{"id":50700,"date":"2019-04-12T08:00:33","date_gmt":"2019-04-12T06:00:33","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50700"},"modified":"2019-04-12T07:14:19","modified_gmt":"2019-04-12T05:14:19","slug":"per-uneuropa-dei-lavoratori-e-dei-popoli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50700","title":{"rendered":"Per un&#8217;Europa dei lavoratori e dei popoli"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MARX XXI<\/strong><\/p>\n<p><em><strong>Bruno Steri ci segnala questa sua relazione come contributo al dibattito sull&#8217;Europa<\/strong><\/em><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.marx21.it\/images\/personaggi\/steri_manifestazionemarzo2019pci.jpg\" alt=\"steri manifestazionemarzo2019pci\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL PCI, FIRENZE 16 MARZO 2019<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">RELAZIONE INTRODUTTIVA DI BRUNO STERI<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Care compagne e cari compagni,<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">il nostro partito ha organizzato questa iniziativa nazionale in una fase politica che guarda alle imminenti scadenze elettorali, le elezioni europee di maggio ma anche la tornata di elezioni amministrative che coinvolgeranno alcune regioni e numerosi comuni italiani. Io sono chiamato ad aprire i nostri lavori, ponendo al centro di questa introduzione il tema Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo avviene non solo perch\u00e9 &#8211; come detto &#8211; siamo in vista di elezioni europee, ma soprattutto perch\u00e9 sin dalla sua nascita, con l\u2019assemblea costituente del 2016, questo partito ha inteso il giudizio sull\u2019Unione europea e il conseguente che fare come un elemento discriminante della sua linea politica: al cuore della netta divaricazione tra i nostri orientamenti e quelli del Partito democratico sta precisamente la critica all\u2019Unione europea, posta al traino della sua moneta unica, e l\u2019urgenza di un loro superamento. Il suddetto tema ha ovviamente un peso decisivo quando si ragiona di alleanze e di possibili coalizioni elettorali. Com\u2019era prevedibile, anche questa fase preelettorale ha indotto i soggetti politici e sociali ad organizzare tavoli di discussione in vista di possibili accordi. Su tali legittimi tentativi abbiamo gi\u00e0 espresso una nostra valutazione. Leggo ad esempio da un mio recente editoriale pubblicato sul nostro sito:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&lt;&lt; Abbiamo provato a interloquire con le forze politiche e sociali della cosiddetta \u201csinistra di alternativa\u201d. Lo abbiamo fatto col massimo di apertura unitaria ma tenendo fermo nel contempo il nostro mandato congressuale che ha visto la larga maggioranza degli iscritti determinata a non derogare da quattro convinzioni di fondo: l\u2019impossibilit\u00e0 di accordi elettorali col Partito democratico, la necessit\u00e0 di rendere visibile a sinistra una netta contrariet\u00e0 a questa Unione europea neoliberista e al suo traino monetario, un forte impegno contro la guerra e il riarmo (convenzionale e non) con conseguente messa in discussione dell\u2019appartenenza dell\u2019Italia alla Nato, la priorit\u00e0 del recupero della dignit\u00e0 e del valore del lavoro. Gli iscritti del Pci si sono pronunciati per una presenza elettorale che connettesse il nome e il simbolo dei comunisti a tali temi, senza tralasciare eventuali interlocuzioni che non sacrificassero i suddetti contenuti di fondo e, con essi, la visibile identit\u00e0 del partito. Poniamo in cima alla nostra agenda la ricostruzione del Partito comunista ma, in sintonia con la tradizione dei comunisti, non rinunciamo a ricercare momenti di unit\u00e0 con soggetti politici a noi vicini a partire da concreti contenuti: in questo senso non ci convince un\u2019 \u201cunit\u00e0 a prescindere\u201d, non ci convincono alleanze elettorali dell\u2019ultimo minuto, dai contorni politici e programmatici incerti se non addirittura eterogenei. L\u2019esperienza di questi ultimi anni ci dice che \u00e8 bene evitare di costruire sulla sabbia, in nome di un\u2019urgenza senza costrutto e con incerto futuro. Per questo sin dall\u2019inizio non abbiamo partecipato all\u2019ipotesi di coalizione guidata da Luigi De Magistris: troppa incertezza su contenuti di fondo (come appunto l\u2019Europa) e sulla composizione della stessa coalizione. Nel merito \u00e8 proprio il caso di dire: abbiamo gi\u00e0 dato e abbiamo perso tempo e voti. Gli elettori non sono stupidi: la croce rossa di un\u2019unit\u00e0 abborracciata non paga, politicamente ed elettoralmente &gt;&gt;.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ho riproposto questa lunga citazione perch\u00e9 tra l\u2019altro ritengo sia ora di lasciar parlare fonti e dichiarazioni ufficiali, evitando accuratamente di prendere sul serio le sciocchezze che capita di incrociare sui social network.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">-Ma veniamo al nostro tema. Entrando nel vivo dei contesti nazionali e delle rispettive vicende elettorali, il tema Europa ha polarizzato la discussione all\u2019interno e tra i Partiti comunisti del nostro continente: una discussione particolarmente animata, talvolta diversificata non tanto in riferimento all\u2019analisi unanimemente condivisa circa la natura neoliberista e antipopolare dell\u2019Unione europea quanto soprattutto rispetto alla radicalit\u00e0 di tale opposizione, al che fare e agli obiettivi immediati. A valle di tale discussione, che prosegue, Il Pci ha ritenuto importante sottoscrivere assieme ad altri partiti comunisti e della sinistra di classe europea l\u2019Appello contro gli orientamenti e le politiche di Bruxelles che in questa sala distribuiamo. L\u2019appello \u00e8 importante in quanto \u00e8 espressione dell\u2019unit\u00e0 di intenti del Gue &#8211; la Sinistra Unitaria Europea, il raggruppamento politico interno al Parlamento europeo &#8211; un\u2019unit\u00e0 di intenti che reputiamo giusto preservare e consolidare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Entro questo quadro, ribadiamo il nostro specifico punto di vista sul merito della questione Europa. Come era stato sin dall\u2019inizio del tutto chiaro al Pci di Togliatti, il progetto di integrazione europea ha preso forma nel contesto della fedelt\u00e0 atlantica, essendo concepito come vera e propria \u201cdiga antisovietica\u201d. Tale imprinting \u00e8 rimasto oltre l\u2019implosione del cosiddetto \u201csocialismo reale\u201d, concretizzato nell\u2019indissolubilit\u00e0 dell\u2019appartenenza all\u2019Unione europea e alla Nato. Il quadro di alleanze strategiche la dice lunga sulla natura di questa Europa. In estrema sintesi, pensiamo che il progetto europeo abbia proposto (e sin dall\u2019inizio formalizzato in Trattati) una societ\u00e0 a misura degli interessi del grande capitale finanziario e a discapito della stragrande maggioranza della popolazione. Oltre a ci\u00f2, come conseguenza della competizione tra i capitali continentali pi\u00f9 forti e quelli pi\u00f9 deboli, nonch\u00e9 a dispetto della denominazione utilizzata (\u00abUnione\u00bb), non vi \u00e8 stato alcun processo di integrazione tra Paesi membri, ma al contrario l\u2019ulteriore divaricazione di economie gi\u00e0 in partenza diseguali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Basta scorrere i dati economici degli ultimi due decenni, per confermare tale giudizio complessivo. A cominciare da quelli concernenti il \u00abpotenziale manifatturiero\u00bb dell\u2019Italia e in generale dei Paesi dell\u2019Eurozona a partire dall\u2019introduzione della moneta unica: ebbene, essi evidenziano per il nostro Paese un \u00abridimensionamento di base produttiva senza precedenti nella storia italiana, se si fa eccezione per le distruzioni della Seconda guerra mondiale\u00bb (Nomisma 2015). Fino all\u2019introduzione dell\u2019euro, l\u2019Italia aveva una capacit\u00e0 manifatturiera per abitante perfino superiore a quella dell\u2019economia tedesca: dunque, era pi\u00f9 industrializzata della Germania in rapporto alla popolazione. Con la moneta unica vigente, tale vantaggio si \u00e8 annullato. A partire dal 2007, con l\u2019esplodere della crisi, il gap \u00e8 poi divenuto negativo, principalmente a seguito della caduta dell\u2019industria italiana; ma attenzione, il trend negativo era iniziato con la moneta unica. In Italia, l\u2019involuzione \u00e8 ben visibile sotto il profilo del calo del numero di imprese manifatturiere. Ed anche il reddito pro capite degli italiani, fino al 1996 grosso modo in linea con quello degli altri paesi Ue, da quella data ha preso inesorabilmente a scendere, contestualmente \u2013 va da s\u00e9 \u2013 al calo delle retribuzioni e al peggioramento delle condizioni del lavoro dipendente. Quel che vale per l\u2019Italia vale in generale per i Paesi dell\u2019area mediterranea in contrapposizione ai paesi del Nord Europa: si \u00e8 cio\u00e8 in presenza di un vero e proprio \u00abprocesso di polarizzazione geografica centro-periferia\u00bb. Il potenziale manifatturiero infatti decade in Grecia, Portogallo, Spagna, Italia e Francia, mentre aumenta o si consolida in Germania, Olanda, Austria e Finlandia. L\u2019involuzione qui evidenziata mostra una tendenza in atto verso una sperequata specializzazione per aree economiche all\u2019interno di una stessa zona valutaria, sulla cui base da un lato si va verso il monopolio manifatturiero (tedesco) e dall\u2019altro verso la desertificazione produttiva (il riferimento \u00e8 in particolare al Mezzogiorno d\u2019Italia).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">-Come si spiega un tale disastro? Parlare di \u00aberrori\u00bb \u00e8 improprio. Si tratta degli effetti di un orientamento che come abbiamo detto \u00e8 funzionale al grande capitale finanziario. La compagine europea si \u00e8 trovata a dover fronteggiare gli squilibri causati dai differenziali di competitivit\u00e0 esistenti al suo interno e, in particolare, la divaricazione nell\u2019andamento delle bilance commerciali. La strada scelta per tentare un riequilibrio \u00e8 stata quella dell\u2019abbattimento del costo del lavoro per unit\u00e0 di prodotto, con l\u2019obiettivo di incrementare la produttivit\u00e0 dei paesi \u00abperiferici\u00bb e sanare i loro conti con l\u2019estero. Ma il risultato \u00e8 stata la distruzione della domanda interna di questi Paesi. Il caso Grecia \u00e8 a tal riguardo paradigmatico: la medicina somministrata si \u00e8 rivelata per il grosso della popolazione molto peggiore del male.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con l\u2019Unione europea, il cambio di prospettiva \u00e8 stato strutturale. Il compromesso sociale realizzatosi nella seconda met\u00e0 dello scorso secolo aveva prodotto l\u2019avvento di un capitalismo interventista, teso a stabilire la propria egemonia sulla base dei principi della democrazia costituzionale e del riconoscimento del diritto al lavoro. Non a caso fu questa la temperie storica in cui venne alla luce la Costituzione italiana e in cui il Partito Comunista concep\u00ec la prospettiva di una \u00abdemocrazia progressiva\u00bb. Con l\u2019Unione europea, viceversa, \u00e8 tornato lo Stato minimo e l\u2019onnipresenza del mercato capitalistico (il laissez-faire, il lasciar fare alle regole del mercato). Con ci\u00f2 si \u00e8 compiuto il coronamento di un lungo processo di recupero di potere da parte delle classi dominanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con il varo dell\u2019Ue &#8211; con l\u2019accentramento della politica monetaria in capo ad un organismo indipendente quale \u00e8 la Bce e con la sottrazione delle politiche fiscali e di bilancio all\u2019autonoma disponibilit\u00e0 dei singoli governi &#8211; la dogmatica liberista \u00e8 divenuta un imperativo scolpito nei Trattati: \u00e8 il trionfo di Friedrich von Hayek, economista liberista per eccellenza, il quale per impedire il finanziamento dell\u2019intervento pubblico predicava precisamente lo sganciamento della creazione di moneta dal controllo dei governi. Come \u00e8 noto, i Trattati Ue vietano il finanziamento del debito dei singoli Stati, impedendo quella che dovrebbe essere una normale funzione di politica monetaria esercitata da una banca centrale: creare liquidit\u00e0 per fornire allo Stato risorse da spendere in servizi essenziali (politica industriale, sanit\u00e0, istruzione ecc). Il governatore della Bce, l\u2019italiano Mario Draghi, ha provato ad infrangere il suddetto divieto: lo ha fatto con alterni risultati, superando l\u2019evidente irritazione tedesca; e comunque il suo mandato scadr\u00e0 ad ottobre di quest\u2019anno. In ogni caso, finch\u00e9 ai governi dell\u2019Europa mediterranea sar\u00e0 precluso il ricorso ai normali e autonomi strumenti di controllo macroeconomico (politica dei tassi d\u2019interesse, politica dei cambi, politica di bilancio), si pu\u00f2 prevedere che sar\u00e0 impossibile per essi sottrarsi ad un destino di impoverimento industriale e di disoccupazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dire questo non significa affatto cedere a pulsioni nazionalistiche: anzi, la storia recente &#8211; e in particolare quella dell\u2019Ue &#8211; insegna che proprio il trasferimento di tali funzioni ad autorit\u00e0 di livello sovranazionale apre la strada all\u2019approfondirsi delle contraddizioni di classe imposte dal neoliberismo e &#8211; per contrasto \u2013 al diffondersi del nazionalismo reazionario. Consegnati ad un contesto in cui l\u2019esistenza di una moneta unica preclude ai singoli paesi la possibilit\u00e0 di svalutare una propria moneta (cos\u00ec da dare ossigeno all\u2019export) e in cui si impedisce il ricorso alla spesa pubblica per investimenti, ai paesi \u00abperiferici\u00bb non resta che stringere i cordoni della politica salariale e del mercato del lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">-Del resto, \u00e8 nel cuore dei Trattati europei che troviamo i presupposti di quella politica neoliberista ostinatamente perseguita anche nel vivo della crisi capitalistica: libera circolazione dei capitali, \u00abmodernizzazione\u00bb a sostegno dell\u2019innovazione finanziaria, apertura indiscriminata dei mercati e fiducia nelle virt\u00f9 \u00abauto regolatrici\u00bb di questi ultimi. Nel Trattato di Lisbona possiamo infatti leggere: \u00abTutte le restrizioni ai movimenti di capitale tra gli Stati membri e i Paesi terzi sono interdette\u00bb. Ci\u00f2 \u00e8 detto in barba a qualunque impegno per contrastare movimenti speculativi e per imporre vincoli al flusso di capitali &#8211; ad esempio attraverso la tassazione. Nucleo ideologico indiscusso resta il \u00abrispetto del principio di un\u2019economia di mercato aperta in cui la concorrenza \u00e8 libera\u00bb. Imprese e servizi pubblici sono sottomessi a tale dogma. Non c\u2019\u00e8 quindi da stupirsi se da Bruxelles sono piovute direttive che incoraggiano le privatizzazioni o l\u2019adozione da parte delle imprese pubbliche dei criteri di redditivit\u00e0 del privato. N\u00e9 pu\u00f2 sorprendere che il Trattato medesimo giudichi \u00abincompatibili con il mercato interno (\u2026) gli aiuti da parte degli Stati (\u2026) che minacciano di falsare la concorrenza\u00bb. Questa \u00e8 la filosofia di fondo di Bruxelles.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci vuol poco a capire come le suddette regole entrino in rotta di collisione con la nostra Costituzione, facendo profilare una vera e propria nuova questione nazionale. A scanso di sciocchi equivoci, \u00e8 bene in proposito ricordare che &#8211; detto banalmente &#8211; c\u2019\u00e8 totale contrapposizione tra l\u2019approccio al suddetto tema di un Matteo Salvini e quello per esempio di un Antonio Gramsci, tra chi cio\u00e8 predica un regressivo ripiegamento nazionalistico e chi si propone di costruire un\u2019opposizione vincente al blocco di potere capitalistico transnazionale, scegliendo di volta in volta nel conflitto di classe i terreni di lotta pi\u00f9 favorevoli alle classi popolari. Il fatto \u00e8 che Trattati Ue e Costituzione italiana confliggono sul piano dell\u2019ispirazione di fondo, dei principi che sovrintendono al vivere associato. Difendere la nostra Costituzione dal pervasivo attacco del neoliberismo, preservandone la preminenza giuridica e di orientamento politico generale, \u00e8 un modo giusto di ridare valore &#8211; il valore di una lotta progressiva &#8211; ad una questione nazionale che, nella fattispecie, fa tutt\u2019uno con la tenuta degli assetti democratici. L\u2019esperienza di questi anni ci obbliga insomma a prendere atto dell\u2019impianto concettuale e normativo con cui ha preso forma l\u2019Unione europea: oggi non possiamo non trarre le conseguenze politiche della sua strutturale irriformabilit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo stesso Trattato di Aquisgrana siglato da Germania e Francia lo scorso gennaio non modifica l\u2019attuale situazione dell\u2019Unione. Anzi, per certi versi, ne aggrava i limiti intrinseci, approfondendo il solco tra chi conduce e chi segue come l\u2019intendenza. Il Trattato rafforza \u201cuna zona economica franco-tedesca con regole comuni\u201d, supportata da un pi\u00f9 stringente coordinamento tra le istituzioni dei due Paesi e dalla cooperazione tra le loro forze armate. Inoltre assicura alla Germania, accanto alla copertura dell\u2019ombrello nucleare francese, l\u2019appoggio della Francia nella rivendicazione di un posto di membro permanente nel Consiglio di Sicurezza dell\u2019Onu (seggio per altro verso reclamato per un rappresentante dell\u2019Unione europea). In definitiva, l\u2019impressione \u00e8 quella di un matrimonio che cura gli interessi reciproci dei due Stati nel quadro di un\u2019Unione sempre pi\u00f9 divisa: messa a dura prova dalla Brexit (ma anche dalle pulsioni imprevedibili di governi come quello italiano), debilitata dalle spinte euroscettiche, pressata da destra dal costituirsi al suo interno di una nuova \u201cLega Anseatica\u201d , un fronte liberista di Paesi nordici insofferenti a grandi progetti comuni che costringano a condivisioni solidali (vedi la gestione continentale dell\u2019immigrazione) e a integrazioni fiscali a tutto danno dei loro autonomi privilegi. La percezione \u00e8 insomma quella del \u201cciascuno per s\u00e9\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">-Nel frattempo in Italia, ma non solo in Italia, assistiamo ad una preoccupante involuzione del quadro politico: le destre stanno imprimendo un segno reazionario ad una sempre pi\u00f9 diffusa opposizione all\u2019Ue. Ad esempio strumentalizzando il tema dell\u2019immigrazione e enfatizzando pulsioni di chiusura autarchica e xenofoba. La sinistra di classe e, in essa, i comunisti non possono stare a guardare, lasciando senza una sponda politica i genuini contenuti di classe dell\u2019opposizione all\u2019Ue e alle sue politiche antipopolari. In politica non esiste il vuoto: laddove si crea, qualcuno verr\u00e0 ad occuparlo. Se non siamo noi a farlo, saranno le destre. Non si pu\u00f2 continuare a disquisire di Europa, senza cogliere l\u2019emergenza politica in cui siamo precipitati e, con essa, l\u2019urgenza dell\u2019esplicitazione di una posizione chiara.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019attuale governo italiano \u2013 che in questi giorni appare intenzionato ad aprire un auspicabile confronto con la Cina sul tema della cosiddetta Via della Seta, tirandosi per questo addosso un profluvio di critiche da parte dell\u2019atlantismo nazionale e non \u2013 non ha mostrato lo stesso coraggio nei confronti dell\u2019Unione europea. Aveva dato inizialmente ad intendere di voler invertire l\u2019atteggiamento di rassegnata acquiescenza adottato negli anni scorsi dai governi di centrodestra e centrosinistra. In realt\u00e0, davanti alla pressione esercitata dai rigoristi di Bruxelles e Berlino, la stessa manovra economica per il 2019 ha dovuto essere ridimensionata a suon di tagli di miliardi rispetto alle spese in un primo momento previste, con il ridimensionamento delle due misure cardine (reddito di cittadinanza e \u2018quota 100\u2019), con nuove dismissioni di immobili pubblici, con il congelamento di due miliardi in vista del rispetto degli obiettivi di bilancio e, soprattutto, con il raddoppio delle cosiddette clausole di salvaguardia sull\u2019Iva (una spada di Damocle a tutela dei vincoli di bilancio europei che obbligher\u00e0 a trovare 23 miliardi di euro di copertura per il 2020 e 29 miliardi nel 2021 e 2022, onde evitare gli aumenti della suddetta imposta).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma, al di l\u00e0 delle altisonanti dichiarazioni d\u2019intenti, la verit\u00e0 \u00e8 che nella gabbia delle regole di Maastricht non ci pu\u00f2 essere alcuna politica espansiva e di incremento degli investimenti pubblici. Alla base della filosofia rigorista di Bruxelles sta infatti il dogma dell\u2019abbattimento del debito pubblico. Nonostante il nostro Paese abbia vantato costantemente avanzi primari da record (cio\u00e8 a dire: entrate dell\u2019amministrazione pubblica superiori alle spese, al netto della spesa per interessi) &#8211; in presenza quindi di una condotta contabilmente \u201cvirtuosa\u201d ma che ha significato consistenti sacrifici delle classi subalterne \u2013 nonostante tutto questo non si \u00e8 prodotta alcuna riduzione del debito pubblico, e il bilancio italiano continua ad essere taglieggiato da un\u2019esorbitante spesa per interessi. Va ricordato a chi \u00e8 debole di memoria che \u201cnel 2008, l\u2019anno dell\u2019esplosione della crisi finanziaria, i bilanci pubblici hanno erogato 10 mila miliardi di dollari per salvare e risanare banche e istituti finanziari privati. Gli stessi istituti e le stesse banche con le quali gli Stati si sono poi indebitati per turare i buchi nei loro bilanci\u201d. Ovviamente, su questo l\u2019Ue non ha avuto nulla da ridire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma anche al netto di tali evidenti favoritismi di classe, il diabolico meccanismo del debito non dovrebbe tuttavia essere un destino inevitabile. Innanzitutto c\u2019\u00e8 da chiedersi come mai l\u2019Unione europea elegga a parametro guida e sanzioni solo il debito pubblico. Sono in molti a sostenere che si tratta di una scelta ingiusta; noi comunisti diciamo che \u00e8 una scelta marcatamente di classe. Perch\u00e9, ad esempio, non si prende in considerazione accanto al bilancio di un Paese la situazione finanziaria del commercio estero (l\u2019attivo o il passivo delle partite correnti)? Perch\u00e9 non considerare accanto al deficit di bilancio (quando il governo spende pi\u00f9 di quanto incassa) il deficit commerciale (quando le importazioni superano le esportazioni). L\u2019esempio non \u00e8 fatto a caso. Si tratta del cosiddetto \u201cdeficit gemello\u201d (Twin deficit), che d\u00e0 conto in termini pi\u00f9 esaustivi della salute economica di un Paese. Come \u00e8 stato recentemente sottolineato dallo stesso Paolo Savona, alla luce di tale doppio parametro l\u2019Italia risulterebbe parzialmente riabilitata, poich\u00e9 vanta un saldo positivo di parte corrente sull\u2019estero che andrebbe a compensare il deficit di bilancio. In ogni caso, essa si posizionerebbe strutturalmente meglio di altri Paesi che convivono con un doppio deficit. Penalizzare unicamente il bilancio significa penalizzare la spesa sociale, le provvidenze a favore delle classi popolari. A riprova del carattere di classe degli orientamenti di fondo di questa Unione europea. In definitiva, il debito pubblico dovrebbe essere solo uno dei parametri sensibili da tenere in considerazione. Se fosse l\u2019unico, si incorrerebbe nel paradosso recentemente segnalato in rete da un intelligente navigatore che si firma \u201cun cittadino europeo (almeno per il momento)\u201d, il quale chiede polemicamente al Commissario Ue Moscovici \u201cse il modello di sviluppo al quale dovremmo puntare sia quello del virtuosissimo Botswana\u201d, Paese africano che ha un bassissimo rapporto debito\/Pil, solo del 22,3%, e che per questo raccoglie l\u2019ammirazione dei mercati finanziari e delle agenzie di rating. Peccato che nel virtuoso Botswana non ci sia un servizio sanitario nazionale come in Italia, il 30% della popolazione sia affetta da Aids e il 40% viva con meno di 2 dollari al giorno. Davvero uno splendido modello da seguire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il dogma del debito pubblico sta alla base delle fallimentari politiche imposte per tutti gli scorsi anni dai tecnocrati di Bruxelles. Com\u2019\u00e8 noto, il dato saliente &#8211; quello costantemente monitorato e incluso tra i parametri di Maastricht &#8211; non \u00e8 il volume assoluto del debito pubblico ma il suo rapporto con la ricchezza nazionale prodotta, il fatidico Pil. L\u2019establishment europeo impone che si riduca a tappe forzate tale rapporto per avvicinarlo progressivamente al 60% previsto da Maastricht. Essendo questo rapporto (debito\/Pil) a dover essere ridimensionato, non servirebbe a nulla tagliare il numeratore (il volume del debito) se, cos\u00ec facendo, si producesse un decremento del denominatore (il Pil). Ma \u00e8 proprio quello che accade tagliando spesa pubblica e redditi da lavoro: si d\u00e0 un colpo allo sviluppo, ridimensionando la ricchezza prodotta e in questo modo vanificando i tagli e i sacrifici imposti. Ci troviamo a rincorrere la lepre senza raggiungerla mai. Eppure, argomentazioni come quella suddetta restano inascoltate. In tempi non molto lontani, la sinistra non mancava di far sentire la propria voce. Prima che deflagrasse la crisi che a tutt\u2019oggi fa sentire i suoi effetti, comparve (2006) un Appello di economisti italiani &#8211; tra i quali figuravano voci autorevoli come quelle di Pierangelo Garegnani, Paolo Leon, Augusto Graziani &#8211; schierati a favore di una \u00abstabilizzazione\u00bb del debito pubblico e contrari all\u2019idea di un suo \u00ababbattimento\u00bb. Certo, la crisi verticale del sistema finanziario (privato) e i titanici interventi in suo soccorso operati con denaro pubblico hanno poi enfatizzato il problema del debito degli Stati. Tuttavia, il quesito di fondo resta il medesimo: se permane l\u2019imposizione agli Stati di draconiani vincoli di spesa e se l\u2019unico esborso di risorse finanziarie pubbliche di fatto concesso \u00e8 quello che va in direzione del pagamento del debito e degli interessi sul debito, chi dar\u00e0 ossigeno alla cosiddetta \u00abripresa\u00bb? Da qualunque parte si guardi, il tema di un radicale cambiamento di prospettiva si pone con urgenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">-Per concludere. Noi pensiamo che sostenere la possibilit\u00e0 di una correzione \u201cdall\u2019interno\u201d dell\u2019Unione europea non equivalga a una posizione \u00abresponsabile\u00bb; all\u2019opposto, ci pare configuri la pi\u00f9 classica delle fughe dalla realt\u00e0. Si tratta di un orientamento che pu\u00f2 essere sintetizzato nella seguente formulazione: provare a superare il rigore neoliberista e l\u2019austerit\u00e0 tedesca senza per\u00f2 mettere in discussione l&#8217;euro e l&#8217;Ue. Qui sta lo snodo cruciale: alla luce dei fatti, questa formulazione risulta un&#8217;impossibile quadratura del cerchio. Riproporla oggi equivale a un&#8217;operazione retorica che di fatto rischia di riempire il non detto di un adeguamento all&#8217;ordine dato delle cose. Non a caso, nel panorama della sinistra di classe italiana, sono ormai molti gli economisti (marxisti e non) che hanno esplicitato un giudizio definitivo circa l\u2019irriformabilit\u00e0 dell\u2019Ue: hanno invitato le forze politiche della sinistra a non continuare ad alimentare un sogno che \u00e8 diventato un incubo, a riconoscere con nettezza che purtroppo questa \u00e8 l\u2019Europa della deflazione salariale, unico e vero obiettivo perseguito con determinazione dalla tecnocrazia di Bruxelles e Berlino in vista di un riequilibrio \u00abverso il basso\u00bb della compagine continentale. Nella gabbia liberista dell\u2019euro, la sinistra muore; per quanto impervio, occorre intraprendere con urgenza un percorso per il superamento della moneta unica e del connesso assetto istituzionale. Questo propone il Pci.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per questo, in Europa, si \u00e8 fatta largo la necessit\u00e0 di pensare a un Piano B di superamento dell\u2019Ue e dell\u2019euro (che non attenda indefinitamente e invano risposte alla richiesta di un Piano A di riforma della stessa Ue e delle sue regole: richiesta in realt\u00e0 improponibile anche alla luce delle modalit\u00e0 di una votazione che prevede l\u2019unanimit\u00e0). E ci si \u00e8 impegnati a individuare un concreto cammino per uscire \u00aba sinistra\u00bb dall\u2019impasse, con una chiara linea di rottura: c\u2019\u00e8 oggi una sensibilit\u00e0 potenzialmente ampia che guarda con favore a un superamento dell\u2019Unione europea, auspicando un\u2019Europa che, dall\u2019Atlantico agli Urali, sia \u00abun\u2019Unione intergovernativa di sovranit\u00e0 nazionali democratiche\u00bb. Sar\u00e0 bene dare ad essa pi\u00f9 solide gambe politiche.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/europa\/29678-per-uneuropa-dei-lavoratori-e-dei-popoli\">http:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/europa\/29678-per-uneuropa-dei-lavoratori-e-dei-popoli<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MARX XXI Bruno Steri ci segnala questa sua relazione come contributo al dibattito sull&#8217;Europa MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL PCI, FIRENZE 16 MARZO 2019 RELAZIONE INTRODUTTIVA DI BRUNO STERI Care compagne e cari compagni, il nostro partito ha organizzato questa iniziativa nazionale in una fase politica che guarda alle imminenti scadenze elettorali, le elezioni europee di maggio ma anche la tornata di elezioni amministrative che coinvolgeranno alcune regioni e numerosi comuni italiani. Io sono chiamato ad&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":93,"featured_media":44758,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/10\/download.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-dbK","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50700"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/93"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=50700"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50700\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":50717,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50700\/revisions\/50717"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/44758"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=50700"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=50700"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=50700"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}