{"id":50223,"date":"2019-03-28T11:45:13","date_gmt":"2019-03-28T10:45:13","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50223"},"modified":"2019-03-28T11:25:44","modified_gmt":"2019-03-28T10:25:44","slug":"perche-non-possiamo-non-dirci-italiani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50223","title":{"rendered":"Perch\u00e9 non possiamo non dirci italiani"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>PATRIOTTISMO COSTITUZIONALE<\/strong><\/p>\n<p><strong><em>Pubblichiamo l\u2019editoriale di Lucio Caracciolo all\u2019ultimo numero di Limes, <a href=\"http:\/\/www.limesonline.com\/sommari-rivista\/una-strategia-per-litalia\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Una strategia per l\u2019Italia<\/a>. Al netto della condivisione degli aspetti particolari della sua analisi del momento particolare vissuto dal nostro Paese, la pubblichiamo soprattutto perch\u00e9 ci piace e ne condividiamo l\u2019approccio complessivo alla questione Italia, declinata nella necessit\u00e0 di uno Stato che pensi strategicamente in maniera coerente al proprio peso, con realismo e lucidit\u00e0, mai dimentica del suo ruolo e obiettivo: il benessere dei suoi cittadini. <\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong><em>C\u2019\u00e8 stato un periodo in cui la nostra (Prima) Repubblica ha fatto questo, e ha perso, per peso delle forze contrarie, per errori commessi, ma anche e soprattutto per debolezze e divisioni interne, dovute tutte alla mancanza di una sano amor patrio, uscito devastato dall\u20198 settembre 1943. \u00abPatriottismo, nazionalismo e razzismo stanno fra di loro come la salute, la nevrosi e la pazzia\u00bb scriveva <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Umberto_Saba\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Umberto Saba<\/a> in <a href=\"https:\/\/www.einaudi.it\/catalogo-libri\/narrativa-italiana\/narrativa-italiana-del-novecento\/scorciatoie-e-raccontini-umberto-saba-9788806206222\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Scorciatoie e raccontini<\/a>. Ma dopo quella data, a noi pare che, nella maggioranza degli Italiani, lo stato mentale dominante nei confronti del loro Paese sia stato l\u2019autorazzismo, declinato in tante forme, tutte coincidenti in una autocompiaciuta e quasi ostentata impotenza nei rapporti internazionali, che spesso per\u00f2 mascherava compensatori sentimenti di superiorit\u00e0 individuali o etnico-culturali o calcistici. Come afferma Lucio Caracciolo in un passo del suo editoriale, da l\u00ec dobbiamo partire, da quella data, da quella ferita mai veramente curata, ma semplicemente coperta alla bell\u2019e meglio con l\u2019esperienza eroica della Resistenza.<\/em><\/strong><\/p>\n<p><strong><em>Buona lettura<\/em><\/strong><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-large wp-image-580 aligncenter\" src=\"https:\/\/patriottismocostituzionale17415049.files.wordpress.com\/2019\/03\/tricolore-2.jpg?w=723&amp;h=395\" sizes=\"(max-width: 723px) 100vw, 723px\" srcset=\"https:\/\/patriottismocostituzionale17415049.files.wordpress.com\/2019\/03\/tricolore-2.jpg?w=723&amp;h=395 723w, https:\/\/patriottismocostituzionale17415049.files.wordpress.com\/2019\/03\/tricolore-2.jpg?w=150&amp;h=82 150w, https:\/\/patriottismocostituzionale17415049.files.wordpress.com\/2019\/03\/tricolore-2.jpg?w=300&amp;h=164 300w, https:\/\/patriottismocostituzionale17415049.files.wordpress.com\/2019\/03\/tricolore-2.jpg?w=768&amp;h=420 768w, https:\/\/patriottismocostituzionale17415049.files.wordpress.com\/2019\/03\/tricolore-2.jpg 1000w\" alt=\"\" width=\"723\" height=\"395\" data-attachment-id=\"580\" data-permalink=\"https:\/\/patriottismocostituzionale.blog\/2019\/03\/27\/perche-non-possiamo-non-dirci-italiani\/tricolore-2\/\" data-orig-file=\"https:\/\/patriottismocostituzionale17415049.files.wordpress.com\/2019\/03\/tricolore-2.jpg\" data-orig-size=\"1000,547\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"tricolore-2\" data-image-description=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/patriottismocostituzionale17415049.files.wordpress.com\/2019\/03\/tricolore-2.jpg?w=300\" data-large-file=\"https:\/\/patriottismocostituzionale17415049.files.wordpress.com\/2019\/03\/tricolore-2.jpg?w=723&amp;h=395\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">di <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Lucio_Caracciolo\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><em>Lucio Caracciolo<\/em><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">1. Questa rivista di geopolitica \u00e8 nata italiana e ambirebbe restarlo. Ne \u00e8 condizione l\u2019esistenza dell\u2019Italia. Per questo la Repubblica Italiana deve farsi Stato nel senso forte, compiuto del termine. Altrimenti la storia la travolger\u00e0. Con la esangue repubblica non sarebbe per\u00f2 seppellita la nostra identit\u00e0. L\u2019idea di Italia. Mito davvero formidabile, capace di attraversare i secoli con andamento carsico senza coagularsi in Stato, dopo che la sua versione romana, codificata tra Augusto e Diocleziano, affond\u00f2 con l\u2019impero. Perch\u00e9 contro la vulgata antitaliana cui troppi italiani volentieri sacrificano, la nostra nazione non \u00e8 artificio di un complotto chiamato Risorgimento. \u00c8 espressione di una sostanza antropologica, linguistica, culturale dalle radici bimillenarie. Quel che noi stentiamo ad ammettere ce lo riconosce uno tra i massimi poeti del Novecento, l\u2019italofilo anglo-americano Wystan Hugh Auden, sotto forma di retorica interrogazione: \u00abC\u2019\u00e8 in Europa un altro paese dove il carattere del popolo sembra essere stato cos\u00ec poco toccato dal cambiamento politico e tecnologico?\u00bb [1]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il mito dell\u2019Italia \u00e8 stato inventato, curato e tramandato da esigue ma tenaci \u00e9lite letterarie use remar controcorrente. Mai fummo Stato senza nazione, molto pi\u00f9 nazione senza Stato. Lo stigma originario della nostra repubblica ci classifica provincia europea dell\u2019impero americano. Al grado massimo tra 1949 (ammessi da subordinati a co-fondare la Nato) e 1992 (fine della Prima Repubblica, conseguente all\u2019esaurirsi della guerra fredda). Oggi in veste meno cogente per la pi\u00f9 lasca presa di Washington sul Vecchio Continente, da non scambiare per preludio a un improbabile arrocco oltre Atlantico. Ma anche per l\u2019intrusione dello sfidante cinese e del suo riluttante socio russo nel quadrante euromediterraneo, perfino nello Stivale, rielevandone la temperatura strategica. Evaporata la nebbia europeista di misconosciuta marca americana, eccoci seminudi ad affrontare le onde della storia. Sorprendentemente sorpresi del suo ritorno, che l\u2019antistorica ideologia dell\u2019affratellamento europeo ci assicurava impossibile. Allegramente intenti a sbriciolare quel che residua dello Stato \u2013 \u00abstupenda creazione del diritto\u00bb, \u00abvero principio di vita\u00bb (Santi Romano) di cui la nostra gracile repubblica non avvicina l\u2019idealtipo \u2013 ci scopriamo inadatti a fronteggiare le antiche o novissime contese fra soggetti nazionali, sempre pi\u00f9 costretti nel solipsismo nazionalista. Ci scopriamo fuori tempo e fuori luogo, perfettamente impreparati. [2] Vorremmo sottrarci alla mischia. Non possiamo. Dobbiamo semmai contribuire a scongiurarne la possibile deriva bellica. Se non intendiamo perdere quel poco di Stato e quel molto di nazione che tuttavia siamo, il tempo stringe. Le tendenze strategiche, demografiche, economiche e socioculturali in corso promettono brusco declino, in scenari tutt\u2019altro che per noi benevoli, gravati da ripide divaricazioni territoriali. Nei quali potremmo naufragare in stato di beata incoscienza, invano contando sul soccorso altrui. Nell\u2019editoriale del primo numero stabilimmo che \u00abLimes intende sollecitare la riflessione sull\u2019interesse nazionale italiano\u00bb. [3] Dopo mezzo secolo di glaciazione del pensiero strategico, una rivista intitolata alla geopolitica, immune dal politichese, deputata a scernere il nostro interesse nelle partite post-guerra fredda, pareva davvero troppo. Fummo accusati di fascismo. Oggi quei termini gi\u00e0 sulfurei occorrono frequenti nella bocca di chi li rigettava. Svuotandoli di senso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo volume vuole rinnovare l\u2019impegno originario, contrastare la chiacchiera ingenua o nichilistica sgorgata dalla rottura dei tab\u00f9 introiettati dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale. Si espone alla confutazione suggerendo proposte, fondate su disincantate analisi, all\u2019altezza delle sfide che ci investono. Obiettivo: riflettere insieme su come ricostruire il soggetto Italia. Sintesi di Stato e nazione, commisurata alla nostra taglia, immune tanto dalla ridicola <em>grandeur<\/em> che dalla patetica <em>petitesse<\/em>. Realismo impone ad ogni attore geopolitico di professarsi non meno di quel che sembra, giusto il motto dello scespiriano conte di Kent. [4] Tutto sembra negare l\u2019utilit\u00e0 di questo esercizio. Da troppi decenni siamo abituati a obliterare le precondizioni del ragionamento geopolitico: storia e geografa. Soppiantate perfino nei curricula scolastici dall\u2019immangiabile \u00abgeostoria\u00bb, negazione dell\u2019una e dell\u2019altra. Come coltivare un\u2019identit\u00e0 condivisa stralciandone ascisse e ordinate? Peggio: economicismo, pangiuridicismo e altri -ismi ci catapultano in un\u2019ecumene di fantasia, che presumiamo reale. Inutile perdersi in congetture strategiche. Siamo quel che siamo, ovvero quel che siamo stati e sempre saremo. La strategia \u00e8 roba da grandi potenze. A noi il privilegio di restare confitti in un poco invidiabile destino. Dissentiamo. Vero il contrario: gli Stati che poggiano su ricche riserve di potenza possono concedersi qualche vacanza strategica; chi non ne ha, e lotta anzi per la sopravvivenza, deve compensare in parte tanto defict con il ragionamento strategico. Esercizio impensabile in vitro. Plausibile solo se immerso nelle dinamiche geopolitiche correnti, consci che revisionare e reimpostare in corsa le istituzioni nazionali si fa dentro e non contro la storia. Fertile a patto di tenere i piedi piantati nel nostro spazio canonico, scrutando l\u2019orizzonte con duplice movimento: dal presente al passato, ricostruendo il flusso storico in cui siamo immersi, cos\u00ec misurando l\u2019angolo di cui disponiamo nel progettare il futuro; dal contesto esterno al perimetro domestico, per esplorarne risorse, sondarne vincoli e contrasti, saggiarne tattiche. Solo allora potremo indurne strategia. A sua volta oggetto di permanente verifica. Incardinata nella cartografa, nemesi di ogni ideologia. Per ordine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2. Consideriamo la nostra semenza. E scopriamo che Aleksandr Sergeeiv Pu\u0161kin, geniale italofilo russo, non aveva torto quando, non troppo prima del battesimo del nostro Stato unitario, cantava \u00abItalia terra magica\u00bb. Perch\u00e9 riunire sotto una sola bandiera gli Stati e staterelli che frastagliavano la Penisola dopo il Congresso di Vienna pareva delirio. L\u2019Italia \u00e8 stata il primo miracolo italiano, come ci ricordava Luciano Cafagna nel suo scintillante studio su Cavour. [5] Fuor di oleografia, difficile concepire come il concorso di tanti ostacoli alla statualizzazione dell\u2019identit\u00e0 italiana non abbia stroncato quel che a giusto titolo pareva, ancora a met\u00e0 Ottocento, sogno di pochi e incubo di molti. Allineiamo i principali impedimenti, per titoli: carenza in Penisola di una grande potenza federatrice, di una Prussia italiana, categoria cui non poteva aspirare il Piemonte n\u00e9 intendeva aderire il papa, erede dell\u2019impero e titolare di una missione universale; indisponibilit\u00e0 o avversione dei massimi attori continentali a promuovere un qualsiasi Regno d\u2019Italia dopo averne stroncato l\u2019ambiguo prototipo napoleonico; distonia strutturale fra i sistemi produttivi del Nord e del Sud \u2013 valga solo per chi tuttora giurasse sull\u2019apriori del determinismo economico; provincialismo e riflesso di autoconservazione delle classi dirigenti accomodate nei rispettivi recinti. Se tuttavia l\u2019Italia si fece, fu per il concorso di due affluenti, il primo esterno l\u2019altro interno alla Penisola, fortunosamente incanalati a sfociare nel letto di un fiume sotterraneo, spingendolo in superficie. Intendiamo anzitutto le rivoluzioni politiche e sociali e i connessi revisionismi geopolitici che gi\u00e0 nei tardi anni Quaranta annunciavano in Europa la crisi terminale dell\u2019ordine di Vienna. Insieme, il fascino profondo dell\u2019idea d\u2019Italia, certo minoritaria, epper\u00f2 pi\u00f9 antica e ramificata di quanto in camera di carit\u00e0 la stessa pedagogia risorgimentale volesse concedere. Pensiamo al costituzionalismo corso, al filone illuministico e rivoluzionario napoletano, in fertile scambio con i con consentanei spiriti milanesi. A loro modo interagenti con centrali sovversive europee, addirittura sudamericane. [6] Ma per deviare le correnti e indirizzarle verso la confluenza nel fiume Italia serviva un regista. Non avremmo l\u2019Italia, o ne avremmo una diversa, senza il genio di Camillo Benso conte di Cavour, matematica esemplificazione del ruolo della personalit\u00e0 nella storia. Maestro di creativa geopolitica ante litteram, capace di derivare somme qualitativamente superiori alla collazione degli addendi. Domando e sfruttando personalit\u00e0 strabordanti quanto contraddittorie, se prese ciascuna per s\u00e9, sterili in vista del progetto di fare una l\u2019Italia. Come il suo non amato monarca Vittorio Emanuele II (numerale conservato da primo re d\u2019Italia, per non incrinare il principio dinastico), il fin troppo popolare Garibaldi, eroe dei Due Mondi da lanciare e controllare, il fervido Mazzini, innamorato d\u2019Italia e d\u2019Europa, per\u00f2 inguaribilmente repubblicano. Su tutti Napoleone III il Piccolo, non perspicuo imperatore dei francesi, che volle usare della contigua <em>d\u00e9pendance<\/em> sabauda finendo per esserne usato \u2013 raro caso di proficuo impiego nostrano del vincolo esterno. Sempre grazie a Cavour. Di qui l\u2019enfasi di Piero Gobetti, cui il Risorgimento parr\u00e0 \u00absoliloquio di Cavour\u00bb. [7] Certa storiografa ama risaltare il paradosso del primo capo del governo italiano che di geneticamente e culturalmente nostrano aveva poco. Francofono di madre svizzera, Cavour si appropri\u00f2 a fatica dell\u2019italiano come di lingua morta \u2013 quando praticava l\u2019idioma del s\u00ec mostrava di star traducendo mentalmente dal francese. La formazione era essenzialmente franco-inglese, maturata fra Parigi e Londra, Ginevra e Bruxelles. La cultura vasta ma non letteraria, atta all\u2019imprenditore agricolo e all\u2019uomo d\u2019affari che fu \u2013 anche. Il tono liberale e moderato, consono allo scaltro pragmatismo orientato al <em>juste milieu<\/em>, dopo aver lui ogni volta fissato i fungibili estremi fra cui mediare. Non ultima, la certa idea di s\u00e9, da cui trapelava incomprimibile megalomania (\u00abil re sono io\u00bb, sbott\u00f2 in faccia a Vittorio Emanuele). Qui interessa tuttavia tracciare il profilo geopolitico della sua impresa, decisivo marcatore di lungo periodo. Indispensabile parametro per interpretare l\u2019Italia di oggi illuminandone la continuit\u00e0 con l\u2019altro ieri. Per estrarne due lezioni. Prima. L\u2019idea d\u2019Italia contiene in s\u00e9 qualcosa di irrimediabilmente universale, distillato dalle origini romane e preservato dalla Chiesa cattolica. Ci\u00f2 che aiuta a spiegarne tanto il fascino \u00abglobale\u00bb quanto la tuttora incompiuta traduzione in Stato nazionale. Altrimenti perch\u00e9 uno \u00abstraniero\u00bb come Cavour si appassion\u00f2 a realizzarla, fino a morirne d\u2019esaustione, appena tagliato il traguardo? Forse solo la causa greca, dotata di almeno altrettanta fascinazione culturale, poteva calamitare nella temperie romantica del primo Ottocento adesioni similmente ecumeniche. In nome di un passato mitico che proprio nulla aveva a spartire con il presente ma che poeti e avventurieri allogeni, specie inglesi, seppero volgere al servizio della pretesa resurrezione dell\u2019Ellade. Scontate le differenze di tempo (marginali) e di temperamenti (abissali), forse che l\u2019adesione spirituale di Lord Byron \u2013 e dello stesso Pu\u0161kin \u2013 alla Grecia era cos\u00ec fondamentalmente altra rispetto a quella di Cavour all\u2019Italia? Filellenismo e italo-filia esprimono il richiamo delle grandi civilt\u00e0. Tale parallelo individua un carattere permanente dello Stato italiano nelle sue diverse incarnazioni, quello di derivare dalla fusione di vettori domestici ed esterni. I quali ultimi non rinunciano ad affermarsi interni alla creatura di cui sono stati levatori, siano la Francia neo-imperiale o gli Stati Uniti d\u2019America all\u2019apogeo della potenza. Seconda. Per Cavour la politica non era fine in s\u00e9 ma strumento per \u00abuna Italia grande forte gloriosa quale l\u2019abbiamo sognata nei nostri giovani anni\u00bb. Nulla meno che \u00abla pi\u00f9 bella impresa dei tempi moderni\u00bb. [8]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ora, quale atto \u00e8 pi\u00f9 geopolitico della fondazione \u2013 meglio: invenzione \u2013 di uno Stato? Sar\u00e0 stato moderato in punto di dottrina politica, ma Cavour fu rivoluzionario in geopolitica. Nella sostanza strategica, non solo nelle imprese coraggiose e nelle nobili intenzioni, come Garibaldi e Mazzini. L\u2019impresa cavouriana illustra il primato della geopolitica sulla politica. Prima l\u2019Italia, poi il liberalismo. Il nesso fra le due prospettive, pur inscindibile, non \u00e8 affatto pari. \u00c8 gerarchico. La riprova? Roma capitale. Scelta curiosa per un piemontese sedotto dal progresso e dalla modernit\u00e0 europea, molto meno dal paesaggio italiano, assai poco frequentato, comunque mai a sud di Firenze. Indurre da Torino un parlamento piuttosto dialettale a trasferire la capitale nell\u2019\u00abeterna citt\u00e0\u00bb, cara anche agli stranieri \u00abche giudicano le cose d\u2019Italia con imparzialit\u00e0 ed amore\u00bb (ancora il tasto universal-italofilo a legittimare una scelta nazionale), non fu per Cavour atto spontaneo n\u00e9 scontato. Fu anzi \u00abgran dolore\u00bb, per l\u2019affezione alla citt\u00e0 natia accoppiata alla modesta attrazione che la monumentalit\u00e0 dell\u2019Urbe suscitava nella sua \u00abindole poco artistica\u00bb. Ma \u00absenza Roma capitale d\u2019Italia, l\u2019Italia non si pu\u00f2 fare\u00bb. Perch\u00e9 solo ricentrando lo Stato su Roma si sarebbe potuto \u00abporre un termine assoluto\u00bb ai dissensi intestini su quale fra le aspiranti citt\u00e0 regine d\u2019Italia avesse maggior titolo per incoronarsi capitale. [9] Roma centro politico, strategico, geografico e burocratico quale antidoto a municipalismi, particolarismi, sub-nazionalismi. Suona familiare?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">3. Dello Stato italiano fondato il 17 marzo 1861 tendiamo a rimuovere che mor\u00ec d\u2019infarto l\u20198 settembre 1943. La Prima Repubblica, proclamata nel 1946 sotto tutela alleata ed eretta tre anni dopo a semi-protettorato americano, incardinata via Nato nell\u2019Occidente antisovietico quale sentinella della sua frontiera sudorientale, \u00e8 la seconda forma della stessa Italia. Originata dalla catastrofe del fascismo, sogno estremo della pi\u00f9 grande Italia culminato nel suo azzeramento. Ultima febbre del Risorgimento. E suo perfetto opposto, incarnato dal dilettantesco avventurismo del Duce appetto al realismo agile di\u00a0 Cavour. Ma nient\u2019affatto parentesi nel fruire della storia patria, \u00abinvasione degli hyksos\u00bb (Benedetto Croce, non proprio portabandiera degli anti-hyksos). Come invece vorrebbe la pedagogia post-fascista, che nel cambio di veste politico-istituzionale legge l\u2019avvento di un popolo nuovo, pacifico ed ecumenico, immune dal nazionalismo perch\u00e9 insensibile all\u2019idea di nazione. Forse inconsapevole esibizione di arroganza, giacch\u00e9 la rinuncia al nostro punto di vista pu\u00f2 implicare la pretesa di rappresentarne la versione universale. Dalla negazione della nazione al delirio del popolo eletto il passo \u00e8 breve. Per nostra fortuna nessuno, nella solidale ecumene cui ci immaginiamo inscritti, pensa tale l\u2019italiano. Potenze pi\u00f9 o meno grandi traggono anzi dall\u2019autonegazione della soggettivit\u00e0 italiana (o dalla sua retorica esibizione, che \u00e8 lo stesso) l\u2019ovvia conseguenza di poterci trattare da oggetto. Compensandoci con quel posto al tavolo d\u2019onore che ha sempre ingolosito l\u2019ego dei nostri politici e diplomatici, per il divertimento dei loro omologhi. Salvo scoprirsi afoni una volta accomodati sullo strapuntino gentilmente riservatoci al banchetto di chi sa e pu\u00f2 quel che vuole. Quasi l\u20198 settembre non fosse triste pagina da consegnare ai manuali di storia \u2013 possibilmente senza elevarla ad alfa e omega del presunto carattere italiano \u2013 ma virus resistente a ogni terapia, impedimento permanente alla nostra abilitazione internazionale. Da quel trauma conviene riprendere il filo dell\u2019analisi che intende determinare la nostra attuale condizione geopolitica. Dunque i limiti e le possibilit\u00e0 di una strategia per l\u2019Italia. Per cominciare, collochiamo il \u00abtutti a casa\u00bb nel flusso della nostra storia. Con il vantaggio della prospettiva, stabiliamo che certo l\u20198 settembre simboleggia il crollo dello Stato duale, monarchico-fascista, vittima della propria propaganda che ne aveva a tal punto depresso le capacit\u00e0 strategiche da spingerlo alla suicida subordinazione a Hitler. Salvo poi illudersi di poter saltare sul carro dei vincitori conservando lo status di minore fra le maggiori potenze \u2013 nessuna delle quali ha mai considerato l\u2019Italia pur vaga parente. Visto da altra angolatura quel giorno fatidico si svela premessa tragica ma inevitabile della continuit\u00e0 d\u2019Italia, sia pure in formato drasticamente ridotto. L\u20198 settembre mor\u00ec lo Stato, non la nazione. Tantomeno l\u2019idea d\u2019Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vero: per gli ultimi due anni di guerra lo Stato era scomparso, inghiottito nel nulla. Perch\u00e9 s\u00ec, sulla carta si contavano due Stati italiani, l\u2019uno infeudato ai tedeschi, che se ne servivano a piacimento, l\u2019altro sottoposto agli alleati, i quali non sapevano che far(se)ne. Eppure su entrambi i fronti combattevano italiani in nome dell\u2019Italia. Per loro merito e nostra fortuna prevalsero i partigiani. Poteva cos\u00ec nascere la Repubblica. La nazione aveva ricreato lo Stato. Chi sostiene che l\u2019Italia fosse cabala massonica e\/o artificio di potenze straniere rivaleggianti su terreno neutro deve spiegare come fu possibile che questo paese sopravvivesse a due guerre civili \u2013 la seconda contestuale al massimo confitto della storia mondiale \u2013 in meno di un secolo: la cosiddetta \u00ablotta al brigantaggio\u00bb, ovvero il completamento dell\u2019annessione italiana delle Due Sicilie avviata dai Mille, con sportivo impiego della brutalit\u00e0 militare contro bande di compatrioti che non si volevano tali, e la Resistenza, che fantasticava d\u2019averci riscattato agli occhi degli alleati. Grande e sincero fu lo stupore dei capi della Repubblica Italiana quando scoprirono che i vincitori non ci trattavano da redenti, perci\u00f2 quasi pari. Per il semplice motivo che non avevamo vinto. N\u00e9 sapevamo fingerci agguagliati ai trionfatori, recitandoci tali in stile francese. Ci eravamo tardivamente accodati allo schieramento vittorioso, cos\u00ec come tre anni prima avevamo optato per l\u2019Asse, condannandoci alla sconfitta: se la Germania avesse prevalso ne saremmo scaduti a satellite, in caso contrario saremmo stati puniti dai suoi eversori. Fermiamo il punto decisivo: l\u2019Italia ha perso la seconda guerra mondiale. Dunque nel dopoguerra potevamo al meglio proporci attori a handicap. Ancora oggi le gerarchie internazionali poggiano su quel confitto, termine a quo di una fase geopolitica inconclusa. Parr\u00e0 banale. Non lo \u00e8 affatto. Per decenni nelle nostre scuole si \u00e8 insegnato \u2013 e si continua a divulgare, nella flebile misura in cui la storia patria \u00e8 raccontata \u2013 che grazie alla Resistenza l\u2019Italia si era emendata agli occhi del mondo, meritandosi il recupero della sovranit\u00e0. La quale via articolo 1 della costituzione repubblicana (1948) \u00abappartiene al popolo\u00bb. Per discernere quale fosse l\u2019effettivo grado di sovranit\u00e0 della Seconda Italia \u2013 la Prima Repubblica \u2013 sarebbe bastato considerare la noncuranza con cui a confitto formalmente terminato la Jugoslavia pot\u00e9 promuovere le sue ambizioni espansionistiche verso la Venezia Giulia. Per tacere delle mire della Francia su Val d\u2019Aosta e ricche porzioni di Piemonte e Liguria, stroncate solo dall\u2019altol\u00e0 di Truman, precoce dimostrazione che il protettore a stelle e strisce sa adempiere letteralmente la sua missione nominale, qualora coincidente con il proprio interesse. Documento fondativo della Seconda Italia \u00e8 il trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. Precedente cronologico, logico e geopolitico della costituzione del 1948. E su di essa prevalente. Per intendere la parabola del nostro Stato, dalla rinascita a oggi, \u00e8 consigliabile studiarne quella costituzione geopolitica, con cui chi ci aveva sconfitto volle fulminarci d\u2019interdetto. L\u2019Italia vi \u00e8 infatti trattata da oggetto. A rigore, ne \u00e8 cos\u00ec negato il senso: uno Stato che sia all\u2019altrui disposizione \u00e8 contraddizione in termini. La misura di quel che siamo stati da allora e di ci\u00f2 che potremmo essere domani grazie ai gradi di sovranit\u00e0 guadagnati o ripersi determina la cifra della Repubblica Italiana. Quanto abbiamo risalito la curva che dal sottozero dell\u20198 settembre e dalla certificazione della nostra retrocessione geopolitica nel girone dei vinti quattro anni dopo traccia la riconquista di quel minimo di sovranit\u00e0 e d\u2019autostima senza il quale non ha senso discettare di strategia? Per determinarlo occorre stabilire dove fossimo nel settembre del 1947 quando il capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, smaltita la crisi di nervi che lo aveva indotto a scaraventare dalla scrivania i fogli del trattato di una pace cartaginese, si decise ad apporvi la firma di ratifica, negando a s\u00e9 stesso fosse tale. Le potenze vincitrici ci avevano presentato un dettato punitivo, non negoziabile, che fra l\u2019altro ci privava di tutte le colonie e correggeva a vantaggio dei vicini le nostre frontiere occidentali e orientali. Prendere o lasciare. Nel secondo caso, gli alleati occidentali si sarebbero contesi un mandato fiduciario sull\u2019Italia del genere di quello che poi ottenemmo per la Somalia. O forse l\u2019avrebbero spartita come la Germania. Non rest\u00f2 che prendere. Inutilmente il 10 agosto 1946, rivolgendosi ai vincitori dalla tribuna della Conferenza di pace di Parigi, Alcide De Gasperi aveva messo agli atti, con disillusa dignit\u00e0 (\u00absento che tutto \u00e8 contro di me\u00bb), il dolore di chi si riteneva ingiustamente costretto a pagare il conto dei crimini fascisti. Il capo del governo italiano stupiva della sua condizione di \u00abimputato\u00bb. Non coglieva che ai vincitori poco interessava il regime politico in Italia. Il loro obiettivo era stato e restava geopolitico: la debellatio di uno Stato che aveva preteso di essere pi\u00f9 di quanto fosse. [10]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Date queste premesse, una stringente analisi geopolitica \u2013 sperabilmente funzionale a una pur tiepida catechesi nazionale \u2013 non pu\u00f2 che registrare con ammirazione il percorso dell\u2019Italia nella guerra fredda. Segnato certo dal miracolo economico, di cui meniamo eccessivo vanto. Maggiore considerazione dovremmo esibire riguardo alla performance geopolitica della Prima Repubblica. Quell\u2019Italia ha avuto una strategia. In sintesi: godere del semi-protettorato americano (Nato) e delle sue derivazioni vetero-continentali (Cee) per recuperare rango, influenza e latitudine tattica sulla scena internazionale. Attingendo alla rendita di posizione quale paese cerniera fra Ovest ed Est, titolare di un tratto della cortina di ferro presso la soglia di Gorizia. E soprattutto dell\u2019irradiamento conferitole dall\u2019ospitare nella capitale il centro della massima confessione cristiana, perci\u00f2 universalistica, tuttavia di matrice schiettamente occidentale. Senza trascurare il paradossale vantaggio di esprimere il maggior partito comunista del mondo, garantendoci cos\u00ec un prezioso grado di ambiguit\u00e0, da impiegare quale mezzo di scambio al tavolo degli alleati. Tradotto in rozza geopolitica: avere una parte del paese, e non la meno abile, orientata verso il Nemico, ci elevava a sorvegliati speciali. Innalzamento apprezzabile del nostro status. Su cui potevano giocare i nostri capi politici che, fossero al governo o all\u2019opposizione (sempre per\u00f2 in regime di consociazione), erano talmente imbevuti di ideologie internazionalistiche (comunismo) o addirittura ecumeniche (cattolicesimo) da coltivare legami espliciti e diagonali influenze con avversari e neutrali. Cos\u00ec evitandoci di scadere a Bulgaria della Nato. Sono passati quasi trent\u2019anni dal tramonto del doppio paradigma guerra fredda\/Prima Repubblica. Di Seconda Repubblica\/Terza Italia non scorgiamo l\u2019ombra. Se ombra c\u2019\u00e8, \u00e8 quella lunga del trattato di pace, con il suo memento: avete perso, non sarete pi\u00f9 nella famiglia degli Stati che contano. In questa luce occidua osserviamo il parallelo sfaldamento delle legature sociali e istituzionali, lo scadimento di qualit\u00e0 dei \u00abnobili di Stato\u00bb \u2013 gestori delle burocrazie cui in ultima analisi \u00e8 affidata la continuit\u00e0 delle istituzioni \u2013 la perdita di senso del futuro testimoniata dal voto con i piedi di giovani validi e istruiti (moltissimi tra loro hanno lasciato casa in cerca di fortuna oltre frontiera). Non ultimo, dal declino demografico e dal contestuale invecchiamento della popolazione, che destabilizza quel poco di welfare da cui lo Stato trae quote irrinunciabili della propria legittimazione. Inevitabile che nella depressione si ricorra a tranquillanti o stupefacenti, ispirandosi a pre-nazionali glorie passate, vuoi fantasmi di gloriose repubbliche marinare con relativi corollari imperiali, vuoi (pi\u00f9 sorprendentemente) Stati e staterelli preunitari. Nel festival dei particolarismi, per la prima volta dall\u2019Unit\u00e0 \u00e8 l\u2019idea stessa d\u2019Italia a finire sotto processo. Noi vogliamo credere che resister\u00e0. Ma per questo non bastano gli atti di fede. Serve ridare senso e forza allo Stato unitario. Aggiornando la prospettiva risorgimentale: allora l\u2019idea d\u2019Italia fu premessa della fondazione dello Stato, oggi il suo rilancio potrebbe evitare che con le istituzioni nazionali evapori la nazione. Ridurre tale progetto alla dimensione interna ci depisterebbe in partenza. Per restare Italia urge operare contemporaneamente sulle due scale, la domestica e l\u2019internazionale, usando una dimensione per irrobustire l\u2019altra. Fissato l\u2019obiettivo, prima di determinarne passaggi e tattiche conviene studiare il contesto esterno, pi\u00f9 interno di quanto sospettiamo. Per individuare i vincoli e le risorse che l\u2019ambiente geopolitico nel quale siamo immersi ci impone o ci offre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">4. L\u2019Italia \u00e8 direttamente coinvolta nella sfida fra Stati Uniti e Cina, asse su cui ruota la geopolitica planetaria. Il duello si dirama financo nello scenario euromediterraneo, nostro ambito di elezione, a sua volta scomponibile nei quadranti continentale, nordafricano e mediorientale. In questo incastro tridimensionale l\u2019Italia \u00e8 chiamata all\u2019esercizio che le riesce meno spontaneo: scegliere. Stabilire l\u2019obiettivo, verificare mezzi e percorsi per raggiungerlo, costruire la narrazione pi\u00f9 adatta a mobilitare la nazione per l\u2019impresa. In due parole, fare strategia. Per questo e con questo, finalmente dotarci di vero Stato. A costo di iper-semplificare, delineiamo prima i caratteri delle partite per noi strategiche e azzardiamo poi alcune scelte che ci avvicinino al traguardo. Non pretendendo siano corrette, ma profilandole con taglio secco per facilitare reazioni, obiezioni, controproposte. Rispettando il senso del limite, cui questa rivista \u00e8 intitolata. Ma che vale verso il basso come verso l\u2019alto: non pretendiamo l\u2019impossibile, nemmeno per\u00f2 accettiamo di abbandonarci alla corrente. Provando a virare di qualche grado, forse l\u2019equipaggio della barca ritrover\u00e0 gusto a pilotarla, aggiuster\u00e0 gli strumenti di bordo, recuperer\u00e0 fiducia nella comunit\u00e0 cui appartiene. Anche gli italiani possono farsi italofili. Il primo e decisivo girone \u00e8 quello sino-americano. Con la Russia non spontaneo, provvisorio ma potente \u00abbrillante secondo\u00bb dell\u2019Impero del Centro, effetto della decisione americana di trattarla quale reincarnazione altrettanto maligna dell\u2019Unione Sovietica. Il tempo dir\u00e0 se la scelta del Numero Uno di combattere insieme il Due e il Tre sia sconsiderata o geniale. La triplice sfida non \u00e8 parentesi. Dovremo convivervi a lungo. Washington intende drasticamente ridurre l\u2019interdipendenza economica, finanziaria e tecnologica propria e dei propri \u00abamici e alleati\u00bb con Pechino, in modo da poter applicare alla Cina isolata il contenimento gi\u00e0 vittoriosamente imposto all\u2019Unione Sovietica. Contando sulla possibilit\u00e0 che come l\u2019Urss anche la Repubblica Popolare soccomba alle contraddizioni del suo sistema, fratturandosi in una dozzina di Cine e cos\u00ec cessando di minacciare il trono del Numero Uno. Di qui l\u2019intermittente battaglia dei dazi, finora pi\u00f9 scenografica che sostanziale, accompagnata dall\u2019interdizione degli investimenti e delle scorribande pechinesi nei settori dove l\u2019America vede giocarsi l\u2019egemonia in questo secolo: telecomunicazioni, intelligenza artificiale, ciberspazio, tecnologie di punta in genere, specie se duali. La Cina risponde spingendosi per la prima volta nella sua traiettoria plurimillenaria molto lontano dal suo nucleo imperiale, a caccia di risorse e influenza. Strategia limpidamente geopolitica, travestita con i suadenti panni delle nuove vie della seta. Per\u00f2 tradita dall\u2019arroganza verbale, dalla scomposta gestualit\u00e0 di chi avverte quanto labili siano le radici della recuperata potenza. Quanto alla Russia, tenta di dimostrare anzitutto a s\u00e9 stessa di non essere mera potenza regionale, ristretta nel cupo cortile post-sovietico. In disperata attesa che qualcuno a Washington si ricordi di offrirle un posto onorevole a bordo della flotta anticinese. Nel frattempo curando di non perdere contatto dalla penisola eurasiatica che noi chiamiamo Europa, lei Asia anteriore. Sfruttando l\u2019interdipendenza energetica e le reti d\u2019influenza amministrate dal suo spionaggio. Assicurandosi che la nuova cortina di ferro, assai pi\u00f9 prossima a Mosca di quella storica, non scarrelli verso la frontiera orientale dell\u2019Ucraina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel secondo girone, l\u2019euromediterraneo, si \u00e8 surriscaldato lo storico duello fra Stati Uniti e Germania. Washington vuole sabotare ogni eccesso di intimit\u00e0 fra il suo indocile ex satellite europeo e i due nemici strategici, Cina e Russia. Se n\u2019\u00e8 avuta plastica evidenza alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, aperta il 15 febbraio scorso dal pi\u00f9 influente diplomatico tedesco, Wolfgang Ischinger, che indossava una tuta blu con le stelle gialle, a intestarsi la titolarit\u00e0 dell\u2019Unione Europea. La divisa comunitaria \u00e8 per la Bundesrepublik surrogato geopoliticamente corretto dell\u2019identit\u00e0 nazionale, copertura dell\u2019ambiguo tentativo di pacifica ri-germanizzazione, dopo i decenni di espiazione post-hitleriana. Ischinger l\u2019ha esibita in voluta polemica con gli Stati Uniti, che trattano tedeschi e altri \u00abveteroeuropei\u00bb da inaffidabili scrocconi, scoperti a flirtare con russi e cinesi all\u2019ombra del protettore americano. Garbata replica al \u00abFuck Europe!\u00bb (leggi: Germany) con cui l\u2019allora inviata di Obama in Ucraina, Victoria Nuland, comment\u00f2 nel febbraio 2014 i fallimentari tentativi di mediazione tedesca, con accompagnamento franco-polacco, nella crisi che opponeva non proprio indirettamente Russia e Stati Uniti. Contemporaneamente assistiamo alla decomposizione dell\u2019eterogenea famiglia comunitaria, incentivata dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, e all\u2019accenno di ricomposizione, nello spazio Ue\/Nato che Washington considera essenziale per il suo impero, di vecchi e nuovi allineamenti. Fondati su affinit\u00e0 geopolitiche (asse antirusso del Trimarium imperniato sulla Polonia che corre tra Baltico, Nero e Adriatico), economico-culturali (Nuova Lega Anseatica, settentrionale orto anticattolico e antimediterraneo oltre che russofobo, custode dell\u2019austerit\u00e0, disposto a un ipotetico euro del Nord costruito attorno alla Germania), o sulla necessit\u00e0 di fingersi fratelli (quanto resta della \u00abcoppia\u00bb franco-tedesca, che sente l\u2019obbligo di autoconvocarsi in cerimonie solenni per mimare un improbabile allineamento). In attesa che l\u2019arcipelago britannico stabilisca se ed eventualmente come mollare gli ultimi ormeggi europei. E di scoprire se la tregua balcanica stia davvero scadendo, riportando la regione alla sua canonica vocazione di miccia delle rivalit\u00e0 euroasiatiche. Unanimi gli europei sono solo sulla necessit\u00e0 di tenere a distanza Caoslandia \u2013 che si staglia a sud della direttrice Gibilterra-Canale di Sicilia-Egeo \u2013 temendo di esserne investiti via ingestibili migrazioni di massa e flusso o riflusso di jihadisti dai territori di guerra. Peccato che gli eurosoci declinino tale sentimento in ordine sparso, seguendo il precetto per cui chi sta pi\u00f9 a nord scarica il problema sul vicino meridionale. Cos\u00ec l\u2019Italia scade a estremo bastione europeo, pronti i vicini a fortificare le Alpi laddove finissimo inghiottiti dalle turbolenze afro-mediterranee. Infine lo scacchiere sudorientale, tra Turchia, Levante e Medio Oriente. L\u2019intervento russo in Siria e l\u2019incremento dell\u2019attivismo cinese lungo le rotte marittime della seta hanno riportato questo spazio mai pacificato all\u2019ordine del giorno, dopo la mascherata della \u00abguerra al terrorismo\u00bb e il delirio sullo Stato Islamico minaccia globale. Con gli Stati Uniti pronti a cavalcare il cambio di regime a Teheran, in comunanza d\u2019armi e di spirito con Israele, nel probabilmente vano sforzo di stabilire attorno al Golfo un simulacro di equilibrio della potenza fra Stati pi\u00f9 o meno amici (Israele, Arabia Saudita pi\u00f9 l\u2019Iran riportato alla geopolitica filo-occidentale praticata ai tempi dello sci\u00e0). La tensione con l\u2019\u00aballeata\u00bb Ankara, proiettata al recupero delle sue direttrici imperiali e islamiste, contribuisce a complicare il progetto. In tale contesto quali gli interessi, quali i margini di manovra dell\u2019Italia? Gi\u00e0 porsi la domanda svela la disposizione a non soggiacere agli storici limiti di soggettivit\u00e0, ambizione, capacit\u00e0 e continuit\u00e0 strategica che scolorano il nostro profilo. E a rivalutare quattro risorse fondamentali cui la Repubblica Italiana potrebbe attingere, elevandole da rendita potenziale a proficuo investimento qualora decidesse di competere davvero nell\u2019arena geopolitica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prima \u00e8 talmente ovvia che nemmeno ce ne curiamo: la collocazione geofisica al centro del Mediterraneo, crocevia strategico e commerciale fra Europa, Africa e Asia. Privilegio cui siamo insensibili, come dimostra l\u2019arretratezza del nostro sistema portuale e la refrattariet\u00e0 dello Stivale al mare che lo bagna. Quasi il circuito mediterraneo di romana memoria e le glorie marinare di Genova e Venezia non appartenessero alla nostra cifra storica. La seconda \u00e8 il paradosso cattolico. L\u2019Italia si fece contro la Chiesa. Ma oggi potrebbe servirsene quale trampolino verso il vasto mondo, nel quale la Santa Sede getta le sue reti per giocare una peculiare geopolitica, non solo spirituale. Finch\u00e9 Roma avr\u00e0 il papa e la Chiesa sar\u00e0 romana e universale, non dimentica della sua matrice italiana e della sua eredit\u00e0 imperiale, sarebbe imperdonabile non considerarla moltiplicatore molto pi\u00f9 che vincolo. La terza consiste nel sottovalutato e poco sfruttato (da noi) marchio italiano. Secondo la classifica dei \u00abmigliori paesi\u00bb compilata annualmente da U.S. News and World Report, basata su interviste a oltre 20 mila personalit\u00e0 eminenti in 80 paesi, siamo numero uno mondiale sia per influenza culturale che per patrimonio storico-artistico. [11] L\u2019Italia \u00e8 per stile di vita (musica, moda, gusto, lusso, cucina eccetera) modello attraente, ovunque riconosciuto. L\u2019italiano \u00e8 quarta lingua di studio al mondo, dopo inglese, spagnolo e cinese, prima del francese. Sommato alla nostra tuttora rispettabile caratura economica e commerciale ma emancipato dall\u2019economicismo per essere infine virato in geopolitica il marchio aprirebbe all\u2019Italia spazi di influenza e ragioni di scambio estremamente favorevoli. La quarta, volutamente ignorata, \u00e8 la legittimazione dello strumento militare. Non abbiamo Forze armate specialmente impressionanti e oggi incliniamo a smantellarne le residue eccellenze. Tuttavia, contro la retorica pacifista, gli italiani hanno mostrato di non opporsi per principio all\u2019impiego della forza e di apprezzare il sacrificio dei cittadini in armi. Postura indispensabile a chiunque si affacci sulla caotica scena internazionale. Non abbiamo la vocazione del pistolero, ma ostentare la fondina vuota ed esibire un profilo angelico \u00e8 spericolata arroganza. Una strategia italiana che tenesse bilanciato conto di tali vettori d\u2019influenza, da declinare insieme ai fin troppo noti vincoli, potrebbe aderire alla traccia che segue.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Prima di tutto, e malgrado tutto, la relazione con gli Stati Uniti d\u2019America. Forse non stimiamo e certamente non sfruttiamo abbastanza la pertinenza all\u2019impero del Numero Uno. Anzi, ne prendiamo il peggio (la subordinazione per principio, sicch\u00e9 risultiamo facilmente manipolabili al capo cordata, o il piccolo tradimento, che ci conferma inaffidabili), senza trarne il meglio (il moltiplicatore derivante dal giocare nella squadra oggi vincente, malgrado le tracce di fatica strategica e certo struggente spleen tardoimperiale). Una relazione matura con Washington parte dal definire che cosa offriamo e dall\u2019esplicitare che cosa vogliamo. Senza giri di frase. Anche per salire di categoria nella percezione differenziata che gli apparati americani hanno dei soci atlantici. Quanto al dare: a) siamo piattaforma logistica impareggiabile nell\u2019area statutaria della Nato, ospitando basi, assetti di intelligence e armi nucleari americane, su cui di fatto non esercitiamo controllo; b) esibiamo nell\u2019Eurozona profilo opposto a quello della Germania, sorvegliato speciale degli Stati Uniti nel continente, e con ci\u00f2 contribuiamo a mantenere precario l\u2019equilibrio fra i partner europei della Nato, come d\u2019interesse americano; c) curiamo di tenere le nostre importanti relazioni con Russia e Cina al di sotto del livello strategico, perch\u00e9 non ci sogniamo di cambiare d\u2019impero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sul fronte dell\u2019avere il catalogo \u00e8 questo: a) gli Stati Uniti non possono pretendere l\u2019impiego dei militari italiani in missioni di destabilizzazione delle nostre aree di frontiera, di cui paghiamo le conseguenze sul territorio nazionale \u2013 adesione all\u2019altrui impero non significa autodistruzione; b) Washington deve accentuare la pressione sulla Germania per allentarne le rigidit\u00e0 monetarie e fiscali, che ci depauperano e destabilizzano (il limes germanico taglia l\u2019Italia in due), rischiando di far saltare l\u2019euro, con effetti incalcolabili dunque da non sperimentare; c) dagli americani ci attendiamo che rinuncino a sabotare la nostra adesione ai dossier economico-commerciali della via della seta \u2013 una volta accettato di pre-negoziare con loro le linee rosse cui attenerci in materia \u2013 e a minare la per noi insostituibile interdipendenza energetica con la Russia, posto il nostro rifiuto di partecipare alla destabilizzazione del colosso eurasiatico. Nel contesto comunitario, tre imperativi: a) considerare le relazioni con Francia e Germania superiori a qualsiasi altra (ogni riferimento alla tragicomica \u00abInternazionale dei nazionalisti\u00bb \u00e8 voluto), giocando di sponda sulle loro differenze \u2013 ad esempio allineandoci ai tedeschi per temperare le pretese francesi in Nordafrica e proponendo a Parigi di cooperare per riformare la struttura dell\u2019Eurozona in direzione contraria all\u2019austerit\u00e0 germanica; b) scoraggiare le velleit\u00e0 di destabilizzazione della Russia coltivate dal fronte del Trimarium e rifiutarne le sirene neo-nazionaliste che contribuirebbero a sfaldare un continente gi\u00e0 sufficientemente instabile; c) assumere un profilo visibile nell\u2019area mediterranea, non per esercitarvi un\u2019impossibile primazia ma per spingere i nordici a collaborare nella sua stabilizzazione. In Medio Oriente siamo fuori gioco. Almeno da quando abbiamo rinunciato a partecipare al negoziato con l\u2019Iran, salvo pagarne il pedaggio ora che l\u2019accordo 5+1 \u00e8 saltato. In Nordafrica la priorit\u00e0 \u00e8 scoraggiare ulteriori avventure destabilizzanti (capaci di minacciare ad esempio i transiti via Suez o le importazioni di gas dall\u2019Algeria) e trattare con i locali poteri informali il contenimento dei flussi migratori dall\u2019ex Libia. Con l\u2019obiettivo di riaprire l\u2019immigrazione legale, risorsa indispensabile per temperare il nostro inverno demografico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">5. \u00c8 oggi l\u2019Italia in grado di concepire e perseguire una simile strategia, oppure un\u2019altra comunque fondata sull\u2019analisi dei nostri interessi nazionali? Non parrebbe. Ma la storia non \u00e8 rettilinea, tanto meno binario morto. La sua traiettoria disegna curve, incrocia sentieri alternativi. Virare \u00e8 possibile, ma per non deragliare il corpo in movimento necessita di un vincolo cui applicare la forza centripeta che lo tenga in carreggiata. Fuor di metafora, serve lo Stato. La misura dell\u2019Italia non sta solo nel rapporto fra debito e pil, assai pi\u00f9 in quello fra strategia e istituzioni. A queste spetta generare l\u2019attrito necessario a gestire gli scarti cui le dinamiche domestiche e internazionali ci obbligano, curandone la coerenza con i fini della comunit\u00e0. Acrobazia permanente. \u00c8 accademia concepire la riforma dello Stato come operazione statica, di laboratorio, pregando la storia di fermarsi in attesa che l\u2019esperimento sia completato. Ed \u00e8 illusorio immaginare, all\u2019opposto, che la funzione determini di per s\u00e9 la struttura, come insegna la mesta parabola dell\u2019europeismo, monumento all\u2019eterogenesi dei fini. Allestimento dello Stato e disegno strategico sono in relazione dialettica. Nella potenza compiuta, lo Stato riduce la complessit\u00e0 con atto sovrano. Nei paesi incompiuti ne \u00e8 travolto per carenza di soggettivit\u00e0. Fino a degenerare nel cosiddetto \u00abStato fallito\u00bb. Quale tragica ironia se l\u2019Italia fallisse prima d\u2019esser stata Stato. Per scongiurarlo, occorre sintonizzare organo e funzione affinch\u00e9 si alimentino a vicenda. Geopolitica interna e geopolitica esterna non possono configgere. Stato e strategia si scrivono nella stessa frase. Il sentimento nazionale, l\u2019orgoglio di appartenere a una storia d\u2019irradiamento mondiale, tutto quanto ci richiami alle machiavelliane \u00abgran cose\u00bb \u2013 al rispetto di noi stessi \u2013 legittima lo Stato e riabilita la strategia. Implica sovranit\u00e0. Nemica del sovranismo, storpiatura ideologica. Senza riaccentrare e snellire lo Stato, limandone le superfetazioni pseudofederaliste, recidendone i nessi obliqui che lo subordinano alle mafie cui ha ceduto il governo di intere regioni non se ne far\u00e0 nulla. Perch\u00e9 viva e partecipata \u00e8 solo l\u2019istituzione che serve i suoi cittadini, espone e sostiene i poteri che debbono rispondere delle loro decisioni, copre quelli abilitati a violare la legalit\u00e0 pur di proteggere lo Stato che la determina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Perfetto opposto di quanto stiamo producendo con commovente incoscienza. Non contenti della frammentazione dei poteri \u2013 ossia dell\u2019impotenza \u2013 ci accingiamo alla devoluzione iper-autonomistica di funzioni strategiche a tutte le Regioni che lo vogliano, imitando l\u2019ispanico <em>caf\u00e9 para todos<\/em>. Cos\u00ec incubiamo future Catalogne, vellichiamo mitologie separatiste. In nome della presunta superiore ascendenza mitteleuropea (Lombardo-Veneto), che provoca la reazione del Sud, talmente disperato da invaghirsi delle Due Sicilie. Del Risorgimento, intanto, si son perse le tracce nelle scuole di ogni ordine e grado. Da surrogare con narrazioni dialettali, pre-nazionali, come da Venezia suggerisce il governatore Zaia, doge in pectore. [12]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per non farci mancar nulla, imbarchiamo l\u2019esotica religione delle \u00abcitt\u00e0 Stato\u00bb. Un pianeta di tutte Singapore, al quale il sindaco di Milano Giuseppe Sala ha annunciato la pre-iscrizione. [13]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E che affascina persino il collega di Napoli, Luigi De Magistris, pronto a indire un referendum per l\u2019\u00abautonomia totale\u00bb del suo municipio, dotato naturalmente di propria \u00abcriptomoneta\u00bb. [14]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Confermiamo: Limes rester\u00e0 italiana. Anche se un giorno l\u2019Italia fosse altrove<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/patriottismocostituzionale.blog\/2019\/03\/27\/perche-non-possiamo-non-dirci-italiani\/\">https:\/\/patriottismocostituzionale.blog\/2019\/03\/27\/perche-non-possiamo-non-dirci-italiani\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di PATRIOTTISMO COSTITUZIONALE Pubblichiamo l\u2019editoriale di Lucio Caracciolo all\u2019ultimo numero di Limes, Una strategia per l\u2019Italia. Al netto della condivisione degli aspetti particolari della sua analisi del momento particolare vissuto dal nostro Paese, la pubblichiamo soprattutto perch\u00e9 ci piace e ne condividiamo l\u2019approccio complessivo alla questione Italia, declinata nella necessit\u00e0 di uno Stato che pensi strategicamente in maniera coerente al proprio peso, con realismo e lucidit\u00e0, mai dimentica del suo ruolo e obiettivo: il benessere&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":50224,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2019\/03\/33811053_223945644998870_423567011851796480_n.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-d43","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50223"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=50223"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50223\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":50225,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50223\/revisions\/50225"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/50224"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=50223"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=50223"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=50223"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}