{"id":48954,"date":"2019-02-20T09:45:38","date_gmt":"2019-02-20T08:45:38","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48954"},"modified":"2019-02-20T06:19:27","modified_gmt":"2019-02-20T05:19:27","slug":"gianna-difendeva-il-suo-salario-dallinflazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=48954","title":{"rendered":"Gianna difendeva il suo salario dall\u2019inflazione"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">di<strong> JACOBIN ITALIA (Francesco Massimo)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-large size-large wp-post-image aligncenter\" src=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/wp-content\/uploads\/2019\/02\/scala-mobile_jacobin_italia-990x361.jpg\" alt=\"\" width=\"990\" height=\"361\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"entry_excerpt\">\n<h2 style=\"text-align: justify;\">Trentacinque anni fa San Valentino fu celebrato da un &#8220;accordo&#8221; che pose fine alla storia d&#8217;amore dell&#8217;unit\u00e0 sindacale. Iniziava il contrattacco industriale contro i lavoratori, tagliando l&#8217;istituto della scala mobile dei salari<\/h2>\n<\/div>\n<div class=\"the_content\">\n<p class=\"has-drop-cap\" style=\"text-align: justify;\">Il 14 febbraio del 1984, le coppie celebravano San Valentino, ma a parte questo il mondo era un posto un po\u2019 diverso da oggi. Per esempio, in quegli anni in Italia c\u2019era la scala mobile e tutti sapevano cos\u2019era.<br \/>\nLa scala mobile era uno strumento tecnico-giuridico per <em>salvaguardare il potere d\u2019acquisto<\/em> dei salari adeguandoli <em>automaticamente<\/em> all\u2019aumento del costo della vita (misurato con il tasso di inflazione). Come la <a href=\"http:\/\/aqiva.altervista.org\/breve-storia-sociale-della-cassa-integrazione-guadagni-niccolo-serri\/?fbclid=IwAR07K3r4zxY6Zw-kQX0hjrsPYvOoOUJHVRFKxiITvGkr3CBy3H8DWzltpUo\">Cassa Integrazione Guadagni<\/a>, la \u201cscala mobile\u201d o, pi\u00f9 precisamente, l\u2019indennit\u00e0 di contingenza, venne istituita subito dopo la guerra come dispositivo dal preciso carattere provvisorio. Invece, insieme alla Cassa Integrazione, divenne una delle architravi delle relazioni industriali e del sistema retributivo in Italia. <em>Non esisteva solo nel nostro paese <\/em>ma anche in Francia, Belgio, Danimarca e Olanda. In Italia era stata istituita nel dopoguerra quando l\u2019inflazione era molto alta e il movimento operaio sufficientemente forte da proteggere il salario da un\u2019erosione eccessiva. Tuttavia, alla fine degli anni Settanta, divenne l\u2019oggetto di un infuocato dibattito, che si inaspr\u00ec negli anni successivi, portando a profonde lacerazioni nel campo sindacale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In quegli anni sulla scala mobile si stava consumando lo scontro decisivo nel processo di ristrutturazione del capitalismo italiano. Ma perch\u00e9 proprio la scala mobile? Quel meccanismo automatico di adeguamento salariale rifletteva i due conflitti che avevano plasmato il rapporto fra capitale e lavoro in Italia: il <em>conflitto distributivo<\/em> (come si distribuisce il valore realizzato?) e il <em>conflitto produttivo<\/em> (come si crea valore nella produzione?). Questo perch\u00e9 serviva a difendere i salari dall\u2019inflazione (intervenendo sul conflitto distributivo) e andava ad accorciare i divari retributivi fra settori e qualifiche, intervenendo in tal modo anche sul conflitto produttivo (in particolare per quanto riguarda le qualifiche), poich\u00e9 poteva ridurre le distanze retributive fra operai non specializzati e capireparto.<\/p>\n<h2 style=\"text-align: justify;\"><strong>Piccola storia della scala mobile<\/strong><\/h2>\n<p style=\"text-align: justify;\">La storia della scala mobile in Italia pu\u00f2 essere divisa in tre fasi, ciascuna corrispondente a un diverso funzionamento del meccanismo e al differente momento storico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Prima fase 1945-1951: la scala mobile nella ricostruzione<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019indennit\u00e0 di contingenza venne istituita con gli accordi interconfederali del 6 dicembre 1945 per le province del Nord e del 23 maggio 1946 per quelle del Centro-Sud. L\u2019accordo venne sottoscritto fra la Confederazione dei lavoratori (la Cgil unitaria di Giuseppe Di Vittorio) e quella degli industriali (Confindustria, allora guidata da Angelo Costa). Il funzionamento del meccanismo era il seguente: la retribuzione era divisa in due parti aventi definizione e discipline diverse. La prima parte, la <em>paga base<\/em>, era fissata dagli accordi sindacali di categoria e variava in funzione del luogo, del sesso, dell\u2019et\u00e0 e della qualifica dei lavoratori. La seconda parte, l\u2019<em>indennit\u00e0 di contingenza<\/em>, variava in rapporto fisso con l\u2019andamento dei prezzi, ed era stabilita in maniera uguale per tutte le qualifiche, ma con discriminazioni per zona, sesso ed et\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Seconda fase 1951-1975: consolidamento e prime controversie<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019accordo del 21 marzo 1951, riform\u00f2 sostanzialmente il meccanismo, differenziandolo per qualifiche e settore produttivo. In primo luogo, si stabil\u00ec un unico indice nazionale del costo della vita. In secondo luogo, si pass\u00f2 dal \u201crapporto fisso\u201d al sistema dei \u201cpunti\u201d. L\u2019indennit\u00e0 di contingenza veniva cio\u00e8 maggiorata mediante lo scatto di tanti punti quanti corrispondevano alle unit\u00e0 di variazione dell\u2019indice del costo della vita. I valori dei \u201cpunti\u201d variavano a seconda della retribuzione media di <em>ogni singola qualifica<\/em>. Questo serviva a evitare l\u2019<strong>\u201c<\/strong>appiattamento salariale\u201d generato dal sistema precedente, in cui gli aumenti erano uguali per tutti e la parte del salario dovuta alla contingenza diventava preponderante. Accanto alla distinzione per qualifica venivano confermati differenti punti per uomini e donne oltre che per et\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonostante fosse rapidamente diventata uno dei cardini del sistema retributivo italiano, la scala mobile fece discutere sin dall\u2019inizio. Gi\u00e0 all\u2019epoca era stata accusata di favorire l\u2019aumento dell\u2019inflazione. In realt\u00e0, come sostenuto nel 1952 da Ruggero Spesso su un\u2019autorevole rivista economica (<a href=\"https:\/\/ojs.uniroma1.it\/index.php\/monetaecredito\/article\/view\/12170\/11997\">Moneta e Credito<\/a> vol. 5 n. 19-20) era vero il contrario: nella fase analizzata da Spesso \u00abil senso dell\u2019evoluzione dei prezzi [era] sempre dipeso da fatti estranei al campo salariale\u00bb. E ancora: \u00abSe si considera la fase iniziale del processo inflazionistico, appare che l\u2019aumento del costo della vita ha anticipato quello dei salari nominali\u00bb. Come poi accadr\u00e0 con lo shock petrolifero del 1973, saranno eventi esterni a determinare un\u2019accelerazione dell\u2019inflazione, e non i salari: negli anni Cinquanta fu la Guerra di Corea (1950-1953) a provocare un aumento dei prezzi. Come viene ricordato nel medesimo articolo \u00abla tesi che la scala mobile abbia costituito in Italia un fattore primario per il rialzo dei prezzi \u00e8 contrastato dalla stessa rivista pubblicata dalla Confederazione Generale dell\u2019Industria\u00bb. C\u2019\u00e8 dell\u2019altro: non solo la scala mobile non era il fattore primario del rialzo dei prezzi, ma essa, per una serie di ragioni, non garantiva il recupero completo del potere d\u2019acquisto rispetto all\u2019inflazione. Comunque, nonostante la parzialit\u00e0 dei suoi effetti, divenne un meccanismo vitale di salvaguardia, almeno parziale, del potere d\u2019acquisto delle classi lavoratrici, un architrave che regolava il conflitto distributivo permanente tra capitale e lavoro. Da questo punto di vista era un prezzo persino scontato che gli industriali pagavano per garantirsi la pace sociale. In effetti, i datori di lavoro non erano ostili a un meccanismo automatico. Questo perch\u00e9, come ricordato da Bruno Trentin, Segretario geneale della Cgil, tradizionalmente, almeno fino agli anni Novanta (prima del protocollo Ciampi) i datori di lavoro italiani hanno sempre considerato la centralizzazione delle relazioni industriali come una \u00abprotezione necessaria e, in certi casi come una vera alternativa a ogni forma di negoziazione decentralizzata sui luoghi di lavoro e sul territorio\u00bb (<em>La citt\u00e0 del lavoro: Sinistra e crisi del fordismo<\/em>, Feltrinelli, 1998). La scala mobile era stata concessa di buon grado dagli industriali per evitare periodiche, estenuanti trattative. Infatti, di fronte a una perdita del proprio potere d\u2019acquisto, i lavoratori, non avrebbero avuto altra via, per recuperare potere d\u2019acquisto, che quella del conflitto industriale, che per i datori di lavoro avrebbe significato migliaia di ore di lavoro perse in scioperi il cui costo si sarebbe sommato a quello delle concessioni salariali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Terza fase 1975-1982: la scala mobile \u00e8 uguale per tutti<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Queste ragioni di opportunit\u00e0 divennero ancora pi\u00f9 importanti nel determinare l\u2019accordo Lama-Agnelli del 24 gennaio 1975. Cosa era successo? In Italia il sindacato era pi\u00f9 forte che mai, e il nucleo centrale erano gli operai non specializzati della catena di montaggio, o operai-massa, che avevano costituito il nerbo dello schieramento operaio nel corso delle lotte del 1962 e dell\u2019Autunno caldo del 1969. Nei primi anni Settanta per\u00f2 due eventi avrebbero scosso questo schema di lettura dalle fondamenta: la fine del regime dei cambi fissi di Bretton Woods (decisa unilateralmente dal Presidente americano Nixon mentre gli Stati Uniti perdevano il Vietnam) e il primo shock petrolifero del 1973 (un aumento improvviso dei prezzi del greggio voluto dai paesi arabi associati all\u2019Opec in solidariet\u00e0 a Siria ed Egitto in guerra con Israele). Gli aumenti vertiginosi del prezzo del petrolio provocarono un\u2019impennata dell\u2019inflazione, che in primo luogo falcidi\u00f2 il potere d\u2019acquisto di tutti salari. Questo effetto si fece sentire di pi\u00f9 sui salari pi\u00f9 modesti che, come abbiamo gi\u00e0 visto, avevano un punto di scala mobile inferiore. Questo shock esterno port\u00f2 a delle forti divergenze salariali, che colpivano proprio la base sociale del sindacato e senz\u2019altro la parte pi\u00f9 attiva<em>.<\/em> Diventava prioritario rimediare a questo squilibrio e cos\u00ec, dopo una trattativa molto dura culminata con lo sciopero del 22 gennaio 1974, si arriv\u00f2 a un nuovo accordo interconfederale del 24 gennaio 1975. Si tornava a un approccio egualitario, adottando il \u201cvalore unico\u201d, cio\u00e8 uguale per tutte le categorie di lavoratori, del \u201cpunto di contingenza\u201d; inoltre l\u2019accordo introduceva modifiche tecniche nel calcolo dell\u2019indice sindacale del costo della vita. \u00abCon l\u2019accordo del 1975\u00bb, affermava Gino Faustini nel 1976, \u00absi \u00e8 voluto attribuire al metodo di adeguamento dei salari un terzo scopo: ridurre i divari retributivi\u00bb (<a href=\"https:\/\/ojs.uniroma1.it\/index.php\/monetaecredito\/article\/view\/12658\">Moneta e Credito<\/a>, vol. 1976 , N. 115). Sebbene sia stato battezzato \u201cAccordo Lama-Agnelli\u201d, il principale ispiratore del \u201cpunto unico\u201d non fu il segretario della Cgil, ma quello della Cisl, Pierre Carniti. Carniti sosteneva una linea che all\u2019epoca veniva definita, in maniera alquanto dispregiativa, \u201cegualitarista\u201d. Al contrario Lama e la Cgil cercavano di temperare l\u2019<em>\u201c<\/em>egualitarismo\u201d con il principio della \u201cvalorizzazione delle professionalit\u00e0\u201d e quindi proponevano \u201calmeno\u201d due punti di contingenza, distinti per qualifica<em>. <\/em>Il dilemma era tra proteggere i salari pi\u00f9 modesti e non inimicarsi le categorie professionali intermedie, minacciate da un appiattimento salariale. D\u2019altra parte, dell\u2019urgenza di un provvedimento che permettesse un recupero del potere d\u2019acquisto, era consapevole anche Gianni Agnelli, che allora guidava non solo la Fiat ma anche Confindustria. Di fronte a un sindacato forte e con una base permanentemente mobilitata, rifiutare una rivalutazione automatica dei salari avrebbe significato una conflittualit\u00e0 endemica. Un meccanismo automatico invece avrebbe permesso almeno di evitare un\u2019ondata di scioperi e vertenze in un clima socio-politico di per s\u00e9 altamente conflittuale in tutto il Paese. Agnelli, quindi, cedette ma<a href=\"https:\/\/www.ilsole24ore.com\/fc?cmd=art&amp;codid=22.0.750996072&amp;artType=Articolo&amp;DocType=Libero&amp;chId=30\"> dichiar\u00f2<\/a> la sua preoccupazione \u00abche il sistema industriale si trovi a dover subire seriamente i contraccolpi di un accordo che si prospetta obiettivamente in termini di notevole aumento del costo del lavoro\u00bb. L\u2019accordo sul punto unico, fu costoso, certo, per gli industriali, ma altrettanto necessario. Con quell\u2019accordo <em>comprarono<\/em> il tempo necessario a riorganizzarsi e contrattaccare. Il sindacato, invece, fu soddisfatto: aveva mostrato alla propria base di saper proteggere i salari e dato prova agli industriali e al governo della sua forza negoziale. Tant\u2019\u00e8 che subito dopo concesse a Confindustria di ritardare l\u2019unificazione del punto di contingenza al febbraio 1977.<\/p>\n<h2 style=\"text-align: justify;\"><strong>Il Pci nel dibattito economico sulla scala mobile<\/strong><\/h2>\n<p style=\"text-align: justify;\">Subito dopo la firma, l\u2019accordo fin\u00ec sotto attacco. A battere per primo un colpo fu l\u2019insigne economista del Mit (Premio Nobel nel 1985) Franco Modigliani con due lettera al <em>Corriere della <\/em>Sera (3 e 9 febbraio 1975) nelle quali paventava l\u2019arrivo di un\u2019ondata inflattiva provocata dalla scala mobile. Nel corso degli anni successivi Modigliani intervenne spesso nel dibattito politico, insistendo sulla necessit\u00e0 di ridurre il costo del lavoro. Modigliani era un illustre e influente economista, sia negli Stati Uniti che in Italia e le sue parole ebbero una forte risonanza, persino su molti dirigenti del Partito comunista. Cos\u00ec, nel 1976 Modigliani ebbe l\u2019opportunit\u00e0 di sostenere le sue tesi proprio a un convegno organizzato dal centro studi del Pci (il Cespe). Questa apertura del Pci era determinata da due ragioni: una, strutturale, era la tradizionale debolezza della cultura economica marxista all\u2019interno del Partito: buona parte del Pci stava accettando l\u2019idea che il costo del lavoro fosse la causa scatenante dell\u2019inflazione e che la moderazione salariale fosse ormai necessaria. Un\u2019altra ragione, pi\u00f9 contingente, era legata alla strategia del \u201ccompromesso storico\u201d. Questi due aspetti spinsero il Pci e il sindacato a offrire agli industriali, al governo e alla Banca d\u2019Italia una politica di moderazione salariale. Una strategia, quella dei \u201csacrifici\u201d, culminata sindacalmente nella cosiddetta \u201cStrategia dell\u2019Eur\u201d (annunciata il 13 e il 14 febbraio 1978 all\u2019<a href=\"http:\/\/files.rassegna.it\/userdata\/sites\/rassegnait\/attach\/2016\/02\/11-sacrifici-proporzionali-editoriale-di-luciano-lama_2364.jpg\">Assemblea unitaria dei quadri e dei delegati sindacali<\/a>) e nei governi di solidariet\u00e0 nazionale (luglio 1976-marzo 1978) sul piano parlamentare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In realt\u00e0, fra gli economisti, c\u2019erano alcune voci di dissenso rispetto a questa lettura dello sviluppo economico. Tra queste, quella di<a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/teoria-economica\/3362-riccardo-bellofiore-augusto-graziani-un-economista-qinattualeq.html\"> Augusto Graziani<\/a>. Secondo Graziani, e come ricostruito<a href=\"https:\/\/www.francoangeli.it\/Riviste\/Scheda_Rivista.aspx?IDarticolo=44404\"> pi\u00f9 recentemente<\/a> dallo storico Francesco Cattabrini, il Pci rinunciava a una lettura autonoma e marxista della realt\u00e0, interiorizzando invece le categorie e i principi dell\u2019economia politica marginalista. Graziani, insieme ad altri economisti, sottolineava come la scala mobile non avesse generato inflazione, come si diceva allora senza alcuna evidenza. L\u2019inflazione era il risultato di uno shock esogeno. Certo questo shock stava mettendo in crisi il meccanismo della scala mobile, ma senza questo meccanismo i costi dell\u2019inflazione sarebbero stati tutti a carico dei redditi dei lavoratori. Inoltre c\u2019era un altro aspetto essenziale della crisi inflazionistica che veniva trascurato nel dibattito pubblico: quello che l\u2019inflazione stava determinando era uno scontro tra sfere produttive, l\u2019industria da un lato e i servizi e la finanza dall\u2019altro. A metterlo bene in evidenza nel 1977 fu un giovane economista, Roberto Convenevole, allievo di Graziani, in <em>Processo inflazionistico e redistribuzione del reddito<\/em> (Einaudi, 1977). Come riassumeva Graziani nella prefazione al libro, \u00abil punto di crisi centrale [\u2026] non \u00e8 pi\u00f9 quindi l\u2019aumento del salario, n\u00e9 il ridursi del profitto globale, bens\u00ec un fenomeno di spostamenti di profitto, effettuato dall\u2019inflazione, a danno del capitale industriale e a favore del capitale finanziario e commerciale. La visione dell\u2019economia italiana di oggi non \u00e8 pi\u00f9 soltanto quella, cos\u00ec ampiamente divulgata, di una societ\u00e0 lacerata da un conflitto tra salario e profitto; ma anche, quella, assai pi\u00f9 articolata, di <em>un\u2019economia dominata da conflitti interni al padronato<\/em>. La battaglia che il padronato sta conducendo per la riduzione del costo del lavoro appare in quest\u2019ottica come una battaglia riflessa, che trova la sua giustificazione non solo nell\u2019avanzata dei salari, ma anche nella crescita dei gruppi finanziari, ed \u00e8 volta a recuperare, ai danni dei lavoratori, quote di reddito che sono state sottratte al profilo industriale da altre parti\u00bb. Ma questa lettura era destinata a rimanere inascoltata nel Pci e nella Cgil, i cui dirigenti non sembravano interessati a mettere in discussione la strategia della moderazione salariale, che resse fino al 1979.<\/p>\n<h2 style=\"text-align: justify;\"><strong>Restaurazione capitalistica<\/strong><\/h2>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il sequestro e l\u2019uccisione di Moro (1978) cambiarono tutto. Il Pci venne risospinto all\u2019opposizione, le azioni terroristiche non si arrestarono e la lotta al terrorismo port\u00f2 a un\u2019ondata repressiva nelle universit\u00e0, nelle fabbriche e nelle strade. Il sindacato era ancora potente, ma la svolta dell\u2019Eur, per quanto effimera, aveva logorato i rapporti fra vertici e base. Le nuvole della restaurazione capitalistica si addensavano all\u2019orizzonte e dal 1979 avanz\u00f2 a tappe forzate. In quell\u2019anno l\u2019Italia entr\u00f2 nel<a href=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/la-crisi-dei-trenta-anni\/\"> Sistema monetario europeo (Sme)<\/a>, che \u00absi prospettava fin dall\u2019inizio come un\u2019area di tendenziale deflazione che, per perseguire la stabilit\u00e0 del cambio, poneva in secondo piano lo sviluppo dell\u2019occupazione e del reddito\u00bb (Donatella Strangio,<a href=\"https:\/\/ojs.uniroma1.it\/index.php\/monetaecredito\/article\/view\/13776\"> \u201cLe politiche monetarie in Italia dalla \u2018Golden Age\u2019 alle \u2018oil crises\u2019\u201d<\/a>, in <em>Moneta e Credito<\/em>, vol. 70, 2017). Il 9 ottobre dello stesso anno la Fiat ruppe gli indugi e inizi\u00f2 il contrattacco contro i sindacati con un\u2019iniziativa delle pi\u00f9 clamorose: sped\u00ec sessantuno lettere di licenziamento ad altrettanti suoi lavoratori, accusandoli di violenze e disordini. I sindacati furono colti di sorpresa, organizzarono uno sciopero che per\u00f2 non raccolse grandissime adesioni, e questo confort\u00f2 il gruppo dirigente della Fiat, Cesare Romiti in testa, nel perseguire la linea dura. Nel movimento sindacale si sent\u00ec distintamente un \u201ccrac\u201d. Romiti e gli Agnelli capirono che era il momento di affondare il colpo e meno di un anno dopo, nell\u2019estate del 1980, la Fiat annunci\u00f2, e poi conferm\u00f2 in settembre, 13 mila licenziamenti. Fu l\u2019inizio della battaglia dei <strong>\u201c<\/strong>35 giorni<strong>\u201d<\/strong> e la posta in gioco era altissima: licenziamenti di massa e una sfida clamorosa al sindacato. Questa volta l\u2019atteggiamento del Pci fu diverso: marginalizzato all\u2019opposizione non aveva pi\u00f9 prospettive di accesso al governo e decise di prender parte allo scontro. Sollecitato da un operaio durante un\u2019assemblea, Berlinguer avall\u00f2 apertamente l\u2019ipotesi di un\u2019occupazione degli stabilimenti Fiat. Il braccio di ferro si protrasse lungo. A porvi fine fu la celebre <strong>\u201c<\/strong>Marcia dei Quarantamila<strong>\u201d<\/strong> quadri Fiat nelle strade di Torino in sostegno all\u2019azienda. Fu una sconfitta epocale, per la generazione di operai protagonisti dell\u2019Autunno caldo, per il sindacato e per il Pci: tutti ne uscirono indeboliti, mentre la Fiat trionfava e restaurava il proprio potere all\u2019interno della fabbrica, lanciando un segnale: l\u2019attacco frontale al sindacato era la strada da percorrere. Intanto il filo degli eventi continuava a dipanarsi. Nel 1981, il divorzio Tesoro-Banca d\u2019Italia, imponendo una nuova fase di austerit\u00e0 fiscale, segn\u00f2 un\u2019altra tappa nel processo di ristrutturazione del capitalismo italiano. Nello stesso anno il dibattito sulla scala mobile si riaccese. Intervennero Ezio Tarantelli, Franco Modigliani, Mario Monti e Paolo Sylos Labini. Tarantelli in particolare lavorava a una proposta di riforma sulla quale inizialmente dovevano essere d\u2019accordo tutti i sindacati. Infatti, dopo un anno e mezzo di trattativa, la notte del 22 gennaio 1983, i sindacati, gli industriali e il governo firmano un primo accordo di revisione della scala mobile, che tagliava del 15% il punto di contingenza. I sindacati ottennero delle contropartite (aumento assegni familiari e modifiche al sistema fiscale). L\u2019obiettivo, era contenere il tasso di inflazione del 1984 entro il 10%. Nel mentre per\u00f2 il fronte sindacale, per la prima volta da decenni inizi\u00f2 a sfaldarsi: la Cisl era pronta a negoziare una nuova modifica. La Cgil invece si arrocc\u00f2. La scala mobile sarebbe divenuta la sua \u201cLinea Maginot\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quel che accadde fu che la Cisl, insieme alla Uil, decise di accettare il taglio di altri punti. Il 12 febbraio 1984 il governo, guidato da Craxi, formalizz\u00f2 la proposta di un ulteriore taglio alla scala mobile. Il 14 febbraio viene firmato un accordo separato (non accadeva da trent\u2019anni): \u00e8 quello che sarebbe passato alla storia come <strong>\u201c<\/strong>Accordo di San Valentino<strong>\u201d<\/strong>. A sancire la validit\u00e0 dell\u2019accordo \u2013 e ad approfondire il solco fra le organizzazioni sindacali \u2013 il governo intervenne d\u2019urgenza e lo trasform\u00f2 in un decreto legge. Era la rottura definitiva: il 14 febbraio 1984 <em>fin\u00ec la lunga storia d\u2019amore dell\u2019unit\u00e0 sindacale<\/em>. La Cgil si mobilit\u00f2 e il 24 marzo la maggioranza (comunista) della confederazione convoc\u00f2 a Roma un\u2019imponente manifestazione cui partecip\u00f2 un milione di persone. Ma Craxi e Confindustria avevano giocato bene la loro partita. La Cgil, isolata e spaccata al suo interno, sub\u00ec l\u2019iniziativa del Pci, che, come durante i \u201c35 giorni\u201d alla Fiat, intervenne ad alzare la posta: Berlinguer scelse la strada del referendum. La raccolta firme venne promossa dal Pci e da Democrazia proletaria, mentre la Cgil, immersa nella grave crisi dovuta al collasso dell\u2019unit\u00e0 sindacale e alla spaccatura interna con la minoranza (socialista) era paralizzata. Malgrado la difficolt\u00e0 del momento Lama rest\u00f2 lucido, intravide il peggio in arrivo e cerc\u00f2 di non esporre, per quanto possibile, la Cgil a una campagna referendaria tesissima (contestazioni, scontri verbali e di Piazza e, da ultimo, l\u2019omicidio di Tarantelli da parte delle Brigate rosse). A differenza del Pci, che era sicuro della vittoria, il segretario della Cgil intuiva la sconfitta, che arriv\u00f2 come una doccia fredda a spegnere le velleit\u00e0 conflittuali del Pci, giunte ormai tardivamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al referendum del 9 e 10 giugno 1985 l\u2019affluenza fu alta, quasi 35 milioni di italiani su 44 andarono a votare (il 77,9%). Con il 54,3% dei NO e il 45,7 dei SI l\u2019abrogazione venne bocciata. Fu una grande vittoria per Craxi, il quale non aveva esitato a delineare uno scenario\u00a0a tinte fosche in caso di vittoria del SI, e anche per la svolta neo-corporativa di Carniti e della Cisl. La scala mobile avrebbe continuato a esistere, menomata, fino al 1992, quando, con un nuovo accordo firmato il 31 luglio (il Protocollo Amato), sindacati, industriali e governo, concordarono la sua definitiva abolizione. Anche in quel caso la crisi interna al sindacato fu drammatica: Trentin, segretario generale della Cgil, firm\u00f2 e immediatamente rassegn\u00f2 le dimissioni. Una parte della base non accett\u00f2 l\u2019accordo, e ci furono scissioni e abbandoni. Si entrava in una fase nuova.<\/p>\n<h2 style=\"text-align: justify;\"><strong>Dopo trent\u2019anni una nuova questione salariale<\/strong><\/h2>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oggi a distanza di anni l\u2019inflazione non rappresenta pi\u00f9 una minaccia (almeno per il momento). Ciononostante sta emergendo una nuova questione salariale. Nell\u2019ultimo trentennio i salari hanno ristagnato e la quota di reddito destinata al lavoro \u00e8 arretrata rispetto a quella dei profitti. Alla stagnazione salariale si \u00e8 aggiunta la precarizzazione del lavoro. Secondo la grammatica economica neoliberale, maggiore flessibilit\u00e0 e minori salari avrebbero dovuto aumentare l\u2019occupazione e favorire la \u201ccrescita\u201d. Ma questa promessa non \u00e8 stata <a href=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/la-vostra-flessibilita-il-nostro-sfruttamento\/\">realizzata<\/a>. Eppure, in cambio di una promessa molto era stato chiesto e sottratto a chi lavora (come a chi un lavoro non ce l\u2019ha). Di fronte a questo panorama disastroso non serve, almeno in questa fase, una nuova scala mobile, ma serve raccoglierne l\u2019eredit\u00e0. In altre parole, \u00e8 importante un\u2019iniziativa politica che consenta di riaprire il dibattito su salario e condizioni di lavoro, capovolgendo i termini del discorso dominante e i rapporti di forza nel conflitto distributivo e produttivo. In Italia e non solo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">*<em>Francesco Massimo, romano, fa ricerca a Parigi. Legge e scrive di lavoro, relazioni industriali e movimenti sociali.<\/em><\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/gianna-difendeva-il-suo-salario-dallinflanzione\/\">https:\/\/jacobinitalia.it\/gianna-difendeva-il-suo-salario-dallinflanzione\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di JACOBIN ITALIA (Francesco Massimo) &nbsp; &nbsp; Trentacinque anni fa San Valentino fu celebrato da un &#8220;accordo&#8221; che pose fine alla storia d&#8217;amore dell&#8217;unit\u00e0 sindacale. Iniziava il contrattacco industriale contro i lavoratori, tagliando l&#8217;istituto della scala mobile dei salari Il 14 febbraio del 1984, le coppie celebravano San Valentino, ma a parte questo il mondo era un posto un po\u2019 diverso da oggi. 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