{"id":50116,"date":"2019-03-26T10:00:04","date_gmt":"2019-03-26T09:00:04","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50116"},"modified":"2019-03-26T09:37:59","modified_gmt":"2019-03-26T08:37:59","slug":"critica-del-populismo-di-sinistra","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50116","title":{"rendered":"Critica del populismo di sinistra"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>SINISTRA IN RETE (Eros Barone)<\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories8\/qtq80-k5H0AD-1200x800_1.jpeg\" alt=\"qtq80 k5H0AD 1200x800 1\" width=\"300\" height=\"230\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong><i>Gli operai non hanno patria. Non si pu\u00f2 togliere loro quello che non hanno. Poich\u00e9 la prima cosa che il proletario deve fare \u00e8 di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, \u00e8 anch&#8217;esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia.<\/i><\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>K. Marx &#8211; F. Engels, <i>Manifesto del Partito Comunista<\/i>.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo articolo mi propongo di esporre alcune considerazioni critiche concernenti le ventidue tesi formulate da Carlo Formenti sul \u201cmomento populista\u201d <a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/sinistra-radicale\/14579-carlo-formenti-ventidue-tesi-sul-momento-populista.html\">qui<\/a> . Ritengo infatti che il testo in parola esprima in un modo particolarmente pregnante ed incisivo il succo delle posizioni politiche, economiche e culturali che caratterizzano il movimento dei populisti di sinistra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ol style=\"text-align: justify;\">\n<li><b>Che cos\u2019\u00e8 il populismo<\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">Parto quindi dall\u2019\u2018incipit\u2019, dove, come risposta al quesito sulla natura del populismo, viene offerta una definizione che, essendo negativa, risulta quanto mai debole: \u201cIl populismo non \u00e8 un\u2019ideologia\u201d. La ragione di tale debolezza va ricercata, come ammette l\u2019autore delle tesi, nella diversit\u00e0 e pluralit\u00e0 con cui, sia nel tempo sia nello spazio, si sono manifestati, assumendo connotazioni di destra o di sinistra, i movimenti populisti: da quelli ottocenteschi a quelli contemporanei. N\u00e9 contribuiscono a chiarire la reale natura dei movimenti populisti i tratti indicati in questa prima tesi: lo stile comunicativo e l\u2019autorappresentazione in chiave nuovista. Questa incertezza terminologica e semantica \u00e8 uno dei limiti, peraltro non casuali (come si vedr\u00e0), del documento redatto da Formenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"2\">\n<li><b>Che cos\u2019\u00e8 il popolo<\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella tesi due spicca la definizione del popolo e della sua genesi attuale: \u201cIl popolo che i populisti aspirano a rappresentare non \u00e8 un\u2019entit\u00e0 \u2018naturale\u2019, preesistente all\u2019insorgenza del loro discorso politico&#8230;Si tratta al contrario d\u2019una costruzione politica resa possibile dalla crisi catastrofica di un sistema di potere consolidato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il \u2018momento populista\u2019 sorge quando una determinata formazione egemonica (come il sistema liberaldemocratico) non \u00e8 pi\u00f9 in grado di far fronte alla proliferazione di domande sociali che restano insoddisfatte\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Orbene, va osservato che, per quanto Formenti si preoccupi, sottolineandone il carattere \u2018fattizio\u2019, di demarcare la sua definizione di popolo da quelle, fondate su presupposti naturalistici, che contraddistinguono le ideologie razziste e fasciste, il populismo \u00e8 in realt\u00e0 segnato da un congenito difetto epistemico derivante dalla contrapposizione tra generale e particolare, la quale, se pu\u00f2 spiegare la sua momentanea incidenza di massa nella fase attuale segnata dal disorientamento politico-culturale e dall\u2019assenza di visioni complessive della societ\u00e0 e della storia dotate di forza mobilitante, ne determina in modo altrettanto necessario quello che \u00e8 il suo limite intrinseco e insuperabile. Quest\u2019ultimo, segnalato nitidamente da Nicolao Merker nel saggio intitolato <i>Filosofie del populismo<\/i> (2009), emerge non appena si considera il rapporto inversamente proporzionale che intercorre, nel concetto logico di \u2018popolo\u2019, tra l\u2019estensione di tale concetto, che designa la \u2018totalit\u00e0\u2019 degli oggetti che si riferiscono ad esso, e l\u2019intensione, che designa soltanto \u2018uno o pi\u00f9\u2019 oggetti che rientrano nella classe logica in parola. Cos\u00ec, in base al primo significato abbiamo il popolo come \u2018demos\u2019, mentre in base al secondo abbiamo il popolo come \u2018ethnos\u2019. \u00c8 evidente allora che il \u2018demos\u2019, in quanto ha un significato estensivo, \u00e8 anche inclusivo: ci\u00f2 implica che una popolazione che ha un\u2019identit\u00e0 comune in forza di un territorio comune, di una storia comune e di una lingua d\u2019uso comune, nonch\u00e9 di istituzioni e di diritti comuni, \u2018include\u2019 anche l\u2019\u2018ethnos\u2019, ossia un popolo che ha caratteri pi\u00f9 specifici, quali la razza, la religione e particolari diritti. Al contrario, il popolo in quanto \u2018ethnos\u2019 esclude costitutivamente da s\u00e9 coloro (altri popoli) che non hanno tali caratteri, ossia non appartengono a quella razza, a quella religione ecc. Non per nulla, nella tesi nove viene criticata la \u201cpolitica di accoglienza illimitata\u201d nei confronti dei migranti, lasciando intendere che tali soggetti non sono integranti della comunit\u00e0 nazionale (e forse neppure integrabili in essa). Di conseguenza, chi vuole comunit\u00e0 aperte opter\u00e0 per il popolo come \u2018demos\u2019, mentre chi le teme sceglier\u00e0 il popolo come \u2018ethnos\u2019. Dal punto di vista economico, sociale e culturale dovrebbe essere tuttavia evidente non solo la superiorit\u00e0 etica ma anche la maggiore utilit\u00e0 politica, rispetto a quella \u2018etnica\u2019, della prospettiva \u2018democratica\u2019, che \u00e8 in grado di produrre, soprattutto per la convivenza civile e per le generazioni future, risultati a lungo termine di gran lunga pi\u00f9 vantaggiosi. \u00c8 sufficiente chiedersi: utilit\u00e0 per chi e per quanti? In tal modo risulta palese come un certo concetto di popolo risulti utile a tutti e perch\u00e9 un altro concetto di popolo, quello \u2018etnico\u2019 (o, come nel caso in questione, para-etnico), venga adoperato per giustificare il carattere (non universale ma) particolare dei diritti esistenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sempre a questo proposito, vi \u00e8 poi da fare un\u2019altra considerazione, e cio\u00e8 che, da quando il genere umano esiste ed opera, la storia ha dimostrato che la strada maestra dell\u2019incivilimento non passa attraverso i recinti e i ghetti, ma attraverso le mescolanze e il meticciato, che \u00e8 quanto dire attraverso l\u2019universalizzazione dei diritti, contrapposta alla istituzione dei privilegi per questa o quella razza, per questa o quella regione, per questa o quella classe. Asserire che le diversit\u00e0 biologiche tra le razze e le stirpi producono diversit\u00e0 morali e culturali e che l\u2019ordinamento politico-giuridico deve conformarsi ad esse \u00e8 quindi un modo per \u2018naturalizzare\u2019 ed eternizzare le disuguaglianze politico-sociali esistenti. Infine, affermare che il \u2018momento populista\u2019 sorge dalla crisi del sistema liberaldemocratico \u00e8, sul piano descrittivo, certamente giusto, ma piuttosto generico. D\u2019altra parte, assumere la categoria di popolo come aggregato sociologicamente interclassista e, dal punto di vista politico, meramente antagonista alla \u2018casta\u2019, non porta lontano, ma significa, come direbbero i francesi, \u2018pi\u00e9tiner sur place\u2019. N\u00e9 distinguere il carattere delle formazioni politiche populiste in base al \u201cprevalere della domanda di sicurezza (per esempio protezione dai flussi migratori) o della domanda di uguaglianza e giustizia sociali ed economiche (protezione dagli effetti del processo di globalizzazione)\u201d assume un significato diverso dalla proverbiale alternativa del bere o dell\u2019affogare (senza contare quanto sia prossimo all\u2019uso politico-economico delle politiche neoliberiste, pur criticate, il continuo ricorso, per definire i bisogni delle masse popolari, alla nozione marginalistica di \u2018domanda\u2019).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"3\">\n<li><b>Populista = fascista?<\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cLe sinistre tradizionali (socialdemocratiche e radicali) negano a priori che possano esistere populismi di sinistra, al punto che fanno un uso spregiativo dell\u2019aggettivo populista come sinonimo di reazionario (o addirittura fascista)\u201d. In questa terza tesi occorre rilevare che al rigetto della equivalenza tra fascismo e populismo si accompagna l\u2019onesto riconoscimento che \u201cesistono zone grigie in cui le visioni [del populismo di destra e di sinistra] si sovrappongono: dall\u2019opposizione fra localismo e cosmopolitismo a quella fra valori comunitari e individualismo borghese, all\u2019atteggiamento critico nei confronti dell\u2019esaltazione del nuovo e della modernit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In realt\u00e0, sarebbe un grave errore di grammatica teorico-politica dilatare la nozione di populismo e giungere ad affermare, come si evince dalla lettura del documento in parola (cfr. tesi 1, 4 e 18), che \u00e8 possibile, in una prospettiva gramsciana, conferire un carattere nuovo al populismo, collegandolo alla versione di un socialismo popolare che sposi i valori della democrazia partecipativa, e asserire che nulla esclude che il populismo possa assumere forme davvero progressiste e democratiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella tesi quattro si giunge poi ad affermare, trasformando in un requisito positivo l\u2019oscillazione pendolare \u2018destra-sinistra\u2019 che connota il fenomeno populista, che questo \u00e8 la nuova \u201cforma della lotta di classe nell\u2019era del capitalismo globalizzato e finanziarizzato\u201d e, in quanto soggetto costitutivamente plurale, coincide con un nuovo tipo di blocco gramsciano costituito dai \u201ctre grandi \u2018stati\u2019 postmoderni: oligarchi, classe media e un gigantesco terzo Stato composto da tutti i perdenti della globalizzazione\u201d, laddove, in parte per celia e in parte sul serio, si potrebbe definire il ricorso analogico alla categoria gramsciana del blocco storico come un sottoprodotto ritardato della rivoluzione francese del 1789 e del Termidoro capitalistico del 1989&#8230;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Del resto, siamo in presenza di una corrente di pensiero, il populismo per l\u2019appunto, che, data la sua natura proteiforme, si manifesta nei pi\u00f9 diversi \u00e0mbiti problematici. Sennonch\u00e9, in un\u2019ottica marxista e comunista, il modello classico, ancora attuale, della critica del populismo (e del connesso romanticismo economico) \u00e8 quello depositato nel \u201cChe fare?\u201d di Lenin (1902), ove l\u2019autore confuta la tesi secondo la quale nelle classi subalterne, nel popolo in quanto tale, \u00e8 \u00ecnsita la coscienza rivoluzionaria, una superiore visione del mondo non contaminata dai disvalori borghesi. Al contrario, per Lenin la coscienza rivoluzionaria \u00e8 una costruzione che implica il contributo decisivo degli \u201cintellettuali borghesi\u201d, categoria a cui appartenevano, \u201cper la loro posizione sociale, gli stessi fondatori del socialismo scientifico contemporaneo, Marx ed Engels\u201d, i quali hanno sempre sottolineato la funzione controrivoluzionaria spesso svolta dal sottoproletariato, dagli \u201cstraccioni\u201d, senza indulgere al mito populista in base al quale la coscienza rivoluzionaria, la prospettiva di una societ\u00e0 pi\u00f9 giusta, sarebbe un dato naturale e costitutivo del popolo (ovvero della classe operaia: in questo senso, l\u2019operaismo della \u201crude razza pagana\u201d, a suo tempo celebrato da Tronti, non \u00e8 se non una variante del populismo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma vi \u00e8 di pi\u00f9: come non vedere, infatti, che il fastidio per la forma-partito e la correlativa tendenza a dare credito ai \u2018cesaristi di sinistra\u2019, nonch\u00e9 a sciogliere il partito comunista nella sinistra genericamente intesa, \u00e8 stata una delle forme in cui si \u00e8 manifestata quella reviviscenza del populismo di cui il documento in esame \u00e8 un prodotto? Di quel populismo che, ancorch\u00e9 declinato in direzione progressista e financo rivoluzionaria, non potr\u00e0 mai surrogare la critica marxista della democrazia borghese, che \u00e8 il vero compito teorico-pratico da assolvere; di quel populismo che alla conoscenza e alla consapevolezza sostituisce la speranza e la consolazione, come ebbe a rilevare Alberto Asor Rosa nel suo corrosivo saggio, risalente alla met\u00e0 degli anni sessanta del secolo scorso, su \u201cScrittori e popolo\u201d(sottotitolo: \u201cIl populismo nella letteratura italiana contemporanea\u201d); di quel populismo che \u00e8 sempre intimamente reazionario in quanto colloca l\u2019utopia nel passato, non nel futuro. In conclusione, l\u2019equivalenza indicata nel titolo di questo paragrafo appare, per pi\u00f9 versi, legittima e, al massimo, si pu\u00f2 concedere all\u2019ansia di legittimazione democratica, da cui \u00e8 pervaso il documento in esame, che la qualifica \u2018di sinistra\u2019 \u00e8 un complemento di denominazione, non di qualit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"4\">\n<li><b>La quinta tesi: un vortice di concetti<\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cUn altro aspetto del populismo che irrita le sinistre \u00e8 l\u2019impossibilit\u00e0 di fare a meno della figura di un leader carismatico.\u201d Questa quinta tesi \u00e8 un guazzabuglio di temi eterogenei e di nozioni esposte in forma talmente ellittica da risultare inintelligibili, poich\u00e9 giustappone e mescola: a) i modi di concepire il leader da parte della destra e della sinistra; b) la natura fluida del populismo; c) la trasformazione della democrazia in post-democrazia; d) le differenze tra liberalismo e democrazia. Da questo complicato e oscuro vortice di concetti, prodotto nel breve giro di poche righe, il documento approda, non si sa come n\u00e9 perch\u00e9 (forse fidando nella hegeliana astuzia della ragione), alla seguente apodosi, che va comunque riportata per mero scrupolo espositivo: \u201cil populismo, con tutti i suoi limiti e contraddizioni, rappresenta l\u2019unico concreto tentativo di reintrodurre l\u2019elemento democratico negli attuali sistemi rappresentativi\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"5\">\n<li><b>Genesi, natura, ascesa e crisi della globalizzazione<\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le tesi sei, sette, otto e nove contengono la parte pi\u00f9 viva del documento, poich\u00e9 delineano, da un lato, la nascita, lo sviluppo e la crisi della globalizzazione e, dall\u2019altro, la rappresentazione mistificante che di ci\u00f2 ha prodotto \u201cuna sinistra intrisa di progressismo\u201d: \u201cChe la globalizzazione sia l\u2019esito di una tendenza di sviluppo \u2018oggettiva\u2019 del modo di produzione capitalistico (oltre che portatrice di benefici per tutti) \u00e8 una mistificazione alimentata dalla narrazione liberal-liberista, nonch\u00e9 fatta propria da una sinistra intrisa di progressismo, la quale pensa che ogni balzo evolutivo del capitale, pur comportando spiacevoli \u2018effetti collaterali\u2019, avvicini l\u2019avvento di un mondo migliore. Accettare questa narrazione significa non saper distinguere fra internazionalizzazione della produzione e degli scambi commerciali \u2013 processo da sempre associato al capitale \u2013 e globalizzazione come strategia di quella \u2018guerra di classe dall\u2019alto\u2019 che il capitalismo ha avviato a partire dalla crisi degli anni Settanta del secolo scorso. Il centro di irradiazione del cosiddetto processo di globalizzazione \u00e8 stato, non a caso, la potenza egemone degli Stati Uniti (&#8230;) Ma pensare che ci\u00f2 comporti la fine dello Stato-nazione \u00e8 un\u2019idiozia\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Qui \u00e8 da osservare che l\u2019interessante non \u00e8 tanto contrapporre, come fa Formenti, una lettura funzionalista ad una lettura intenzionalista della globalizzazione, ma semmai ricercare quale sia il rapporto che stringe l\u2019una all\u2019altra (il fattore oggettivo al fattore soggettivo). E a questo proposito, \u00e8 bene sgombrare il campo da due miti diffusi nei primi anni \u201990 del secolo scorso. Il primo \u00e8 quello che afferma che la rivoluzione informatica e microelettronica ha comportato una contrazione spazio-temporale del mondo, rendendo possibili rapidi ed estesi collegamenti informativi e finanziari tra unit\u00e0 produttive e centri decisionali diversi che soltanto trent\u2019anni fa sarebbero stati impensabili. Ci\u00f2 avrebbe condotto alla nascita delle imprese transnazionali, le quali tenderebbero a compensare con la proiezione nei mercati mondiali i vincoli posti alla crescita dal raggiungimento della fase di maturit\u00e0 nel ciclo di molti prodotti e dal conseguente ristagno della domanda interna. In altri termini, le grandi imprese si sgancerebbero dal radicamento nazionale e tenderebbero ad articolarsi su scala globale, dandosi strutture organizzative di tipo reticolare piuttosto che gerarchico. Questa \u00e8, in effetti, la tesi della globalizzazione produttiva (presente, ad esempio, assieme alla sua consorella, nel saggio sull\u2019<i>Impero<\/i> di Negri e Hardt), cui si affianca la tesi della globalizzazione tecnologica, secondo la quale tali imprese tenderebbero a sviluppare l\u2019attivit\u00e0 di ricerca tecnologica nei loro gangli multinazionali, evitando di concentrarle nella casa-madre. Lo \u201csciame delle innovazioni\u201d, per usare l\u2019efficace metafora di Schumpeter, sfocerebbe cos\u00ec in un processo internazionale policentrico. Orbene, \u00e8 doveroso osservare che entrambe le tesi sono state invalidate dalla ricerca empirica gi\u00e0 negli anni \u201990. Gli studiosi che hanno affrontato questo problema, sottoponendo a verifica la tesi della globalizzazione produttiva, hanno studiato le cento pi\u00f9 grandi imprese del mondo e hanno scoperto che, con rare eccezioni, i consigli di amministrazione e i modelli di direzione rimangono saldamente nazionali nel loro \u2018modus operandi\u2019. Altri studiosi, che si sono interessati al problema della globalizzazione tecnologica, hanno scoperto che nella stragrande maggioranza delle maggiori imprese manifatturiere del mondo le attivit\u00e0 di ricerca tecnologica sono concentrate nella casa-madre e restano saldamente incentrate nei paesi della metropoli imperialista (ossia nel Nord del mondo). \u00c8 vero che diversi paesi emergenti, con la Cina al primo posto, hanno fatto massicci investimenti nel settore della \u2018Ricerca e Sviluppo\u2019 e producono una quantit\u00e0 crescente di brevetti, ma si tratta prevalentemente di innovazioni consistenti nel perfezionare, adattare e imitare creativamente tecnologie importate. Il tratto saliente di questi processi, comunque, non \u00e8 connesso tanto alla concentrazione del \u2018management\u2019 e della ricerca tecnologica di punta delle grandi imprese multinazionali in questa o in quella nazione, quanto alla loro dislocazione nei paesi avanzati del Nord del mondo. Le innovazioni vengono poi trasferite con gli investimenti diretti in diversi paesi emergenti e in via di sviluppo, dove danno luogo ad una ricerca tecnologica derivata. Sennonch\u00e9 le imprese in cui questa si svolge, essendo per lo pi\u00f9 controllate delle grandi multinazionali, generano, attraverso il processo di espansione degli investimenti diretti esteri, un flusso costante di profitti dalla periferia al centro della metropoli imperialista, dove si concentra il capitale multinazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella tesi sei si evoca, fra l\u2019altro, il concetto di \u2018guerra di classe dall\u2019alto\u2019, facendola risalire agli anni \u201970 del secolo scorso, ma \u00e8 opportuno precisare che tale concetto si inscrive nella duplice funzione svolta dallo Stato imperialista, il quale, per l\u2019appunto, \u00e8 lo Stato della controrivoluzione preventiva all\u2019interno (funzione, questa, che esso assolve fin dagli ultimi decenni del XIX secolo, quando avvenne il passaggio dal capitalismo libero-scambista al capitalismo monopolistico) e delle guerre di aggressione all\u2019esterno (aspetto, questo, su cui, data l\u2019opzione sovranista che lo contraddistingue, il documento sintomaticamente tace).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec, se \u00e8 vero che \u201cla fine dello Stato-nazione \u00e8 un\u2019idiozia\u201d, \u00e8 altrettanto vero che, a mano a mano che la globalizzazione capitalistica si \u00e8 dispiegata, la contraddizione tra capitale e Stato si \u00e8 andata palesando sia sul terreno delle politiche economiche interne sia nel crescente contrasto tra le ambizioni geopolitiche delle classi dirigenti dei singoli Stati e gli interessi del capitale multinazionale. Tali classi (perlomeno quelle che, come in Francia e in Germania, meritano di essere definite dirigenti e non serventi ) mirano a consolidare il proprio potere favorendo lo sviluppo economico necessario per garantire la coesione sociale; il capitale globale, invece, mira ad estendere i processi di liberalizzazione e di competizione internazionale, generando in tal modo una tendenza alla depressione produttiva e all\u2019impoverimento delle classi lavoratrici nei paesi avanzati, che contribuisce ad inasprire il conflitto sociale ed esalta la funzione dello Stato in quanto \u201cguardiano notturno\u201d. \u00c8 pur vero che le funzioni della cosiddetta \u2018governance\u2019 globale sono state adempiute con una certa efficienza dagli Stati Uniti fin verso la met\u00e0 degli anni \u201990 del secolo scorso; dopodich\u00e9 l\u2019accelerazione del processo di globalizzazione, accentuando la concorrenza dei paesi emergenti nei confronti dei paesi avanzati, ha ridotto la capacit\u00e0 di questi ultimi nel governare il mondo e ha determinato, con il risorgere delle ambizioni tedesche, da una parte, e l\u2019emergere di quelle cinesi, dall\u2019altra, un\u2019acutizzazione delle rivalit\u00e0 inter-statali. Sono questi i processi che hanno contribuito all\u2019approfondimento della grande crisi in corso, ponendo in essere quel circolo di \u2018rivalit\u00e0-crisi-rivalit\u00e0\u2019 che o si risolve nella costruzione di un nuovo stabile assetto delle relazioni tra le grandi potenze o \u00e8 destinato a sfociare nella guerra. A questo proposito, l\u2019ipotesi kautskiana dell\u2019ultra-imperialismo, pur riconosciuta teoricamente da Lenin come tendenza di lunghissimo periodo, \u00e8 stata da lui altrettanto giustamente criticata nel suo famoso saggio in quanto apologetica e tendente ad occultare il carattere insanabile delle contraddizioni inter-imperialistiche. Si pu\u00f2 dunque sottoscrivere, muovendo da questi presupposti per impostare e risolvere correttamente il problema della rivoluzione socialista, quanto ha rilevato Immanuel Wallerstein: \u201cLa contraddizione politica fondamentale del capitalismo in tutta la sua storia \u00e8 che i capitalisti hanno un interesse politico comune in quanto c\u2019\u00e8 una lotta di classe mondiale in corso. Allo stesso tempo tutti i capitalisti sono rivali di tutti gli altri capitalisti [\u2026] Siamo entrati in un mondo caotico [\u2026] Questa situazione di caos continuer\u00e0 per i prossimi venti o trenta anni. Nessuno la controlla, tanto meno il governo degli Stati Uniti. Il quale \u00e8 alla deriva in una congiuntura che cerca di gestire ovunque ma che \u00e8 incapace di gestire\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"6\">\n<li><b>Una sovranit\u00e0 da estinguere<\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cLa difesa della sovranit\u00e0 nazionale \u00e8 necessariamente di destra?\u201d La tesi dieci si apre con questa domanda, cui segue una risposta, ovviamente in chiave sovranista, che si articola sia in questa che nella tesi successiva, dove si afferma: a) che \u201cil rapporto fra nazioni del centro e nazioni semiperiferiche e periferiche incorpora una relazione di dominio e sfruttamento fra classi straniere e locali\u201d; b) che \u201cquesta verit\u00e0 non vale oggi solo per quei Paesi ex coloniali che stanno rapidamente ricadendo sotto il dominio delle potenze imperialiste occidentali (e di altre potenze emergenti), vale anche per la relazione fra Paesi del Nord e del Sud Europa e in alcuni casi \u2013 come quello italiano \u2013 vale per il rapporto fra Nord e Sud all\u2019interno di un singolo Paese. Ecco perch\u00e9 la riconquista della sovranit\u00e0 nazionale \u00e8 l\u2019unica strada percorribile per riottenere il controllo collettivo sulle proprie risorse, sulle politiche economiche e sociali e sui flussi di capitali, merci e persone\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Chiaramente le precisazioni che vengono addotte nascono dalla preoccupazione, che \u00e8 una costante ricorrente in tutto il documento, di distinguersi dal sovranismo di destra. Quindi, ci si adopera a chiarire che \u201cla nazione (al pari del popolo) \u00e8 un prodotto storico della vita politica\u201d e che \u201c la patria&#8230;\u00e8 una societ\u00e0 concreta di uomini e donne che lottano per l\u2019autogoverno dei cittadini, l\u2019indipendenza nazionale e la sovranit\u00e0 popolare\u201d. N\u00e9 pu\u00f2 mancare il classico \u2018Leitmotiv\u2019 anticomunista di un fugace riferimento alle posizioni tattiche sostenute fra anni \u201920 e anni \u201930 del secolo scorso, in chiave proto-rossobruna, dal rappresentante della Terza Internazionale nel mondo tedesco, Karl Radek, laddove questi, secondo l\u2019estensore delle tesi, sarebbe stato \u201cassassinato da Stalin\u201d in persona, come si deve presumere dal complemento di agente che viene adoperato&#8230; A parte questa stravaganza, vale la pena di precisare, in primo luogo, che il concetto di sovranit\u00e0, a partire da Rousseau, costituisce l&#8217;elemento centrale della definizione moderna dello Stato borghese. Riducendo il raggio di tale concetto a quello di \u2018sovranit\u00e0 nazionale\u2019, sono note le vicende (nazionalismo, irredentismo e imperialismo) attraverso le quali il &#8216;popolo-nazione&#8217;, categoria determinata storicamente, geograficamente ed etnicamente, si \u00e8 venuto configurando come l&#8217;essenza culturale del concetto di sovranit\u00e0, ragione per cui, a partire dalla rivoluzione francese, non si \u00e8 pi\u00f9 data sovranit\u00e0 statuale che non fosse sovranit\u00e0 nazionale. \u00c8 per\u00f2 attraverso quelle stesse vicende politico-ideologiche che il concetto di sovranit\u00e0 nazionale \u00e8 giunto anche alla sua crisi. Ci\u00f2 \u00e8 accaduto perch\u00e9 esso ha corrisposto ad un tentativo plurisecolare di riorganizzazione delle varie frazioni nazionali della borghesia trionfante, tale per\u00f2 che l&#8217;illimitata espansione di ciascuna ha messo in crisi la possibilit\u00e0 della convivenza di tutte. Da questa aporia \u00e8 scaturita quella cessione della sovranit\u00e0 in particolari campi ad enti o istituzioni internazionali (ONU, UE ecc.) che \u00e8 finora sembrata essere la caratteristica dell&#8217;attuale periodo storico. Va da s\u00e9 che, come la storia contemporanea dimostra, l&#8217;alternativa a siffatta cessione della sovranit\u00e0 \u00e8 la guerra interimperialista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In effetti, la contaminazione, oggi pi\u00f9 che mai evidente, del concetto di sovranit\u00e0 popolare con il concetto di nazione (&#8220;prima gli italiani&#8221;) ha l&#8217;immediato effetto di svuotare il primo delle sue potenzialit\u00e0 democratiche, coartandolo entro le maglie di un populismo tanto vago quanto isterico. Va quindi seguito con attenzione il processo attraverso cui il concetto di sovranit\u00e0 nazionale svuota di ogni radicale istanza lo stesso concetto di sovranit\u00e0 democratica (o popolare). Ci\u00f2 \u00e8 tanto pi\u00f9 paradossale perch\u00e9 \u00e8 proprio nel corso di questo processo di svuotamento del concetto di sovranit\u00e0 popolare che si sviluppa la mobilitazione reazionaria delle masse e la partecipazione di queste alla vita del sistema complessivo diviene, in generale, sempre pi\u00f9 decisiva. Ma questo paradosso, va detto, \u00e8 altres\u00ec necessario se il concetto di sovranit\u00e0 deve mantenersi entro l&#8217;\u00e0mbito del suo uso borghese. In definitiva, \u00e8 nel movimento congiunto di un concetto di sovranit\u00e0 nazionale che tende al suo superamento nella dimensione sovrannazionale e di un concetto di sovranit\u00e0 popolare che si nega del tutto svuotandosi nello \u2018stato di eccezione\u2019, che va vista la crisi del concetto stesso di sovranit\u00e0 in generale. Se si volesse riassumere in una formula questo processo, si dovrebbe dire che l&#8217;obsolescenza del concetto di sovranit\u00e0 \u00e8 del tutto connessa all&#8217;obsolescenza dei rapporti reali che registra. In altri termini, la crisi congiunta del concetto di sovranit\u00e0 popolare e del concetto di sovranit\u00e0 nazionale mette a nudo la natura borghese del concetto di sovranit\u00e0. Pertanto, la sovranit\u00e0 non va &#8220;riconquistata&#8221;, come affermano sia i populisti di destra che quelli di sinistra, ma semmai condotta al termine della sua traiettoria storica, cio\u00e8 estinta (ovviamente nel corso della transizione dal capitalismo al socialismo\/comunismo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"7\">\n<li><b>Dalla critica aperta della mitopoiesi europeista all\u2019apologia indiretta della mitopoiesi nazionalista<\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le tesi che vanno dalla dodici alla sedici delineano a grandi tratti la natura, il \u2018modus operandi\u2019 e la parabola storica dell\u2019Unione Europea, demistificandone il carattere artificiale e mettendone a nudo la vera sostanza. Quest\u2019ultima consiste in ci\u00f2, che \u201cla Ue crea una superstruttura che opera come una sorta di polizia economica, sfruttando l\u2019euro e il principio di concorrenza per sterilizzare i conflitti e condizionare i comportamenti individuali e collettivi\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Riguardo poi alla bolsa retorica sulle radici comuni della civilt\u00e0 europea (cristiane e\/o illuministe), ivi compresa la corbelleria spacciata da un filosofo di corte come J\u00fcrgen Habermas, il quale \u00e8 arrivato ad inventare di sana pianta la nozione di \u201cpatriottismo europeo\u201d, non si pu\u00f2 non condividere il sarcasmo che contrassegna la tesi tredici, dove si rammenta che \u201cla verit\u00e0 \u00e8 un\u2019altra, ed \u00e8 contenuta nel celebre detto che definisce l\u2019Europa come una mera espressione geografica. L\u2019Europa non \u00e8 mai esistita come entit\u00e0 politica e culturale unitaria, e l\u2019utopia di farne un unico Stato (utopia che tanto Marx quanto Lenin denunciarono come il sogno reazionario del capitalismo occidentale, il quale aspirava cos\u00ec a rafforzare il proprio dominio sul resto del mondo) si scontra con barriere sociali, linguistiche e culturali che nemmeno l\u2019istituzione di un sistema fiscale, di un esercito e di una polizia comuni sarebbe in grado di superare\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Rilevata quindi la natura teratologica della Ue in quanto \u201cesperimento istituzionale che tenta di mettere in pratica l\u2019utopia del fondatore del liberalismo moderno, von Hayek\u201d, Formenti, riproponendo il punto di vista intenzionalista che regge il suo approccio analitico, non manca di indirizzare acuminati strali contro \u201cl\u2019economicismo e l\u2019idea di necessit\u00e0 storica che regnano a sinistra e che si manifestano chiaramente non appena si affronta il problema dell\u2019Unione Europea: ignorando le prove inconfutabili della sua irriformabilit\u00e0, la palese impossibilit\u00e0 di democratizzarne le istituzioni, gli europeisti \u2018critici\u2019 ripetono ottusamente la tesi che la globalizzazione ha prodotto trasformazioni politiche e socioeconomiche tali da non poter essere pi\u00f9 gestite dagli Stati-nazione\u201d. Inoltre, come se l\u2019economicismo e l\u2019oggettivismo del TINA non bastassero, \u201csinistre e settori capitalistici pi\u00f9 avanzati convergono nel bollare come conservatrice e reazionaria ogni rivendicazione di indipendenza nazionale\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Su questa lunghezza d\u2019onda polemica, peraltro ben indirizzata e in s\u00e9 largamente condivisibile, si giunge al cuore della proposta politica e del progetto strategico che costituisce la \u2018pars construens\u2019 del documento. \u00c8 opportuno riportarla integralmente, anche perch\u00e9 mostra con estrema nettezza quell\u2019uso analogico di concetti marxisti che \u00e8 un filo conduttore delle analisi svolte nel documento in questione: \u201cL\u2019obiezione pi\u00f9 ricorrente al sovranismo di sinistra consiste nell\u2019affermare che, nel contesto dell\u2019attuale sistema capitalistico globalizzato, ogni velleit\u00e0 di sganciamento dal mercato mondiale \u00e8 illusoria. Tuttavia autori come Hosea Jaffe e Samir Amin hanno contestato questa affermazione, dimostrando che il <em>delinking <\/em>dal mercato globale \u00e8 una via percorribile; di pi\u00f9: \u00e8 l\u2019unica via percorribile per compiere qualsiasi passo verso il socialismo. Solo gli Stati sovrani possono negare agli strozzini della finanza globale il pagamento dei debiti imposti da Fmi, Banca mondiale, Bce e consimili istituzioni sovranazionali, prive di legittimazione democratica. <em>Delinking <\/em>non significa autarchia: vuol dire ridurre al minimo indispensabile le importazioni, massimizzare e ottimizzare l\u2019uso delle risorse locali, conquistare la sovranit\u00e0 alimentare; vuol dire accentrare il surplus economico nelle mani dello Stato e ridistribuirlo in funzione dei bisogni settoriali di crescita, promuovendo la piena occupazione e la difesa degli interessi delle classi subalterne; vuol dire sfruttare i confini nazionali e la sovranit\u00e0 monetaria per regolare i flussi commerciali e di capitale. Chi sostiene che tutto ci\u00f2 \u00e8 impossibile concepisce la storia come un processo lineare e irreversibile, sovradeterminato da ferree leggi economiche rispetto alle quali la politica non pu\u00f2 fare altro che adattarsi\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Leggendo questo ragionamento, si ha una duplice impressione: da un lato, ci si imbatte in un linguaggio e in citazioni di autori che appartengono alla \u2018traditio\u2019 marxista (e ci\u00f2 appare rassicurante); dall\u2019altro, ci si trova qui in presenza di una forma di \u2018slittamento\u2019 teorico che sfocia in un uso \u2018analogico\u2019 di concetti marxisti, uso che scaturisce dalla trasposizione di un contesto teorico \u2013 quello che ha il suo fulcro nella dinamica della guerra interimperialista e nella posizione rivoluzionaria o socialimperialista del proletariato \u2013 in un quadro \u2018toto coelo\u2019 differente ed opposto, che \u00e8 quello segnato dalla rivalit\u00e0 interimperialista fra Stati-nazione e dalla posizione imperialista del proprio Stato-nazione. Fatte le debite proporzioni e, come si usa dire, \u2018mutatis mutandis\u2019 (Formenti \u00e8 un valente pubblicista, ma certamente non pu\u00f2 essere paragonato n\u00e9 a Lenin n\u00e9 a Corradini), l\u2019impressione inquietante \u00e8 tuttavia quella di un uso, per l\u2019appunto analogico, del materialismo storico quale arma che tende a disintegrare (non dall\u2019esterno ma) \u2018dall\u2019interno\u2019 la scientificit\u00e0 di tale materialismo e quale veicolo di un\u2019ideologia incompatibile con esso e ad esso ripugnante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando, nel 1911, Corradini asserisce che, come il socialismo ha cercato di organizzare la classe proletaria contro i suoi oppressori e concorrenti interni, cos\u00ec il nazionalismo vuole \u201cessere per tutta la nazione ci\u00f2 che il socialismo fu per il solo proletariato\u201d (cfr. Asor Rosa, <i>Storia d\u2019Italia \u2013 La cultura<\/i>, Einaudi, Torino 1975, pp. 1247-1248), rivela con questo paragone che il \u2018ricalco\u2019 di posizioni originariamente socialiste \u00e8 molto pi\u00f9 forte nel nazionalismo italiano di quanto finora non sia stato notato e che, a distanza di poco pi\u00f9 di un secolo dalla conquista della Libia ad opera dell\u2019imperialismo italiano, ancor oggi impegnato sullo stesso terreno, sia pure in un quadro di aspre rivalit\u00e0 interimperialiste, vi \u00e8 pure qualche non trascurabile assonanza con il modo in cui il contesto attuale viene rispecchiato e proiettato nel documento oggetto della presente dis\u00e0mina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"8\">\n<li><b>L\u2019impostazione leniniana del problema del \u2018delinking\u2019 <\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019<i>ineguale sviluppo<\/i> della societ\u00e0 capitalistica, su cui Lenin giustamente insiste, determina, come \u00e8 noto a coloro che conoscono il pensiero del grande rivoluzionario russo, il carattere processuale e differenziato della rivoluzione proletaria, il cui radicamento nazionale deriva dal carattere complessivo delle particolarit\u00e0 storiche delle forze produttive e delle classi sociali. L\u2019un aspetto e l\u2019altro della transizione mondiale al socialismo\/comunismo discendono, in definitiva, dal movimento delle masse, che costituisce il dato nuovo e il fattore propulsivo di un processo rivoluzionario segnato, peraltro, dal carattere estremamente differenziato e ineguale della storia delle forze popolari e della loro realt\u00e0 attuale. Al livello mondiale, la rivoluzione proletaria si distende su un\u2019intera epoca storica, aperta dalla guerra imperialistica e caratterizzata dal processo della transizione dal capitalismo al comunismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella misura in cui tale processo \u00e8 contrassegnato dall\u2019ineguale sviluppo delle forze produttive e dalle loro particolarit\u00e0 storiche nazionali e di classe, per un verso esso pone ai diversi reparti della classe operaia il compito di conquistare la direzione politica del proprio Stato, nel mentre, per un altro verso, tale compito risulta possibile, ed \u00e8 possibile mantenere il potere, anche nel caso in cui lo Stato socialista debba rimanere solo e accerchiato per lungo tempo, purch\u00e9 esso Stato mantenga uno stretto rapporto con le masse oppresse e, in primo luogo, con la classe operaia. D\u2019altronde, fin dall\u2019agosto del 1915 Lenin era pervenuto a tale conclusione, elaborando una tesi della tattica bolscevica, che si riveler\u00e0 essenziale nella rivoluzione di febbraio, nella rivoluzione d\u2019Ottobre e, da ultimo, nella costruzione dello Stato socialista. Lenin aveva gi\u00e0 insistito, nel celebre articolo <i>Sulla parola d\u2019ordine degli Stati uniti d\u2019Europa<\/i> scritto il 23 agosto del 1915, sul fatto che \u201cd <em>al punto di vista delle condizioni economiche dell\u2019imperialismo\u2026gli Stati Uniti d\u2019Europa in regime capitalistico sarebbero <\/em><i>impossibili o reazionari<\/i> \u201d. Proseguiva poi rilevando che \u201cl \u2019ineguaglianza dello sviluppo economico e politico \u00e8 una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che \u00e8 possibile il trionfo del socialismo dapprima in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si porrebbe <i>contro<\/i> il resto del mondo capitalistico, attirando a s\u00e9 le classi oppresse degli altri paesi, infiammandole a insorgere contro i capitalisti, intervenendo. in caso di necessit\u00e0, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro Stati. La forma politica della societ\u00e0 nella quale il proletariato vince abbattendo la borghesia, sar\u00e0 la repubblica democratica che centralizzer\u00e0 sempre pi\u00f9 la forza del proletariato di una nazione o di pi\u00f9 nazioni nella lotta contro gli Stati non ancora passati al socialismo\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel settembre 1916 Lenin ribadir\u00e0 con forza questa tesi essenziale: \u00abLo sviluppo del capitalismo avviene nei diversi paesi in modo estremamente ineguale. E non potrebbe essere diversamente in regime di produzione mercantile. Di qui l\u2019inevitabile conclusione: il socialismo non pu\u00f2 vincere simultaneamente <i>in tutti<\/i> i paesi. Esso vincer\u00e0 dapprima in uno o in alcuni paesi, mentre gli altri resteranno, per un certo periodo, paesi borghesi o preborghesi\u00bb. Ci\u00f2 nondimeno, Lenin non nutriva alcun dubbio sul fatto che la rivoluzione proletaria, sia in Russia sia in qualsiasi altro paese, \u00abpu\u00f2 essere compresa solo come uno degli anelli della catena delle rivoluzioni proletarie socialiste provocate dalla guerra imperialista\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<ol style=\"text-align: justify;\" start=\"9\">\n<li><b>Natura e funzione del populismo di sinistra<\/b><\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella tesi diciassette del documento vengono sottolineati, in polemica con quella che viene definita \u201cun\u2019ideologia neo-anarchica\u201d, l\u2019importanza politico-sociale e lo spessore storico di due dimensioni fondamentali e costitutive della societ\u00e0: lo Stato e la nazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cLo scetticismo nei confronti della nazione va di pari passo con lo scetticismo nei confronti dello Stato&#8230; il concetto stesso di presa del potere \u00e8 sparito dal suo [della suddetta ideologia neo-anarchica] orizzonte culturale. La logica del controllo subentra alla logica della conquista\u201d, talch\u00e9 da siffatte premesse scaturisce \u201cuna sorta di democrazia dell\u2019opinione che ha come protagonista un popolo che diffida ma non aspira a governare\u201d. Un esito, questo, &#8211; si pu\u00f2 aggiungere in sede di commento &#8211; che \u00e8 perfettamente compatibile con quella \u2018sovranit\u00e0 del consumatore\u2019 in cui consiste uno dei cardini dell\u2019ideologia neoliberista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sennonch\u00e9 la rivendicazione, in s\u00e9 corretta, dell\u2019importanza dello Stato viene ricondotta, nella tesi diciotto, alla classica ideologia revisionista di stampo bernsteiniano-kautskiano, secondo cui, come si legge in un passo rivelatore di tale tesi, coonestato mediante una generalizzazione arbitraria dell\u2019assunto gramsciano delle classi subordinate che \u201csi fanno Stato\u201d, \u201cil punto non \u00e8 dunque abolire lo Stato in quanto ente distinto dalla societ\u00e0, bens\u00ec abolirne il carattere di classe\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Orbene, sarebbe fatica sprecata confutare alla luce del marxismo rivoluzionario una posizione dichiaratamente opportunista e riformista, ma vanno nondimeno rilevati la confusione e l\u2019eclettismo che caratterizzano, come accade anche in questo documento, le concezioni dei gruppi populisti di sinistra e i loro riferimenti politici e ideologici. In realt\u00e0, ci\u00f2 che, in un certo senso, li \u2018obbliga\u2019 ad essere degli eclettici e dei confusionari \u00e8 il limite invalicabile della loro critica \u2018marxista\u2019 e \u2018di sinistra\u2019, che si rivolge agli eccessi del neoliberismo per promuovere un capitalismo \u201cdemocratizzato\u201d: una critica che non sa e non vuole mettere in discussione la dittatura del capitale finanziario e la mobilitazione reazionaria delle masse che contraddistinguono l\u2019attuale congiuntura politico-ideologica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non a caso un tratto distintivo dei populisti di sinistra \u00e8, proprio nei paesi imperialisti, la negazione del carattere imperialista del proprio paese (una posizione che, nonostante taluni accenti marxisteggianti riscontrabili nelle analisi contenute in questo documento, apparenta questa frazione dei populisti, tanto per fare un esempio storico significativo, al partito russo dei Cadetti, principale avversario borghese dei bolscevichi, la cui denominazione completa era quella di Partito Democratico Costituzionale, denominazione quanto mai affine a quella del pi\u00f9 importante movimento odierno dei populisti di sinistra, che suona, per l\u2019appunto, come \u201cPatria e Costituzione\u201d). Dal canto loro, i populisti di sinistra disgiungono nettamente la questione della fuoriuscita dalla UE dalla questione della rivoluzione socialista e disconoscono le responsabilit\u00e0 della propria borghesia nella determinazione del grave stato attuale in cui si trova il paese, attribuendo tutte le responsabilit\u00e0 alla cosiddetta \u2018troika\u2019, ossia alle altre borghesie imperialiste.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per la verit\u00e0, come si nota anche nel documento in parola, essi tendono ad escludere dalle \u2018nazioni plutocratiche\u2019 responsabili della situazione attuale del nostro paese gli Stati Uniti d\u2019America e non spendono neppure una parola per denunciare, assieme alla UE, che ne \u00e8 il braccio politico-finanziario, la NATO, che \u00e8 invece il braccio politico-militare dell\u2019imperialismo statunitense (si provi a cercare nelle ventidue tesi sul \u201cmomento populista\u201d una opposizione chiara e netta, quindi non semplicemente implicita o interlineare, alla NATO: non la si trover\u00e0, per quanti sforzi si facciano nella lettura di questo testo, cos\u00ec come non si trover\u00e0 in esso alcuna presa di distanza dall\u2019attuale governo). Pertanto, chi indica come bersaglio da colpire la Germania della Merkel, oltre a sbagliare mira politica, fornisce all\u2019arciere che tiene minacciosamente sotto tiro l\u2019intero continente, cio\u00e8 agli USA del sovranista Trump, il dardo con il quale pu\u00f2 esercitare un dominio militare assoluto (solo in Italia 40 basi militari e 90 testate nucleari del tutto al di fuori di ogni controllo da parte del governo).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sennonch\u00e9, essendo incapaci di comprendere che la borghesia di ciascun paese aderente alla UE, anche se partecipa alla spartizione delle spoglie in proporzione al suo peso specifico e alla sua posizione nella piramide imperialista, \u00e8 ugualmente responsabile delle politiche di rapina ai danni del lavoro e delle politiche di massacro dei servizi sociali a danno di tutta la popolazione, i populisti di sinistra (cui poco si addice, per tale ragione, l\u2019appellativo di sovranisti) individuano il nemico principale sempre \u201cfuori dal paese\u201d. Essi, peraltro, non conducono (al di l\u00e0 di un uso analogico del marxismo) analisi di classe marxiste, ma interpretano le contraddizioni economiche esistenti in termini interclassisti e sociologici, scotomizzando o sottovalutando gli antagonismi di classe (come risulta in modo esplicito dalla tesi venti).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In definitiva, i populisti di sinistra avversano la rivoluzione e il socialismo, poich\u00e9 la loro prospettiva (del tutto illusoria) \u00e8 quella di una \u2018terza via\u2019 definita attraverso una sommatoria di elementi di destra (i valori) e di elementi sinistra (il progetto), la quale, come ha dimostrato a suo tempo Luk\u00e1cs, si risolve inevitabilmente, dal punto di vista ideologico, in una apologia indiretta del capitalismo e, dal punto di vista politico, in una politica di collaborazione con la borghesia, destinata a trasformarsi ben presto in subordinazione a questa classe. Particolarmente preziosa \u00e8 poi, per gli interessi del grande capitale, la funzione decettiva che svolge il populismo di sinistra: funzione che consiste nel distogliere la classe operaia e le masse popolari dalla lotta organizzata contro il potere del capitale nelle sue diverse manifestazioni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Qualcuno potrebbe obiettare che esistono differenti versioni del populismo (quella di destra, rappresentata per l\u2019appunto dalla Lega e, in parte, dal M5S, e quella di sinistra, rappresentata, nella sua accezione pi\u00f9 colta, dal gruppo politico-intellettuale che ha prodotto il documento in esame), e che vi sono, pertanto, fra di esse differenze sostanziali, che vanno tenute presenti. Rientrano in tali differenze gli stati d\u2019animo che le diverse forme di populismo tendono a suscitare per mobilitare gli elettori: la xenofobia e il razzismo sono utilizzati dai populisti di destra; la promessa di un miglioramento delle condizioni di vita e l\u2019appello alla solidariet\u00e0 sono utilizzati (entro certi limiti, come si \u00e8 visto in precedenza) dai populisti di sinistra. I primi si distinguono per il loro ruolo nefasto di imprenditori della paura, di promotori del rancore, di suscitatori dell\u2019egoismo proprietario e dell\u2019indifferenza sociale; i secondi parlano invece, quanto meno sul piano ideale, di \u201cgiustizia\u201d e di \u201cuguaglianza\u201d (cfr. la tesi due del documento), di Stato sociale e di ridistribuzione secondo i bisogni (cfr., ad es., la tesi dodici), di \u201cdemocrazia partecipativa\u201d e \u201cinteressi delle classi subalterne\u201d (cfr., ad es., le tesi cinque, dodici e ventidue). Orbene, in queste differenze si esprime il carattere ancipite della piccola borghesia: \u201c una nuova piccola borghesia, sospesa fra il proletariato e la borghesia, che torna sempre a formarsi da capo, in quanto \u00e8 parte integrante della societ\u00e0 borghese\u201d (come si legge nel secondo paragrafo, dedicato alla critica del \u201csocialismo piccolo-borghese\u201d, sottospecie del \u201csocialismo reazionario\u201d, del terzo capitolo del <i>Manifesto<\/i> marx-engelsiano).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una classe, dunque, che \u00e8, nel contempo, reazionaria e progressista, secondo quanto dettano gli interessi contingenti e la posizione rispetto al capitale. In questo senso, dal punto di vista metodologico \u00e8 giusto considerare e analizzare i diversi aspetti del populismo senza fare di tutt\u2019erba un fascio, ma sempre focalizzando il ruolo della piccola borghesia in quanto \u2018classe-sostegno\u2019 di un particolare blocco di potere in uno stadio determinato, cio\u00e8 in quanto classe priva di autonomia ideale e strategica, che funge da stampella di una determinata forma dello Stato capitalistico. Casi tipici di queste \u2018classi-sostegno\u2019 sono, in base all\u2019analisi marxista, i contadini parcellari nel quadro del bonapartismo, la piccola borghesia alla fine del primo periodo della repubblica parlamentare (1848-1849), il \u2018Lumpenproletariat\u2019 del bonapartismo, il ceto impiegatizio delle dittature fasciste o simil-fasciste (peronismo ecc.). Lo \u2018status\u2019 della piccola borghesia, quale si configura in determinate congiunture, spiega inoltre lo slittamento progressivo di tale classe dalla posizione di <i>alleata<\/i> del blocco di potere dominato dalla borghesia alla posizione di <i>satellite<\/i> (laddove tale slittamento dipende dalle modificazioni della forma di Stato e\/o della forma di regime).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a010.<b> Concludere senza conchiudere: da Lattanzio a Gramsci<\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che io confidi nell\u2019indulgenza di Formenti se non discuter\u00f2 le tesi che vanno dalla diciannove alla ventidue costituisce sicuramente una presunzione illegittima, dal momento che, come si sar\u00e0 capito, dissento radicalmente da quasi tutti i contenuti espressi nel documento di cui egli \u00e8 l\u2019estensore, tanto che potrei dire che, eccettuati alcuni specifici aspetti su cui, se si esclude il contesto di riferimento, la distanza \u00e8 minore, la punteggiatura \u00e8 l\u2019unica cosa presente nel suo documento su cui sono d\u2019accordo. Ma vi \u00e8 di pi\u00f9: un senso di saturazione e quindi di stanchezza come quello che, presumibilmente, avvertiva Lattanzio, scrittore cristiano vissuto fra il terzo e quarto secolo d. C., quando notava, nel corso del suo esame delle eresie, che non vi \u00e8 bisogno di assaggiare tutta l\u2019acqua del mare per appurare che \u00e8 salata. Mi limiter\u00f2, dunque, per coerenza con il procedimento che ho segu\u00ecto finora nell\u2019esame di questo documento, a riportare alcune proposizioni, a mio giudizio particolarmente significative, che compaiono nelle tesi, di natura prevalentemente politico-programmatica, che ne costituiscono la parte conclusiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tesi diciannove: \u201cLa dicotomia secca fra socialismo e capitalismo pecca di eurocentrismo&#8230; non va dimenticato che la lotta di classe in certe circostanze assume forma geopolitica, e che il conflitto fra nazioni del centro e nazioni periferiche ha di per s\u00e9 la natura di un conflitto di classe, per cui schierarsi dalla parte delle seconde \u00e8 pi\u00f9 importante che tracciare un confine astratto fra rivoluzione nazional-democratica e rivoluzione socialista. Che poi la rivoluzione nazional-democratica possa evolvere in rivoluzione socialista dipende da fattori economici, sociali, geopolitici in larga misura contingenti e imprevedibili\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tesi venti: \u201c\u00c8 da un secolo abbondante che il proletariato occidentale non vuole fare la rivoluzione, ma preferisce seguire le forze politiche che gli promettono miglioramenti graduali&#8230;le solidariet\u00e0 politico-sociali devono essere costruite su basi geografiche (ma non etniche!)&#8230;Si tratta di programmi che cercano il sostegno di blocchi sociali maggioritari e trasversali e che, qualche decennio fa, sarebbero stati definiti socialdemocratici\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tesi ventuno: \u201cuna rivoluzione nazional-popolare che si ponga l\u2019obiettivo di conquistare il potere per avviare il processo costituente di un regime politico democratico\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tesi ventidue: \u201cLe istituzioni popolari di democrazia diretta e partecipativa devono essere <em>esterne <\/em>a quelle della democrazia rappresentativa e agli organi statali, devono potersi contrapporre alle loro decisioni, devono cio\u00e8 essere in grado di esercitare il <em>conflitto <\/em>nei confronti dello Stato e tale diritto dev\u2019essere sancito costituzionalmente\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Concludo dunque senza conchiudere, rammentando che il marxismo, il quale \u00e8 costituito dal materialismo dialettico e storico, dalla critica dell\u2019economia politica e dal socialismo scientifico, \u00e8 una concezione \u201ctotalitaria\u201d del mondo, proprio nel senso espresso da Gramsci: \u00abL\u2019ortodossia non deve essere ricercata in questo o quello dei discepoli di Marx, in quella o questa tendenza legata a correnti estranee al marxismo, ma nel concetto che il marxismo basta a se stesso, contiene in s\u00e9 tutti gli elementi fondamentali, non solo per costruire una totale concezione del mondo, una totale filosofia, ma per vivificare una totale organizzazione pratica della societ\u00e0, cio\u00e8 per diventare una integrale, totale civilt\u00e0. [\u2026] Una teoria \u00e8 rivoluzionaria in quanto \u00e8 appunto elemento di separazione completa in due campi, in quanto \u00e8 vertice inaccessibile agli avversari. Ritenere che il materialismo storico non sia una struttura di pensiero completamente autonoma significa in realt\u00e0 non avere completamente tagliato i legami col vecchio mondo\u00bb (A. Gramsci, <i>Quaderni del carcere<\/i>, ed. critica a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1977\u00b2, Q. 4, 14, p. 435).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E invero l\u2019autonomia teoretica e il metodo della critica immanente nella battaglia delle idee contro il pensiero borghese e piccolo-borghese, revisionista riformista e ora populista, costituiscono nel marxismo quell\u2019unit\u00e0 degli opposti in cui consiste la sua dirompente forza dialettica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/sinistra-radicale\/14621-eros-barone-critica-del-populismo-di-sinistra.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/sinistra-radicale\/14621-eros-barone-critica-del-populismo-di-sinistra.html<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Eros Barone) Gli operai non hanno patria. Non si pu\u00f2 togliere loro quello che non hanno. Poich\u00e9 la prima cosa che il proletario deve fare \u00e8 di conquistarsi il dominio politico, di elevarsi a classe nazionale, di costituire se stesso in nazione, \u00e8 anch&#8217;esso ancora nazionale, seppure non certo nel senso della borghesia. K. Marx &#8211; F. Engels, Manifesto del Partito Comunista. In questo articolo mi propongo di esporre alcune considerazioni&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":26572,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/Schermata-2016-12-13-alle-15.57.26.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-d2k","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50116"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=50116"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50116\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":50117,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50116\/revisions\/50117"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26572"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=50116"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=50116"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=50116"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}