{"id":49029,"date":"2019-02-21T11:45:02","date_gmt":"2019-02-21T10:45:02","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=49029"},"modified":"2019-02-21T04:57:33","modified_gmt":"2019-02-21T03:57:33","slug":"la-cina-e-molto-piu-vicina-e-scatta-la-guerra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=49029","title":{"rendered":"La Cina \u00e8 (molto pi\u00f9) vicina, e scatta la guerra"},"content":{"rendered":"<p>di C<strong>ONTROPIANO (Dante Barontini)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"http:\/\/contropiano.org\/img\/2019\/02\/mihvolilefmlvnklfd-720x300.jpg\" alt=\"\" width=\"720\" height=\"300\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il passaggio dalla fase della <i>globalizzazione<\/i> a quella, in corso, della <i>competizione globale<\/i> \u00e8 ancora poco chiara a chi, anche \u201cdi sinistra\u201d si nutre di parole e mezze informazioni diffuse da media \u201cdemocratici\u201d e\/o di destra, ormai quasi indistinguibili su molte questioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prendiamo il caso di Huawei, colosso tecnologico cinese, contro cui l\u2019amministrazione Trump ha aperto una vera e propria guerra, facendo arrestare in Canada Meng Wanzhou, direttrice finanziaria e figlia del fondatore, e definendo tutte le aziende cinesi del settore \u201c\u00a0una minaccia crescente per la sicurezza nazionale americana\u201d.\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Parlando di telecomunicazioni, vengono subito in mente decine di film sulle guerre tra reti di sionaggio e si \u00e8 disposti ad accettare tale motivazione quasi senza pensarci.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poi si sente usare la stessa frase per\u2026 le automobili tedesche e allora diventa necessario essere meno creduloni. Per quanta tecnologia e software puoi infilare in un\u2019auto, infatti, \u00e8 difficile pensare che possa costituire una minaccia seria, se non per i passeggeri ed i pedoni\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prova si \u00e8 avuta venerd\u00ec scorso, con l\u2019ambasciatore americano in Italia, Lewis Eisenberg, che ha voluto incontrare a Palazzo Chigi il vicepremier e ministro per lo Sviluppo economico, Luigi Di Maio, per illustrargli le preoccupazioni dell\u2019amministrazione Trump per i \u00abpotenziali rischi per la sicurezza nazionale dell\u2019Italia e dei suoi partner\u00bb in seguito all\u2019accesso dell\u2019operatore cinese Huawei alle frequenze 5G italiane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di Maio si \u00e8 difeso al solito modo (\u201c\u00e8 stato il Pd!\u201d), e in questo caso \u00e8 a nche vero: era stato il governo Gentiloni ad aprire anche ai cinesi di Huawei la gara per la sperimentazione del 5G in cinque citt\u00e0 italiane: Milano, Prato, L\u2019Aquila, Bari e Matera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per rassicurare il pericoloso ospite, Di Maio ha firmato quasi sotto i suoi occhi un decreto ministeriale peristituire una struttura presso il Mise finalizzata ad assicurare il controllo della sicurezza di tutti gli apparecchi, software ed operatori che operano nel settore delle comunicazioni. Naturalmente, anche su questo verr\u00e0 realizzato \u201cun costante scambio di informazione tra Roma e Washington\u201d. Come se fin qui fossero rimasti all\u2019oscuro\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma si \u00e8 trattato di un incontro anche molto \u201cgeopolitico\u201d, vista la lunga insistenza sul mancato allineamento \u2013 fin qui \u2013 dell\u2019Italia nella programmata aggressione al Venezuela. E anche qui il via libera \u00e8 arrivato immediatamente, con Di Maio a giurare che \u00abnon abbiamo mai sostenuto Maduro\u00bb. Seguir\u00e0 dunque firma al documento \u201cunitario\u201d di Bruxelles\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019argomento che proprio stride con la \u201csicurezza nazionale Usa\u201d \u00e8 la contrariet\u00e0 alla Via della Seta. Ossia di infrastrutture per nulla hi tech o potenzialmente spionistiche (autostrade, ferrovie, porti, ecc) che supportano la logistica degli scambi commerciali. Pi\u00f9 che la \u201csicurezza\u201d, in questo caso, si pu\u00f2 ravvisare la \u201cchiusura\u201d dei mercati in vista di una guerra (\u201ccompetizione\u201d sembra poco, in effetti) tra macro-aree continentali, che investe anche alleati e \u201cneutrali\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019ambasciatore Eisenberg ha per\u00f2 lungamente spiegato che gli Stati Uniti sono \u201cpreoccupati\u201d per gli accordi che la Cina sta firmando con molti paesi nell\u2019ambito della cosiddetta \u201cBelt and Road Initiative\u201d (tra questi, di recente, anche il Portogallo) e hanno \u201cinvitato\u201d il nostro Governo \u00aballa massima cautela\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma per un paese come l\u2019Italia chiudere alle potenzilit\u00e0 offerte dalla Via della Seta significa condannare la propria economia a non avere alternative rispetto al \u201ccontoterzismo\u201d dipendente dalle filiere tedesche (contro cui peraltro, l\u2019America di Trump, ha aperto un\u2019altra guerra commerciale, a partire dal <em>dieselgate<\/em>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Basta leggersi l\u2019articolo seguente, tratto da <i>IlSole24Ore<\/i>, per capire come a poche bracciate dalla Sicilia si stiano creando le condizioni per un \u201cbalzo in avanti\u201d che farebbe uscire persino l\u2019asfittico mondo imprenditoriale italiano dal coma in cui si trova.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Buona lettura.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"center\">*****<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><b>L\u2019Algeria nuovo laboratorio per la crescita cinese in Africa<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Roberto Bongiorni<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La strategia della Cina in Africa sembra esser cambiata. Prima poggiava su quattro pilastri. Prestiti miliardari a tassi non concorrenziali, senza troppo badare alla destinazione del denaro. Accaparramento di materie prime, soprattutto greggio e metalli non ferrosi. Lavori infrastrutturali eseguiti rapidamente senza badare troppo alla qualit\u00e0. E non interferenza negli affari interni dei propri clienti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oggi c\u2019\u00e8 un Paese sulla sponda meridionale del Mediterraneo scelto da Pechino per avviare un nuovo modello di penetrazione economica e sociale: l\u2019Algeria. Il Paese pi\u00f9 esteso dell\u2019Africa \u00e8 forse il paradigma di come un \u201csafari\u201d dedicato solo alla caccia di materie prime e di contratti infrastrutturali eseguiti solo da manodopera cinese non pu\u00f2 pi\u00f9 rappresentare, da solo, un modello vincente. La Cina vuole instaurare relazioni durevoli con i suoi partner africani. Per farlo ha cos\u00ec agevolato l\u2019insediamento di cinesi in questi Paesi, avviando relazioni che vanno al di l\u00e0 del solo commercio. In primo luogo in Algeria, dove i cinesi sono divenuti nel volgere di pochi anni la prima comunit\u00e0 straniera. In questa ex colonia francese sono oggi pi\u00f9 di 42mila, il doppio dei francesi. Potrebbe essere definito un timido processo di integrazione, in cui, per\u00f2, sta emergendo una realt\u00e0 impensabile fino a pochi anni fa: i matrimoni misti tra cinesi ed algerini, due culture apparentemente agli antipodi, ad oggi sarebbero gi\u00e0 un migliaio, secondo fonti algerine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sembra quasi che i cinesi vogliano riscuotere il consenso e la stima dei loro partner africani. Grazie ai loro bassi prezzi le imprese cinesi, sovente pubbliche, vincono i grandi appalti. Ma non di rado subappaltano i lavori ad alto contenuto tecnologico o di qualit\u00e0 ad altre imprese. E in Algeria sono ricorsi in alcuni casi alla qualit\u00e0 e al know how di grandi, ma anche piccole aziende italiane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come \u00e8 accaduto nella grande moschea di Algeri. Un\u2019opera molto ambiziosa. La terza al mondo per dimensioni, dopo quelle di Mecca e Medina. Il suo minareto, un parallelepipedo in vetro e cemento alto 270 metri, \u00e8 il pi\u00f9 alto del mondo. Alla sua base si staglia la cupola che sovrasta un grande complesso. Al suo interno vi sono facolt\u00e0 universitarie, due biblioteche, una scuola. Solo lo spazio destinato alla preghiera \u00e8 capace di ospitare 35mila fedeli. Mancano ormai pochi ritocchi. All\u2019esterno operai cinesi, con divisa e casco giallo, lavorano fianco a fianco dei colleghi algerini. Per realizzare quest\u2019opera, simbolo dell\u2019Islam, il Governo algerino ha snobbato le imprese del Golfo e quelle del vicino Egitto. Ancora una volta ha preferito affidarsi a quelle di un Paese molto pi\u00f9 lontano, e per sua natura laico: la Cina. Il costo? Circa un miliardo di dollari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se tutto andr\u00e0 come previsto, l\u2019inaugurazione si terr\u00e0 il 24 febbraio, nel pieno della campagna elettorale che dovrebbe consacrare al potere, per il 5\u00b0 mandato consecutivo, l\u201982enne Abdelaziz Bouteflika. In quella data sar\u00e0 inaugurato anche il nuovo aeroporto (una capacit\u00e0 di 10 milioni di passeggeri) e la stazione che collegher\u00e0 la metropolitana dallo scalo alla capitale. Entrambe le opere costruite da imprese cinesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal 2000 al 2014 le imprese cinesi hanno costruito 13mila km di nuove strade e 3mila di ferrovie. Ma anche ponti, dighe, lo stadio. Fino alla realizzazione di moderne raffinerie. Qui in Algeria i cinesi sono dappertutto. Nel settore delle infrastrutture hanno sbaragliato non solo la concorrenza europea, ma anche quella araba e perfino quella turca, accaparrandosi l\u2019edilizia popolare. Il legame tra Cina ed Algeria risale a molti anni indietro. La Cina fu il primo Paese del mondo a riconoscere il Governo algerino. Lo fece ancor prima che finisse la guerra di liberazione contro la Francia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se l\u2019Italia primeggia nell\u2019interscambio commerciale con l\u2019Algeria, e la Francia mantiene la leadership in quello degli investimenti diretti, la Cina non ha rivali nelle esportazioni: 7,8 miliardi di dollari nel 2018.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma l\u2019Algeria vuole cambiar volto. Intende fare in Africa ci\u00f2 che ha fatto il presidente Erdogan con la Turchia: realizzare una rivoluzione infrastrutturale, con fondi pubblici, per trasformare e rilanciare la sua industria. \u00abIl nostro Governo \u2013 risponde Smail Debeche, professore di relazioni internazionali all\u2019Universit\u00e0 Algeri 3 e presidente dell\u2019influente associazione di amicizia Cina-Algeria \u2013 desidera che i cinesi investano in Algeria su progetti win win. Qui le compagnie statali cinesi si stanno facendo carico di lavori indispensabili per il processo di diversificazione della nostra economia\u00bb. Ma perch\u00e9 riescono ad accaparrarsi gran parte dei progetti? \u00abI cinesi \u2013 continua Debeche \u2013 rispettano i tempi di realizzazione e le modalit\u00e0 di esecuzione. Mentre altre aziende straniere sono in ritardo sui tempi. Ma soprattutto le compagnie cinesi hanno prezzi imbattibili. E in questa difficile congiuntura economica \u00e8 un aspetto fondamentale\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche perch\u00e9, ricorrendo ad aziende straniere, cercano di mantenere alti gli standard di qualit\u00e0. Cos\u00ec per la realizzazione delle fondamenta del minareto, la statale China State Construction Engeneering, la pi\u00f9 grande compagnia di costruzioni al mondo (100 miliardi di dollari di fatturato), ha affidato l\u2019esecuzione a un\u2019impresa italiana leader in questo settore, il gruppo Trevi. \u00abLe fondamenta di un minareto alto 270 metri richiedevano un attivit\u00e0 ad altissimo contenuto tecnologico. Ma quando i cinesi interferivano con noi, lo facevano in maniera costruttiva\u00bb spiega Riccardo Cabassa, direttore generale di Trevi Algeria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al di l\u00e0 della moschea, l\u2019Algeria \u00e8 impegnata in un processo \u2013 meglio per ora definirlo tentativo \u2013 atto a stimolare il settore privato. Non se ne pu\u00f2 fare a ameno, spiega Abderahaman Benkhalfa, ministro delle Finanze dal 2015 al 2016. \u00abStiamo puntando molto sugli investimenti diretti stranieri. Vogliamo Paesi intenzionati a venire in Algeria per investire in partnership con il nostro settore privato. Intendiamo realizzare una filiera dell\u2019industria alimentare. Tutti sono ben accetti. Ma non \u00e8 un segreto che la presenza cinese \u00e8 molto importante sui programmi di realizzazione delle infrastrutture. \u00c8 una presenza che vedr\u00e0 presto un\u2019ulteriore accelerazione grazie anche allo sviluppo dell\u2019industria dei fosfati\u00bb. Il ministro si riferisce all\u2019accordo firmato lo scorso novembre dalla major algerina Sonatrach e la compagnia di Stato cinese Citic per la realizzazione di un impianto per lo sfruttamento di fosfati. Progetto da sei miliardi di dollari capace di creare 3mila posti di lavoro in cui Sonatrach deterr\u00e0 il 51 per cento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altronde, per un Paese che ricava dalle vendite di idrocarburi il 98% dell\u2019export, non si pu\u00f2 pi\u00f9 rimandare il processo di diversificazione. In Algeria sta avvenendo quanto sta accadendo in altri Paesi africani esportatori di greggio. \u00abL\u2019incremento demografico e la crescente urbanizzazione stanno provocando un\u2019impennata della domanda di energia \u2013 dice l\u2019ecomomista algerino Abderahaman Aya -. Anche per il gas naturale. Il tutto si traduce in una pericolosa riduzione delle esportazioni di idrocarburi. Il governo sta puntando sulle energie rinnovabili e sulla diversificazione. Ma ci vorr\u00e0 tempo\u00bb. La caduta del prezzo del barile, crollato dai 114 dollari del giungo 2014 a poco pi\u00f9 di 40 nel gennaio 2015, ha contribuito a fare il resto. \u00abNel 2011 l\u2019Algeria \u2013 continua Aya \u2013 aveva ricavato dall\u2019export di greggio e gas 71 miliardi di dollari. Nel 2018 siamo precipitati a 35 miliardi\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da allora il deficit \u00e8 stato inevitabile. L\u2019anno scorso \u00e8 arrivato al 13% del Pil. Eppure i generosi sussidi governativi sono stati mantenuti per placare il malcontento popolare. Gli algerini godono di sussidi energetici (la benzina costa 25 centesimi al litro, Ndr), universit\u00e0 gratuite, accesso alla sanit\u00e0 pubblica, perfino libri e alloggi gratis per chi risiede ad oltre 50 km di distanza. Ma \u00e8 una zavorra che grava sui conti pubblici. \u00abIl fondo sovrano usato per rifinanziare il deficit, 70 miliardi di dollari, si \u00e8 esaurito a inizio 2017. Le riserve valutarie della Banca centrale ammontavano a 194 miliardi di dollari nel 2014. Oggi sono meno di 80. L\u2019Algeria \u00e8 un Paese che importa quasi ogni genere di merci\u00bb, confida un funzionario occidentale. Pu\u00f2 sembrare un paradosso per un Paese esportatore di gas e greggio, ma il Governo importa grandi quantit\u00e0 di benzina e prodotti raffinati. \u00abIn due anni sei nuove raffinerie (accordo firmato due anni fa) saranno costruite dai cinesi. Una volta finite, smetteremo di importare benzina dalla Francia\u00bb, aggiunge il professor Debeche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pare quasi che la Francia assista impotente all\u2019offensiva commerciale cinese nel suo giardino africano. Ma un audace, quanto avveniristico progetto potrebbe rivoluzionare il commercio di tutto il Mediterraneo: una nuova Via della Seta africana che collegher\u00e0 la Cina all\u2019Africa subsahariana (arrivando ai giacimenti di greggio e gas della Nigeria) attraverso l\u2019Algeria. Pechino ed Algeri hanno firmato la costruzione di un porto gigantesco (progetto da 3,3 miliardi di dollari)a El Hamdania, 70 km a Ovest di Algeri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIl nuovo porto \u00e8 finanziato dalla Cina. Sar\u00e0 una partnership win win. Potrebbe far concorrenza a Marsiglia. Ecco perch\u00e9 alla Francia non piace. Abbiamo gi\u00e0 la strada, rifatta, che collega il porto fino al confine meridionale algerino. Poi toccher\u00e0 ai Governi di Mali, Niger e Nigeria. Una lunga strada e una rete ferroviaria\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un progetto che lascia molti dubbi, soprattutto sul fronte della sicurezza. Certo \u00e8 che la presenza cinese sta crescendo. Lontano dai bianchi edifici coloniali del centro, a pochi chilometri dall\u2019aeroporto, ha preso vita un quartiere conosciuto come Chinatown. Un dedalo di viuzze dove si affiancano senza soluzione di continuit\u00e0 negozi all\u2019ingrosso che paiono uguali. Al loro interno sono stipate merci cinesi di ogni genere. Accanto ai proprietari cinesi, che mangiano rigorosamente cibo cinese, commessi e fattorini algerini accolgono i clienti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Hamid ha 25 anni, frequenta ingegneria informatica e si mantiene facendo il factotum per un negozio cinese. \u00abI cinesi si integrano, ma non comunicano. Qualcuno parla \u201calgerois,\u201d (un incrocio tra francese e arabo). Ma sembrano arrivati per restare a lungo. Pensate che le tende e i vestiti che vendono qui sono prodotti nel quartiere di Hammadi, 40 chilometri di piccoli stabilimenti cinesi\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dimenticavamo. Se doveste andare al Teatro dell\u2019Opera di Algeri, potrebbe esser utile sapere che si tratta di un regalo del Governo cinese. E se riusciste ad osservare con precisione lo spazio, sappiate che il primo satellite algerino per le telecomunicazioni \u00e8 stato lanciato da Chichang, in Cina.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/contropiano.org\/news\/news-economia\/2019\/02\/19\/la-cina-e-molto-piu-vicina-e-scatta-la-guerra-0112583\">http:\/\/contropiano.org\/news\/news-economia\/2019\/02\/19\/la-cina-e-molto-piu-vicina-e-scatta-la-guerra-0112583<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONTROPIANO (Dante Barontini) Il passaggio dalla fase della globalizzazione a quella, in corso, della competizione globale \u00e8 ancora poco chiara a chi, anche \u201cdi sinistra\u201d si nutre di parole e mezze informazioni diffuse da media \u201cdemocratici\u201d e\/o di destra, ormai quasi indistinguibili su molte questioni. 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