{"id":50780,"date":"2019-04-15T08:30:32","date_gmt":"2019-04-15T06:30:32","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50780"},"modified":"2019-04-14T19:16:15","modified_gmt":"2019-04-14T17:16:15","slug":"la-nuova-era-cinese-tra-declino-usa-e-debolezze-ue","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50780","title":{"rendered":"La Nuova Era cinese tra declino Usa e debolezze Ue"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>MARX XXI<\/strong><\/p>\n<p>Intervista di\u00a0<strong>Martino Avanti\u00a0<\/strong>ad<strong>\u00a0<\/strong><strong>Alberto Bradanini<br \/>\n<\/strong>da <a href=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/la-nuova-era-cinese-tra-declino-usa-e-debolezze-ue\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">jacobinitalia.it <\/a><\/p>\n<p><strong>Il modello cinese, il dominio della politica sull\u2019economia e la piena sovranit\u00e0 politica spiegati dall&#8217;ex ambasciatore Alberto Bradanini<\/strong><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.marx21.it\/images\/personaggi\/bradanini_alberto.jpg\" alt=\"bradanini alberto\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Abbiamo fatto qualche domanda ad Alberto Bradanini, consigliere commerciale all\u2019ambasciata italiana a Pechino tra il 1991 e il 1996 e poi ambasciatore a Pechino nel periodo 2013-2015. Parla del modello cinese, di come dominio della politica sull\u2019economia e piena sovranit\u00e0 siano le condizioni per aspirare allo sviluppo mantenendo come obiettivo finale l\u2019affermarsi del socialismo, per quanto il termine sia oggi mescolato a una forte apertura al capitalismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00abUn insegnamento utile anche all\u2019Italia e l\u2019Unione europea\u00bb dice l\u2019ex ambasciatore. Che invita a cogliere l\u2019opportunit\u00e0 di interloquire con la Cina e a un atteggiamento meno subalterno tanto agli Usa quanto al dominio tedesco.<\/p>\n<p><strong>Quali prospettive si aprono per l\u2019Italia e per l\u2019Europa con l\u2019ascesa della Cina come protagonista della politica (e dell\u2019economia) internazionale?<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019Europa \u00e8 un continente politicamente ed economicamente frammentato. Nell\u2019Ue, dove prevalgono le priorit\u00e0 stabilite daldirettorio\u00a0franco-tedesco, vige la legge della giungla, e non certo quello spirito di solidariet\u00e0 che pervade le pagine dei Trattati. Sul piano strategico, la Cina avrebbe interesse a dialogare con un\u2019Europa come soggetto\u00a0politico\u00a0non solo\u00a0economico, alla luce della concezione multipolare delle relazioni internazionali che reputa di sua convenienza. Un percorso questo oggi assai improbabile per ragioni endogene, e comunque indipendente dalle scelte cinesi.<\/p>\n<p>Nei limiti menzionati, l\u2019Europa potr\u00e0 beneficiare dell\u2019interazione con l\u2019economia cinese se riuscir\u00e0 a essere leader nei settori industriali di punta e nelle tecnologie del futuro. A tal fine per\u00f2 sarebbero necessari massicci investimenti pubblici che sono oggi impediti dalle assurde politiche di austerit\u00e0 di marca tedesca.<\/p>\n<p>L\u2019Italia potr\u00e0 a sua volta raccogliere qualche beneficio da un\u2019interlocuzione con la Cina se dopo aver recuperato la propria sovranit\u00e0 monetaria sapr\u00e0 avviare una politica economica degna di questo nome, riavviando il tessuto industriale ridottosi del 20% nell\u2019ultimo decennio e investendo massicciamente su innovazione e ricerca. In assenza di ci\u00f2, l\u2019Italia \u00e8 destinata a raccogliere solo poche briciole dal dialogo con la Cina, sia in seno che al di fuori del progetto\u00a0Belt and Road. Nelle tecnologie di punta inoltre il dislivello tra i due paesi \u00e8 gi\u00e0 forte e non facilmente colmabile.<\/p>\n<p>Nella politica estera europea, competenza rimasta ai paesi membri, non si \u00e8 mai raggiunta alcuna posizione unitaria nei riguardi della Cina, cos\u00ec come in quasi nessuno dei dossier caldi della scena internazionale. In occasione della firma dell\u2019MoU tra Italia e Cina, le critiche dell\u2019Ue (che riflettevano quelle di Francia e Germania) erano motivate dall\u2019esistenza di un governo euroscettico a Roma e dalla potenziale concorrenza italiana ai paesi nordeuropei sul business con la Cina. Nulla che avesse a che fare con le esigenze di definire una postura unitaria. Pi\u00f9 che l\u2019Italia del resto sono altri i paesi Ue che hanno commercio e investimenti con Pechino. Il primo partner cinese in Europa \u00e8 la Germania: nel 2017, 180 miliardi di euro di commercio bilaterale, la met\u00e0 di tutta l\u2019Ue, seguita da Olanda, Regno Unito, Francia e solo quinta Italia. La Gran Bretagna \u00e8 il primo paese per investimenti cinesi, con oltre 230 acquisizioni, seguita da Germania, Francia e solo quarta l\u2019Italia. Inoltre, la Commissione ignora da anni un disavanzo Ue-Cina di oltre 175 miliardi (solo quello italiano supera i 20 miliardi) e la ragione \u00e8 banale: le politiche Ue verso la Cina sono pilotate dalla Germania, unico paese Ue (a parte le irrilevanti Irlanda e Finlandia) a godere di un avanzo commerciale nei riguardi di Pechino (oltre 18,5 miliardi) e che non ha alcun interesse a sollevare questo dossier. Quanto agli investimenti cinesi in Europa, i primi posti sono occupati da Regno Unito e Germania seguiti da Francia e Italia. Ciononostante, non risulta che la Commissione si sia strappata le vesti quando nei mesi scorsi altri 13 paesi membri hanno firmato simili MoU.<\/p>\n<p>Sulle industrie del futuro, infine, invece di combattere una battaglia interdittiva destinata alla sconfitta, sarebbe interesse della cosiddetta\u00a0Unione Europea\u00a0far nascere un campione continentale che sia espressione di un\u2019industria integrata che distribuisse dividendi economici, industriali e politici a tutte le nazioni Ue, in un settore strategico per il nostro futuro, cos\u00ec da non dipendere n\u00e9 dai cinesi n\u00e9 dagli americani. Di ci\u00f2 tuttavia non v\u2019\u00e8 nemmeno l\u2019ombra nell\u2019Ue di oggi.<\/p>\n<p><strong>Quali sono le preoccupazioni americane rispetto alla penetrazione tecnologica e l\u2019aumento degli investimenti cinesi in Europa? Quali sono i benefici per gli europei e gli italiani? Perch\u00e9 la\u00a0Belt and Road Initiative\u00a0\u00e8 stata al centro del dibattito politico nelle ultime settimane in Italia e in Europa?<\/strong><\/p>\n<p>Lanciata dal presidente Xi nel 2013 la Bri \u00e8 un progetto strategico con finalit\u00e0 assai ambiziose. Si tratta di una proposta di sviluppo che la Cina rivolge al mondo intero e che include investimenti, commercio, crediti, meccanismi e standard non pi\u00f9 incentrati sulWashington consensus, ma spostati sul\u00a0Beijing consensus.<\/p>\n<p>Pechino intende imprimere una diversa traiettoria al sistema economico internazionale, creando incentivi e una base alternativa a quella occidentale per dare corpo a una nuova dottrina dello sviluppo e delle relazioni economiche tra le nazioni del mondo. La Bri segna dunque la volont\u00e0 cinese di acquisire un forte protagonismo internazionale, politico ed economico. La sua sola presenza a prescindere dall\u2019effettiva viabilit\u00e0 di tale disegno, costituisce una sfida insidiosa per l\u2019impero americano. L\u2019iniziativa prevede due percorsi: uno terrestre, che interessa il continente euroasiatico, e uno marittimo, e coinvolge idealmente 65 paesi, il 70 per cento della popolazione mondiale, con un Pil pari al 30 per cento del totale mondiale. Oltre 50 paesi hanno gi\u00e0 firmato i relativi accordi di cooperazione con la Cina.<\/p>\n<p>Il principale veicolo di finanziamento sar\u00e0 l\u2019Aiib, la banca creata da Pechino e operativa dal maggio 2016, che dispone di un capitale di 100 miliardi di dollari con 57 paesi membri, tra cui l\u2019Italia. La Cina vi ricopre un ruolo centrale e ne detiene il 29,8 per cento delle azioni (la maggioranza di blocco \u00e8 del 25 per cento). I paesi europei hanno versato il 25 per cento del capitale totale e vi occupano qualche buona posizione manageriale, specie Germania e Regno Unito. L\u2019Ue come tale ha espresso la volont\u00e0 di non partecipare alla Bri. Ciascun paese membro si muove dunque per suo conto.<\/p>\n<p>In Europa la Cina ha dato vita al Gruppo 16+1 con i paesi centro-orientali del continente, undici dei quali sono membri dell\u2019Ue. Il gruppo \u00e8 destinatario di un fondo di 10 miliardi di euro che la Cina ha destinato allo sviluppo infrastrutturale in una regione in cui convergono le due componenti della Bri, quella terrestre e quella marittima. Da una parte la concorrenza tra paesi Ue occidentali e orientali gioca a favore della penetrazione cinese, dall\u2019altra un\u2019interazione positiva tra la Cina e i paesi Ue del gruppo potrebbe rivelarsi utile nei negoziati commerciali tra Bruxelles e Pechino.<\/p>\n<p>Con la Bri la Cina intende allo stesso tempo ridurre le distanze tra i due estremi del continente Euroasiatico, imporsi come nuovo protagonista della scena mondiale (e qui occorre che essere guardinghi e salvaguardare un sano equilibrio) e infine, gradualmente, modificare l\u2019ordine economico internazionale. Venendo a noi, dopo una visita di due giorni, il Presidente cinese Xi Jinping ha lasciato l\u2019Italia, ma i guai italiani, che non dipendono dalla Cina e ancora meno dalla Bri, sono rimasti: disoccupazione e sottoccupazione dilagano, la povert\u00e0 penetra nella classe media, i servizi sociali vengono smantellati, la deindustrializzazione del Paese prosegue e il lavoro di una volta \u00e8 scomparso. Le ragioni di ci\u00f2 sono legate alle politiche iper-liberiste, alla perdita di competitivit\u00e0 (utilizziamo una moneta straniera e troppo forte, l\u2019euro), a un\u2019assurda austerit\u00e0 di marca tedesca, alla pessima gestione della globalizzazione e beninteso alle nostre carenze endogene: una classe politica inadeguata, un\u2019amministrazione obsoleta, corruzione e criminalit\u00e0 organizzata.<\/p>\n<p>Non solo l\u2019Italia soffre di un forte deficit di sovranit\u00e0 (da non confondersi con\u00a0sovranismo), ma anche gli spazi di manovra di un tempo si sono ridotti, mentre le altre nazioni uscite sconfitte dal secondo conflitto mondiale dispongono di un\u2019agibilit\u00e0 politica a noi misteriosamente negata.<\/p>\n<p>La visita di Xi lascer\u00e0 qualche frutto all\u2019Italia? Forse. Il Ministro Di Maio ha parlato di 2,5 miliardi e un potenziale di 20, sui primi dobbiamo capire meglio, l\u2019incertezza sui secondi \u00e8 appesa alla capacit\u00e0 dell\u2019Italia \u2013 sarebbe cosa rara \u2013 di guardare alla stella polare dei suoi legittimi interessi con coraggio ed efficienza, due sostantivi che da 40 anni la Cina cura al grado superlativo. A tale riguardo, il lavoro da fare non sar\u00e0 affatto facile, l\u2019Italia dovr\u00e0 individuare imprese e banche in grado di partecipare \u2013 insieme a partner cinesi adeguati \u2013 a commesse e gare d\u2019appalto riguardanti i piani infrastrutturali nei paesi della Via della Seta. Un percorso tutt\u2019altro che agevole per un paese diversamente organizzato ed efficiente rispetto alla macchina cinese, o anche ai paesi concorrenti del Nord Europa. A tale riguardo il Governo italiano dovr\u00e0 curare il rispetto degli accordi da parte di Pechino che ha una consolidata attitudine di firmare accordi solo per raccogliere immediati benefici politici.<\/p>\n<p>Sorprende che nell\u2019occasione il Ministro Salvini abbia scoperto che la Cina, con cui l\u2019Italia ha un commercio di 44 miliardi , non \u00e8 un paese di\u00a0libero mercato, senza riflettere che i\u00a0liberi mercati\u00a0esistono solo sui libri e che quel mercato ha fatto della Cina la seconda economia al mondo, mentre il SS Giorgetti si stupisce della spietata concorrenza cinese alle ceramiche italiane. \u00c8 facile tuttavia prevedere che il Governo torner\u00e0 presto nel letargo dell\u2019improvvisazione.<\/p>\n<p>Nel merito, la Via della Seta c\u2019entra poco con la tipologia degli accordi firmati (tranne quello della Danieli in Azerbajian, che tuttavia si sarebbe verosimilmente concluso a prescindere dalla Bri). Quasi tutte le intese poi fanno parte di un dialogo fisiologico tra Italia e Cina: l\u2019accordo sulle doppie imposizioni, i protocolli sugli agrumi e sui reperti archeologici, l\u2019esplorazione spaziale e i gemellaggi tra citt\u00e0 e regioni sono solo un contorno. Le intese tra aziende poi hanno un valore potenziale, salvo le due di Ansaldo-Energia, la quale non a caso appartiene per il 40% a Shanghai Electric. I porti di Genova e Trieste infine attireranno forse qualche milione di euro d\u2019investimenti cinesi, ma il grande\u00a0hub\u00a0nel Mediterraneo la Cina l\u2019ha gi\u00e0 acquisito, investendo 700 milioni ad Atene Pireo: quel treno l\u2019Italia l\u2019ha perso per sempre. Trieste per\u00f2 potrebbe parzialmente smentire questa prospettiva, tenendo conto dell\u2019interesse cinese a raggiungere i mercati dell\u2019Europa orientale.<\/p>\n<p>Infine, se risponde al vero che gli accordi sono poi stati ridotti a meno della met\u00e0 per via delle pressioni Usa, v\u2019\u00e8 allora da chiedersi che vale essere un paese del G7 se \u00e8 sempre il Grande Fratello a decidere al nostro posto, mentre lui e i cosiddetti partner europei fanno con la Cina tutti gli affari che vogliono, senza nemmeno firmare alcun\u00a0Memorandum\u00a0d\u2019intesa.<\/p>\n<p><strong>L\u2019ascesa della Cina potr\u00e0 portare a un\u2019emancipazione dell\u2019Italia e dell\u2019Europa dall\u2019egemonia Usa (e della Nato, la sua\u00a0longa manus)?<\/strong><\/p>\n<p>Dopo 74 anni dalla sconfitta della guerra e dalla conseguente perdita della sua sovranit\u00e0 politica, l\u2019Italia resta un paese gregario, subordinato alle priorit\u00e0 di altri, in particolare Washington e Bruxelles. La storia insegna che anche le alleanze pi\u00f9 solide possono essere rimesse in discussione quando cambiano le circostanze che le hanno generate. Nei rapporti internazionali infatti, sosteneva W. Churchill,\u00a0non vi sono nemici eterni, ma solo interessi eterni.<\/p>\n<p>Ad esempio, la firma del Memorandum tra Italia e Cina in occasione della visita del Presidente cinese a Roma a marzo, secondo i nostri alleati non andava fatta, sebbene si trattasse solo di un elenco di buone intenzioni, senza valore vincolante. Ma il tentativo di interferire nel\u00a0decision making\u00a0italiano (impensabile in Germania, Francia o Svezia) ha preso corpo perch\u00e9 l\u2019Italia \u00e8 percepita come un paese subalterno. Gli americani, che guardano alla Cina come al principale rivale strategico, hanno accusato Roma di una (insistente) violazione della lealt\u00e0 atlantica, mentre la Commissione Europea (al servizio del\u00a0direttorio\u00a0franco-tedesco) ha fatto appello a una mai esistita, tantomeno nei confronti della Cina, politica estera comune dell\u2019Ue.<\/p>\n<p>\u00c8 esistito un tempo in cui il riverbero degli Stati Uniti d\u2019America, per il bene e per il male, si distendeva sul mondo intero. Oggi la scena internazionale \u00e8 mutata, \u00e8 cresciuto il numero dei concorrenti, ciascuno con sue caratteristiche. La potenza militare non riesce pi\u00f9 a contenere la vitalit\u00e0 dei nuovi contendenti, sul piano economico, industriale, tecnologico e dunque politico. L\u2019impero americano, di fronte al suo crepuscolo (seppur relativo), invece di cooperare con i nuovi arrivati per ridisegnare in termini inclusivi i destini del mondo, \u00e8 preso dal panico, e tantomeno si cura di quelle nazioni che aspettano il loro turno per godere, come l\u2019Occidente, dei generosi frutti del progresso.<\/p>\n<p>Oggi, l\u2019\u00e9lite finanziaria anglosassone, con le sue propaggine nordeuropee, non riesce a garantire nemmeno ai paesi amici il benessere del passato: le classi medie scompaiono, si diffondono povert\u00e0 e disoccupazione, mentre i paesi in\u00a0perenne\u00a0via di sviluppo acquisiscono coscienza che la promessa del\u00a0Washington Consensusdi poter uscire un giorno dalla morsa del sottosviluppo, in cambio di sottomissione politica ed economica, non \u00e8 altro che una chimera. Ormai disillusi, molti di questi paesi guardano al modello cinese, che in appena 40 anni ha traghettato una nazione di 1,4 miliardi di individui dal medioevo alla post-modernit\u00e0. Il paradigma sino-popolare infatti \u2013 centrato su sovranit\u00e0 nazionale, controllo politico, un governo forte in economia, tutela dei beni pubblici e dei settori strategici (con qualche spazio\u00a0vigilato\u00a0alla propriet\u00e0 privata) \u2013 possiede il fascino autentico di chi mantiene le promesse.<\/p>\n<p>Per ora il muscolo cardiaco della finanza mondiale su cui si reggono gli altri segmenti del potere si colloca ancora in Occidente, ma esso \u00e8 insidiato da dinamiche non pi\u00f9 controllabili come un tempo, e che spostano ogni giorno di pi\u00f9 verso Oriente il baricentro del pianeta.<\/p>\n<p>Davanti alla proposta strategica della\u00a0Belt and Road, la potenza americana \u00e8 presa dall\u2019angoscia che si tratti davvero dell\u2019inizio del crepuscolo, poich\u00e9 il successo di questo progetto sottrarrebbe all\u2019America spazi vitali sulla scena economica e politica mondiale.<\/p>\n<p><strong>Il capitalismo neoliberale sta mostrando il suo volto pi\u00f9 feroce: disoccupazione e povert\u00e0 in crescita, forte restringimento della democrazia (soprattutto nell\u2019Ue) e una politica estera sempre pi\u00f9 aggressiva. Il modello cinese pu\u00f2 rappresentare un\u2019alternativa?<\/strong><\/p>\n<p>La Cina spariglia le carte del potere mondiale politico e finanziario, oggi concentrato nelle mani di poche nazioni, sebbene sembri farsi largo con le stesse armi del liberismo economico e delle corporazioni industriali-finanziarie occidentali. Il potere cinese \u00e8 infatti una piramide strutturalmente diversa. Esso, nonostante i suoi limiti \u00a0dottrinali e di coerenza, \u00e8 idealmente al servizio della costruzione di una\u00a0societ\u00e0 nuova\u00a0(sebbene indefinita), oltre a porsi in termini dialettici rispetto al dominio politico-finanziario di\u00a0genesi anglosassone\u00a0che domina in Occidente. Il Pcc \u00e8 cosciente del rischio che il\u00a0socialismo con caratteristiche cinesi\u00a0possa essere assorbitotout court\u00a0dal capitalismo da cui \u00e8 circondato, e cerca a suo modo di erigere qualche barricata, consapevole che potrebbe essere proprio la classe dei nuovi ricchi ad aprire le porte della Cina al Capitalismo occidentale, di cui negli anni recenti ha imparato a condividere valori, stili di vita e il gusto per il potere.<\/p>\n<p>In Cina il primato del potere politico su quello economico rimane tuttavia indiscusso. Il pragmatismo riformista di Deng aveva mobilitato le risorse economiche del paese, ma lasciato intatta la sfera politica, in una profetica anticipazione di quello che sarebbe accaduto in Unione Sovietica nel decennio successivo, e dei disastri in cui sarebbe incorsa la Cina in caso di analogo destino.<\/p>\n<p>L\u2019esperienza storica ha insegnato alla Cina che l\u2019indipendenza economica e prima ancora la sovranit\u00e0 politica sono condizioni imprescindibili per aspirare allo sviluppo.<\/p>\n<p>Con la sua politica di apertura e riforme Deng aveva a mente l\u2019esperienza della Nep, la Nuova Economia Politica con cui Lenin nel 1921 intendeva mobilitare le forze produttive per migliorare in fretta la vita di operai e contadini, dopo secoli di miseria aggravata dalle privazioni della guerra. Lenin riteneva che alcuni aspetti dell\u2019economia capitalista dovessero essere mantenuti, ed era disposto a rinunciare alla rigida applicazione del principio di uguaglianza. Alla scomparsa di Lenin, il timore dell\u2019aggressione esterna induce Stalin ad abbandonare la Nep a favore dei piani quinquennali che imbrigliano le dinamiche produttive e pongono cos\u00ec le premesse \u2013 gi\u00e0 allora, secondo Deng \u2013 dell\u2019implosione dell\u2019Urss che sarebbe sopraggiunta molti decenni dopo. Stalin, secondo il Pcc, interpretava il marxismo in forma dogmatica, separando radicalmente capitalismo e socialismo, senza comprendere che il primo andava utilizzato come strumento per giungere al secondo. In buona sostanza il Pcc sembra riconoscere, come Lenin a suo tempo, i meriti di un\u00a0certo capitalismo\u00a0quale tappa intermedia sulla strada del socialismo, sebbene non manchi chi\u00a0da sinistra\u00a0mette in guardia da un\u2019eccessiva\u00a0deriva capitalista\u00a0dalla quale sarebbe poi difficile riprendersi.<\/p>\n<p><strong>Cosa significa\u00a0socialismo dalla caratteristiche cinesi, come viene descritto dal Partito comunista cinese il modello adottato da Pechino?<\/strong><\/p>\n<p>La costruzione del\u00a0socialismo\u00a0\u00e8 il traguardo ultimo perseguito dal Partito Comunista Cinese (Pcc), un\u00a0socialismo dalle caratteristiche cinesi\u00a0la cui nozione tuttavia non ha mai ricevuto dalla dirigenza un\u2019adeguata illustrazione: la prassi \u2013 ragiona il Partito \u2013 si incaricher\u00e0 di metterne a punto i contorni,\u00a0a posteriori. Per il momento occorre liberarsi di quel dogmatismo ideologico che ai tempi di Mao aveva bloccato lo sviluppo del paese. L\u2019ermeneutica della dottrina marxista viene dunque posta al servizio della crescita economica (catturare i topi), vera priorit\u00e0 del paese da quattro decenni,\u00a0senza guardare al colore del gatto.<\/p>\n<p>Con il termine\u00a0socialismo\/comunismo\u00a0la dirigenza intende un quadro politico-economico che produce ricchezza e modernizzazione, in attesa che maturino le condizioni per passare alle tappe successive della strada\u00a0verso il socialismo. Mentre il maoismo aveva una forte impronta autarchica, nazionalista, pauperista e persino antimoderna, il\u00a0socialismo\u00a0di Deng,\u00a0mercantile e di stato, e ancor pi\u00f9 quello\u00a0post-denghiano\u00a0libero da ogni baluardo ideologico, \u00e8 pienamente allineato ai processi di globalizzazione, economici, culturali, etici. In un quadro frammentato, la dirigenza mantiene aperte tutte le opzioni.<\/p>\n<p>In verit\u00e0, la Cina avrebbe in dotazione un patrimonio straordinario, se riuscisse a coniugare il pensiero classico con quello recente di genesi socialista, aggiornandolo alla luce delle moderne sensibilit\u00e0: la\u00a0libert\u00e0 dell\u2019individuo, che il socialismo nella sua attuazione storica ha trascurato, e l\u2019equit\u00e0 distributiva\u00a0della ricchezza. Tale sinergia etico-politica aprirebbe sentieri nuovi alle idealit\u00e0 del mondo.<\/p>\n<p>Mentre i bolscevichi avevano\u00a0sovietizzato\u00a0il marxismo, i cinesi lo hanno\u00a0sinizzato, anche se i due percorsi sono stati diversi. Il Partito Comunista Sovietico, all\u2019indomani della conquista del potere, aveva puntato sulla rivoluzione universale, perdendo poi tra contraddizioni e ambiguit\u00e0 \u2013 e per necessit\u00e0 di sopravvivenza (secondo il punto di vista sovietico) \u2013 la sua iniziale dimensione internazionalista.<\/p>\n<p>La maggior preoccupazione dei comunisti cinesi fu all\u2019inizio la fragilit\u00e0 della nazione e la sostenibilit\u00e0 del processo rivoluzionario in un paese sterminato e arretrato, per di pi\u00f9 in assenza di una classe operaia degna di questo nome. Il Pcc ritenne che in quelle condizioni, non si poteva chiedere al comunismo cinese di occuparsi della palingenesi proletaria universale. E tale attitudine nazionalista \u00e8 tuttora la stella polare del Partito.<\/p>\n<p>I capisaldi del\u00a0socialismo con caratteristiche cinesi\u00a0sono costituti dal dogma della sovranit\u00e0 nazionale, un ferreo controllo della societ\u00e0, la forte presenza dello Stato in economia, il controllo della finanza, delle grandi aziende\/corporazioni e dei settori \u00a0fondamentali del paese (propriet\u00e0 e iniziativa private, giudicate utile a generare ricchezza in questo frangente storico, sono\u00a0de facto\u00a0attenuate e attentamente\u00a0monitorate) e la propriet\u00e0 pubblica della terra (sebbene talvolta il suo possesso sia gestito con metodi\u00a0capitalisti). Quanto all\u2019iniqua distribuzione della ricchezza, il Partito afferma che si tratta di una fase transitoria che verr\u00e0 corretta strada facendo, sebbene i rischi di deriva capitalista oltre una soglia di sicurezza vengano giudicati\u00a0da sinistra\u00a0quanto mai concreti. Un\u00a0deficit\u00a0di attenzione ha riguardato l\u2019ambiente, pesantemente sacrificato negli ultimi 40 anni dalle necessit\u00e0 della crescita, e il mondo del lavoro, le cui condizioni sono in Cina subordinate alle esigenze della produzione.<\/p>\n<p><strong>Che giudizio si pu\u00f2 dare dell\u2019esperienza del comunismo cinese, a 70 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare? Si tratta di un modello che pu\u00f2 essere preso a riferimento da parte delle altre forze socialiste nel mondo?<\/strong><\/p>\n<p>Sette o ottocento milioni di individui strappati alla morsa della povert\u00e0 sono l\u2019evidenza storica del successo del modello cinese. Se la rivoluzione non \u00e8 un pranzo di gala, come predicava Mao, ebbene non lo \u00e8 nemmeno l\u2019uscita dal sottosviluppo. E dunque dal lato deicosti\u00a0dobbiamo collocare le deviazioni della\u00a0dottrina e della prassidel Partito dai canoni del pensiero classico marxiano, una debole tutela dell\u2019individuo davanti allo Stato, sfruttamento del lavoro, servizi sociali insufficienti (ma in costante ampliamento), inquinamento ambientale e iniqua distribuzione della ricchezza. Nell\u2019insieme, sebbene in forma non paritaria, le condizioni del popolo cinese sono enormemente migliorate negli ultimi decenni (il Pil pro-capite \u00e8 passato da 165 dollari nel 1976 a oltre 9000 nel 2018), mentre i veri\u00a0poveri\u00a0(anche per gli standard cinesi) non superano oggi qualche decina di milioni su 1,4 miliardi di abitanti e sono in costante diminuzione. Per di pi\u00f9 tale straordinario successo ha avuto luogo senza sostenere i costi dei paesi\u00a0capitalisti\u00a0che tentano di uscire dal sottosviluppo (inurbamento di massa, degrado umano, criminalit\u00e0 endemica, promiscuit\u00e0), senza peraltro riuscirci.<\/p>\n<p>Sorprende molto che il modello cinese non venga adeguatamente apprezzato e divulgato sulla scena internazionale (a partire dalle N.U.). Nel merito, gli ingredienti che hanno portato al successo della Repubblica Popolare sono i seguenti: la pace, una sovranit\u00e0 politica piena, una solida guida politica, una stabile presenza dello stato in economia, un buon apparato amministrativo d\u2019esecuzione.<\/p>\n<p>Quanto alle\u00a0forze socialiste\u2013progressiste\u00a0occidentali, esse dovrebbero guardare all\u2019esperienza cinese con le lenti del tempo lungo, tenendo conto delle diversit\u00e0 e della relativit\u00e0 di errori od omissioni. Dopo l\u2019implosione dell\u2019Unione Sovietica, quando sembrava che il modello comunista fosse destinato\u00a0alla spazzatura della storia\u00a0e le teorie di Francis Fukuyama avevano decretato la confluenza universale di tutte le esperienze politiche verso la democrazia mercantile occidentale, la Cina aveva reagito rafforzando il primato della politica sull\u2019economia, e riprendendo la strada verso il modello socialista\u00a0sulla scorta delle lezioni della storia\u00a0dopo aver digerito sbandamenti e incongruenze. Diversamente dagli auspici di Fukuyama tuttavia, il Pcc non ha mai preso in esame che la Cina, nemmeno in un orizzonte lontano, possa intraprendere la strada di una democrazia di stampo occidentale.Alla fine degli anni Cinquanta Mao aveva affermato: \u201cCi\u00f2 di cui l\u2019imperialismo ha paura \u00e8 il risveglio dei popoli africani, asiatici e latinoamericani \u2026 Dovremmo unirci e cacciare l\u2019imperialismo americano dall\u2019Asia, dall\u2019Africa e dall\u2019America Latina\u201d. Tuttavia, nonostante il lessico universalista, da Mao a Xi sia la costruzione del socialismo (dalla fondazione della Repubblica Popolare alla scomparsa di Mao) che la crescita economica (da Deng in avanti) si sono concentrate solo sui bisogni della nazione cinese: il compito di fissare tempi e modi di un\u2019eventuale rivoluzione mondiale \u00e8 stato sempre rinviato a un futuro imprecisato, dopo aver cancellato dall\u2019orizzonte ogni possibile terza via\u00a0rivoluzionaria, o anche solo profondamente riformatrice, che la Cina avrebbe potuto capeggiare su scala mondiale. Al centro della sua politica estera, Pechino non ha mai davvero posto l\u2019internazionalismo proletario, nemmeno in forma erratica o strumentale come il Pcus. La politica estera cinese \u00e8 rimasta fedele al principio di deideologizzazione delle alleanze, avendo a mente soprattutto l\u2019interesse nazionale. Persino nella fase di forte ideologizzazione maoista, la Cina si \u00e8 limitata a elargire il valore di una testimonianza, senza esporsi nell\u2019elaborazione di un\u2019agenda \u2013 come, almeno sulla carta, quelle del Comintern e del Cominform \u2013 nella quale i popoli oppressi potessero investire nella speranza di una possibile mobilitazione proletaria universale. E alla luce dei traguardi raggiunti, non si pu\u00f2 dire che la scelta del Pcc sia stata sbagliata: l\u2019esperimento cinese prova che lavia nazionale\u00a0all\u2019emancipazione \u00e8 stata la pi\u00f9 efficace.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/cina\/29688-la-nuova-era-cinese-tra-declino-usa-e-debolezze-ue\">http:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/cina\/29688-la-nuova-era-cinese-tra-declino-usa-e-debolezze-ue<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MARX XXI Intervista di\u00a0Martino Avanti\u00a0ad\u00a0Alberto Bradanini da jacobinitalia.it Il modello cinese, il dominio della politica sull\u2019economia e la piena sovranit\u00e0 politica spiegati dall&#8217;ex ambasciatore Alberto Bradanini Abbiamo fatto qualche domanda ad Alberto Bradanini, consigliere commerciale all\u2019ambasciata italiana a Pechino tra il 1991 e il 1996 e poi ambasciatore a Pechino nel periodo 2013-2015. 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