{"id":49021,"date":"2019-02-21T03:10:37","date_gmt":"2019-02-21T02:10:37","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=49021"},"modified":"2019-02-20T22:14:11","modified_gmt":"2019-02-20T21:14:11","slug":"comprare-italiano-non-e-la-soluzione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=49021","title":{"rendered":"&#8220;Comprare italiano&#8221; non \u00e8 la soluzione"},"content":{"rendered":"<p>di GIANLUCA BALDINI (FSI Pescara)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">Chi afferma che sia necessario tornare a \u201ccomprare italiano\u201d per far ripartire il paese esprime un\u2019idea ingenua ed economicamente inconsistente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il ragionamento per cui gli squilibri macroeconomici si possano risolvere grazie all\u2019educazione al consumo degli attori microeconomici \u00e8 fallace per almeno tre ordini di ragioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prima motivazione attiene pi\u00f9 propriamente la comprensione dell\u2019equilibrio delle forze di mercato. Cosa accade se un bene di prima necessit\u00e0 (ad esempio il latte a lunga conservazione o la carne) importato da un paese che grazie alle economie di scala e ai processi produttivi pi\u00f9 efficienti e ad altri elementi di costo pi\u00f9 competitivi (lavoro, energia, costo del credito, imposizione fiscale) viene immesso nel mercato nazionale a un prezzo sensibilmente inferiore rispetto ai concorrenti prodotti nazionali? Accade che la grande massa di consumatori viene attratto dalla competitivit\u00e0 di prezzo di un bene perfettamente sostituibile, in ragione delle naturali forze di mercato per cui un bene equivalente a un prezzo inferiore si vende di pi\u00f9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Possiamo anche invitare i consumatori a scegliere sempre il prezzo superiore di ogni bene, purch\u00e9 sia italiano, ma le naturali forze di mercato porteranno i beni sostituibili pi\u00f9 economici a prevalere sistematicamente e non si pu\u00f2 di certo incolpare il consumatore medio di adottare una logica economica.<br \/>\nSolo chi non ha mai fatto la spesa in vita sua o chi non sa cosa voglia dire campare con uno stipendio medio di 1.000 euro al mese pu\u00f2 permettersi di ignorare la differenza tra un carrello pieno di prodotti in offerta e uno pieno di articoli scelti esclusivamente in base alle preferenze di qualit\u00e0. E quante persone possono permettersi di comprare una busta di alimenti \u201cpreziosi\u201d spendendo 100 euro, quando con la stessa cifra si pu\u00f2 riempire il carrello e far mangiare la famiglia per una settimana?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La seconda valutazione tiene conto degli effetti di pressione sull\u2019offerta della GDO. Gli accordi transnazionali di scambio hanno sommerso il nostro mercato alimentare di prodotti d\u2019importazione low-cost (e non solo) e i supermercati sono incentivati a limitare l\u2019offerta di alcune categorie alimentari a quei prodotti che garantiscono maggiori marginalit\u00e0 e una certa continuit\u00e0 di rifornimento. Trovare carne italiana, per esempio, \u00e8 diventato difficilissimo e spesso le etichettature \u201cnascondono\u201d la provenienza del prodotto. Inoltre i supermercati stranieri, che ormai detengono quote di maggioranza relativa nel mercato della GDO, integrano l\u2019offerta con i loro prodotti brandizzati, spesso ormai di caratteristiche qualitative comparabili con il brand pi\u00f9 noto di riferimento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La terza considerazione muove da una constatazione banale, ma spesso sottovalutata. Cosa vuol dire \u201ccomprare italiano\u201d? Che il brand sia italiano, cio\u00e8 riferibile a un\u2019impresa nata in Italia? Che lo stabilimento produttivo sia italiano? Che il prodotto si confezioni e distribuisca in Italia? Un numero considerevole di alimenti anche di \u201cmarca italiana\u201d sono ormai prodotti e distribuiti da colossi multinazionali che di italiano non hanno nulla. Dunque, acquistare questi prodotti pu\u00f2 forse contribuire alla ricchezza del paese? Pu\u00f2, al massimo, contribuire a sostenere il lavoro degli stabilimenti produttivi che operano in Italia, e quindi a pagare stipendi italiani, ma i profitti di quelle imprese sono sempre flussi di capitali che vengono dirottati all\u2019estero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il ragionamento di cui sopra vale anche per gli altri settori merceologici. Certo, i benestanti potranno permettersi di scegliere se acquistare \u201citaliano\u201d, come abbiamo detto, ma non sar\u00e0 neanche la loro scelta a determinare un risanamento di quegli squilibri macroeconomici che stanno mettendo in difficolt\u00e0 la nostra economia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">S\u00ec, va bene Gianluca, ma allora che si pu\u00f2 fare? In questo regime giuridico ben poco, in effetti. La libera circolazione di capitali e merci \u00e8 il principio prevalente, al quale sottostanno anche le limitazioni agli aiuti alle imprese (cio\u00e8 l\u2019impossibilit\u00e0 di realizzare politiche industriali) e l\u2019impossibilit\u00e0 di stabilire dazi e contingentamenti bilaterali nell\u2019interesse nazionale.<br \/>\nAnche in questo caso, purtroppo, per iniziare a vedere luce fuori dal tunnel va rimessa in discussione l\u2019intera costruzione europea, a partire dall\u2019Atto Unico e dal trattato di Maastricht.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GIANLUCA BALDINI (FSI Pescara) Chi afferma che sia necessario tornare a \u201ccomprare italiano\u201d per far ripartire il paese esprime un\u2019idea ingenua ed economicamente inconsistente. Il ragionamento per cui gli squilibri macroeconomici si possano risolvere grazie all\u2019educazione al consumo degli attori microeconomici \u00e8 fallace per almeno tre ordini di ragioni. 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