{"id":49771,"date":"2019-03-15T10:00:15","date_gmt":"2019-03-15T09:00:15","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=49771"},"modified":"2019-03-14T21:39:19","modified_gmt":"2019-03-14T20:39:19","slug":"ventidue-tesi-sul-momento-populista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=49771","title":{"rendered":"Ventidue tesi sul \u201cmomento populista\u201d"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MICROMEGA (Carlo Formenti)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-full wp-image-3341\" src=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/files\/2019\/03\/carlo-formenti-il-socialismo-e-morto.jpg\" alt=\"carlo-formenti-il-socialismo-e-morto\" width=\"499\" height=\"245\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Nel suo ultimo libro, <a href=\"http:\/\/www.meltemieditore.it\/catalogo\/socialismo-morto-viva-socialismo\/\">Il socialismo \u00e8 morto, viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista<\/a>, Carlo Formenti analizza le caratteristiche dell&#8217;odierno \u201cmomento populista\u201d, difendendo l&#8217;ipotesi di un nuovo sovranismo di sinistra.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><span id=\"more-3339\"><\/span>1<\/strong>. Il populismo non \u00e8 un\u2019ideologia: in primo luogo perch\u00e9 non esistono testi \u201cfondativi\u201d (paragonabili a quelli di Marx per la sinistra) in grado di attribuire forma coerente e unitaria al discorso populista, poi perch\u00e9 quest\u2019ultimo non \u00e8 associato a contenuti programmatici univoci. Di pi\u00f9: il fenomeno ha assunto nel tempo forme diversissime, dai populismi russo e americano di fine Ottocento-primo Novecento (entrambi caratterizzati da radici di classe contadine, ma diversi sul piano ideologico) ai populismi latinoamericani di ieri (Peron, Vargas e altri) e oggi (le rivoluzioni bolivariane in Bolivia, Ecuador e Venezuela) con prevalenti connotati nazionalisti i primi, orientati al socialismo i secondi, per finire con i populismi contemporanei di destra e sinistra negli Stati Uniti (Trump <em>vs <\/em>Sanders) e in Europa (Le Pen <em>vs <\/em>M\u00e9lenchon in Francia, Podemos <em>vs <\/em>Ciudadanos in Spagna). Esistono tuttavia elementi comuni, a partire dallo stile comunicativo[1]. Mi riferisco, in particolare, all\u2019uso di un linguaggio semplificato e diretto, marcato da un elevato contenuto emotivo (ci\u00f2 che si dice parlare alla \u201cpancia\u201d delle persone) e teso a istituire opposizioni bipolari (noi\/loro, popolo\/\u00e9lite, alto\/basso ecc.). Per i populisti \u00e8 inoltre fondamentale raccontarsi come una forza politica del tutto nuova, evitando di ricorrere a parole, idee e categorie proprie dei partiti tradizionali (di destra come di sinistra) e tentando invece di promuovere nuovi significanti in grado di creare un inedito senso comune (di qui il frequente riferimento alla categoria gramsciana di egemonia da parte di intellettuali e leader populisti di sinistra).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>2<\/strong>. Il popolo che i populisti aspirano a rappresentare non \u00e8 un\u2019entit\u00e0 \u201cnaturale\u201d, preesistente all\u2019insorgenza del loro discorso politico (a differenza del popolo evocato dal nazifascismo, che rinvia a radici comuni di tipo etnico, razziale, antropologico, storico-culturale ecc.). Si tratta al contrario d\u2019una costruzione politica resa possibile dalla crisi catastrofica di un sistema di potere consolidato. Il \u201cmomento populista\u201d sorge quando una determinata formazione egemonica (come il sistema liberaldemocratico) non \u00e8 pi\u00f9 in grado di far fronte alla proliferazione di domande sociali che restano insoddisfatte. L\u2019accumularsi di istanze cui il sistema non riesce pi\u00f9 a rispondere in modo differenziale fa s\u00ec che, fra tutte queste richieste inascoltate, si stabilisca una relazione di equivalenza trasversale che tende ad accomunarle. \u00c8 appunto questa relazione a generare le condizioni per l\u2019emergenza di un popolo, che altro non \u00e8 se non l\u2019insieme dei soggetti associati da una relazione antagonista nei confronti dell\u2019oligarchia che concentra nelle proprie mani il potere economico, politico e mediatico. In altre parole, si potrebbe dire che \u00e8 solo attraverso la relazione con un sistema di potere vissuto come <em>nemico <\/em>che si costituisce l\u2019identit\u00e0 di un popolo. L\u2019unit\u00e0 politica del popolo, in quanto insieme eterogeneo di settori che vivono una contraddizione antagonistica con il potere, non \u00e8 a sua volta un dato: \u00e8 essa stessa il prodotto di un progetto di costruzione politica. Il \u201ccolore\u201d di tale progetto dipende da quale delle domande insoddisfatte riesce a imporsi come egemone, cio\u00e8 ad assumere il ruolo di incarnare\/rappresentare la totalit\u00e0 delle altre. Muta, per esempio, in relazione al prevalere della domanda di sicurezza (per esempio protezione dai flussi migratori) o della domanda di uguaglianza e giustizia sociali ed economiche (protezione dagli effetti del processo di globalizzazione). Il peso relativo che il programma di una formazione populista attribuisce a tali domande \u00e8 uno dei fattori che consente di distinguere fra populismi di destra e di sinistra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>3<\/strong>. Le sinistre tradizionali (socialdemocratiche e radicali) negano a priori che possano esistere populismi di sinistra, al punto che fanno un uso spregiativo dell\u2019aggettivo populista come sinonimo di reazionario (o addirittura fascista). C\u2019\u00e8 chi ha giustamente commentato che populista \u00e8 l\u2019aggettivo cui la sinistra ricorre per designare il popolo quando quest\u2019ultimo smette di accordarle fiducia. Dopodich\u00e9 esistono molti criteri per distinguere fra populismi di destra e sinistra: i primi rappresentano il popolo come insieme della \u201cgente comune\u201d, i secondi come insieme degli strati inferiori della popolazione; i primi si propongono di \u201csanare\u201d l\u2019ordine politico strappandone il controllo alla \u201ccasta\u201d, senza metterne in discussione le strutture sociali e istituzionali, i secondi rivendicano obiettivi anticapitalisti pi\u00f9 o meno espliciti e radicali e si propongono di democratizzare lo Stato. Non si pu\u00f2 tuttavia negare che esistano zone grigie in cui le visioni si sovrappongono: dall\u2019opposizione fra localismo e cosmopolitismo a quella fra valori comunitari e individualismo borghese, all\u2019atteggiamento critico nei confronti dell\u2019esaltazione del nuovo e della modernit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>4<\/strong>. Anche se e quando riconoscono l\u2019esistenza di populismi di sinistra, le sinistre tradizionali ne contestano la rappresentazione del popolo come totalit\u00e0 che prescinde dalle divisioni di classe (vedi la critica all\u2019ingenuo slogan del movimento Occupy Wall Street, che contrappone l\u20191% dei super ricchi al 99% di tutti gli altri). Qui entra in gioco un nodo cruciale, che occorre sciogliere se si vuole cogliere l\u2019essenza del fenomeno populista come forma della lotta di classe nell\u2019era del capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Le ambiguit\u00e0 ideologiche del populismo sono inevitabili nella misura in cui esprimono ampie alleanze fra classi sociali, a loro volta incerte sulla propria identit\u00e0, nonch\u00e9 prive di autonomia politica e autocoscienza. La grande narrazione marxista si \u00e8 sempre fondata sulla ricerca di un soggetto rivoluzionario privilegiato. Tale ricerca suona anacronistica in un\u2019epoca in cui ristrutturazione capitalistica, delocalizzazioni produttive, globalizzazione e finanziarizzazione dell\u2019economia, annientamento delle rappresentanze tradizionali degli interessi proletari hanno causato una stratificazione delle classi subalterne, fino a ridurle ad amorfo insieme di individui. In tale contesto la classica contraddizione fra capitale e lavoro sembra lasciare il campo alla contraddizione capitale contro tutti. In effetti, \u00e8 questa la filosofia che ispira la categoria postoperaista di \u201cmoltitudine\u201d, fondata sulla tesi che il capitalismo contemporaneo mette al lavoro la vita stessa. Ma tale visione ha il difetto di riproporre la logica della definizione di un Soggetto salvifico della rivoluzione: la si potrebbe descrivere come il tentativo di estendere l\u2019identit\u00e0 operaia all\u2019umanit\u00e0 intera. La logica gramsciana della costruzione di un blocco sociale articolato su differenti classi, gruppi e identit\u00e0 collettive appare assai pi\u00f9 realistica. Nella versione del populismo di sinistra tale logica assume una coloritura \u201cplebea\u201d, nella misura in cui l\u2019analisi della composizione di classe viene di fatto ricondotta alla distinzione fra tre grandi \u201cstati\u201d postmoderni: oligarchi, classe media e un gigantesco terzo Stato composto da tutti i perdenti della globalizzazione. Di conseguenza, l\u2019obiettivo diventa costruire il blocco sociale fra terzo Stato e classi medie impoverite e\/o minacciate dalla globalizzazione (per esempio, piccoli-medi imprenditori). Per concludere: costruire l\u2019unit\u00e0 popolare significa organizzare il potere della plebe nel momento storico in cui i vecchi strumenti del movimento operaio non funzionano pi\u00f9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>5<\/strong>. Un altro aspetto del populismo che irrita le sinistre \u00e8 l\u2019impossibilit\u00e0 di fare a meno della figura di un leader carismatico. Queste forze presentano un contraddittorio miscuglio di democraticismo (contingentamento dei tempi di intervento nelle assemblee, reversibilit\u00e0 delle cariche, vincolo di mandato per gli eletti a cariche istituzionali, esaltazione della Rete come canale di partecipazione democratica ecc.) e centralizzazione del ruolo di direzione politica che, quasi sempre, si concentra nelle mani di un leader e del \u201ccerchio magico\u201d dei suoi pi\u00f9 stretti collaboratori e consiglieri. Premesso che l\u2019esaltazione del leader \u00e8 un elemento ricorrente anche nella storia del movimento operaio, alcuni suggeriscono che sia possibile distinguere fra populismo di destra e di sinistra proprio a partire dalla rappresentazione del leader, il quale \u00e8, per il primo, un uomo dotato di virt\u00f9 eccezionali che si eleva al di sopra della massa, per il secondo un uomo dotato di qualit\u00e0 non comuni ma non diverso dall\u2019uomo comune, un <em>primus inter pares<\/em>. Non credo per\u00f2 che il vero problema sia questo. Il punto \u00e8 che tanto l\u2019esaltazione del leader quanto quella della democrazia diretta e partecipativa rispecchiano la natura di forze politiche che sono partiti-movimenti scarsamente istituzionalizzati. \u00c8 possibile che questa struttura rifletta una fase sperimentale e transitoria nel percorso di ricerca di soluzioni organizzative e istituzionali alla crisi della democrazia rappresentativa. Che le istituzioni liberali si siano trasformate in regimi postdemocratici, svuotando di senso qualsiasi reale possibilit\u00e0 dei cittadini di condizionare le scelte del potere, \u00e8 un dato di fatto. Tale evoluzione pu\u00f2 essere descritta come una sorta di divorzio fra tradizione liberale e tradizione democratica (a sua volta riflesso del divorzio fra democrazia e mercato). L\u2019articolazione fra la prima (fondata sul governo delle leggi, sulla libert\u00e0 individuale e sui diritti umani) e la seconda (fondata sulla sovranit\u00e0 popolare e sui principi di uguaglianza e di parit\u00e0 fra governanti e governati) si sta rivelando come il prodotto contingente di una fase storica in via di esaurimento. Se le cose stanno cos\u00ec, \u00e8 evidente che il populismo, con tutti i suoi limiti e contraddizioni, rappresenta l\u2019unico concreto tentativo di reintrodurre l\u2019elemento democratico negli attuali sistemi rappresentativi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>6<\/strong>. Che la globalizzazione sia l\u2019esito di una tendenza di sviluppo \u201coggettiva\u201d del modo di produzione capitalistico (oltre che portatrice di benefici per tutti) \u00e8 una mistificazione alimentata dalla narrazione liberal-liberista, nonch\u00e9 fatta propria da una sinistra intrisa di progressismo, la quale pensa che ogni balzo evolutivo del capitale, pur comportando spiacevoli \u201ceffetti collaterali\u201d, avvicini l\u2019avvento di un mondo migliore. Accettare questa narrazione significa non saper distinguere fra internazionalizzazione della produzione e degli scambi commerciali \u2013 processo da sempre associato al capitale \u2013 e globalizzazione come strategia di quella \u201cguerra di classe dall\u2019alto\u201d[2] che il capitalismo ha avviato a partire dalla crisi degli anni Settanta del secolo scorso. Il centro di irradiazione del cosiddetto processo di globalizzazione \u00e8 stato, non a caso, la potenza egemone degli Stati Uniti che, attraverso la <em>deregulation <\/em>dei flussi di capitale e di merci, ha messo in atto un progetto di \u201cmercatizzazione del mondo\u201d, in base al principio secondo cui chi domina i mercati domina il mondo. Il braccio armato di tale progetto sono le grandi imprese transnazionali (in larga maggioranza americane), in ragione della loro capacit\u00e0 di muovere capitali, merci e persone inseguendo le condizioni pi\u00f9 favorevoli offerte da mercati del lavoro, politiche fiscali e sistemi giuridici locali. Ma pensare che ci\u00f2 comporti la fine dello Stato-nazione \u00e8 un\u2019idiozia. In primo luogo, le multinazionali non avrebbero potuto espandersi senza il sostegno e l\u2019aiuto dei rispettivi Stati di origine; inoltre, se \u00e8 vero che sono abbastanza potenti per condizionare le scelte della politica (in misura inversamente proporzionale alla forza degli Stati in cui operano), \u00e8 altrettanto vero che gli Stati al centro del sistema mondo le utilizzano a loro volta per pompare valore dai Paesi periferici. In conclusione: la globalizzazione \u00e8 un processo politico non meno che economico, sostenuto e accompagnato dagli Stati pi\u00f9 potenti (Stati Uniti su tutti) che se ne servono per ristrutturare l\u2019ordine mondiale con la complicit\u00e0 delle \u00e9lite nazionali subordinate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>7<\/strong>. Quanto asserito nella tesi 6 pu\u00f2 essere formulato anche cos\u00ec: l\u2019obiettivo della globalizzazione come progetto politico non \u00e8 liberare il capitale dal giogo degli Stati, bens\u00ec da quello della democrazia. Il neoliberismo non vuole distruggere lo Stato, al contrario vuole costruire uno Stato forte ma non democratico. La battaglia ideologica contro il nazionalismo va di pari passo con quella contro il socialismo e ha l\u2019obiettivo strategico di spezzare il legame fra Stato e democrazia. L\u2019unica forma di democrazia accettabile dal capitalismo globale \u00e8 quella rispettosa del mercato, vale a dire la democrazia puramente formale garantita dallo Stato liberale. Il nazionalismo di destra cede il passo al cosmopolitismo liberale e allo pseudo internazionalismo di sinistra quali ideologie ufficiali del sistema.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>8<\/strong>. Eventi come l\u2019elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, la Brexit inglese, i successi elettorali dei populismi di destra e sinistra in vari Paesi del mondo e il ritorno di politiche protezioniste non sono tanto l\u2019esito della controffensiva di settori capitalistici arretrati che tentano di rianimare l\u2019ideologia nazionalista, quanto sintomi del fatto che la macelleria sociale innescata dai processi di globalizzazione ha delegittimato la narrazione globalista che ha a lungo alimentato le speranze di milioni di esseri umani in un futuro migliore. \u201cTrump non \u00e8 il boia del globalismo ma il medico legale che ne certifica il decesso\u201d[3]. La crisi della globalizzazione era gi\u00e0 in atto prima degli eventi in questione, come certifica il calo degli scambi commerciali che ha anticipato la, pi\u00f9 che fatto seguito alla, reintroduzione dei dazi, oltre al riaccendersi del conflitto imperialista fra grandi potenze per la spartizione del mercato mondiale. Tuttavia le cause principali sono sociali e politiche, a partire dalla resistenza crescente delle larghe masse dei perdenti nel gioco della globalizzazione nei confronti delle politiche liberiste.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>9<\/strong>. La crisi della globalizzazione ha colto di sorpresa e gettato nel panico le sinistre convertite al cosmopolitismo le quali, non disponendo \u2013 al contrario dei liberali \u2013 di soluzioni politiche di ricambio, reagiscono, se va bene, etichettando come reazionarie, se non fasciste, le idee \u201csovraniste\u201d (aggettivo che, al pari di populista, viene usato con significato spregiativo, senza distinguere fra le differenti modalit\u00e0 di impostare la questione della sovranit\u00e0 nazionale); se va male, confluendo, con il plauso dei media <em>mainstream<\/em>, assieme a liberali e socialdemocratici, in un fronte antipopulista e antinazionalista. Parole come patria e nazione suscitano rabbia e incutono terrore negli eredi di quella cultura politica che, fino agli anni Settanta del secolo scorso, era ancora consapevole del fatto che tutte le rivoluzioni socialiste sono state anche, talvolta soprattutto, rivoluzioni nazional-popolari, che ancora masticava gli insegnamenti di Marx e Lenin sulla questione nazionale, e che leggeva con passione le opere di autori come Frantz Fanon e Samir Amin sul tema. Nei decenni successivi, le sinistre hanno viceversa adottato un internazionalismo astratto che ha finito per somigliare sempre pi\u00f9 all\u2019ideale cosmopolita di un mondo pacificato e unificato dagli scambi economici. Questa ideologia da cittadini d\u2019un mondo senza frontiere rispecchia valori e interessi del ceto medio riflessivo e delle sue aspirazioni di mobilit\u00e0 fisica e sociale, un ceto che ignora interessi e bisogni della stragrande maggioranza della popolazione mondiale che vive inchiodata al luogo di nascita. Per \u201csalvarsi l\u2019anima\u201d, e dimostrare che conservano attenzione nei confronti degli ultimi, costoro sbandierano la propria solidariet\u00e0 nei confronti dei migranti e difendono una politica <em>no border <\/em>di accoglienza illimitata. Tale atteggiamento rimuove: 1) il fatto che il principio di libera circolazione delle persone serve a nascondere che tale circolazione non \u00e8 affatto libera, ma il prodotto di coazione economica e politica; 2) il fatto \u2013 ampiamente riconosciuto e analizzato da Marx \u2013 che l\u2019immigrazione fa comodo in primo luogo al grande capitale, che pu\u00f2 cos\u00ec attingere a un ampio bacino di mano d\u2019opera a basso costo e priva di ogni potere contrattuale; 3) il fatto che il fenomeno accelera e favorisce il processo di smantellamento del welfare, fondato sull\u2019esistenza di una comunit\u00e0 nazionale socialmente e culturalmente sufficientemente omogenea. Se poi i proletari autoctoni reagiscono all\u2019impatto del fenomeno sui quartieri popolari, e ai suoi effetti di dumping sociale, votando per i movimenti populisti, vengono derisi (si nega l\u2019esistenza stessa del problema, declassato a effetto di propaganda e manipolazione ideologica) e accusati di razzismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>10<\/strong>. La difesa della sovranit\u00e0 nazionale \u00e8 necessariamente di destra? La risposta negativa \u00e8 implicita nelle tesi precedenti, ma vale la pena di aggiungere ulteriori considerazioni. In primo luogo, \u00e8 evidente che esistono due idee di nazione: la prima \u201cnaturalistica\u201d, la quale presume che la nazione esistesse ben prima della nascita degli Stati moderni e delle rivoluzioni borghesi, perch\u00e9 affonda le radici in fattori fisici, climatici, di sangue e suolo ecc.; la seconda \u00e8 invece consapevole che la nazione (al pari del popolo) \u00e8 un prodotto storico della vita politica. Per questa seconda visione la patria non \u00e8 comunit\u00e0 immaginata bens\u00ec <em>res publica<\/em>, una societ\u00e0 concreta di uomini e donne che lottano per l\u2019autogoverno dei cittadini, l\u2019indipendenza nazionale e la sovranit\u00e0 popolare. \u00c8 il punto di vista che oggi sostengono i movimenti populisti\/socialisti (da Sanders a Podemos, a M\u00e9lenchon) e che in passato sostennero autorevoli esponenti della Terza Internazionale come Karl Radek (assassinato da Stalin nel 1937), il quale invitava il Partito comunista tedesco ad assumere la guida della resistenza del popolo tedesco alle condizioni neocoloniali che gli erano state imposte dalle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale, argomentando che, in caso contrario, sarebbero stati i nazisti ad assumersi il compito e a conquistare il potere (com\u2019\u00e8 puntualmente avvenuto). \u00c8, infine, il punto di vista che afferma che l\u2019internazionalismo pu\u00f2 esistere solo come rapporto di solidariet\u00e0 fra nazioni indipendenti e sovrane, come cooperazione fra uguali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>11<\/strong>. Il rapporto fra nazioni del centro e nazioni semiperiferiche e periferiche incorpora una relazione di dominio e sfruttamento fra classi straniere e locali. Sia Marx che Lenin avevano ben presente il fatto che il saccheggio perpetrato dai Paesi occidentali ai danni del resto del mondo era la causa fondamentale dell\u2019imborghesimento del proletariato delle nazioni industrialmente avanzate. Autori come Fanon, Amin, Wallerstein e altri hanno arricchito la teoria marxista dimostrando come le nazioni periferiche non ospitino economie precapitaliste, ma siano pienamente integrate in un sistema capitalistico mondiale nel quale la loro arretratezza \u00e8 condizione necessaria per la crescita e lo sviluppo delle nazioni del centro. Questa verit\u00e0 non vale oggi solo per quei Paesi ex coloniali che stanno rapidamente ricadendo sotto il dominio delle potenze imperialiste occidentali (e di altre potenze emergenti), vale anche per la relazione fra Paesi del Nord e del Sud Europa e in alcuni casi \u2013 come quello italiano \u2013 vale per il rapporto fra Nord e Sud all\u2019interno di un singolo Paese. Ecco perch\u00e9 la riconquista della sovranit\u00e0 nazionale \u00e8 l\u2019unica strada percorribile per riottenere il controllo collettivo sulle proprie risorse, sulle politiche economiche e sociali e sui flussi di capitali, merci e persone.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>12<\/strong>. L\u2019obiezione pi\u00f9 ricorrente al sovranismo di sinistra consiste nell\u2019affermare che, nel contesto dell\u2019attuale sistema capitalistico globalizzato, ogni velleit\u00e0 di sganciamento dal mercato mondiale \u00e8 illusoria. Tuttavia autori come Hosea Jaffe e Samir Amin [4] hanno contestato questa affermazione, dimostrando che il <em>delinking <\/em>dal mercato globale \u00e8 una via percorribile; di pi\u00f9: \u00e8 l\u2019unica via percorribile per compiere qualsiasi passo verso il socialismo. Solo gli Stati sovrani possono negare agli strozzini della finanza globale il pagamento dei debiti imposti da Fmi, Banca mondiale, Bce e consimili istituzioni sovranazionali, prive di legittimazione democratica. <em>Delinking <\/em>non significa autarchia: vuol dire ridurre al minimo indispensabile le importazioni, massimizzare e ottimizzare l\u2019uso delle risorse locali, conquistare la sovranit\u00e0 alimentare; vuol dire accentrare il surplus economico nelle mani dello Stato e ridistribuirlo in funzione dei bisogni settoriali di crescita, promuovendo la piena occupazione e la difesa degli interessi delle classi subalterne; vuol dire sfruttare i confini nazionali e la sovranit\u00e0 monetaria per regolare i flussi commerciali e di capitale. Chi sostiene che tutto ci\u00f2 \u00e8 impossibile concepisce la storia come un processo lineare e irreversibile, sovradeterminato da ferree leggi economiche rispetto alle quali la politica non pu\u00f2 fare altro che adattarsi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>13<\/strong>. L\u2019economicismo e l\u2019idea di necessit\u00e0 storica che regnano a sinistra si manifestano chiaramente non appena si affronta il problema dell\u2019Unione Europea: ignorando le prove inconfutabili della sua irriformabilit\u00e0, la palese impossibilit\u00e0 di democratizzarne le istituzioni, gli europeisti \u201ccritici\u201d ripetono ottusamente la tesi che la globalizzazione ha prodotto trasformazioni politiche e socioeconomiche tali da non poter essere pi\u00f9 gestite dagli Stati-nazione. Dal presupposto secondo cui il campo di azione e organizzazione politica deve necessariamente coincidere con il livello di strutturazione pi\u00f9 elevato del capitale, deducono che il piano sovranazionale \u00e8 oggi l\u2019unico sul quale si possono rappresentare gli interessi delle classi lavoratrici. Si argomenta che la sovranit\u00e0 nazionale, nell\u2019attuale contesto economico e geopolitico, possono permettersela solo gli Stati-continente come Stati Uniti, Cina e Russia, mentre i Paesi europei devono integrarsi se non vogliono finire schiacciati dalla concorrenza di quei colossi. Per inciso, questa tesi coincide \u2013 non a caso! \u2013 con quella delle \u00e9lite industriali e finanziarie del Vecchio Continente, cos\u00ec come, analogamente, sinistre e settori capitalistici pi\u00f9 avanzati convergono nel bollare come conservatrice e reazionaria ogni rivendicazione di indipendenza nazionale. Anche i filosofi portano il loro contributo, tentando di evocare un improbabile \u201cpatriottismo europeo\u201d le cui radici risalirebbero millenni addietro, a partire dallo scontro fra democrazie greche e imperi asiatici e dalla successiva cristianizzazione dell\u2019Impero romano, eventi nei quali sarebbe gi\u00e0 stata presente <em>in nuce <\/em>l\u2019idea di uno spazio geopolitico unitario, congiuntamente a una rappresentazione ideale di tale spazio. Ma la verit\u00e0 \u00e8 un\u2019altra, ed \u00e8 contenuta nel celebre detto che definisce l\u2019Europa come una mera espressione geografica. L\u2019Europa non \u00e8 mai esistita come entit\u00e0 politica e culturale unitaria, e l\u2019utopia di farne un unico Stato (utopia che tanto Marx quanto Lenin denunciarono come il sogno reazionario del capitalismo occidentale, il quale aspirava cos\u00ec a rafforzare il proprio dominio sul resto del mondo) si scontra con barriere sociali, linguistiche e culturali che nemmeno l\u2019istituzione di un sistema fiscale, di un esercito e di una polizia comuni sarebbe in grado di superare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>14<\/strong>. Ma se la Ue non \u00e8, n\u00e9 mai potr\u00e0 diventare, uno Stato unitario o una federazione di Stati, come possiamo definirla? La risposta \u00e8 che si tratta di un mostruoso esperimento istituzionale che tenta di mettere in pratica l\u2019utopia del fondatore del liberalismo moderno, von Hayek. Muovendo dalla constatazione che il capitalismo non conosce frontiere n\u00e9 radicamento territoriale \u2013 mentre la gabbia dello Statonazione lo costringe a tener conto degli interessi delle classi subordinate, nella misura in cui queste si organizzano nei corpi intermedi fra Stato e mercato \u2013 l\u2019utopia di von Hayek si propone di spezzare il rapporto biunivoco fra politica e territorio neutralizzando, assieme alla sovranit\u00e0 nazionale, i conflitti sociali e la possibilit\u00e0 di offrire loro rappresentanza democratica. Indebolendo l\u2019autonomia decisionale degli Stati membri e integrandoli in un nuovo ordine di mercato, la Ue crea una superstruttura che opera come una sorta di polizia economica, sfruttando l\u2019euro e il principio di concorrenza per sterilizzare i conflitti e condizionare i comportamenti individuali e collettivi. Il sistema dei trattati assume valore costituzionale, agisce di fatto come una costituzione senza Stato e senza popolo e rimpiazza la democrazia con la <em>governance<\/em>, vale a dire con un processo decisionale di tipo negoziale (nel quale per\u00f2 non tutti i negoziatori hanno lo stesso peso!) che produce regole con il consenso dei destinatari, i quali le accettano \u201cvolontariamente\u201d conservando \u2013 ma solo sul piano formale! \u2013 le loro sfere di facolt\u00e0 e poteri. L\u2019impianto filosofico che ispira questo esperimento \u00e8 l\u2019ordoliberalismo che, contrariamente al liberismo classico basato sul <em>laissez faire<\/em>, non d\u00e0 per scontata la capacit\u00e0 dei mercati di autoregolarsi, ma affida a un potere politico forte il compito di garantire la stabilit\u00e0 dei prezzi \u2013 a partire da quello della forza lavoro \u2013 e di vegliare sul fatto che il principio di concorrenza non venga messo in questione da oligopoli, corpi intermedi e interventi statali diretti in campo economico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>15<\/strong>. Si insiste spesso sul fatto che le regole della Ue vengono decise e imposte dalla nazione egemone: \u00e8 l\u2019interesse nazionale della Germania a prevalere su quelli di tutti gli altri partner europei. La linea dell\u2019austerit\u00e0, all\u2019interno della Germania, ha infatti favorito il contenimento dei livelli salariali e, assieme all\u2019alto tasso di produttivit\u00e0 del sistema industriale tedesco, ha sostenuto il modello mercantilista dell\u2019economia di quel Paese; viceversa per i Paesi del Sud Europa ha voluto dire milioni di posti di lavoro e migliaia di imprese in meno, deindustrializzazione e declassamento al ruolo di subfornitori delle imprese tedesche. Tutto vero, ma \u00e8 altrettanto vero che questa relazione asimmetrica \u00e8 stata, non solo accettata, ma addirittura promossa dagli Stati periferici. Per quanto riguarda l\u2019Italia, in particolare, vanno ricordate le scelte dei vari Andreatta, Ciampi, Padoa Schioppa e Prodi, a partire dalla promozione dell\u2019indipendenza della banca centrale dal potere politico, decisione che ha messo il nostro debito pubblico nelle mani della finanza privata internazionale, favorendone la levitazione e ponendoci in condizioni di subordinazione nei confronti dei Paesi che controllano le linee di credito. Gi\u00e0 Guido Carli auspicava un mutamento costituzionale (neanche a lui, come alla JPMorgan, piaceva \u201cl\u2019eccesso di socialismo\u201d della Costituzione postfascista) che avrebbe dovuto ridefinire la composizione della spesa pubblica (penalizzando la spesa sociale) e promuovere la ridistribuzione del potere politico a favore dell\u2019esecutivo e a danno del legislativo. I suoi eredi \u201cdi sinistra\u201d, preoccupati per gli alti livelli di conflittualit\u00e0 sociale e per l\u2019uso \u201cspregiudicato\u201d del bilancio pubblico, hanno pensato bene di importare dall\u2019esterno nuove regole. L\u2019ingresso nello Sme, prima, e nella Ue, poi, hanno avuto proprio questa funzione. A partire da quel momento, il richiamo al vincolo esterno (\u201cnon lo vogliamo noi ma l\u2019Europa\u201d) \u00e8 servito sistematicamente a legittimare le riforme neoliberali: tagli alla spesa sociale, privatizzazione di tutto il privatizzabile, precarizzazione del lavoro e, <em>last but not least<\/em>, l\u2019implementazione nella nostra Costituzione (attraverso il famigerato articolo 81) del Fiscal Compact, cio\u00e8 del divieto costituzionale di adottare politiche economiche keynesiane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>16<\/strong>. La speculazione finanziaria colpisce soprattutto quei Paesi che non possono contare su una banca centrale come prestatore di ultima istanza, ecco perch\u00e9 la Ue espone sistematicamente i propri membri a tale rischio. Trattati e regole costringono i Paesi che hanno bisogno di denaro a rivolgersi al mercato, il quale assume cos\u00ec una funzione disciplinare nei confronti delle politiche economiche dei governi: l\u2019assistenza finanziaria viene concessa in cambio di \u201criforme\u201d, cio\u00e8 dell\u2019impegno a tagliare spesa sociale e salari, privatizzare i servizi pubblici e contenere drasticamente il costo del lavoro. La macelleria sociale imposta alla Grecia dopo la capitolazione del suo governo nei confronti dei diktat della Troika (Commissione Europea, Bce e Fmi) \u00e8 un esempio del destino tragico che incombe sulle nazioni e sui popoli che aderiscono all\u2019area dell\u2019euro. \u00c8 vero che le borghesie dei Paesi europei periferici si sono volontariamente assoggettate a vincoli esterni, pur di conservare il potere sulle proprie classi subalterne, ma \u00e8 altres\u00ec vero che la moneta unica ha consentito alla Germania di costruire il proprio successo economico sulla miseria altrui: l\u2019euro ha diviso l\u2019Europa fra un centro esportatore e una periferia dipendente, ha \u201csudamericanizzato\u201d le nazioni dell\u2019Est e del Sud Europa. Ecco perch\u00e9 il principio di <em>delinking <\/em>teorizzato da Samir Amin a proposito della relazione fra potenze imperiali e Paesi ex coloniali pu\u00f2 e deve essere fatto proprio anche dai Paesi euromediterranei. Solo uscendo dall\u2019euro e riconquistando la sovranit\u00e0 monetaria sar\u00e0 possibile ridare spazio al conflitto ridistributivo, invertire la tendenza alla privatizzazione, nazionalizzando banche ed imprese in crisi e rinazionalizzando i servizi pubblici, e infine adottare politiche fiscali progressive. Solo gli Stati sovrani dispongono degli strumenti per realizzare giustizia sociale e piena occupazione, e per gestire il debito sovrano e gli effetti delle crisi senza cadere nelle mani degli strozzini della finanza privata. Certamente i costi dell\u2019uscita dall\u2019euro non sarebbero trascurabili \u2013 bench\u00e9 non tragici, come ventilato dalla propaganda dei media di regime e come smentito dal caso della Brexit \u2013, ma ben peggiori sono i costi della permanenza in termini di democrazia, sovranit\u00e0 popolare, povert\u00e0 e disuguaglianza sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>17<\/strong>. Lo scetticismo nei confronti della nazione va di pari passo con lo scetticismo nei confronti dello Stato. Il ripudio delle esperienze storiche del socialismo reale e l\u2019ideologia \u201corizzontalista\u201d che, dopo la svolta libertaria dei nuovi movimenti, accomuna tutte le componenti della sinistra radicale, hanno fatto s\u00ec che il vecchio principio marxista, secondo cui la macchina statale borghese non pu\u00f2 essere ereditata e usata cos\u00ec com\u2019\u00e8 da parte delle classi subalterne, si sia trasformato nel dogma secondo cui lo Stato in quanto tale non pu\u00f2 pi\u00f9 essere usato. Per questa ideologia neoanarchica lo Stato, qualsiasi classe o forza politica ne detenga il controllo, \u00e8 sempre e comunque il nemico del popolo; di conseguenza, il concetto stesso di presa del potere \u00e8 sparito dal suo orizzonte culturale. La logica del controllo subentra alla logica della conquista, la speranza di costruire un\u2019alternativa globale al modo di produzione capitalistico e alle istituzioni dello Stato borghese lascia il posto a pratiche di contestazione permanente, alle manifestazioni sistematiche di sfiducia nei confronti del potere, a una sorta di democrazia dell\u2019opinione che ha come protagonista un popolo che diffida ma non aspira a governare [5]. Tale atteggiamento rispecchia un punto di vista che non mira ad abolire il capitalismo bens\u00ec, nella migliore delle ipotesi, ad addomesticarne la ferocia. Ne \u00e8 prova evidente il ruolo svolto da Terzo settore, Ong e volontariato, i quali collaborano attivamente allo smantellamento del welfare in sintonia con la logica ordoliberale del \u201ccapitalismo sociale\u201d. Ne \u00e8 inoltre prova quel patetico surrogato dell\u2019utopia comunista che \u00e8 l\u2019ideologia \u201cbenecomunista\u201d, che invita a voltare le spalle al comunismo statale, a immaginare nuove istituzioni estranee alla logica della sovranit\u00e0 e al principio di autorit\u00e0, che d\u00e0 per scontato infine che un partito rivoluzionario che pretenda di essere autonomo dai movimenti non solo non serve, ma \u00e8 controproducente. Siamo dunque di fronte a discorsi che assumono come obiettivo una radicale spoliticizzazione della societ\u00e0 civile. Come se non bastasse, a evidenziare la sostanziale convergenza fra liberalismo e \u201cbenecomunismo\u201d \u00e8 lo slogan, in sintonia con le tesi dell\u2019economista liberale Elinor Ostrom, secondo cui la gestione dei beni comuni non dovrebbe essere \u201dn\u00e9 pubblica n\u00e9 privata\u201d: si tratta d\u2019una doppia negazione apparente, nel senso che la vera negazione \u00e8 solo quella che ripudia il pubblico, mentre la negazione del privato \u00e8 mistificatoria ove si consideri che, una volta sottratto al controllo pubblico, qualsiasi bene \u00e8 inesorabilmente destinato a diventare privato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>18<\/strong>. Le ideologie criticate nelle tesi precedenti possono essere sintetizzate con la formula \u201ccambiare il mondo senza prendere il potere\u201d, che potremmo ironicamente accostare al detto di Cristo \u201cil mio regno non \u00e8 di questo mondo\u201d, e la storia insegna che il detto cristiano che invita a tenersi alla larga dal potere non ha particolarmente contribuito a cambiare i rapporti di forza fra potenti e sudditi&#8230; Del resto, nella formulazione gramsciana, le classi subordinate non \u201cprendono\u201d il potere, si fanno Stato; il punto non \u00e8 dunque abolire lo Stato in quanto ente distinto dalla societ\u00e0, bens\u00ec abolirne il carattere di classe. Questo \u00e8 il programma massimo, ma anche in situazioni in cui conservava il proprio carattere di classe, lo Stato si \u00e8 dimostrato capace di funzionare come strumento di emancipazione: dopo la crisi del 1929, ha interpretato la reazione di autodifesa della societ\u00e0 civile nei confronti di un sistema capitalistico senza regole, tornando a governare terra, lavoro e capitale; dal 1930 al 1980 la logica del mercato ha dovuto piegarsi alle esigenze di ridistribuzione sociale del reddito e gli Stati-nazione non apparivano impotenti di fronte agli interessi del capitalismo globale. Il vero problema quindi \u2013 appurato che il potere politico pu\u00f2, a determinate condizioni, garantire reali miglioramenti delle condizioni di lavoro e di vita dei cittadini \u2013 non \u00e8 Stato s\u00ec Stato no, bens\u00ec quale tipo di organizzazione del potere pu\u00f2 favorire la transizione a una societ\u00e0 postcapitalista. Prima di affrontare tale nodo, occorre prendere congedo dal mito dell\u2019estinzione dello Stato \u2013 mito che si basa su una visione salvifico-religiosa di un futuro in cui la societ\u00e0 sar\u00e0 liberata da qualsiasi tipo di conflitto. Una societ\u00e0 del genere non pu\u00f2 esistere n\u00e9 mai esister\u00e0, perch\u00e9 anche dopo l\u2019eliminazione delle classi sociali continueranno a sussistere contraddizioni e quindi conflitti, e perch\u00e9 anche la \u201csemplice amministrazione delle cose\u201d (gestibile anche dalla cuoca, secondo la nota metafora non priva di sfumature maschiliste) non potr\u00e0 fare a meno di specialismi e gerarchie burocratiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>19<\/strong>. Le rivoluzioni bolivariane, assieme al concetto di \u201csocialismo del XXI secolo\u201d da esse introdotto, hanno indotto i marxisti latinoamericani a riprendere lo storico dibattito sull\u2019alternativa riforme\/rivoluzione. Engels e la Luxemburg avevano bypassato tale contrapposizione sostenendo che nulla impedisce alle classi subalterne di conquistare il potere attraverso riforme radicali, a condizione che tali riforme non siano fini a se stesse bens\u00ec un mezzo per arrivare alla rivoluzione socialista. Ora \u00e8 evidente che nessuna delle rivoluzioni in questione pu\u00f2 essere definita socialista: pur avendo introdotto costituzioni avanzate che prevedono la possibilit\u00e0 del superamento dell\u2019economia capitalista e delle istituzioni politiche borghesi, i governi bolivariani di Venezuela, Bolivia ed Ecuador non hanno abolito la propriet\u00e0 privata n\u00e9 hanno avviato un processo di trasformazione radicale della matrice produttiva. Tuttavia la dicotomia secca fra socialismo e capitalismo pecca di eurocentrismo. Si tratta piuttosto di capire in quale misura queste rivoluzioni hanno messo in moto un processo di democratizzazione dello Stato e creato i presupposti per l\u2019indipendenza nazionale di questi Paesi dall\u2019imperialismo occidentale. Questo perch\u00e9 non va dimenticato che la lotta di classe in certe circostanze assume forma geopolitica, e che il conflitto fra nazioni del centro e nazioni periferiche ha di per s\u00e9 la natura di un conflitto di classe, per cui schierarsi dalla parte delle seconde \u00e8 pi\u00f9 importante che tracciare un confine astratto fra rivoluzione nazional-democratica e rivoluzione socialista. Che poi la rivoluzione nazional-democratica possa evolvere in rivoluzione socialista dipende da fattori economici, sociali, geopolitici in larga misura contingenti e imprevedibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>20<\/strong>. La novit\u00e0 storica \u00e8 che oggi, a causa degli effetti che la rivoluzione liberale degli ultimi decenni ha avuto sulla composizione di classe all\u2019interno dei singoli Paesi e sulle relazioni di subordinazione fra centri e periferie, sorte anche nel campo capitalista occidentale, nemmeno eventuali rivoluzioni antiliberiste all\u2019interno di tale campo potrebbero evitare di attraversare una fase nazional-democratica e riformista. In primo luogo, perch\u00e9 \u00e8 da un secolo abbondante che il proletariato occidentale non vuole fare la rivoluzione, ma preferisce seguire le forze politiche che gli promettono miglioramenti graduali. Inoltre, dal momento che tutti i mercati del lavoro mantengono carattere locale, le solidariet\u00e0 politico-sociali devono essere costruite su basi geografiche (ma non etniche!), il che significa: 1) che la resistenza dei luoghi nei confronti delle potenze sconvolgenti scatenate dai processi di globalizzazione assume il significato di una lotta anticapitalista; 2) che anche qui in Occidente i singoli Stati-nazione sono chiamati a rivendicare la propria autonomia per rendere possibili politiche di ridistribuzione e tutela dei diritti sociali; 3) che lo smarrimento delle identit\u00e0 e la forma populista del conflitto fanno s\u00ec che la lotta anticapitalista si presenti sotto le spoglie neogiacobine di lotta dei cittadini contro l\u2019uso capitalistico dello Stato (il cittadino ribelle rimpiazza il proletario). Ecco perch\u00e9 tutti i programmi politici dei movimenti populisti di sinistra (da Sanders a Corbyn, da M\u00e9lenchon a Podemos) sono programmi \u201criformisti\u201d che non presentano chiari caratteri anticapitalisti: ricondurre i settori strategici dell\u2019economia (banche, trasporti, comunicazione, tecnologie avanzate ecc.) sotto mano pubblica, rinazionalizzare i servizi pubblici (sanit\u00e0, trasporti, educazione ecc.), piena occupazione, sostegno alle piccole medie imprese ecc. Si tratta di programmi che cercano il sostegno di blocchi sociali maggioritari e trasversali e che, qualche decennio fa, sarebbero stati definiti socialdemocratici, ma oggi, nell\u2019epoca del totalitarismo liberal-liberista, suonano sovversivi, nella misura in cui possono rappresentare un primo passo verso la trasformazione delle lotte del cittadino ribelle in lotta di classe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>21<\/strong>. Nelle attuali condizioni storiche, una rivoluzione nazional-popolare che si ponga l\u2019obiettivo di conquistare il potere per avviare il processo costituente di un regime politico democratico non appare meno difficile da realizzare di quanto non lo siano state le rivoluzioni socialiste del passato. Oggi come ieri essa pu\u00f2 avvenire solo in presenza di una profonda crisi dello Stato, della societ\u00e0 e dell\u2019economia; di pi\u00f9: pu\u00f2 avvenire solo se a tali condizioni si aggiunge una diffusa sensazione di insicurezza, paura e minaccia, la sensazione che un cambiamento radicale sia necessario per difendere il proprio mondo vitale. Oggi come ieri il verificarsi di tali condizioni non \u00e8 prevedibile n\u00e9 programmabile, si potrebbe dire che la rivoluzione \u00e8 sempre matura e non lo \u00e8 mai, o che la rivoluzione avviene dove e quando avviene [6].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>22<\/strong>. In quale misura \u00e8 possibile prevenire i rischi di degenerazione autoritaria associati a ogni processo rivoluzionario che riesca a conquistare il potere? Questi rischi sono connaturati a qualsiasi regime e forma statale. L\u2019unico modo per neutralizzarli \u00e8 la creazione di contrappesi sociali autonomi. I contrappesi fra potere esecutivo, legislativo e giudiziario previsti dalle costituzioni liberaldemocratiche non sono sufficienti, nella misura in cui si limitano a regolare gli equilibri di potere interni alla \u201ccasta\u201d. Le istituzioni popolari di democrazia diretta e partecipativa devono essere <em>esterne <\/em>a quelle della democrazia rappresentativa e agli organi statali, devono potersi contrapporre alle loro decisioni, devono cio\u00e8 essere in grado di esercitare il <em>conflitto <\/em>nei confronti dello Stato e tale diritto dev\u2019essere sancito costituzionalmente. Se l\u2019assenza di conflitto \u00e8 un mito irrealizzabile anche nel contesto del comunismo realizzato, ci\u00f2 vale a maggior ragione per un regime che abbia realizzato una rivoluzione nazionalpopolare e compiuto solo alcuni primi, timidi passi verso il socialismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[1] Cfr. M. Tarchi, <em>Italia populista<\/em>, il Mulino, Bologna 2015.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[2] Cfr. L. Gallino, <em>op. cit.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[3] Cos\u00ec il vicepresidente boliviano Linera in un\u2019intervista di un paio d\u2019anni fa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[4] Vedi il paragrafo dedicato a questi due autori nel capitolo seguente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[5] Cfr. P. Rosanvallon, <em>op. cit.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[6] Rubo queste battute a Mimmo Porcaro (vedi il penultimo paragrafo del prossimo capitolo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>(13 marzo 2019)<\/em><\/p>\n<p class=\"dettagliotag\" style=\"text-align: justify;\">Tag:<a href=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/tag\/capitalismo\/\" rel=\"tag\">capitalismo<\/a>, <a href=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/tag\/democrazia\/\" rel=\"tag\">democrazia<\/a>, <a href=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/tag\/destra\/\" rel=\"tag\">destra<\/a>, <a href=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/tag\/nazione\/\" rel=\"tag\">nazione<\/a>, <a href=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/tag\/populismo\/\" rel=\"tag\">populismo<\/a>, <a href=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/tag\/sinistra\/\" rel=\"tag\">sinistra<\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/2019\/03\/13\/ventidue-tesi-sul-%e2%80%9cmomento-populista%e2%80%9d\/\">http:\/\/ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/2019\/03\/13\/ventidue-tesi-sul-%e2%80%9cmomento-populista%e2%80%9d\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MICROMEGA (Carlo Formenti) Nel suo ultimo libro, Il socialismo \u00e8 morto, viva il socialismo! Dalla disfatta della sinistra al momento populista, Carlo Formenti analizza le caratteristiche dell&#8217;odierno \u201cmomento populista\u201d, difendendo l&#8217;ipotesi di un nuovo sovranismo di sinistra. 1. Il populismo non \u00e8 un\u2019ideologia: in primo luogo perch\u00e9 non esistono testi \u201cfondativi\u201d (paragonabili a quelli di Marx per la sinistra) in grado di attribuire forma coerente e unitaria al discorso populista, poi perch\u00e9 quest\u2019ultimo non&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":37585,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/01\/micromega-320x320.gif","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-cWL","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/49771"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=49771"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/49771\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":49772,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/49771\/revisions\/49772"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/37585"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=49771"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=49771"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=49771"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}