{"id":49927,"date":"2019-03-20T11:15:41","date_gmt":"2019-03-20T10:15:41","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=49927"},"modified":"2019-03-20T07:22:43","modified_gmt":"2019-03-20T06:22:43","slug":"il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=49927","title":{"rendered":"Il capitale globalizzato e la ripresa dello stato"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>SINISTRA IN RETE (Domenico Moro)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories8\/Capitale-stato.jpg\" alt=\"Capitale stato\" width=\"300\" height=\"275\" \/><\/p>\n<p class=\"\" style=\"text-align: justify;\">Tra gli aspetti della riflessione di Marx ed Engels che trovano conferma oggi, a distanza di 150 anni dalla pubblicazione del Capitale, ci sono la tendenza del capitalismo alla crisi, sempre pi\u00f9 grave, e le conseguenze contraddittorie che porta. Queste sono rappresentate dalla internazionalizzazione delle imprese, dall\u2019aumento della concorrenza tra capitali e dall\u2019accrescimento delle dimensioni delle imprese, soprattutto mediante la centralizzazione proprietaria<a href=\"http:\/\/www.laboratorio-21.it\/il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato\/#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>. Ma c\u2019\u00e8 un altro aspetto della riflessione dei fondatori del materialismo storico che \u00e8 confermato: la natura di classe dello Stato, che oggi trova una espressione significativa anche nei processi di centralizzazione sovrannazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo oltre tre decenni di liberismo di mercato e privatizzazioni stiamo assistendo al ritorno dello Stato-nazione nell\u2019economia. In realt\u00e0, non si tratta di un ritorno alla mano pubblica, ma dello schierarsi dello Stato-nazione a sostegno del proprio capitale. Quella che viene messa in discussione non \u00e8 la libert\u00e0 di movimento del proprio capitale, ma la libert\u00e0 di quello altrui. Questo fenomeno si manifesta soprattutto nei Paesi di pi\u00f9 antico capitalismo, l\u2019Europa occidentale, gli Usa e il Giappone, gi\u00e0 alfieri della deregolamentazione e del libero mercato, ma ora costretti a cambiare rotta sotto un attacco che proviene da due fronti. Da una parte, c\u2019\u00e8 la crisi, che non vuole passare e che si \u00e8 manifestata pi\u00f9 acutamente nelle aree capitalisticamente pi\u00f9 sviluppate, coerentemente con la teoria marxista della tendenza alla sovraccumulazione di capitale<a href=\"http:\/\/www.laboratorio-21.it\/il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato\/#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a>. Dall\u2019altra parte, ci sono i Paesi cosiddetti emergenti la cui quota sulle esportazioni mondiali \u00e8 cresciuta enormemente: i Brics sono passati dal 7,4% del 2000 al 18,2% del 2017<a href=\"http:\/\/www.laboratorio-21.it\/il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato\/#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>. La minaccia \u00e8 avvertita soprattutto nei confronti della Cina, in particolare nella tecnologia 5G e nell\u2019intelligenza artificiale (IA), che hanno una enorme rilevanza industriale-commerciale e strategico-militare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Inoltre, la Cina ha aumentato i suoi investimenti diretti (IDE)<a href=\"http:\/\/www.laboratorio-21.it\/il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato\/#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a> non solo nei Paesi periferici, ma anche nei Paesi sviluppati, acquisendovi imprese e accedendo cos\u00ec alle loro tecnologie avanzate e inserendosi nella gestione delle infrastrutture fisiche e digitali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>I campioni europei e il \u201cmanifesto franco-tedesco\u201d<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019esempio pi\u00f9 significativo di questa tendenza al ritorno dello Stato nell\u2019economia \u00e8 riscontrabile nella Ue, sebbene questa fosse nata per liberalizzare i mercati. Il 19 febbraio i ministri economici di Francia e Germania hanno firmato \u201cIl manifesto franco-tedesco per una politica industriale europea adatta al XXI secolo\u201d, la necessaria appendice economica del Trattato di Aquisgrana firmato qualche settimana prima da Macron e Merkel. Il punto di partenza degli estensori del manifesto \u00e8 significativo: solo cinque tra le prime 40 aziende al mondo sono europee. C\u2019\u00e8, quindi, la necessit\u00e0 di creare campioni europei e per farlo bisogna cambiare le regole europee dell\u2019Antitrust, che, come nel caso della fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens, bloccano le fusioni transfrontaliere. A quanto pare, mentre su alcuni aspetti le regole europee sembrano modificabili, su altri aspetti rimangono incise sulla pietra, come nel caso della mutualizzazione dei debiti pubblici e dei vincoli di bilancio. Si tratta dell\u2019ulteriore prova della natura di classe della Ue, un accordo intergovernativo finalizzato a favorire il processo di accumulazione del capitale. Insomma, quello europeo \u00e8 un liberismo <em>\u00e0 la carte, <\/em>pronto a essere sostituto dal protezionismo quando fa comodo. L\u2019accordo franco-tedesco sulla politica industriale \u00e8 diretto in primo luogo a favorire le imprese francesi e tedesche all\u2019interno della Ue, che cos\u00ec rappresenterebbero il nocciolo duro dei processi riaggregativi tra imprese. L\u2019Italia, pur avendo la stazza economica per pesare ed essendo un concorrente agguerrito di Germania e Francia in diversi settori manifatturieri, corre il rischio di essere messa ai margini dei processi di riaggregazione industriale. In secondo luogo, l\u2019accordo \u00e8 diretto a compattare l\u2019Europa nei confronti degli Usa, che fra pochi mesi devono decidere che fare dei dazi sulle importazioni europee (tra i quali quelli sulle auto tedesche), e nei confronti della Cina, le cui recenti acquisizioni di imprese europee, come quella della tedesca Kuka da parte della cinese Midea, hanno lasciato l\u2019amaro in bocca alla Germania. Mentre le fusioni all\u2019interno della Ue vanno facilitate, quelle tra imprese europee e imprese extra europee, specie cinesi e russe, vanno ostacolate, con l\u2019argomentazione che i settori \u201csensibili\u201d per la sicurezza nazionale (telecomunicazioni, infrastrutture, ecc.) devono essere protetti. Del resto, l\u2019accordo prevede l\u2019aumento della cooperazione franco-tedesca proprio nei settori, 5G e IA, dove la Ue \u00e8 in forte ritardo nei confronti di Usa e Cina. In sintesi, l\u2019obiettivo \u00e8 opporre ai giganti Usa e cinesi dei gruppi europei di dimensioni adeguate, facendo per\u00f2 in modo che siano a guida franco-tedesca. La realizzazione di tali campioni \u201ceuropei\u201d sta avvenendo sempre di pi\u00f9 attraverso il coinvolgimento dello Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La ripresa del ruolo interventista dello Stato-nazione<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infatti, l\u2019aspetto pi\u00f9 importante \u00e8 che, sia nell\u2019accordo franco-tedesco sia nella pratica corrente anche di altri Stati (tra cui l\u2019Italia), lo Stato-nazione sta ricoprendo un ruolo sempre pi\u00f9 interventista nell\u2019economia. Infatti, il manifesto di politica industriale franco-tedesco si impegna a ottenere una revisione della direttiva del 2004 che regola le fusioni, permettendo che le decisioni dell\u2019Antitrust europeo possano essere impugnate dai governi nazionali, mentre ora possono essere annullate solo dalla Corte di giustizia europea. L\u2019altra motivazione dell\u2019accordo-franco tedesco, l\u2019accusa alle imprese cinesi e di altri Paesi emergenti di beneficiare di aiuti di Stato e quindi di falsare la libera concorrenza, appare ipocrita. Infatti, negli ultimi anni \u00e8 stato proprio lo Stato francese ad aver rafforzato la sua presenza nelle maggiori imprese francesi a danno dei partner stranieri. Nel 2015 Macron, allora ministro dell\u2019economia nel governo Valls, aument\u00f2 la presenza dello Stato in Renault-Nissan, portando la sua quota al 15% con la spesa di 1,2 miliardi di euro. Tale mossa fu considerata alla stregua di una dichiarazione di guerra dal management della Nissan e dal governo giapponese, e ha portato all\u2019arresto in Giappone tre mesi fa di Carlos Ghosn, l\u2019ex Ceo di Renault-Nissan. Pi\u00f9 di recente il governo olandese, sborsando 744 milioni, ha aumentato dell\u20191% la sua quota in Air France-KLM portandola al 14%, mettendosi cos\u00ec alla pari con il governo francese. La mossa \u00e8 avvenuta senza avvertire quest\u2019ultimo, che l\u2019ha giudicata \u201costile e incomprensibile\u201d. Si tratta invece di una mossa pi\u00f9 che comprensibile: il nuovo Ceo, Ben Smith, stava relegando il socio olandese, KLM, in una posizione subalterna rispetto ad Air France, con la conseguente perdita di importanza dello scalo di Amsterdam (65mila posti di lavoro diretti e molti di pi\u00f9 indiretti). Infine, la Societ\u00e0 aeroporti di Parigi verr\u00e0 probabilmente posta in vendita, ma ad azionisti che non siano legati a uno Stato estero, cio\u00e8, in altre parole, non cinesi. Del resto, il governo francese, per opporsi ad acquirenti indesiderati, pu\u00f2 avvalersi della <em>Loi Florange<\/em> che permette allo Stato di avere diritto di voto doppio in imprese considerate strategiche, e del decreto <em>Monteburg<\/em>, che permette di vietare un cambio di controllo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Francia, per\u00f2, sebbene sia all\u2019avanguardia sul fronte dell\u2019interventismo statale, non \u00e8 isolata. In Germania, il governo ha bloccato alcune fusioni utilizzando la banca di investimento pubblica, KfW, e il ministro dell\u2019economia Altmaier ha proposto un fondo sovrano per nazionalizzare le imprese tecnologicamente all\u2019avanguardia prima che siano gli stranieri a impossessarsene. In Brasile la vendita del costruttore aeronautico Embraer alla statunitense Boeing ha sollevato forti critiche persino nella maggioranza di destra filoamericana. Anche in Italia, il Paese che pi\u00f9 ha privatizzato insieme al Regno Unito, ci sono accenni di un nuovo interventismo dello Stato, che, ad esempio, si propone di acquisire il 20% della (ennesima) \u201cnuova\u201d Alitalia. Il resto andr\u00e0 a investitori privati, italiani e stranieri. Negli Usa Trump \u00e8 stato eletto con il mandato di ridurre l\u2019enorme deficit commerciale, che intanto ha raggiunto il livello pi\u00f9 alto dal 2008 (862 miliardi di dollari<a href=\"http:\/\/www.laboratorio-21.it\/il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato\/#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>). A questo scopo, Trump ha imposto nuovi dazi sulle importazioni cinesi e europee. Con la Cina sembra che Trump sia arrivato ad un accordo, imponendo l\u2019importazione di alcuni prodotti statunitensi. In questo modo, per\u00f2, le tensioni fra aree economiche e tra stati vengono solo spostate, perch\u00e9 in questo modo si ridurranno le importazioni cinesi dall\u2019Europa, soprattutto dalla Germania (macchinari e auto), e dal Brasile (soia). Intanto, Trump ha revocato a India e Turchia il trattamento speciale che consentiva ai due Paesi di esportare senza dazi negli Usa. La mossa \u00e8 una ritorsione contro l\u2019India, che ha alzato i dazi per tutelare i suoi produttori, e contro la Turchia, che ha preferito al sistema missilistico statunitense \u201cPatriot\u201d uno di fabbricazione russa. Un altro esempio di uso della forza statale nella concorrenza internazionale \u00e8 dato dall\u2019arresto negli Usa di Meng Wanzhou, direttore finanziario e figlia del fondatore di Huawei, accusata di aver aggirato le sanzioni contro l\u2019Iran. Huawei, che guarda caso \u00e8 all\u2019avanguardia sul 5G, si appresta a presentare una denuncia contro lo <em>U.S. National Defense Authorization Act<\/em>, che ha reso pi\u00f9 incisivi i controlli sugli investimenti stranieri, specie cinesi. La competizione tra Usa e Ue, da una parte, e Cina, dall\u2019altra, ha riflessi importanti anche in Italia. Secondo il Financial Times, l\u2019Italia potrebbe essere il primo Paese a sostenere la \u201cNuova via della seta\u201d, il sistema di trasporti che collegherebbe la Cina all\u2019Europa. In particolare, \u00e8 in programma un accordo tra l\u2019autorit\u00e0 portuale di Genova, il cui interscambio commerciale \u00e8 per il 35% con la Cina, e la China communications construction company. L\u2019ingresso dei cinesi nei porti italiani (forse anche quelli di Trieste e Palermo) sarebbe inserito nell\u2019accordo bilaterale che dovrebbe essere siglato in occasione della visita del Presidente cinese a Roma alla fine di marzo. Alla notizia, gli Usa e la Ue, la quale \u00e8 contraria alla \u201cNuova via della seta\u201d, hanno protestato contro il governo italiano, che sembra spaccato sull\u2019accordo con la Cina: il M5S favorevole e la Lega, che pure aveva fatto del \u201csovranismo\u201d nazionale il suo cavallo di battaglia, maggiormente sensibile ai tradizionali vincoli internazionali del nostro Paese. Del resto, non \u00e8 la prima volta che si produce una spaccatura tra i due partner di governo a proposito di collocazione e alleanze internazionali, come nel caso recente del Venezuela.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Interventismo statale si, ma di che tipo?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per concludere, quanto abbiamo detto non significa che il mercato mondiale stia sfaldandosi (per lo meno non nel breve-medio periodo), ma che, sulla spinta della crisi, si stiano ridefinendo i rapporti di forza tra le frazioni di capitale che compongono il sistema-mondo. Del resto, una caratteristica del capitalismo, nella sua fase imperialista, \u00e8 lo sviluppo diseguale, che accentua la competizione tra i capitali e tra gli Stati per la ridefinizione degli equilibri precedenti. Da ci\u00f2 nasce la tensione tra due tendenze, quella verso la liberalizzazione del movimento delle merci e dei fattori di produzione (capitale, forza lavoro, materie prime e tecnologia) e quella verso il protezionismo e l\u2019interventismo statale. Tale contraddizione si riflette anche nella dialettica, presente in tutti i Paesi, tra \u201cfautori del libero mercato-cosmopoliti\u201d e \u201csovranisti-neonazionalisti\u201d. Bisogna, per\u00f2, tenere presente che si tratta di distinzioni non rigide: il capitale, oltre a non essere unitario, oscilla sempre, sulla base delle sue convenienze e delle circostanze, tra i due poli. L\u2019estrema instabilit\u00e0 del sistema politico e dei partiti in Europa occidentale, specie in Italia, \u00e8 dovuta anche al grado in cui questa contraddizione si presenta in seno ai vari settori del blocco sociale dominante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bisogna, quindi, fare molta attenzione a non cadere nell\u2019equivoco di credere che il maggiore interventismo statale sia di per s\u00e9 positivo. Spesso le imprese, controllate o partecipate dallo Stato, non sono enti pubblici, che rispondano ad autorit\u00e0 pubbliche e svolgano una funzione pubblica. Sono, invece, (come Eni, Enel e Leonardo-Finmeccanica in Italia) societ\u00e0 per azioni, hanno una governance sul modello anglosassone della <em>public company<\/em>, con una presenza molto consistente e diversificata di azionisti privati, spesso stranieri, e sono quotate in borsa. Devono, quindi, rispondere in primo luogo al mercato e agli azionisti, e, di conseguenza devono raggiungere un certo profitto, spesso a breve termine, pena il calo del loro valore di borsa. L\u2019intervento dello Stato non \u00e8 subordinato ad alcuna programmazione n\u00e9 \u00e8 indirizzato allo sviluppo complessivo ed equilibrato del Paese, bens\u00ec a sostenere l\u2019accumulazione privata di capitale. Inoltre, la tendenza al rafforzamento dello Stato non ci deve far dimenticare che tale tendenza riguarda alcune funzioni dello Stato e non tutte: il bilancio pubblico e la moneta in Europa rimangono stabilmente, almeno per ora, in ambito sovrannazionale. Infine, la tendenza al rafforzamento dello Stato-nazione, sebbene diffusa, non \u00e8 per\u00f2 uniforme: al rafforzamento di alcuni stati corrisponde l\u2019indebolimento di altri. Per questo, se si vuole definire una strategia politica efficace, \u00e8 importante la valutazione del ruolo e della posizione dei singoli stati nel quadro dei rapporti di forza internazionali, cos\u00ec come \u00e8 necessario valutare la posizione \u2013 pi\u00f9 o meno centrale o pi\u00f9 o meno periferica \u2013 delle singole frazioni di capitale nella divisione internazionale del lavoro. Se \u00e8 vero che il potere territoriale \u2013 cio\u00e8 lo Stato, nella definizione che ne da Giovanni Arrighi ne Il lungo XX secolo \u2013 \u00e8 condizione necessaria all\u2019accumulazione da parte dei \u201cpossessori di denaro\u201d, \u00e8 altrettanto vero che, per queste stesse ragioni, tale potere territoriale si caratterizza in un modo o nell\u2019altro in relazione alla fase storica del capitale. Pertanto, una politica che si ponga l\u2019obiettivo di trasformare il ruolo dello Stato deve porsi anche l\u2019obiettivo della modifica dell\u2019assetto economico. Certamente il nuovo interventismo statale presenta l\u2019aspetto positivo di dimostrare, al di l\u00e0 di ogni retorica neoliberista, che il \u201cmercato\u201d, cio\u00e8 il capitalismo, funziona solo se c\u2019\u00e8 lo Stato. Il punto, per\u00f2, \u00e8 capire quale sia il segno di classe di tale interventismo. Non basta, quindi, pensare a un maggiore intervento dello Stato in economia o a nazionalizzare alcune imprese, bisogna far s\u00ec che le imprese nazionalizzate abbiano un ruolo e una governance realmente pubblici e che vengano inserite in una programmazione economica tesa allo sviluppo complessivo ed equilibrato, che in Italia vuol dire soprattutto sviluppo equilibrato delle due parti del Paese, Mezzogiorno e Centro-Nord.<\/p>\n<hr \/>\n<h5 style=\"text-align: justify;\">Note<\/h5>\n<h5 style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.laboratorio-21.it\/il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato\/#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Marx distingue nel Capitale due metodi di ingrandimento delle imprese, i quali permettono, per contrastare la caduta del saggio di profitto, l\u2019aumento della massa di profitto mediante l\u2019aumento della massa del capitale investito. 1) La concentrazione \u00e8 l\u2019ingrandimento del capitale dovuto al processo di accumulazione di capitale progressivo che l\u2019impresa realizza nei cicli di investimento che si susseguono. 2) La centralizzazione \u00e8 l\u2019ingrandimento mediante la fusione tra due o pi\u00f9 imprese o l\u2019acquisizione di una o pi\u00f9 imprese da parte di un\u2019altra, centralizzando cos\u00ec il controllo proprietario delle imprese in poche mani. Nei periodi di crisi la centralizzazione \u00e8 pi\u00f9 diffusa perch\u00e9 le imprese pi\u00f9 forti assorbono le imprese pi\u00f9 deboli che soccombono alla concorrenza.<\/h5>\n<h5 style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.laboratorio-21.it\/il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato\/#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Per sovraccumulazione o, meno correttamente, sovrapproduzione di capitale si intende l\u2019accumulazione di un eccesso di capitale, in mezzi di produzione. L\u2019eccesso di capitale \u00e8 tale in rapporto al profitto che il capitale investito permette di realizzare. In pratica, \u00e8 quella condizione per cui ogni nuovo investimento non produce il livello di profitto aspettato dal capitalista e tale da giustificarlo. Essa si presenta con maggiore intensit\u00e0 nei Paesi di pi\u00f9 antica industrializzazione, proprio perch\u00e9 nei vari cicli di accumulazione la parte di capitale che va in forza lavoro, l\u2019unica a produrre plusvalore, diminuisce in rapporto alla parte che va in capitale fisso (macchinari, materi prime, edifici, ecc.). La sovraccumulazione di capitale \u00e8 alla base della tendenza alla caduta del saggio di profitto, a sua volta alla base delle crisi cicliche. \u00c8 da non confondere con la sovrapproduzione di merci.<\/h5>\n<h5 style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.laboratorio-21.it\/il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato\/#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Unctad, database.<\/h5>\n<h5 style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.laboratorio-21.it\/il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato\/#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> Sono definiti IDE gli investimenti internazionali volti all\u2019acquisizione di partecipazioni \u201cdurevoli\u201d (di controllo, paritarie o minoritarie) in un\u2019impresa estera (<em>mergers and aquisitions<\/em>) o alla costituzione di una filiale all\u2019estero (investimenti <em>greenfield<\/em>), che comporti un certo grado di coinvolgimento dell\u2019investitore nella direzione e nella gestione dell\u2019impresa partecipata o costituita.<\/h5>\n<h5 style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.laboratorio-21.it\/il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato\/#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> Unctad, Database, 2017.<\/h5>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/teoria\/14586-domenico-moro-il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/teoria\/14586-domenico-moro-il-capitale-globalizzato-e-la-ripresa-dello-stato.html<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Domenico Moro) Tra gli aspetti della riflessione di Marx ed Engels che trovano conferma oggi, a distanza di 150 anni dalla pubblicazione del Capitale, ci sono la tendenza del capitalismo alla crisi, sempre pi\u00f9 grave, e le conseguenze contraddittorie che porta. Queste sono rappresentate dalla internazionalizzazione delle imprese, dall\u2019aumento della concorrenza tra capitali e dall\u2019accrescimento delle dimensioni delle imprese, soprattutto mediante la centralizzazione proprietaria[1]. 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