{"id":49998,"date":"2019-03-22T08:30:15","date_gmt":"2019-03-22T07:30:15","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=49998"},"modified":"2019-03-22T07:55:19","modified_gmt":"2019-03-22T06:55:19","slug":"leconomia-e-una-scienza-inutile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=49998","title":{"rendered":"L\u2019economia \u00e8 una scienza inutile?"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MICROMEGA (Carlo Clericetti)<\/strong><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it\/files\/2019\/03\/l-economia-e-una-scienza-inutile-francesco-saraceno-luiss.jpg\" alt=\"\" width=\"510\" height=\"NaN\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>\u00c8 il titolo (senza punto interrogativo) di un libro di Francesco Saraceno, che ripercorre il dibattito degli ultimi anni dall\u2019abbandono del keynesismo alla fase attuale, in cui molte certezze sono state spazzate via dagli anni della crisi. Non \u00e8 inutile, dice l\u2019autore, se si abbandona la pretesa che esistano leggi universali applicabili in qualsiasi contesto e si impara dalla storia e dall\u2019esperienza.<\/strong><\/p>\n<div style=\"text-align: justify;\"><em>di <strong>Carlo Clericetti<\/strong><\/em><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\"><\/div>\n<div style=\"text-align: justify;\">Chi vuole capire la logica in base alla quale si \u00e8 voluto varare il Jobs act (e provvedimenti simili in altri paesi europei), o perch\u00e9 si sia istituita una banca centrale che non risponde a nessuno di ci\u00f2 che fa, o ancora, perch\u00e9 l\u2019Unione europea, a differenza degli altri paesi pi\u00f9 importanti, si \u00e8 sempre rifiutata di utilizzare risorse pubbliche per combattere la crisi; chi vuole capire queste logiche dovrebbe leggere il libro appena pubblicato da Francesco Saraceno.<\/div>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il titolo \u00e8 provocatorio: \u201cLa scienza inutile \u2013 Tutto quello che non abbiamo voluto imparare dall\u2019economia\u201d (ed. Luiss). Ma fin dall\u2019introduzione Saraceno smentisce il titolo: inutile non \u00e8, a patto per\u00f2 di utilizzare determinati criteri. Tra i pi\u00f9 importanti c\u2019\u00e8 \u201clo studio dei pensatori e della storia del passato\u201d, che \u00e8 fondamentale per la lettura della realt\u00e0. Dicendo questo Saraceno si iscrive a una corrente di economisti che oggi \u00e8 in netta minoranza: quelli che sostengono che l\u2019economia \u00e8 una scienza sociale, e non una \u201cscienza delle leggi\u201d, come la matematica o la fisica. Le \u201cscienze delle leggi\u201d sono cumulative: il sapere attuale \u00e8 il risultato di quanto \u00e8 stato elaborato in passato e un chimico non ha bisogno di sapere come Dimitrij Mendeleev ha elaborato la tavola periodica degli elementi, anzi, non ha nemmeno bisogno di sapere che sia esistito: la tavola \u00e8 valida, basta saper usarla. Quindi, sapere che cosa \u00e8 accaduto prima \u00e8 irrilevante, la storia non si studia.<\/p>\n<p>Non solo. Se l\u2019economia \u00e8 una \u201cscienza delle leggi\u201d, ci\u00f2 che bisogna fare \u00e8 individuare queste leggi, e poi seguirle, senza alcuna discrezionalit\u00e0: non si discute sul fatto che per far bollire l\u2019acqua ci vuole calore, \u00e8 cos\u00ec e basta.<\/p>\n<p>Ma che succede se a un certo punto ci si rende conto che queste leggi non riescono a spiegare quello che accade? Saraceno si richiama a un classico della filosofia della scienza, \u201cLa struttura delle rivoluzioni scientifiche\u201d di Thomas Kuhn. Un \u201cparadigma\u201d \u2013 dice Kuhn \u2013 ossia quella che potremmo definire una teoria dominante, \u00e8 \u201cuna costellazione di credenze, di valori, di tecniche e d\u2019impegni collettivi condivisi dai membri di una data comunit\u00e0, fondata in particolare su un insieme di modelli di assiomi e di esempi comuni\u201d. Se il paradigma non \u00e8 in grado di spiegare qualcosa, dapprima si considera quel qualcosa un\u2019eccezione, ma se le \u201ceccezioni\u201d aumentano di numero diventa chiaro che quel paradigma \u00e8 inadeguato. \u201cL\u2019adozione da parte della comunit\u00e0 scientifica di un paradigma alternativo costituisce una rivoluzione scientifica\u201d.<\/p>\n<p>In economia, nel dopoguerra, prevaleva un paradigma derivato dalle idee di Keynes, ma interpretate in modo piuttosto meccanico: Saraceno lo chiama \u201ckeynesismo idraulico\u201d. Negli anni \u201970 del secolo scorso si produsse per\u00f2 un fenomeno nuovo, la cosiddetta stagflazione, ossia stagnazione con inflazione. Il keynesismo idraulico non fu in grado di affrontarlo, e cos\u00ec prese il sopravvento un altro paradigma, quello che oggi chiamiamo neoliberismo ed \u00e8 costituito da varie declinazioni della teoria neoclassica. Ma la crisi del 2007-8 ha inferto colpi mortali a questo paradigma, tanto che ne stanno riesaminando aspetti fondamentali anche vari economisti che ne sono stati alfieri. Uno per tutti, l\u2019ex capo economista del Fondo monetario, Olivier Blanchard, molto citato da Saraceno. E dunque stiamo arrivando al punto che anche il paradigma neoclassico sta per cedere, almeno in molti dei suoi aspetti fondamentali. Significa che le ricette suggerite e applicate da istituzioni internazionali come il Fondo e imposte con particolare ferocia nell\u2019Unione europea erano e sono sbagliate, soprattutto perch\u00e9 si aveva la pretesa che fossero valide per qualsiasi paese \u2013 un\u2019economia in via di sviluppo come una a capitalismo maturo \u2013 e in qualsiasi situazione, cio\u00e8 in una fase in cui la congiuntura \u00e8 favorevole come in una in cui c\u2019\u00e8 recessione.<\/p>\n<p>Sotto i colpi della crisi e delle conseguenze nefaste provocate da quelle ricette, cadono convinzioni consolidate, la pi\u00f9 importante delle quali \u00e8 che lo Stato debba intervenire il meno possibile nell\u2019economia e solo per far funzionare al meglio il mercato; ci si ricrede sulla certezza che il deficit di bilancio sia sempre un male, che il debito pubblico sia l\u2019anticamera dell\u2019inferno e si arriva persino a ipotizzare, in alcuno casi, che possa essere in parte finanziato con moneta. Certo, siamo ancora lontani dal vero e proprio cambio di paradigma. Proprio riguardo al debito, un ampio studio di Antonio Pedone e Ernesto Longobardi, sintetizzato in un saggio contenuto nel libro \u201cPolitiche economiche e crisi internazionale\u201d (a cura di Amedeo Di Maio e Ugo Marani, ed. L\u2019asino d\u2019oro), arriva alla conclusione che le regole che si vogliono imporre in Europa \u2013 quelle che piacciono ai tedeschi \u2013 non prevedono affatto che si possa utilizzare il debito, nemmeno per fare investimenti. Cio\u00e8 l\u2019esatto contrario di quella che Saraceno individua come la nuova linea di pensiero che si sta facendo strada anche fra molti economisti che la pensavano diversamente.<\/p>\n<p>Saraceno racconta questi sviluppi in modo comprensibile anche ai non esperti. Si \u00e8 fatto le ossa insegnando in una facolt\u00e0 di Scienze politiche, dove gli studenti non hanno una conoscenza approfondita dell\u2019economia. La facolt\u00e0 \u00e8 Sciences Po di Parigi, e Saraceno \u00e8 vice direttore dell\u2019Ofce, il centro di ricerca economica applicata dell\u2019universit\u00e0. Ci accompagna tra le successive evoluzioni della teoria e ne spiega i presupposti, che spesso sono affermazioni assiomatiche che hanno ben poco a che fare con la complessit\u00e0 del reale. Il testo \u00e8 arricchito da riquadri nei quali si affrontano le questioni di pi\u00f9 stretta attualit\u00e0, quelle al centro del dibattito economico e politico.<\/p>\n<p>Le conclusioni di Saraceno coincidono con quelle della grande economista keynesiana Joan Robinson, della quale, in apertura dell\u2019ultimo capitolo, riporta questo passo: \u201c<em>Insomma, nessuna teoria economica fornisce risposte pronte per l\u2019uso. Qualsiasi teoria che seguiamo ciecamente ci mette fuori strada. Per fare buon uso di una teoria economica, dobbiamo anzitutto fare la cernita tra gli elementi propagandistici e gli elementi scientifici; poi, verificando con l\u2019esperienza, vedere quanto appare convincente la parte scientifica, e in definitiva combinarla con le nostre stesse idee politiche. L\u2019oggetto dello studio dell\u2019economia non \u00e8 di acquisire una serie di risposte preconfezionate alle questioni economiche, ma di apprendere come evitare di essere ingannati dagli economisti<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>E dunque, dice Saraceno, \u201c<em>Non esistono ricette universali, n\u00e9 politiche sempre e comunque \u2018superiori\u2019 alle altre; gli economisti dovrebbero smettere di vendere questa pericolosa illusione alle opinioni pubbliche e ai responsabili politici. Un economista che voglia contribuire alla cosa pubblica dovrebbe definire le sue raccomandazioni di politica economica per adattarle al contesto specifico in cui saranno attuate, senza perdere di vista le differenti teorie che possono fornire indicazioni utili e tenendo sempre conto delle lezioni del passato, della storia<\/em>\u201d.<\/p>\n<p>\u00c8 difficile che chi abbia qualche cognizione degli eventi storici \u2013 appunto! \u2013 possa non essere d\u2019accordo con queste conclusioni. Ma c\u2019\u00e8 un\u2019altra variabile rilevante, e riguarda lo scopo che gli economisti vogliono dare al loro lavoro. Secondo Saraceno, \u201c<em>il giudizio critico e non ideologico del ricercatore permette di stabilire con ragionevole certezza quali siano le politiche pi\u00f9 appropriate da mettere in atto per aumentare il benessere sociale<\/em>\u201d. Gi\u00e0, ma qual \u00e8 il \u201cbenessere sociale\u201d? In altre parole, si potrebbe dire che significa \u201cfar stare meglio il maggior numero possibile di persone\u201d, possibilmente tutti. Saraceno d\u00e0 per scontato che questo sia l\u2019obiettivo di tutti gli economisti (e di tutti i politici). Dovrebbe forse parlare con quell\u2019imprenditore ed ex senatore di quello che fu il maggior partito della sinistra (ohim\u00e8), che afferm\u00f2 categoricamente: \u201c\u00c8 la disuguaglianza che genera il progresso!\u201d. Difficile far rientrare questo concetto in quella definizione. Ma in realt\u00e0 anche Saraceno lo sa bene, e lo scrive a pagina 149 parlando del Nuovo Consenso (la teoria ancora dominante): \u201c<em>Rimane in sottofondo l\u2019idea che efficienza ed equit\u00e0 siano alternative, perch\u00e9 la ridistribuzione di fatto introdurrebbe delle distorsioni nello scambio di mercato; anzi, \u00e8 convinzione diffusa che la disuguaglianza possa essere positiva perch\u00e9 da un lato aumenta risparmi e investimenti, e dall\u2019altro fornisce i giusti incentivi per l\u2019accumulazione di capitale fisico e umano<\/em>\u201d. E dunque, lo scopo degli economisti che la pensano in quel modo \u00e8 aumentare il benessere, ma non il benessere <em>sociale<\/em>: solo il benessere di alcuni. Che \u00e8 appunto quello che \u00e8 accaduto da quando \u00e8 stato adottato il paradigma oggi (ancora) dominante. Per chi la pensa in quel modo il paradigma neoclassico ha funzionato benissimo: per questo ancora resiste nonostante tutto. Per far cambiare il paradigma dominante bisogna che prima cambi un\u2019altra cosa: la politica dominante.<\/p>\n<div><em>\u00a0<\/em><\/div>\n<div><em>(1 Marzo 2019)<br \/>\n<\/em><\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n<div><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/economia-e-una-scienza-inutile\/?fbclid=IwAR00tTdxlIFGW56UhODSKNk35LdXiHsan20VADuwd-F9pUhoEu4tsblw414\">http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/economia-e-una-scienza-inutile\/?fbclid=IwAR00tTdxlIFGW56UhODSKNk35LdXiHsan20VADuwd-F9pUhoEu4tsblw414<\/a><\/strong><\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n<div><\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MICROMEGA (Carlo Clericetti) \u00c8 il titolo (senza punto interrogativo) di un libro di Francesco Saraceno, che ripercorre il dibattito degli ultimi anni dall\u2019abbandono del keynesismo alla fase attuale, in cui molte certezze sono state spazzate via dagli anni della crisi. 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