{"id":48759,"date":"2019-02-13T10:34:57","date_gmt":"2019-02-13T09:34:57","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48759"},"modified":"2019-02-13T08:25:36","modified_gmt":"2019-02-13T07:25:36","slug":"il-potere-nasce-dalla-canna-del-fucile-tra-resistenza-e-costituzione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48759","title":{"rendered":"Il potere nasce dalla canna del fucile? Tra Resistenza e Costituzione"},"content":{"rendered":"<p><strong><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium\" src=\"http:\/\/www.ilponterivista.com\/wp-content\/uploads\/PARTIGIANI-facebook-1030x515.jpg\" width=\"1007\" height=\"492\" \/>di IL PONTE (Silvia Calamandrei)<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il libro di Giuseppe Filippetta (L\u2019estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2018) gi\u00e0 dal titolo, che riprende un\u2019espressione dello scrittore e partigiano Marcello Venturi<sup>1<\/sup>, e dal sottotitolo, ci preannuncia un\u2019interpretazione controcorrente della genesi della nostra carta costituzionale, posta nel segno della discontinuit\u00e0 come frutto di un\u2019esperienza di sovranit\u00e0 dal basso, individuale, esercitata nelle bande partigiane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Rovesciando in positivo l\u2019entrata nella \u201cterra di nessuno\u201d che segue l\u20198 settembre, quel precipitare in uno stato hobbesiano dell\u2019homo homini lupus a cui tanti, rifacendosi al catastrofismo del sattiano De profundis, hanno fatto risalire la \u201cmorte della patria\u201d, l\u2019autore ne sottolinea invece il potenziale di innesco di una ripresa di sovranit\u00e0 dal basso, nella scelta individuale della lotta armata partigiana. Come testi di riferimento e chiavi interpretative ha Una guerra civile di Claudio Pavone e la Resistenza perfetta di Giovanni De Luna, e scrive un saggio \u201cpost-revisionista\u201d in cui profonde la sua cultura di giurista, per smarcarsi dall\u2019interpretazione \u201ccontinuista\u201d che tanti giuristi hanno dato della Costituzione repubblicana, a partire da Costantino Mortati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per meglio valutare la novit\u00e0 dell\u2019approccio e il target polemico la chiave si trova nel capitolo finale, \u00abLa sovranit\u00e0 dimenticata\u00bb, dove, dopo aver confutato il saggio Rivoluzione e diritto di Santi Romano (settembre 1944), si stigmatizza il \u201ccatastrofismo giuridico\u201d dei vari Satta, Capograssi e Carnelutti. Secondo Filippetta la maggioranza dei giuristi italiani vive l\u20198 settembre come una sorta di Tsimtsum cabalistico nel quale lo Stato si ritrae e la scena della sovranit\u00e0 \u00e8 occupata da una moltitudine di singolarit\u00e0 individuali, non legittimate ad agire da sovrani. Santi Romano nega la capacit\u00e0 di ordinamento della Resistenza, pur cogliendone la portata rivoluzionaria. Secondo quanto scrive, \u00abil ritrarsi dello Stato ha lasciato posto alla violenza di una moltitudine di individui che si vogliono sovrani, ma che non sono in grado di produrre un ordine e che agiscono in nome di una giustizia che in realt\u00e0 non conoscono\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019autore invece reputa che nella scelta morale di quella moltitudine di individui che prendono le armi occupando lo spazio da cui si \u00e8 ritratto lo Stato con la fuga del re e la creazione della Repubblica di Sal\u00f2 si apra una dimensione istituzionale di creazione di un nuovo ordine, che sar\u00e0 sancito nella Costituzione del 1948. Secondo Filippetta dopo l\u20198 settembre non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 sovranit\u00e0 statuale, n\u00e9 il re da Brindisi n\u00e9 la Repubblica di Sal\u00f2 sono in grado di esercitare una vera sovranit\u00e0, rimpiazzati dall\u2019autorit\u00e0 militare alleata al Sud e dai Comandi tedeschi al Centro-Nord. Tra il 1943 e il 1945 ci sarebbe solo la sovranit\u00e0 individuale dei partigiani che hanno impugnato le armi per riempire il vuoto della sovranit\u00e0 aperta dallo sprofondamento dello Stato; e qui starebbero le fondamenta del nuovo patto di cittadinanza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tante sono le scelte individuali che Filippetta ricostruisce ripercorrendo diari e memoriali, con una amplissima ricognizione delle fonti letterarie e memorialistiche: dal poliziano Vincenzo Cozzani<sup>2<\/sup>, il Tom Mix della divisione Amiata-Val d\u2019Orcia al pistoiese Marcello Venturi, autore di una serie di opere letterarie pubblicate nell\u2019immediato dopoguerra, ai tanti che combattono sulle Alpi e sull\u2019Appennino, vivendo un \u00abtempo costituente della moltitudine che costruisce e ordina il presente e il futuro\u00bb. Filippetta descrive la costituzione delle bande come un enorme moto spontaneo, spesso con una dimensione di \u201cpiccola patria\u201d, di difesa del territorio e della famiglia: una \u00abguerra di casa\u00bb, come l\u2019ha definita Giorgio Bocca. Contesta la tesi della Resistenza come moto esclusivamente o prevalentemente partitico, e reputa che sia un concetto introdotto a posteriori dalla storiografia (in primis la Storia della Resistenza di Battaglia<sup>3<\/sup>), a partire dagli anni cinquanta, una volta conclusa la fase delle testimonianze e delle memorie soggettive che lumeggiavano le scelte spontanee individuali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le bande sono descritte come fuochi che aggregano e precedono i partiti, coagulando un pulviscolo di scelte individuali; sono microcosmi di democrazia diretta (riprendendo la definizione di Quazza) e soggetti costruttori di un nuovo ordine giuridico, esercitando la giustizia partigiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo l\u2019autore, nel caos che segue all\u2019armistizio le bande offrono l\u2019unica forma di organizzazione e i partiti si collegano a esse per radicarsi. La \u201cpartitizzazione\u201d si introdurrebbe in una fase successiva, cos\u00ec come la scelta di adesione a un partito, dopo essersi ritrovati a combattere casualmente in una formazione, lungamente caratterizzata dal policentrismo ideologico. Questo spiegherebbe la grande difficolt\u00e0 a unificare e centralizzare che i partiti conoscono e che supereranno solo dopo la Liberazione. Anche i Cln locali sarebbero un post rispetto alle bande e la loro iniziativa \u00e8 frenata dal Cln centrale dell\u2019Alta Italia, mentre le bande sperimentano forme di autogoverno del territorio che controllano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Roberto Battaglia in Un uomo, un partigiano<sup>4<\/sup>(la sua opera memorialistica che precede quella di storico) sottolinea questo sforzo di istituzionalizzarsi delle bande partigiane: \u00abNati come fuorilegge tendevamo per istinto a ritornar nella legge, ossia a creare un nuovo \u201ccodice\u201d; l\u2019azionista Livio Bianco parla di ordinamento della resistenza e Foa la indica come fonte del nuovo diritto; mentre Piero Calamandrei scorge nei Cln le \u201ccellule germinative del nuovo tessuto costituzionale\u201d nell\u2019articolo Funzione rivoluzionaria dei Comitati di liberazione, scritto nell\u2019aprile 1945 per il Ponte\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche nelle canzoni si ritrova l\u2019eco di questo sforzo di legittimarsi, come recita il doppio verso di Siamo i ribelli della montagna, canzone scritta sull\u2019Appennino ligure-piemontese dal comandante Casalini: \u00abe la fede che ci accompagna sar\u00e0 la legge dell\u2019avvenir\u00bb. E il fatto che la canzone libertaria carrarese Piombo con piombo, sia cantata anche dai monarchici badogliani a Boves, come testimonia l\u2019anarchico Dunchi<sup>5<\/sup>, attesta quel policentrismo politico ideologico che impera nella banda armata, facendo, secondo Filippetta, \u00abdell\u2019osteria di montagna la soglia costituente della nuova Italia\u00bb. Nel sodalizio tra l\u2019anarchico e il badogliano che si riconoscono nella stessa canzone ritroviamo le pennellate di De Luna nella Resistenza perfetta<sup>6<\/sup>, quando dipinge l\u2019intesa che si crea nella lotta comune al di sopra delle fedi e delle convinzioni individuali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Filippetta ritrova compendiata l\u2019affermazione della fonte resistenziale della nuova sovranit\u00e0 nella frase di Calamandrei \u00abSe voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dov\u2019\u00e8 nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne, dove caddero i partigiani\u2026\u00bb. C\u2019\u00e8 da chiedersi tuttavia quanto questa metafora sia una figura retorica, una indicazione ideale, pi\u00f9 che una constatazione fattuale. Il Calamandrei che discute in Costituente sulle norme relative alla magistratura o sul Concordato e l\u2019articolo 7 ha alle spalle gli Appunti sulla legalit\u00e0 elaborati nell\u2019esilio di Colcello, in un isolamento diffidente rispetto alle capacit\u00e0 di resistenza del popolo italiano, e in uno scetticismo manifesto verso le bande partigiane locali<sup>7<\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sar\u00e0 l\u2019approdo nella Firenze liberata (anche grazie ad alcuni suoi studenti in prima fila tra i partigiani) a spingerlo a rivendicare di fronte agli Alleati la conquista della libert\u00e0 motu proprio che ha preceduto il loro ingresso in citt\u00e0. Come recita la lapide apposta su Palazzo Vecchio e da lui dettata, la libert\u00e0 ha ripreso stanza \u00abper insurrezione di popolo\u00bb e \u00abper vittoria degli eserciti alleati\u00bb. E dunque non \u00e8 \u201cdonata\u201d ma \u201criconquistata\u201d e legittima la capacit\u00e0 del popolo italiano di darsi le proprie leggi: la Resistenza dunque come fonte del potere costituente, cui Calamandrei dar\u00e0 il suo contributo facendosi costituzionalista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo Filippetta questo nesso viene negato dalla maggioranza dei giuristi italiani, e sarebbe stato Costantino Mortati il primo a elaborare un\u2019altra versione, quella della Resistenza che legittima i partiti a decidere i contenuti della nuova Costituzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel saggio La Costituente. La teoria. La storia. Il problema italiano (1945)<sup>8<\/sup> Mortati riduce la Resistenza all\u2019azione instauratrice del nuovo ordinamento svolta dal Cln in rappresentanza dei partiti antifascisti, collocando quest\u2019ultimo nell\u2019orizzonte dello Stato monarchico:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00abCos\u00ec \u2013 scrive Filippetta \u2013 l\u2019ordinamento che la Resistenza instaura non \u00e8 il prodotto della sovranit\u00e0 dei singoli che con le loro azioni armate creano un nuovo Stato, ma dell\u2019azione costituente del Cln (che \u00e8 organo dello Stato monarchico), e lo Stato postfascista che scaturisce dalla Resistenza non \u00e8 un altro rispetto a quello monarchico, anzi lo continua, sia pur dando ad esso un nuovo diritto\u00bb. Insomma una \u00abinterpretazione partitica e statalistica\u00bb funzionale a una versione continuistica, che diverr\u00e0 poi la vulgata, oltre che nella storiografia degli anni cinquanta, nella gestione politico-istituzionale delle celebrazioni unitarie della Resistenza negli anni sessanta. Le Lezioni di diritto costituzionale di Vezio Crisafulli del 1962<sup>9<\/sup> ne sono l\u2019epitome. Secondo l\u2019autore, esse segnano un vero e proprio spartiacque: la Resistenza viene collocata \u00abtutta dentro il confronto tra la monarchia e i partiti antifascisti del Cln e questo confronto sta tutto dentro l\u2019orizzonte dello stato monarchico\u00bb. Da questa interpretazione scaturirebbe il monopolio partitico della sovranit\u00e0, dimenticando la \u00abResistenza delle persone\u00bb: la cittadinanza repubblicana viene associata a una dimensione esclusivamente rappresentativa dell\u2019agire politico, mettendo ai margini quella disponibilit\u00e0 ad autogovernarsi e ad assumere decisioni direttamente in prima persona che era stata caratteristica della \u00abResistenza delle persone in armi\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il capitolo decimo esplicita questa dicotomia di interpretazioni (Costituzione frutto del compromesso tra i Partiti o testamento del popolo dei morti) e conclude la lunga disamina di un percorso di protagonismo individuale della scelta combattente che viene riassorbita nella fase costituente propriamente detta. Riassorbita ma non cancellata, tanti erano i \u201cresistenti\u201d rappresentati nell\u2019Assemblea costituente, e tanto forte era la memoria dei caduti, rievocata non solo da Calamandrei ma anche da Dossetti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019ampia ricognizione delle fonti, soprattutto memorialistiche e letterarie e centrate nel Nord e Centro-Italia, consente all\u2019autore di cogliere e ricostruire gli elementi di ribellismo giovanile e protagonismo femminile che si esprimono nella Resistenza, nonch\u00e9 il fenomeno, soprattutto nelle aree contadine della pianura padana, di riattivazione delle memorie delle lotte e violenze del passato, fin dai giorni della Settimana rossa, difficilmente irreggimentabili. L\u2019intreccio tra lotta antifascista e lotta di classe \u00e8 del resto una delle chiavi principali dell\u2019interpretazione della guerra civile di Claudio Pavone, cui l\u2019autore si ispira, e che consente di spiegare anche la lunga durata del 25 aprile, nella sensazione della rivoluzione rimandata ad altro appuntamento, che si chiude solo nel 1948 dopo l\u2019attentato a Togliatti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dopo la Liberazione la violenza delle bande partigiane viene ancora avvertita come legale, e il disarmo dei partigiani finisce per favorire le violenze private; secondo Filippetta nella smobilitazione partigiana e nella perdita della dimensione istituzionale si annidano il banditismo e le vendette personali. Affidando a Secchia l\u2019organizzazione del Partito di massa, che ha visto moltiplicarsi gli iscritti (solo 6.000 nel settembre 1943), il Pci dovr\u00e0 compiere un enorme sforzo per irreggimentare la spontaneit\u00e0 del \u201cpartito dei fucili\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019episodio principe per narrare la svolta \u00e8 ripreso dalla Memoria della resistenza di Mario Spinella<sup>10<\/sup>, quando si racconta la consegna delle armi a Firenze alla Fortezza da Basso dopo la morte di Potente. Si tratta di un episodio citato anche in un discorso di Togliatti del settembre 1944, a segnare un passaggio di fase doloroso, vissuto con \u00able lacrime agli occhi\u00bb. La rinuncia alla sovranit\u00e0 dei singoli \u00e8 rinuncia a qualcosa che l\u2019autore si rende conto \u00e8 anche divisiva: \u00abperch\u00e9 in alcune regioni del Mezzogiorno la Resistenza non c\u2019\u00e8, perch\u00e9 anche nel centro-nord ci sono zone in cui le bande non arrivano a quella soglia minima di controllo del territorio che rende possibile un effettivo autogoverno, e anche perch\u00e9 vi sono italiani che chiudono la porta della propria casa all\u2019arrivo della sovranit\u00e0 partigiana\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ecco, questa consapevolezza ed esplicitazione della \u201czona grigia\u201d, del fatto che il vento del Nord non ha soffiato dappertutto, interviene forse un po\u2019 tardivamente nella elaborazione del saggio storico e serve a spiegare quella resurrezione della legalit\u00e0 dello Stato centralistico monarchico che viene favorita dagli Alleati e dai Partiti, attraverso la rete dei prefetti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Solo a Firenze il Cln toscano crea un governo provvisorio che anticipa l\u2019arrivo degli Alleati assumendo il controllo amministrativo, rompendo lo schema invalso del prefetto di nomina alleata: e sono i Partiti tutti e il governo Bonomi a ingaggiare un braccio di ferro a favore del prefetto fino allo scioglimento del Comitato toscano nel luglio 1946. Questa vicenda esemplare e isolata, analizzata da Neri Serneri in Guerra, guerra civile, liberazione<sup>11<\/sup>, viene considerata indicativa della parabola di subordinazione del Cln al governo luogotenenziale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Rifacendosi a Quazza<sup>12<\/sup>, Filippetta spiega la debolezza del sistema dei Cln con la breve durata delle esperienze di autogoverno delle bande, che non riescono a istituzionalizzarsi: \u00abla breve durata della maggior parte delle zone libere e delle repubbliche partigiane e soprattutto l\u2019incombere su di esse della minaccia del ritorno e della vendetta dei nazifascisti, fanno s\u00ec che le giunte e gli altri organismi di governo locale siano essenzialmente una proiezione delle bande idonea a destare nei civili la consapevolezza di poter autogovernarsi, ma incapace di operare come polo permanente di aggregazione delle sovranit\u00e0 individuali\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Di questa debolezza si sarebbero valsi i partiti, incoraggiati altres\u00ec dall\u2019azione delle autorit\u00e0 alleate, per recuperare ed esercitare la propria egemonia sul processo costituente. La dicotomia tra il compromesso tra i partiti e il testamento del popolo dei morti percorre il processo costituente e lascia le sue tracce nella Costituzione: secondo Filippetta la sovranit\u00e0 dei singoli resta come eredit\u00e0 democratica irriducibile, non riassorbita dai partiti e trova testimonianza in due articoli, il 49 e il 75. Il 49 perch\u00e9 fa dei cittadini e non dei partiti i soggetti della determinazione della politica nazionale, attraverso i partiti, che costituiscono dunque uno strumento, di cui deve essere garantita la trasparenza e il carattere democratico. Il 75 perch\u00e9 prevede i referendum come strumento di intervento diretto dei singoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ottimisticamente, nel tramonto della Repubblica dei partiti, Filippetta si augura un recupero di quei germogli di sovranit\u00e0 dal basso, nati durante la guerra di Liberazione: \u00abla Costituzione nata dalla Resistenza, pur individuando nei partiti i principali (ma non esclusivi) contenitori della sovranit\u00e0 dei singoli affermatasi con la guerra partigiana, non cancella quella sovranit\u00e0 n\u00e9 la trasforma in sovranit\u00e0 dei partiti. La sovranit\u00e0 dei singoli si manifesta nella vita dell\u2019ordinamento costituzionale anche al di fuori dei partiti e comunque i partiti \u2013 come un tempo le bande partigiane e ora i movimenti, i sindacati e ogni forma associativa dei cittadini \u2013 sono contenitori nei quali le sovranit\u00e0 individuali non si fondono in un\u2019unit\u00e0 unitaria e unica, ma fanno costellazione comparendo le une con le altre nella loro irriducibile singolarit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dalla fase mitica del \u00abtempo costituente della moltitudine\u00bb, che l\u2019autore preannuncia nelle pagine d\u2019apertura, esaltando la rottura catartica e liberatoria dell\u20198 settembre, alla continuit\u00e0 statuale che si realizza nello snodo della Costituente dei partiti, Filippetta ci offre una parabola interpretativa ricca di spunti di riflessione, nutrita di tante testimonianze preziose. Pi\u00f9 che un\u2019opera storiografica, un saggio politico-filosofico che si offre alla discussione, anche polemica. Sicuramente un intervento non scontato, nella controversa interpretazione degli anni della \u201cguerra civile\u201d. E anche l\u2019individuazione nella Costituzione dei reperti a suo dire pi\u00f9 preziosi dell\u2019eredit\u00e0 resistenziale, nell\u2019impegno e nella responsabilit\u00e0 del singolo cittadino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In conclusione vorrei evidenziare come questo saggio appartenga a una nuova stagione della riflessione sulle radici della nostra democrazia e sul peso dell\u2019esperienza resistenziale nella elaborazione della nostra Carta costituzionale. Dopo la fase della \u201cDesistenza\u201d degli anni cinquanta, in cui la stessa Costituzione restava in gran parte inattuata, c\u2019\u00e8 stata dopo il luglio \u201960 e l\u2019inaugurazione dell\u2019esperienza del centrosinistra una istituzionalizzazione della memoria resistenziale che ne attenuava gli aspetti pi\u00f9 dinamici e \u201crivoluzionari\u201d per accentuarne la lettura come patto tra i partiti dell\u2019\u201carco costituzionale\u201d. La generazione degli anni sessanta a cui appartengo tendeva a vedere in tale lettura un \u201ctradimento\u201d e ad auspicare una \u201cNuova Resistenza\u201d che raccogliesse l\u2019eredit\u00e0 della lotta dal basso e del protagonismo dei Cln. C\u2019era probabilmente in noi una visione mitica di quanto i Cln rappresentassero e della misura in cui coprissero la multiforme realt\u00e0 italiana, ma la lettura di Quazza dei \u00abmicrocosmi di democrazia diretta\u00bb ci risultava molto affine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ricordo un dibattito con Giorgio Amendola e noi giovani della Federazione giovanile comunista romana in cui gli rimproveravamo di aver liquidato i Cln in nome della svolta di Salerno, e lui cercava di spiegarci storicamente i limiti di quegli organismi. Sicuramente quegli organismi dal basso mitizzati hanno ispirato la fase consiliarista e partecipazionista del 1968, in una ripresa della parola e dell\u2019iniziativa diretta da parte di movimenti studenteschi e operai che non si riconoscevano che parzialmente nella rappresentanza parlamentare. Non per niente erano \u201cextraparlamentari\u201d e scandivano lo slogan \u00abla Resistenza \u00e8 rossa, non \u00e8 democristiana\u00bb. La pubblicazione nel 1973 negli Annali Feltrinelli del volume di Pietro Secchia Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione, con un capitolo quinto tutto dedicato alle zone liberate e alle repubbliche partigiane, contribu\u00ec sicuramente ad alimentarne il mito e a nutrire l\u2019immaginario di una giovent\u00f9 desiderosa di cambiamento, intrecciandosi con le esperienze latinoamericane e vietnamite delle guerre di liberazione nazionale e la teoria maoista della guerra di popolo e le basi rosse. Ci furono indubbiamente forzature e derive, coltivando l\u2019idea di una resistenza tradita da rinnovare in cui si intrecciavano nostalgie veterocomuniste a spinte eversive dei nuovi movimenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Mimmo Franzinelli, in un interessante articolo su La resistenza e le provocazioni del Sessantotto<sup>13<\/sup> ricordava che per i sessantottini \u00abil manuale di riferimento era Proletari senza rivoluzione di Renzo Del Carria<sup>14<\/sup>. Per Del Carria l\u2019ideologia era tutto, le fonti un optional (fonti rigorosamente di secondo livello, cui egli attinse con una selettivit\u00e0 faziosa); quelle pagine sprigionavano versioni caricaturali della storia italiana in generale e della Resistenza in particolare\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nella \u201cfase involutiva\u201d che sarebbe seguita: \u00abla Resistenza divenne il modello ideale, quello stesso che, a livello internazionale, era simboleggiato dalla Cina, da Cuba, dall\u2019America Latina. In Italia c\u2019erano stati i partigiani, i \u201cfratelli maggiori\u201d (per dirla col verso di una canzone di Fausto Amodei d\u2019inizio anni sessanta). Con un\u2019interpretazione psicoanalitica, quei \u201cpartigiani fratelli maggiori\u201d rappresentavano un sostituto alla figura paterna, messa fuori campo dalla contestazione generazionale. La riprova di ci\u00f2 la si ha nella tendenza, da parte di ogni gruppetto della sinistra extraparlamentare, ad \u201cadottare il suo partigiano\u201d, condotto in pellegrinaggio da un\u2019assemblea a una \u201cfesta popolare\u201d, da un comizio a una sfilata. Nella quasi totalit\u00e0 si trattava di comunisti emarginati dal partito, che ritrovarono una seconda giovinezza testimoniando con le loro parole \u2013 sorte di icone itineranti, come fu Giuseppe Alberganti per il movimento studentesco \u2013 il \u201cgenuino\u201d spirito della Resistenza, della \u201cResistenza tradita\u201d (La Resistenza accusa \u00e8 il titolo di un fortunato libro di Secchia edito nel 1973 da Mazzotta)\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si potrebbe dire, aggiungo io, che ci fu una doppia valenza nella lettura della Resistenza di quegli anni, la sottolineatura della lotta armata e della democrazia dal basso, ma anche un ingessatura ideologica, nell\u2019intreccio con aree nostalgiche veterocomuniste, che avrebbe alimentato anche le derive del terrorismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il lascito di quegli anni fu una grande quantit\u00e0 di pubblicazioni, tra cui, curata dall\u2019 ex partigiano Enzo Nizza assieme a Pietro Secchia, la Enciclopedia dell\u2019antifascismo e della Resistenza, sei densi volumi \u2013 il primo stampato nell\u2019ottobre 1968, l\u2019ultimo nel 1989 \u2013 col contributo di centinaia di collaboratori: in grande prevalenza ex partigiani e giovani sessantottini. Secondo Franzinelli, \u00abeterogeneit\u00e0 a parte, l\u2019esito \u00e8 piuttosto dubbio, in quanto accanto a voci apprezzabili figurano lemmi superflui, col condizionamento \u2013 in pi\u00f9 passaggi \u2013 di \u201cverit\u00e0 di partito\u201d\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Mentre nelle piazze c\u2019\u00e8 un revival dell\u2019antifascismo militante, in risposta alle trame nere e alle attivit\u00e0 eversive delle formazioni neofasciste, alla met\u00e0 degli anni settanta viene pubblicata l\u2019Intervista sul fascismo di Renzo de Felice<sup>15<\/sup>, che segna uno spartiacque storiografico e inaugura anche il cosiddetto filone \u201crevisionista\u201d. Non tutti reagiscono irrigidendosi nell\u2019interpretazione ortodossa: lo stesso Giorgio Amendola interloquisce con questa nuova lettura scrivendo su \u00abl\u2019Unit\u00e0\u00bb che \u00absotto il disgusto morale ad affrontare la storia del fascismo si avverte spesso l\u2019imbarazzo a fare la storia dell\u2019antifascismo, che \u00e8 la storia di un movimento che ebbe, accanto a momenti di alta tensione morale e politica, brusche cadute. Si preferisce ignorare tali limiti e debolezze per mantenere una versione di comodo, retorica e celebrativa, che non corrisponde alla realt\u00e0\u00bb. Al di l\u00e0 della stigmatizzazione dell\u2019interpretazione di De Felice, \u00e8 la memoria dell\u2019antifascismo comunque a interrogarsi sugli eccessi di retorica e di ideologismo e a riscoprire una dimensione pi\u00f9 sfumata che ha radici nel \u201cprivato\u201d e che sar\u00e0 tanto pi\u00f9 indagata quanto nella fase del \u201criflusso\u201d dei movimenti la dimensione privata acquista spazio a scapito del pubblico e dell\u2019impegno politico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sar\u00e0 Claudio Pavone a sottolinearlo nella sua opera magistrale del 1991 Una guerra civile. Saggio storico sulla moralit\u00e0 nella resistenza<sup>16<\/sup>: \u00abNegli anni recenti, segnati dalla riscoperta del valore del \u201cprivato\u201d, la Resistenza, mentre andavano esaurendosi le accuse tutte politiche mossele da sinistra di non aver saputo trasformarsi in rivoluzione, \u00e8 stata investita dalla critica non meno aspra di aver dedicato agli aspetti privati della vita scarsa attenzione o di averli del tutto sacrificati\u00bb. Non a caso cita Franco Calamandrei e la sua introduzione ai diari del padre<sup>17<\/sup>, dove viene evocata la necessit\u00e0 di addentrarsi nei meandri e nei chiaro-scuri morali dell\u2019antifascismo per scriverne una autobiografia autentica; e del resto Franco aveva annotato nel suo Diario, a proposito dell\u2019intervista di De Felice e del commento di Amendola: \u00abOportet ut scandala eveniant\u00bb<sup>18<\/sup>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli anni ottanta, oltre a veder valorizzate tante opere di memorialistica individuale e apprezzate opere letterarie come quelle di Meneghello e Fenoglio, sono anche gli anni della elaborazione della \u201czona grigia\u201d, termine utilizzato per primo da Primo Levi (1986) ma assurto a indicatore di fenomeni pi\u00f9 vasti, nonch\u00e9 di una rinnovata attenzione a forme di resistenza non militare che coinvolgono soprattutto le donne, ma anche i civili in genere. \u00c8 in parte un\u2019eredit\u00e0 del femminismo, e anche della reazione al terrorismo e alla lotta armata che avevano funestato la coda dei movimenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tutto questo confluisce nello studio di Pavone, pietra miliare che avvia una nuova fase, contraddistinta anche da un\u2019onda lunga \u201crevisionistica\u201d pi\u00f9 o meno viscerale, che va dalla \u201cmorte della patria\u201d di Galli della Loggia (1998) al \u201csangue dei vinti\u201d di Pansa, a met\u00e0 strada tra romanzo storico, feuilleton e pamphlet (2003). Il saggio di Sergio Luzzatto La crisi dell\u2019antifascismo<sup>19<\/sup> mi pare segni un punto fermo per aprire una nuova fase, oltre la crisi delle ideologie, per parlare ancora alle nuove generazioni in nome di una memoria non annacquata e non forzatamente unificata. Un approccio non liquidatorio ma investigativo, che Luzzatto applicher\u00e0 anche ad alcuni personaggi sacri dell\u2019antifascismo e della lotta partigiana, da Piero Calamandrei a Primo Levi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel nuovo millennio si pu\u00f2 constatare un rinnovato vigore della ricerca storica sullo snodo 1943-45, animato dalla rete degli Istituti della Resistenza, con tanti approfondimenti a livello locale che danno conto della grandissima variet\u00e0 delle situazioni nella nostra penisola. Possiamo augurarci che si sia entrati in una nuova fase del post-revisionismo e delle repliche polemiche a esso, come il saggio di Filippetta sembra annunciare? Siamo anche in una fase di tramonto dell\u2019egemonia dei partiti sulla storiografia, che potrebbe risultare liberatoria per le indagini di nuove generazioni di studiosi, mentre assistiamo a nuovi approcci alla storia del fascismo con strumenti narrativi come la recente opera di Scurati. La capacit\u00e0 di divulgazione di un romanziere, oltretutto diffuso in rete da un lettore eccezionale come Paolini, fa s\u00ec che storici come Davide Bidussa apprezzino M nonostante le imprecisioni proprio perch\u00e9 si allontana dal linguaggio troppo specialistico e pu\u00f2 meglio parlare alle nuove generazioni: quello che \u00e8 sicuro \u00e8 che il successo di Scurati sta trainando anche la riedizione della biografia di Mussolini di De Felice, con i rischi di una lettura personalistica anche se minuziosamente documentata (da De Felice) del fenomeno del fascismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma questo merita altro approfondimento, relativo al contesto attuale di revival neofascisti che si intrecciano alla crescita del razzismo e della xenofobia al quale alcuni scrittori reputano di reagire con testi e manuali divulgativi: e qui penso non solo a Scurati ma anche alla Murgia. L\u2019efficacia di queste nuove narrazioni \u00e8 tutta da valutare.<\/p>\n<p><span style=\"font-size: 10pt\"><sup>1<\/sup> Autore del racconto L\u2019estate che non dimenticheremo, apparso sul \u00abPolitecnico\u00bb del 16 marzo 1946.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>2 <\/sup>Vincenzo Cozzani, Giorni di guerra. Diario 1939-44, a cura di Momicchioli, Arcidosso (GR), Effigi, 2011.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>3 <\/sup>Roberto Battaglia, Storia della Resistenza, Torino, Einaudi, 1953.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>4<\/sup> Scritto a caldo nella fase \u201cazionista\u201d e pubblicato nel settembre 1945, riedito dal Mulino, Bologna 2004.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>5<\/sup> N. Dunchi, Memorie partigiane, Firenze, La Nuova Italia, 1957.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>6<\/sup> Giovanni De Luna, La Resistenza perfetta, Milano, Feltrinelli, 2015.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>7<\/sup> Cfr. in proposito il Diario, volume II, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2015, e le osservazioni di Mario Isnenghi nell\u2019introduzione e di Sergio Luzzatto nell\u2019introduzione a Uomini e citt\u00e0 della resistenza, Roma-Bari, Laterza 2006.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>8<\/sup> In Raccolta di scritti, I, Studi sul potere costituente, Milano, Giuffr\u00e8, 1972.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>9<\/sup> Padova, Cedam, 1962.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>10<\/sup> Milano, Mondadori, 1974.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>11<\/sup> In \u00abItalia contemporanea\u00bb, n. 265, 2011.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>12<\/sup> Resistenza e storia d\u2019Italia, Milano, Feltrinelli, 1976.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>13<\/sup> \u00abl\u2019impegno\u00bb, a. XXI, n. 2, agosto 2001, \u00a9 Istituto per la storia della Resistenza e della societ\u00e0 contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>14<\/sup> Prima edizione nel 1966, ristampa delle Edizioni Oriente tra il \u201969 e il \u201970 in due grossi volumi.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>15<\/sup> Bari, Laterza, 1975.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>16<\/sup> Torino, Bollati Boringhieri, 1991.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>17<\/sup> Piero Calamandrei, Diario, Firenze, La Nuova Italia, 1982.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>18<\/sup> Le occasioni di vivere, Firenze, La Nuova Italia, 1995.<\/span><br \/>\n<span style=\"font-size: 10pt\"><sup>19<\/sup> Roma-Bari, Laterza, 2004.<\/span><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><a href=\"https:\/\/www.ilponterivista.com\/blog\/2019\/02\/12\/il-potere-nasce-dalla-canna-del-fucile\/\">https:\/\/www.ilponterivista.com\/blog\/2019\/02\/12\/il-potere-nasce-dalla-canna-del-fucile\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di IL PONTE (Silvia Calamandrei) &nbsp; Il libro di Giuseppe Filippetta (L\u2019estate che imparammo a sparare. Storia partigiana della Costituzione, Milano, Feltrinelli, 2018) gi\u00e0 dal titolo, che riprende un\u2019espressione dello scrittore e partigiano Marcello Venturi1, e dal sottotitolo, ci preannuncia un\u2019interpretazione controcorrente della genesi della nostra carta costituzionale, posta nel segno della discontinuit\u00e0 come frutto di un\u2019esperienza di sovranit\u00e0 dal basso, individuale, esercitata nelle bande partigiane. 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