concentrazione capitalistica nel settore cruciale dei mass media, cos\u00ec da non lasciare nelle mani del potente di turno e dei suoi amici un controllo monopolistico sui mezzi di comunicazione, diventati ormai anche pi\u00f9 importanti dei mezzi di produzione. Ma questa consapevolezza non faceva parte del bagaglio di una forza socialdemocratica <em>sui generis<\/em> come il Pci. Non riuscendo a immaginare una vera e propria alternanza al governo del paese, ma soltanto alleanze ampie, persino imprecisate come l\u2019ipotetica \u201calternativa democratica\u201d, il Pci non pensava di potersi porre per se stesso come un\u2019alternativa, in quanto segnato dal marchio \u201ccomunista\u201d, e di dovere perci\u00f2 avere rapporti anche d\u2019intesa e non solo di contrasto con gli altri partiti democratici, com\u2019era avvenuto ai tempi in cui la politica dell\u2019unit\u00e0 antifascista era stata efficace e storicamente attuale. E ci\u00f2 ancora quando quei partiti non erano gi\u00e0 pi\u00f9 \u201cdemocratici\u201d, ma si andavano trasformando in semplici consorterie riunite, nel caso della Dc, o in un partito personale volto al taglieggiamento politico-affaristico nel caso del Psi di Craxi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec, quando con Achille Occhetto la parabola del Pci venne a compimento (insieme con quella molto pi\u00f9 tragica dell\u2019Unione sovietica), il nuovo partito, il Pds, smarr\u00ec la bussola e si accod\u00f2 al cosiddetto movimento referendario, che all\u2019inizio degli anni novanta intendeva cambiare non soltanto la legge elettorale a colpi di referendum, ma in un certo senso la stessa Costituzione, finendo con l\u2019essere, quasi quanto Tangentopoli, all\u2019origine del qualunquismo diffuso e della successiva deriva di destra. Persino la prudenza democratica e istituzionale caratteristica del Pci fu lasciata da parte con la sterzata \u201cnuovista\u201d di Occhetto: come se da un lungo immobilismo ci si potesse riprendere semplicemente muovendosi senza direzione; mentre, d\u2019altra parte, la scissione di Rifondazione diventava l\u2019asilo del massimalismo parolaio della vecchia tradizione socialista e gruppettara pi\u00f9 ancora che comunista ortodossa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Naturalmente a proposito di Rifondazione bisogner\u00e0 distinguere, in una prospettiva storica, tra la breve fase della segreteria di Sergio Garavini \u2013 ancora in linea con la seriet\u00e0 del vecchio Pci \u2013 e la lunga gestione di Fausto Bertinotti che, tra giravolte e scissioni, condusse un partito dell\u20198% alla dissoluzione. Quale fosse, in Bertinotti, la consapevolezza del problema storico posto dal neopopulismo mediatico e dalla sua invasione della sfera politica, fu subito manifesto quando nel 1995, segretario da un anno o poco pi\u00f9, egli si dichiar\u00f2 in disaccordo con un referendum che si proponeva d\u2019impedire l\u2019interruzione pubblicitaria dei film durante il loro passaggio televisivo \u2013 il che, oltre a essere un fatto di civilt\u00e0 mediatica, avrebbe colpito a fondo le entrate pubblicitarie delle reti private \u2013 con l\u2019argomento che, mettendo a repentaglio le televisioni berlusconiane, si sarebbero messe a repentaglio anche le ore di svago dei lavoratori. Ci\u00f2 a dimostrazione di quanto poco fossero penetrate nella sinistra italiana le analisi critiche intorno al potere di condizionamento dei mass media. Proprio lo squallido destino personale di Bertinotti, ridottosi al narcisismo delle comparsate a getto continuo nei cosiddetti salotti televisivi \u2013 nei quali era benissimo accolto dopo il passaggio all\u2019opposizione del governo di centrosinistra nel 1998, e in cui poteva pontificare intorno alla minaccia per l\u2019umanit\u00e0 costituita dalla globalizzazione neoliberista \u2013, \u00e8 probabilmente il segno pi\u00f9 tangibile di una sinistra che aveva ormai introiettato il berlusconismo in quanto stile leaderistico e personalizzato della comunicazione politica. Vera e propria anticipazione, per Bertinotti, di un fallimento che sarebbe arrivato solo dieci anni dopo, nel 2008.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Sull\u2019altro versante, quello della sinistra moderata, le cose non sono andate meglio. Nel Pds-Ds-Pd a farla da padrone \u00e8 stata l\u2019<em>oscillazione<\/em>. Mi oppongo o cerco un compromesso con il berlusconismo? Ecco il dilemma insolubile. E ancora: mutuo il pi\u00f9 possibile i suoi caratteri, dato che cos\u00ec va il mondo, o cerco d\u2019inventarmi un\u2019altra prospettiva? Se si vanno a rivedere le liti ricorrenti, i personalismi, i colpi sopra e sotto la cintura che hanno costellato la vita dei dirigenti della sinistra moderata, li si pu\u00f2 leggere come momenti nel pendolo di questa oscillazione perenne.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Quella di Massimo D\u2019Alema si present\u00f2, dopo il caos occhettiano, come un\u2019ipotesi all\u2019inizio socialdemocratica in senso \u201cclassico\u201d. Un partito ben strutturato intorno a un\u2019identit\u00e0, anche se eventualmente non privo di correnti interne, che, pur mantenendo un rapporto con un\u2019ala pi\u00f9 radicale alla sua sinistra, guardasse verso il centro mediante un\u2019alleanza stabile, l\u2019Ulivo, nell\u2019ambito di uno schema bipolare entro cui il berlusconismo era una variante anomala ma tutto sommato transitoria. Di qui la proposta di una \u201ccostituzionalizzazione della destra\u201d, che si sarebbe dovuta realizzare con una grande riforma delle istituzioni durante il governo di centrosinistra di Prodi \u2013 reso possibile dalla provvidenziale divisione delle destre alle elezioni del 1996 \u2013, mediante lo strumento di una commissione parlamentare bicamerale. Ma proprio qui la linea di D\u2019Alema mostr\u00f2 la corda. Il berlusconismo non era affatto una variante riassorbibile nel normale gioco politico; era una forza duratura di deformazione della democrazia, con cui era contraddittorio e addirittura suicida pensare di potere fare accordi per riformare le istituzioni. Proprio l\u2019uomo che in astratto avrebbe dovuto essere il pi\u00f9 abile nello sfruttare le residue risorse dell\u2019autonomia della politica \u2013 le uniche forse ancora in grado di contenere il berlusconismo sbarrandogli la strada del governo \u2013 sbagli\u00f2 le scelte che la sua presunta sapienza tattica non avrebbe mai dovuto permettergli di sbagliare. Il \u201cmomento D\u2019Alema\u201d fin\u00ec nell\u2019impasse di una presidenza del Consiglio ottenuta grazie a un pugno di voti trasformisticamente racimolati in parlamento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo di ci\u00f2 il berlusconismo dilaga. La presunta sinistra radicale di Bertinotti ha fatto cadere il governo Prodi, il tatticismo di D\u2019Alema gli si \u00e8 ritorto contro, il segretario dei Ds (Walter Veltroni, antagonista storico di D\u2019Alema) si chiama fuori dalla mischia presentandosi come candidato a sindaco di Roma\u2026 Le elezioni del 2001 \u2013 che il centrosinistra perse colpevolmente, presentandosi diviso e rassegnato alla sconfitta \u2013 segnano la vittoria, a quel punto definitiva, della democrazia deformata. Da quel momento nessun recupero elettorale per una sinistra che voglia essere forza di alternanza in uno schema bipolare, seppure anomalo, \u00e8 pi\u00f9 possibile. E questo perch\u00e9 il berlusconismo a poco a poco divora la stessa politica. Il cambiamento della legge elettorale, alla fine della legislatura 2001-2006, con una vera e propria legge truffa, \u00e8 il suggello della deformazione. Un centrosinistra allargato e privo di coesione guidato da Prodi vince ma in realt\u00e0 perde, tanto risicata e precaria \u00e8 la sua vittoria. Si arriva cos\u00ec alle elezioni anticipate del 2008. In campo questa volta \u00e8 il Pd di Veltroni che si presenta come un clone della democrazia deformata, mutuando tutto ci\u00f2 che dal berlusconismo si pu\u00f2 mutuare in fatto di tendenza plebiscitaria, personalizzazione leaderistica e arroganza nello stabilire, o non stabilire, alleanze con le formazioni minori. \u00c8 la disfatta del centrosinistra. E c\u2019\u00e8 anche la perdita simbolica di qualsiasi simulacro di una sinistra socialista o comunista in parlamento.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=34822#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Insistono invece sulla diversit\u00e0 del Pci rispetto al modello socialdemocratico sia L. Magri, <em>Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci<\/em>, il Saggiatore, Milano 2009, sia G. Chiarante nella sua trilogia a sfondo autobiografico, <em>Tra De Gasperi e Togliatti. Memorie degli anni Cinquanta<\/em>, Carocci, Roma 2006; <em>Con Togliatti e con Berlinguer. Dal tramonto del centrismo al compromesso storico (1958-1975)<\/em>, Carocci, Roma 2007; <em>La fine del Pci. Dall\u2019alternativa democratica di Berlinguer all\u2019ultimo congresso (1979-1991)<\/em>, Carocci, Roma 2009.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=34822#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Cfr. l\u2019intervento di C. Cases in P. Rossi (a cura di), <em>Gramsci e la cultura contemporanea. Atti del convegno internazionale di studi gramsciani tenuto a Cagliari il 23- 27 aprile 1967<\/em>, vol. I, Editori Riuniti, Roma 1969-70, pp. 291-295.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=34822#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Su tutta la vicenda dell\u2019eurocomunismo e i rapporti con il blocco sovietico, cfr. S. Pons, <em>Berlinguer e la fine del comunismo<\/em>, Einaudi, Torino 2006; A. Rubbi, <em>Il mondo di Berlinguer<\/em>, l\u2019Unit\u00e0, Roma 1994.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=34822#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> G. Fiori, <em>Il venditore. Storia di Berlusconi e della Fininvest<\/em>, Garzanti, Milano 1995.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">[Immagine: Silvio Berlusconi, Bruno Vespa e Massimo D\u2019Alema].<\/p>\n<div id=\"downloadpdf\" style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<div><\/div>\n<div><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=34822\">http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=34822<\/a><\/strong><\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LE PAROLE E LE COSE (Rino Genovese) Parte prima: la vittoria del berlusconismo Nel dopoguerra la sinistra italiana, forte del paradigma antifascista, fond\u00f2 la sua presenza nel paese e la lotta per lo sviluppo della democrazia sulla centralit\u00e0 del parlamento e sul ruolo dei partiti, all\u2019interno di un programma di riforme che aveva il suo fulcro nella Costituzione repubblicana. 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