{"id":50726,"date":"2019-04-12T11:00:46","date_gmt":"2019-04-12T09:00:46","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50726"},"modified":"2019-04-12T09:03:21","modified_gmt":"2019-04-12T07:03:21","slug":"50726","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50726","title":{"rendered":"Autonomia differenziata: il convitato di pietra \u00e8 l\u2019Unione Europea"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>SINISTRA IN RETE<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories8\/italy-map-825x385.jpg\" alt=\"italy map 825x385\" width=\"300\" height=\"222\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span class=\"\">Come \u00e8 stato osservato in pi\u00f9 interventi tenuti in una recente e riuscita assemblea a Napoli (09 marzo \u2013 \u201cIl Sud Conta\u201d) sulla questione del regionalismo differenziato, dalla riforma costituzionale del 2001 la \u201cquestione meridionale\u201d (a prescindere dalle sue varie declinazioni) \u00e8 stata espulsa dalla agenda politica nazionale e, anche formalmente, la questione settentrionale \u00e8 entrata a far parte del discorso politico dominante, con chiara legittimazione costituzionale.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il tema del recupero del \u201cgrande divario\u201d tra Nord e Sud del Paese \u00e8 stato, di conseguenza, del tutto obliterato. Le stesse politiche di orientamento della spesa pubblica nazionale hanno guardato altrove.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 2001 lo Svimez, analizzando l\u2019andamento dell\u2019anno precedente, da un lato si rallegrava del fatto che il Sud da qualche anno presentasse incrementi del prodotto interno lordo, dei consumi e degli investimenti maggiori di quelli del resto del paese, mentre dall\u2019altro lato evidenziava (come a dire <em>qui lo dico e qui lo nego<\/em>) delle tendenze che mostravano come tale miglioramento fosse illusorio:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00ab\u2026 <em>l\u2019economia del Mezzogiorno si presenta con dati e prospettive certamente migliori rispetto all\u2019esperienza della prima parte degli anni \u201990, avendo saputo arrestare la tendenza ad un ulteriore arretramento dei livelli relativi di prodotto, di occupazione e di investimenti. Un consolidamento ed ulteriori progressi del processo di crescita dell\u2019economia dell\u2019area restano pi\u00f9 che mai legati, oltre che alla congiuntura nazionale e internazionale, all\u2019intensit\u00e0 e alla regolarit\u00e0 dell\u2019azione volta a rimuovere i vincoli strutturali e gli elementi di debolezza che continuano a gravare sul Mezzogiorno<\/em>\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In effetti questa ripresa del mai compiuto processo di convergenza si inseriva in un quadro che la rendeva meramente congiunturale, ossia dipendente dal ciclo italiano, europeo e pi\u00f9 propriamente mondiale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non a caso nei due anni successivi la ripresa si consum\u00f2 a causa della crisi mondiale scaturita dalla fine del boom <em>hi-tech<\/em> che si sovrapponeva alle vicende dell\u2019attentato alle Torri Gemelle:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00abLa fase espansiva che aveva interessato le principali economie industrializzate nel 2000, e che aveva portato alla performance migliore del decennio, con saggi di crescita intorno al 3% per l\u2019area dell\u2019euro, non ha trovato conferma nell\u2019anno appena trascorso. La crescita del PIL nell\u2019Unione europea si \u00e8 pi\u00f9 che dimezzata da un tasso medio del 3,4% all\u20191,4%, confermando uno stato di dipendenza dal ciclo della domanda mondiale, e degli Stati Uniti in particolare (cresciuti nel 2001 all\u20191,2% appena, dopo tre anni consecutivi di tassi superiori al 4%), e del commercio mondiale rimasto virtualmente stazionario dopo l\u2019eccezionale accelerazione del 2000 (13% circa)<\/em>\u00bb<em>.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un paio d\u2019anni di lieve ripresa (\u00ab<em>Sospinta dalla positiva espansione dell\u2019attivit\u00e0 economica in Europa, l\u2019economia italiana, dopo una fase di stagnazione che durava ormai da quattro anni \u2013 la pi\u00f9 lunga dal dopoguerra \u2013, nel 2006 ha mostrato forti segni di ripresa. Sebbene la crescita del prodotto interno lordo nazionale sia risultata ancora inferiore di un punto a quella media dell\u2019UE a 27 (1,9% contro il 2,9%), l\u2019incremento \u00e8 stato di oltre quattro volte quello medio del precedente triennio 2002-2005 (0,4%)<\/em>\u00bb)e poi cominci\u00f2 la tragedia greca della crisi del 2007 (\u00ab<em>La stesura del Rapporto di quest\u2019anno interviene in una fase in cui la crisi internazionale si sta ripercuotendo sull\u2019economia nazionale con una forza anche maggiore di quella che solo pochi mesi era stata prevista. Il calo degli ordini, della produzione industriale, degli investimenti e dell\u2019occupazione configurano una recessione pesante con impatti significativi che tenderanno a trasferirsi dal sistema economico al tessuto sociale nazionale<\/em>\u00bb)<em>.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non finiva la crisi del 2007 (\u00ab<em>Tra le principali economie industrializzate l\u2019Italia \u00e8 fra le pi\u00f9 lente a recuperare: nel 2011 il Pil nazionale \u00e8 aumentato dello 0,4%, meno della Francia (+1,7%),molto meno della Germania (+3%), la met\u00e0 di quello spagnolo e inglese (+0,7%). Negli ultimi dieci anni, dal 2001 al 2011, il Pil nazionale \u00e8 cresciuto dello 0,3% medio annuo, meno di un terzo della media Ue (+1,4%). E il Mezzogiorno? [\u2026] In base a valutazioni SVIMEZ nel 2011 il Pil \u00e8 aumentato nel Mezzogiorno dello 0,1%, distante dal +0,6% del Centro-Nord<\/em>\u00bb) che gi\u00e0 giungeva alle porte quella del debito pubblico europeo (\u00ab<em>In base a valutazioni SVIMEZ nel 2012 il Pil \u00e8 calato nel Mezzogiorno del 3,2%, oltre un punto percentuale in pi\u00f9 del Centro-Nord, pure negativo (-2,1%)<\/em>\u00bb)<em>.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Adesso siamo in un\u2019altra pausa, ma quanto lunga? L\u2019unica certezza \u00e8 che la ripresa della convergenza all\u2019avvio del nuovo millennio \u00e8 durata s\u00ec e no i primi due anni, mentre dal 2008 al 2013 l\u2019andamento del Pil meridionale \u00e8 stato ininterrottamente negativo, con il resto del paese che lo segue ad una velocit\u00e0 pi\u00f9 lenta o con qualche piccolo scatto in avanti (\u00ab<em>Per il quinto anno consecutivo, dal 2007, il tasso di crescita del PIL meridionale risulta negativo. Dal 2007 al 2012, il Pil del Mezzogiorno \u00e8 crollato del 10%, quasi il doppio del Centro-Nord (-5,8%)<\/em>\u00bb)<em>.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La conclusione \u00e8 che il divario tra Sud e Centro-Nord (inserendo nel Sud anche Abruzzo e Molise che vanno relativamente meglio) \u00e8 ulteriormente aumentato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo quadro di crescente disegueglianza, lo Svimez ha auspicato per anni una struttura produttiva pi\u00f9 adeguata alla competizione internazionale ed una maggiore apertura dell\u2019economia all\u2019estero, richiamando anche l\u2019esperienza irlandese. Tuttavia un simile adattamento risulta complesso e non praticabile in breve tempo, anche perch\u00e9 dovrebbe superare non poche barriere politiche e non realizzabile dentro un quadro di eccessiva dipendenza dal ciclo mondiale, poich\u00e9 le oscillazioni del ciclo non consentirebbero la continuit\u00e0 d\u2019azione che la strategia di adattamento comporterebbe. Sarebbe necessario uno stabilizzatore della domanda aggregata interna che rendesse l\u2019economia meridionale meno dipendente dal contesto e al tempo stesso ci vorrebbe un investimento pubblico che rendesse realistica una qualsiasi strategia di politica industriale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo stabilizzatore potrebbe essere il reddito minimo (a cui lo Svimez sembra essere interessato), che potrebbe mantenere certi livelli di consumi interni, cos\u00ec da non deteriorare ulteriormente la situazione. Il reddito sarebbe preferibile ad una politica occupazionale tesa alla creazione di contratti atipici in quanto questa soluzione farebbe soltanto emergere l\u2019economia in nero evidenziando una bassa produttivit\u00e0 dell\u2019economia meridionale senza sostanzialmente farla progredire e condannando i lavoratori al precariato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per quanto riguarda gli investimenti il punto \u00e8 strettamente legato ai processi istituzionali in corso. Lo stesso Svimez a questo proposito solo negli ultimi anni ha cominciato a registrare gli effetti negativi che la riforma Bassanini del Titolo V della Costituzione ha provocato:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00ab<em>Lo sviluppo del Mezzogiorno \u00e8 frenato da una pressione fiscale superiore nel Mezzogiorno rispetto al Nord. Tra il 2007 e il 2016 \u00e8 cresciuta dal 29,5% al 32,1%,mentre nel Nord, nello stesso decennio, \u00e8 diminuita dalla 33,4% al 31,4%. A ci\u00f2 si aggiunge che l\u2019ampliamento delle disuguaglianze territoriali sotto il profilo sociale riflette un forte indebolimento della capacit\u00e0 del welfare di supportare le fasce pi\u00f9 disagiate della popolazione. Gli indicatori sugli standard dei servizi pubblici fotografano un ampliamento dei divari Nord-Sud, con particolare riferimento proprio al settore dei servizi socio-sanitari che maggiormente impattano sulla qualit\u00e0 della vita e incidono sui redditi delle famiglie. La cittadinanza \u201climitata\u201d connessa alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni, incide sulla tenuta sociale del Sud e rappresenta il primo vincolo all\u2019espansione del tessuto produttivo. Ancora oggi per chi vive nelle aree meridionali, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano, o sono carenti, diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di vivibilit\u00e0 dell\u2019ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneit\u00e0 di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l\u2019infanzia. Si tratta di carenze di servizi che condizionano decisamente anche le prospettive di crescita economica, perch\u00e9 diventano fattori che giocano un ruolo non accessorio nel determinare l\u2019attrazione di nuove iniziative imprenditoriali. L\u2019esempio macroscopico riguarda l\u2019assistenza socio-sanitaria: gli abitanti del Mezzogiorno sono costretti a emigrare nelle strutture ospedaliere del Centro-Nord per curare patologie gravi o per interventi chirurgici. Circa il 10% del totale dei residenti al Sud si sposta verso strutture ospedaliere di altre Regioni. La soddisfazione per l\u2019assistenza sanitaria e,in particolare ospedaliera, nel Mezzogiorno \u00e8 molto pi\u00f9 bassa che nel resto del Paese<\/em>\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">All\u2019inizio si \u00e8 prevalentemente intestardito a cercare un\u2019interpretazione della riforma (sulla base di un\u2019adesione ingenua al federalismo) che fosse conciliabile con una sostanziale perequazione territoriale, fingendo di non sapere che la riforma esplicitava chiaramente la volont\u00e0 politica della parte pi\u00f9 forte del paese di voler competere in Europa diminuendo la presunta zavorra meridionale. Ed \u00e8 sullo sfondo europeo che la questione dei rapporti Nord-Sud va ripresa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questo ci pu\u00f2 aiutare la tradizione politica di ispirazione marxista imperniata sul concetto di sviluppo economico capitalistico fondato sulla crisi (e sulle soluzioni imperialistiche della crisi) e non sull\u2019equilibrio. All\u2019interno di questa tradizione si articola il concetto di sottosviluppo d\u2019intere aree geoeconomiche pi\u00f9 o meno correlato allo sviluppo capitalistico stesso. Questo sottosviluppo pu\u00f2 essere un rapporto tra diversi modi di produzione, tra diverse fasi di uno stesso modo di produzione (in questo caso quello capitalistico), ma anche tra diversi livelli all\u2019interno di una stessa fase.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019imperialismo, esportando capitali nel tentativo di evitare le crisi di sovrapproduzione e di trovare al tempo stesso una composizione organica del capitale ad un tasso di profitto pi\u00f9 alto, riconfigura il rapporto tra le diverse parti del mondo. La relazione che si viene a instaurare tra regioni con diverso grado di sviluppo \u00e8 quella sintetizzata dal termine di sviluppo ineguale, nel quale le regioni meno sviluppate assicurano a quelle egemoniche prima risorse naturali a basso prezzo (per garantire almeno per un certo periodo un compromesso tra capitale e lavoro nei punti alti dello sviluppo ed esorcizzare il rischio di una rivoluzione laddove il capitalismo sia pi\u00f9 sviluppato) e poi forza lavoro a basso costo (ci\u00f2 per\u00f2 col tempo porta a rompere il compromesso di cui sopra e a scardinare le avanguardie del proletariato).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La contesa imperialistica (pi\u00f9 potenze imperialistiche si contendendono le regioni verso cui esportare capitali) accelera la concorrenza ed il conflitto tra capitali e promuove la concentrazione e la centralizzazione dei capitali stessi. Poich\u00e9 la geografia politica \u00e8 funzione della distribuzione spaziale del capitale, questo processo la altera portando regioni diverse ad integrarsi e regioni unitarie a dividersi internamente. Ci\u00f2 \u00e8 avvenuto ad es. quando, con la fine dell\u2019Urss, da un lato si sono accelerate le unificazioni tedesca ed europea, dall\u2019altro si sono disgregate (oltre all\u2019Urss) la Federazione jugoslava, la Cecoslovacchia e si sono rafforzate spinte federaliste (se non secessioniste) in Italia, Spagna e Regno Unito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il processo di unificazione europea, a causa delle dinamiche capitalistiche, \u00e8 fragile e perci\u00f2 stesso violento: l\u2019integrazione monetaria ad es., impedendo quegli aggiustamenti del cambio che permettono alle regioni pi\u00f9 deboli di alleviare gli effetti della competizione intercapitalistica, senza essere compensata da altri processi contemporanei d\u2019integrazione (allineamento dei diversi tassi di inflazione, politiche fiscali redistributive, mobilit\u00e0 del lavoro pari a quella del capitale), non fa che divaricare le differenze gi\u00e0 esistenti tra regioni che si vanno unificando (secondo processi di causazione cumulativa descritti pure in ambito borghese da Myrdal e da applicazioni del moltiplicatore di Keynes) e creare una gerarchia di sfruttamento tra di esse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un simile processo si \u00e8 realizzato in Italia una prima volta con l\u2019unificazione generando quello che pi\u00f9 o meno propriamente viene chiamato \u201ccolonialismo interno\u201d: lo stesso Antonio Gramsci scriveva che la borghesia settentrionale ha soggiogato l\u2019Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento e che tutta la zona meridionale e delle isole funziona come una immensa campagna di fronte all\u2019Italia del Nord che, a sua volta, funziona come una immensa citt\u00e0. Tuttavia una estremizzazione di questa prospettiva non ci aiuta a comprendere la complessit\u00e0 del fenomeno cos\u00ec come si \u00e8 storicamente sviluppato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Luciano Ferrari Bravo e Alessandro Serafini, in uno studio degli anni \u201970 (\u201c<em>Stato e sottosviluppo<\/em>\u201d) evidenziarono come questo problema sia stato affrontato dallo Stato italiano verso la met\u00e0 del secolo scorso nei termini di un tentativo di pianificazione all\u2019interno del modo di produzione capitalistico. La pianificazione statale (che ad un certo punto la Sinistra politica e sociale ha dovuto difendere) era funzionale alla complementarit\u00e0 spesso denunciata tra sviluppo e sottosviluppo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I processi successivi caratterizzati dalla nascita di distretti industriali anche a Sud e da modelli di sviluppo dal basso nel quale i privati intervengono al posto dello Stato e dove si parla di programmazione negoziata e di concertazione hanno promosso nuove gabbie salariali, senza attivare processi di perequazione ed anzi privando le regioni pi\u00f9 deboli di qualsiasi protezione nei confronti delle crisi che si sono succedute.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sintetizzando, \u00e8 stato notato da Luciano Vasapollo che i vari periodi dello sviluppo economico italiano hanno creato una crescente differenziazione territoriale e sociale con aumento della disoccupazione e della marginalit\u00e0 sociale che ha colpito in particolar modo le aree pi\u00f9 deboli della penisola (innanzitutto il Meridione).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il modello di sviluppo neoliberista, gi\u00e0 prima della crisi, ha poi trasformato il Meridione nel laboratorio dell\u2019economia marginale e sommersa, del lavoro nero e sottopagato funzionale al pi\u00f9 generale processo di globalizzazione dell\u2019economia. Se comunque tale processo in passato era attenuato dalla mobilit\u00e0 del fattore lavoro da Sud a Nord e dalla redistribuzione fiscale in senso inverso, l\u2019unificazione europea ha lacerato questo processo di parziale redistribuzione ed ha spinto alle riforme costituzionali nel senso del federalismo (non solo fiscale).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A questo proposito, un tratto comune di tutte le politiche di attacco frontale al mondo del lavoro degli ultimi decenni \u00e8 forse quello della sua frammentazione. A fronte della riunificazione delle lotte negli anni \u201960 e \u201970 (frutto anche del processo di ricomposizione politica dei salariati e dei subalterni), la ristrutturazione transnazionale del capitale ha prodotto un lungo processo di scomposizione politica, spaziale, giuridica, contrattuale e finanche \u201cetnico-razziale\u201d della classe lavoratrice. La divisione della classe nemica in un pulviscolo distribuito sul territorio, la deconcentrazione delle masse lavoratrici, l\u2019ampliamento su scala globale dell\u2019operativit\u00e0 aziendale, le delocalizzazioni, il trasferimento di capitali e macchine come processi effettivi o dispositivi disciplinanti, in poche parole il processo di mondializzazione, hanno fatto arretrare i salariati su posizioni di mera difesa dell\u2019esistente (nei momenti di maggiore tenuta delle lotte) quando non di vera e propria retroguardia. La \u201cragione\u201d neoliberista, peraltro, in questo processo di de-concentrazione della forza-lavoro e di frammentazione della stessa, ha saputo costruire un vero e proprio modello comportamentale performativo delle coscienze dei singoli: essere imprenditori di s\u00e9 stessi ha rafforzato anche sul piano ideologico e, vorremo dire, antropologico, le ragioni del capitale, dell\u2019individualismo e della concorrenza spietata tra uomini, capitali, merci, spazi, territori, stati, regioni, citt\u00e0\/metropoli. La trasformazione della forma-Stato, influenzata anche dal processo di unificazione europea, ha depotenziato il Parlamento, conferito sempre pi\u00f9 potere all\u2019esecutivo e sfere crescenti della decisione pubblica sono state trasferite a nuove entit\u00e0 \u201cautonome\u201d, che operano con principi ordinamentali di natura per lo pi\u00f9 privatistica ove la modalit\u00e0 operativa e decisionale (<em>governance<\/em>) \u00e8 fondata su criteri tecnocratici che neutralizzano la decisione politica (in realt\u00e0 presa a monte) e limitano il campo del decidibile entro le logiche della concorrenza. I criteri tipici del privato informano le riforme della Pubblica Amministrazione e del suo agire. La cosa pubblica (ai vari livelli intermedi e apicali) \u00e8 gestita tendenzialmente come un\u2019azienda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le metropoli, nel contesto globale della competizione, assumono un ruolo centrale nella attrazione dei capitali, degli investimenti esteri, della forza-lavoro qualificata o a basso costo, a copertura dei vari segmenti di lavoro che contribuiscono a creare la ricchezza del polo socio-economico. Non \u00e8 un caso che le realt\u00e0 locali di una certa dimensione e concentrazione di capitali assumano un ruolo di <em>player<\/em> su scala internazionale ed entrino in competizione con altre realt\u00e0 metropolitane. La nuova riorganizzazione degli stati, compreso il nostro Paese, tende a favorire la \u201cspecialit\u00e0\u201d di aree votate all\u2019attrazione di capitali (defiscalizzazioni, incentivi, infrastrutture, agevolazioni nell\u2019erogazione dei servizi, nella previsioni di speciali soluzioni contrattuali [deteriori: si pensi agli esempi dei contratti d\u2019area o, pi\u00f9 recentemente, all\u2019esperienza dell\u2019Expo milanese ove addirittura \u00e8 stato introdotto il lavoro gratuito a tutti gli effetti]).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La rinnovata rilevanza dei territori e delle loro espressioni istituzionali e politiche comporta la pretesa del rafforzamento di istanze di maggiore autonomia delle aree pi\u00f9 ricche. La Lega da decenni si \u00e8 fatta portavoce istituzionale di tali istanze e, da ultimo, le ha alimentate con le esperienze dei referendum del Veneto e della Lombardia. Il lavoro di lungo corso svolto dalla Lega, tuttavia, non incide soltanto nei principali gangli istituzionali locali, ma ha ben scavato anche nelle coscienze della classe lavoratrice settentrionale (da lungo tempo, oramai, la Lega \u00e8 il \u201cpartito degli operai\u201d del Nord, anche prima dello sfondamento nelle vecchie \u201cregioni rosse\u201d).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tutto ci\u00f2 con l\u2019effetto aggravante della crisi economica ha di nuovo generato processi caotici di divaricazione tra Nord e Sud Italia e, ovviamente, anche su scala europea. Infatti, essendosi l\u2019UE formata su basi competitive, tutto \u00e8 stato affidato ai meccanismi di mercato e l\u2019adozione della moneta unica, affidata ad una Banca centrale non soggetta al potere politico (con la conseguente l\u2019impossibilit\u00e0 di usare le tradizionali leve della politica economica da parte dei governi dei paesi membri), ha favorito la divergenza economica tra questi ultimi, accentuando i divari economici gi\u00e0 sussistenti prima della nascita stessa dell\u2019euro. Si riproduce su scala continentale il tradizionale dualismo tra Nord e Sud dell\u2019Italia: emerge una nuova questione meridionale che travalica i confini italiani e incide sui destini dell\u2019intera Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra paesi centrali e paesi periferici all\u2019interno del processo di unificazione europea si riproduce una sorta di \u201cciclo di Frenkel\u201d (una variante postkeynesiana delle dinamiche imperialistiche e di sviluppo ineguale che culminano con delle crisi finanziarie disciplinanti) con trasferimenti di capitali tra regioni pi\u00f9 ricche e regioni pi\u00f9 povere che tengono queste ultime legate al cappio del debito e ne condizionano le politiche economiche, approfittando delle bolle finanziarie e immobiliari derivanti da tali trasferimenti, disarticolando il mercato e le forze del lavoro, imponendo processi di austerit\u00e0 e pi\u00f9 complessivamente neoliberisti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo processo si collega, secondo Emiliano Brancaccio, al concetto marxiano di centralizzazione dei capitali per il quale accanto alla contrapposizione competitiva tra capitali e come effetto di quest\u2019ultima vi \u00e8 un processo di concentrazione di capitali gi\u00e0 formati mediante liquidazioni, acquisizioni, fusioni. Tale processo pu\u00f2 essere stimolato dalle autorit\u00e0 di politica economica le quali, fissando condizioni di solvibilit\u00e0 pi\u00f9 restrittive per i capitali in conflitto, aggravano la posizione dei capitali pi\u00f9 deboli e accelerano il processo stesso di centralizzazione. Si sono cos\u00ec create le condizioni per una resa dei conti definitiva tra i capitali pi\u00f9 fragili dell\u2019Europa periferica e i capitali pi\u00f9 forti dell\u2019Europa nord-continentale. A questa resa dei conti tra capitali l\u2019architettura politica europea sacrifica tutto il resto della societ\u00e0, riducendo gli spazi democratici, attaccando lo Stato sociale e le norme regolanti il mercato del lavoro e mettendo i lavoratori europei in diretta competizione tra loro. <strong>La posta dunque non \u00e8 semplicemente nazionale, ma attiene all\u2019Europa.<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dal punto di vista del capitale, rafforzare il federalismo vuol dire completare, anche sul piano istituzionale, quella frammentazione completa del nemico di classe, perfezionando la messa in concorrenza dei regimi del lavoro salariato, dei sistemi sociali e fiscali. In questo panorama si irrobustisce l\u2019asimmetria di potere contrattuale e conflittuale tra il lavoro e il capitale. La retorica del \u00abnoi produciamo, restino qui i soldi, per istruzione, sanit\u00e0, stato sociale\u2026\u00bb se al capitale serve per poter gestire in modo pi\u00f9 agevole e non conflittuale la spesa pubblica a sostegno dei propri interessi, finisce per attecchire anche nel corpo dei salariati settentrionali, sotto forma di domanda di stato sociale. Un <em>welfare<\/em> che, tuttavia, viene regionalizzato, localizzato, non pi\u00f9 incentrato sulla figura del singolo cittadino bisognoso di maggiore protezione sociale, ma in base al luogo di residenza. Quella che \u00e8 stata definita la \u201csecessione dei ricchi\u201d, che gioca sul mantra del \u201cresiduo fiscale\u201d (pi\u00f9 un grimaldello ideologico che un vero e proprio parametro oggettivo scientificamente verificabile), finirebbe per accentuare il processo di sviluppo regionale diseguale, mettendo in crisi lo stesso concetto \u201cuniversalistico\u201d di stato sociale (per quanto aggredito e malandato possa essere oggigiorno). Le tendenze diseguali e combinate della concentrazione e centralizzazione dei capitali al Nord e riproduzione di esercito salariale di riserva al Sud verrebbero esacerbate. Il decentramento differenziato finirebbe per ergere ulteriori muri materiali e simbolici all\u2019interno della classe dei salariati e dei subalterni, messi in concorrenza tra di essi su base regionale, locale, al limite cittadina. Alla concorrenza materiale si aggiungerebbe l\u2019ulteriore effetto in termini di perdita di coscienza della dimensione <em>di classe <\/em>del salario, non un mero reddito individualizzato, ma una grandezza sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019orizzonte localistico rafforzerebbe l\u2019idea e la prassi neocorporative, improntate ad una concezione organicistica dell\u2019azienda dove scompaiono le contrapposizioni di interessi tra classi in conflitto tra di esse (e quindi tra i vettori dei loro interessi), per convergere in una dimensione di condivisione non conflittuale degli interessi\u2026 del capitale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La disuguaglianza rafforzata delle regioni pi\u00f9 ricche finirebbe per stratificare ulteriormente i vari segmenti della classe lavoratrice e il \u201c<em>welfare<\/em> selettivo\u201d su base regionale finirebbe per essere ancora pi\u00f9 feroce nei confronti di quella parte di proletariato che non ha la cittadinanza, migrante (sia esso regolare che irregolare), nei cui confronti opera un potente dispositivo razzista che agisce sul piano dei rapporti di lavoro, ma anche su quello dei rapporti inerenti il vivere sociale, la societ\u00e0 civile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I rischi che si corrono con lo svuotamento totale della funzione programmatica della Carta costituzionale e con i suoi imperativi di perequazione sociale, si riprodurrebbero anche in una ipotesi di autonomia del Sud Italia, al di l\u00e0 delle coloriture di connotazione \u201cautarchica\u201d, ove a far esplodere ulteriormente le contraddizioni interverrebbero le carenze strutturali in tema di spesa pubblica e intervento dello Stato unitamente ad un tessuto imprenditoriale meno adeguato a competere sul piano internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo stesso Svimez registra che l\u2019interdipendenza economica tra Sud e Centro-Nord evidenzia che un indebolimento del circuito di solidariet\u00e0 (soprattutto tra lavoratori) o addirittura uno sganciamento (quale che sia la parte che si sgancia) sarebbero letali per l\u2019economia dell\u2019intero paese, dal momento che:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00ab<em>L\u2019interdipendenza Nord-Sud \u00e8 dimostrata da una serie di fattori che non sono contestabili: accanto ai trasferimenti netti di risorse pubbliche da Nord a Sud, vi sono corposi trasferimenti di risorse a vantaggio del Nord. Il Mezzogiorno \u00e8 un primario mercato di sbocco dell\u2019industria settentrionale; il risparmio meridionale \u00e8 impiegato per finanziare investimenti meno rischiosi e pi\u00f9 redditizi nel Centro-Nord; l\u2019emigrazione di giovani meridionali in formazione o con elevate competenze gi\u00e0 maturate alimenta l\u2019accumulazione di capitale umano nelle Regioni settentrionali. Centro-Nord e Mezzogiorno crescono o arretrano insieme. La SVIMEZ ha calcolato che 20 dei 50 miliardi circa di residuo fiscale trasferito alle Regioni meridionali dal bilancio pubblico ritornano al Centro-Nord sotto forma di domanda di beni e servizi. Inoltre, la domanda interna per consumi e investimenti del Mezzogiorno attiva circa il 14% del PIL del Centro- Nord. Infine, i flussi di migrazione intellettuale, soprattutto laureati, provenienti dal Mezzogiorno determinano benefici netti per le regioni centro-settentrionali,generando una perdita secca in termini di spesa pubblica investita in istruzione e non recuperata stimata in circa 2 miliardi l\u2019anno, che equivale a un risparmio di pari importo per le Regioni del Centro-Nord. Per di pi\u00f9, il valore dei consumi pubblici e privati annui attivati dall\u2019emigrazione studentesca nelle regioni del Centro-Nord \u00e8 di circa 3 miliardi, causando una perdita di pari importo per le regioni meridionali. A tutto ci\u00f2 si aggiunge il processo di integrazione passiva che ha interessato il Mezzogiorno in campo finanziario, conseguente sia al forte aumento di banche di propriet\u00e0 esterna all\u2019area, sia di banche che hanno mantenuto la sede legale nel Mezzogiorno ma che sono entrate a far parte di gruppi bancari guidati da gruppi del Centro-Nord. Favorendo una tendenza in atto da tempo di impiegare la raccolta bancaria delle Regioni meridionali per finanziare investimenti maggiormente remunerativi e meno rischiosi nelle aree pi\u00f9 produttive del Paese, invece di utilizzarla per dare credito al sistema produttivo locale<\/em>\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"center\"><strong>Spunti per un programma di mobilitazione e lotta<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per contrastare i progetti secessionisti dei capitali pi\u00f9 forti, \u00e8 necessario costruire percorsi di unificazione della classe (occupati, disoccupati, inoccupati, immigrati o meno che siano, regolari o meno che siano), dai segmenti pi\u00f9 marginali e\/o precari a quelli pi\u00f9 strutturati nel processo lavorativo; costruire un discorso pubblico sulla ricchezza sociale prodotta e su come essa debba essere ridistribuita in favore delle classi sociali dei salariati, dei subalterni e delle classi medie proletarizzate; rivendicare la dimensione sociale del salario, superando la sua territorializzazione e le conseguenti gabbie; rivendicare un intervento pubblico in termini di perequazione sociale e rifiuto della preminenza del privato; ripristinare il criterio del valore d\u2019uso nella prassi della P.A. a discapito del valore di scambio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alcuni obiettivi e campi di azione potrebbero risultare unificanti anche se volti in prima istanza a ridurre lo squilibrio regionale. Questo perch\u00e9 un Sud mortificato potrebbe effettivamente svolgere solo il ruolo di vincolo alla crescita complessiva del paese o come serbatoio di una forza lavoro che fa il gioco al ribasso danneggiando anche la situazione dei lavoratori del Nord.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Volendo semplicemente accennare a questi obiettivi un <strong>primo tema <\/strong>potrebbe essere la lotta per le Nazionalizzazioni, tema che ha ripreso attenzione nel momento in cui a Genova (che non sta a Sud) si \u00e8 verificata una tragedia dell\u2019incuria. Le nazionalizzazioni potrebbero spingere il settore delle infrastrutture ad investire nel Sud dove nel corso di circa un decennio la spesa pubblica in conto capitale \u00e8 diminuita dal 40 al 30% della spesa complessiva. Pi\u00f9 che la Tav (che avvilisce intere comunit\u00e0 locali a Nord) andrebbe creata una rete di trasporti in particolar modo ferroviaria pi\u00f9 efficiente proprio tra le regioni meridionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un <strong>secondo tema <\/strong>sarebbe la questione ambientale (che abbraccia in modo equanime sia il Nord che il Sud), sia dal lato della produzione energetica che vede il Meridione naturalmente favorito per l\u2019aumento della produzione delle energie rinnovabili (che sarebbero utili anche all\u2019inquinatissimo Nord) sia dal lato della chiusura del ciclo (ri)produttivo, ovvero il tema dei rifiuti, con seri ragionamenti sulle sfide poste dall\u2019economia circolare, economia sempre pi\u00f9 vicina al parametro \u201c<em>zero rifiuti<\/em>\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un <strong>terzo tema <\/strong>\u00e8 la lotta per centri di produzione di sapere collocati al Sud (si pensi alle universit\u00e0 e ai centri avanzati di ricerca tecnologica) visto che da questo punto di vista il divario rischia di essere fatale e soprattutto la mancanza di concorrenza virtuosa in questo campo pu\u00f2 indebolire anche la qualit\u00e0 dell\u2019offerta formativa e scientifica di chi nel divario regionale vorrebbe trovare conforto<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un <strong>quarto tema <\/strong>\u00e8 la lotta per la gestione dei territori (che deve vedere come protagonista anche le forme della confederalit\u00e0 sociale e del sindacato metropolitano), gestione che ha aspetti ambientali, culturali e sociali. Immaginiamo se la tenuta geologica (pensiamo alla natura sismica e vulcanica di tutto l\u2019Appennino) del territorio diventasse un volano economico ed occupazionale facendo della manutenzione urbana e territoriale un processo a ciclo continuo ed impegnando la societ\u00e0 in tutti i suoi settori e le sue competenze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un <strong>quinto tema <\/strong>\u00e8 l\u2019apertura al Mediterraneo (sottolineata anche dai rapporti Svimez) quale orizzonte di scambi economici e culturali e punto di contatto con le ormai gi\u00e0 emerse economie orientali (si pensi al progetto cinse della Nuova Via della Seta). Mentre le regioni meridionali hanno un rapporto privilegiato con l\u2019Africa Settentrionale, le regioni adriatiche anche settentrionali (non volendo parlare del porto di Genova) hanno antiche relazioni con il Mediterraneo Orientale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Bisogna comprendere che dovunque si vada, si va tutti insieme. Per esemplificarlo e per avere un maggiore impatto negoziale con il resto del paese nel portare avanti le ragioni della convergenza sarebbe augurabile un maggiore coordinamento politico tra le regioni meridionali cos\u00ec che in prospettiva futura il cosiddetto proletariato esterno possa entrare nella sua storia a pieno diritto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Tuttavia perch\u00e9 tutti questi discorsi possano reggere la lotta principale \u00e8 la lotta ai vincoli di bilancio e all\u2019imperialismo europeo che li impone. <\/strong>La divisione strabica tra politica monetaria (gestita a livello europeo con uno stretto controllo tedesco) e politica fiscale (che \u00e8 gestita a livello nazionale e che perci\u00f2 diventa la guerra tra poveri che porta all\u2019autonomia differenziata) non pu\u00f2 pi\u00f9 essere sostenuta. E la delega eventuale della politica fiscale a livello europeo porterebbe a conflitti ancora pi\u00f9 paralizzanti. Perch\u00e9 si possano effettuare quegli investimenti sociali che il proletariato richiede (anche per non essere frammentato ulteriormente) la politica monetaria e fiscale devono essere gestite dal soggetto che vuole indirizzare in questo senso il cambiamento. <strong>Non c\u2019\u00e8 Italia che regga, non c\u2019\u00e8 Meridione che possa emanciparsi senza il progetto di solidariet\u00e0 internazionale ed internazionalista dell\u2019Alba Euro-mediterranea.<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/14730-rete-dei-comunisti-autonomia-differenziata-il-convitato-di-pietra-e-l-unione-europea.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/europa\/14730-rete-dei-comunisti-autonomia-differenziata-il-convitato-di-pietra-e-l-unione-europea.html<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE Come \u00e8 stato osservato in pi\u00f9 interventi tenuti in una recente e riuscita assemblea a Napoli (09 marzo \u2013 \u201cIl Sud Conta\u201d) sulla questione del regionalismo differenziato, dalla riforma costituzionale del 2001 la \u201cquestione meridionale\u201d (a prescindere dalle sue varie declinazioni) \u00e8 stata espulsa dalla agenda politica nazionale e, anche formalmente, la questione settentrionale \u00e8 entrata a far parte del discorso politico dominante, con chiara legittimazione costituzionale. Il tema del recupero&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":86,"featured_media":26572,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/Schermata-2016-12-13-alle-15.57.26.png","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/s7ZaJ4-50726","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50726"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/86"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=50726"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50726\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":50730,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/50726\/revisions\/50730"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/26572"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=50726"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=50726"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=50726"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}