{"id":50916,"date":"2019-05-01T00:16:56","date_gmt":"2019-04-30T22:16:56","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50916"},"modified":"2019-04-27T10:39:37","modified_gmt":"2019-04-27T08:39:37","slug":"marx-il-conflitto-sociale-e-la-sovranita-dello-stato-parte-ii","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50916","title":{"rendered":"Marx, il conflitto sociale e la sovranit\u00e0 dello Stato (parte II)"},"content":{"rendered":"<p>di GENNARO SCALA (FSI Bologna)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le radici filosofiche della concezione del conflitto di Marx sono la dialettica hegeliana. In merito, Enrico Berti, illustre studioso del pensiero di Aristotele, ha scritto negli anni &#8217;80 un&#8217;opera davvero capitale sulla questione della contraddizione che attraversa il pensiero occidentale dai Greci fino alla \u201cfilosofia classica tedesca\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Purtroppo, non possiamo affrontare tale discorso nei dettagli in questa sede, tuttavia non credo di semplificare troppo la complessa ricostruzione di Berti (a cui rimando) dicendo che nella filosofia tedesca si verifica una sorta di regressione rispetto alla sistemazione teorica data da Aristotele alla questione dell&#8217;identit\u00e0 (Parmenide) e del divenire (Eraclito).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per Aristotele l&#8217;identit\u00e0 e relativo principio di non contraddizione riguardava soprattutto la copula A \u00e8 B, cio\u00e8 B appartiene ad A, la casa \u00e8 bianca. La casa non pu\u00f2 essere bianca e non bianca allo stesso tempo, dove la determinazione temporale \u00e8 necessaria quando riferita ad una qualit\u00e0 non essenziale del soggetto, se la casa la dipingiamo di azzurro non \u00e8 pi\u00f9 bianca, ma \u00e8 tolta quando riguarda una qualit\u00e0 essenziale del soggetto: l&#8217;uomo \u00e8 un animale bipede, e non pu\u00f2 essere mai un animale non bipede.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Kant &#8220;negando la distinzione tra noumeno e fenomeno, si trover\u00e0 a dover applicare alla realt\u00e0 molteplice e diveniente il puro principio di identit\u00e0, l&#8217;unico giudicato da Kant adeguato ad una realt\u00e0 effettiva, non fenomenica, non apparente; ma, trovando questo principio del tutto inadeguato ad esprimere la molteplicit\u00e0 e il divenire, Hegel non esiter\u00e0 a respingerlo, dichiarandolo, unilaterale, astratto, tautologico, e conseguentemente ammetter\u00e0 la realt\u00e0 effettiva della contraddizione. Dove, infatti, non \u00e8 ammessa legittimamente la pura identit\u00e0, la molteplicit\u00e0 e il divenire, cio\u00e8 la diversit\u00e0, il movimento, sono ipso facto delle contraddizioni, cio\u00e8 delle violazioni del principio di &#8216;identit\u00e0-non contraddizione&#8217;. Ma, se queste sono reali, alla logica dell&#8217;identit\u00e0 si sostituisce la logica della contraddizione: dopo il ritorno all&#8217;eleatismo si ritorno, cos\u00ec, all&#8217;eraclitismo.&#8221; (Enrico Berti, <em>Contraddizione e dialettica negli antichi e nei moderni<\/em>)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Hegel dunque ha inaugurato la stagione dei ritorni che da Heidegger a Severino \u00e8 durata fino ai nostri giorni. \u201cL&#8217;essere \u00e8, il non essere non \u00e8\u201d. ma siccome la pura identit\u00e0 A = A \u00e8 una \u201cvuota tautologia\u201d, da cui pur si parte, l&#8217;Essere \u00e8 la pura identit\u00e0 con se stesso, la pura luce nella quale nulla si distingue come nel buio totale, si deve assumere A = non A, l&#8217;Essere \u00e8 uguale al Nulla, in tal modo la contraddizione diviene fondamento ontologico, e per questo motivo diventa fondamentale la filosofia eraclitea, della quale Hegel disse di aver accolto nel suo sistema ogni proposizione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Hegel porta la contraddizione in \u201cseno all&#8217;essere\u201d, e quanto ci\u00f2 sia dovuto al fatto che l&#8217;Europa gi\u00e0 ai tempi di Hegel era entrata in contraddizione con s\u00e9 stessa sarebbe argomento vasto e di grande interesse, che ho solo toccato in altre occasioni, tuttavia mi limito a dire qui che si pongono le basi per quella che definirei ontologizzazione del conflitto, di cui una delle prime formulazioni moderne \u00e8 il famoso, suggestivo e lungo passo delle <em>Serate di San Pietroburgo<\/em> di Joseph de Maistre: \u201cLa stessa terra sempre intrisa di sangue non \u00e8 che un immenso altare sul quale tutto ci\u00f2 che vive deve essere immolato all\u2019infinito, senza misura, senza tregua, fino alla consumazione delle cose, fino all\u2019estinzione del male, fino alla morte della morte\u201d. Efficace nel ricordarci di fronte all&#8217;\u201dottimismo progressista\u201d della realt\u00e0 del conflitto, tuttavia, per fortuna, la vita non \u00e8 solo conflitto, distruzione e morte, ma altres\u00ec nascita, amore, creazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Berti nel suo lavoro, quando prende in esame la dialettica marxiana, ricerca dove Marx entra in contraddizione formale con il principio di non contraddizione, rilevando la contraddizione tra il fatto che Marx usa il principio di non contraddizione (p.d.n.c.) per confutare gli avversari, ma allo stesso tempo parla di \u201ccontraddizione reale\u201d per cui resta indeterminato in base a cosa si possa parlare di contraddizione logica (e quindi discorso errato) e \u201ccontraddizione reale\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sfugge per\u00f2 a Berti il punto in cui pi\u00f9 vistosamente influisce la dialettica hegeliana, la \u201cmonumentale\u201d riduzione della storia esposta nel <em>Manifesto,<\/em> dove la contraddizione diviene \u201cmotore della storia\u201d. \u00c8 diverso considerare le societ\u00e0 come costituite in s\u00e9 stesse dalla contraddizione, dal considerare che esse contengono elementi in contrasto tra loro che in determinate circostanze diventano conflitto. Nel primo caso esse sono segnate da un conflitto permanente che pu\u00f2 essere risolto solo da una \u201crivoluzione permanente\u201d che alla fine deve sfociare in un \u201csalto qualititavo\u201d per cui non si potr\u00e0 pi\u00f9 parlare di societ\u00e0 come le abbiamo viste finora, ovvero l&#8217;u-topia, nel secondo caso abbiamo le dinamiche conflittuali che storicamente hanno determinato le trasformazioni sociali, pur precisando che esse non riguardano solo i conflitti sociali, anzi, in base alla storia conosciuta, maggior ruolo hanno avuto i conflitti tra stati. Le stesse trasformazioni interne spesso sono un risultato dei conflitti tra stati, le rivoluzioni seguono alle guerre o sono una conseguenza del conflitto tra stati (vedi il mio <em>Ripensare la rivoluzione francese<\/em>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I conflitti sociali sono meglio definiti dalle \u201copposizioni\u201d enunciate da Aristotele. relative alla privazione e possesso di una qualit\u00e0 della sostanza, le quali non violano il pd.n.c. (la loro definizione piuttosto complessa ritorna varie volte nella <em>Metafisica,<\/em> ma in merito rimando alla definizione sintetica dello stesso Aristotele nelle <em>Categorie).<\/em> Gli uni hanno potere, gli altri ne sono privi (gli ottimati vogliono comandare, il popolo non vuole essere oppresso, Machiavelli), gli uni posseggono i mezzi di produzione gli altri solo i mezzi di sussistenza, anzi nei periodi di crisi neanche quelli, per cui sono impossibilitati a vivere, \u201cnon hanno che da perdere le proprie catene\u201d, per cui si determinano le crisi rivoluzionarie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 molto diverso se consideriamo il conflitto come relativo agli attributi della sostanza che \u00e8 in questo caso lo Stato, oppure consideriamo il conflitto come ontologico nel senso che ha un valore ultimo. Nel secondo caso \u00e8 un conflitto per il quale non \u00e8 definito il fine, \u00e8 l&#8217;\u201cassalto al cielo\u201d della classe operaia, formula il cui fascino non ci deve far dimenticare il suo fondamento nichilistico (come ben notava Preve) frutto del prometeismo della generazione intellettuale di Marx, che questi proiett\u00f2 sulla classe operaia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Invece, considerare il conflitto sociale come relativo a specifici attributi della sostanza costituita dallo Stato fa s\u00ec che il conflitto sia relativo a qualcosa, per la distribuzione della ricchezza, per la determinazione degli indirizzi politici dello Stato, per come deve essere costituito il sistema educativo, sanitario ecc. Esso non prevede una conciliazione a priori, la concilazione pu\u00f2 anche non avvenire se la privazione riguarda i mezzi necessari per una vita dignitosa, ma neppure presuppone l&#8217;inconciliabilt\u00e0 a priori come nel sistema marxiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che i conflitti sociali avvengano secondo le modalit\u00e0 delle opposizioni risponde alla storia dei conflitti, questi conflitti possono anche sfociare nella mancata conciliazione ma non in modo deterministico come nella teoria marxiana. Tale concezione della contraddizione \u00e8 contraddittoria in s\u00e9 perch\u00e9 se \u00e8 vero che \u201cpolemos \u00e8 padre di tutte le cose\u201d, il conflitto \u00e8 il motore della storia, \u00e8 anche vero che gli uomini cooperano tra loro per riprodurre la loro esistenza (infatti nel <em>Capitale<\/em> Marx \u00e8 centrale la definizione dell&#8217;uomo come essere sociale), nessuna societ\u00e0 umana potrebbe in effetti funzionare senza un livello minimo di cooperazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tanto la cooperazione che il conflittto sono il motore della storia. Cooperazione e conflitto non sono due termini che si escludono a vicenda, come risulta dalla ontologizzazione della contraddizione, ma sono diversi gradi in una scala che definisce le relazioni umane, che va dal conflitto assoluto alla cooperazione assoluta quali estremi concettuali, ci sono societ\u00e0 pi\u00f9 conflittuali ed altre pi\u00f9 cooperative al loro interno, ma non potranno mai esserci societ\u00e0 del tutto conflittuali o del tutto cooperative. Mentre invece in Marx i due termini si escludono a vicenda, abbiamo la societ\u00e0 conflittuale che \u00e8 quella attuale presente, e la societ\u00e0 non conflittuale, il comunismo del futuro che corrisponde all&#8217;essenza umana che quella di essere <em>zoon politikon.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In un certo senso, per Marx, ammiratore di Dante, la societ\u00e0 attuale \u00e8 l&#8217;inferno dove domina il conflitto, la societ\u00e0 futura \u00e8 il paradiso della cooperazione. Si tratta di una \u201cnarrazione\u201d che ha le sue radici nella narrazione giudaico-cristiana come stato rilevato da vari studiosi (l&#8217;analisi migliore ritengo sia quella di Karl L\u00f6with). \u00c8 una narrazione che ha prodotto storia, ma ad essa oggi non crede quasi pi\u00f9 nessuno, e il primo grande Stato nato da questa narrazione si \u00e8 di essa dovuto liberare per proseguire la sua strada.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il pensiero marxiano pu\u00f2 essere definito una forma di comunitarismo (come ha sostenuto Costanzo Preve), soltanto che a differenza di un certo comunitarismo americano che vorrebbe ristabilire l&#8217;unit\u00e0 a prescindere dalle differenze sociali, per cui chi non riesce a pagare le bollette dovrebbe sentirsi nella stessa barca di chi riesce a spendere in un fine settimana la paga annuale di un lavoratore, il pensiero marxiano vorrebbe ristabilire la comunit\u00e0 abolendo le diseguaglianze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma \u00e8 possibile abolire del tutto le diseguaglianze di potere, visto che l&#8217;azione collettiva implica la riduzione di tante volont\u00e0 a poche e talvolta a una sola volont\u00e0? E questo riguarda tanto uno Stato, quanto una azienda, o anche una bocciofila. Nessuna societ\u00e0 \u00e8 riuscita finora a farne a meno. Lenin quando, sulla scorta di Kautsky, disse che la coscienza agli operai pu\u00f2 essere portata solo dall&#8217;esterno introdusse un principio organizzativo, alla base dei partiti operai ottocenteschi, che significava una distinzione tra dirigenti e diretti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dunque se non si pu\u00f2 fare a meno dell&#8217;organizzazione, e quindi del potere, allora ragioniamo su che tipo di organizzazione e che tipo di potere. Se \u00e8 un potere che crea ordine e inclusione, oppure un potere che crea esclusione, per dirne una. Gli stessi Marx ed Engels facevano valere, nei confronti degli anarchici, l&#8217;esempio dell&#8217;equipaggio di una nave che deve obbedire come se fosse una sola volont\u00e0 agli ordini del capitano se vuole salvare la pelle in determinati frangenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una ventina di anni fa stavamo costruendo il palco della Festa di Liberazione; siccome ognuno faceva di testa sua si era creata una gran confusione di pezzi, e il palco non si riusciva a mettere su, allora un anziano compagno, probabilmente ex-lavoratore, disse: \u201cQui ci vuole qualcuno che comanda!\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le inevitabili diseguaglianze sociali non sono incompatibili con l&#8217;idea di un&#8217;eguaglianza di base, pari diritto ad una vita dignitosa, pari diritto ad un ruolo attivo nella societ\u00e0, all&#8217;istruzione, alla sanit\u00e0 ecc. concetti che vanno riaffermati, soprattutto di fronte alle mostruose diseguaglianze attuali, causa della disgregazione e disfacimento interno delle societ\u00e0 occidentali, tenendo presente i limiti di tale ideale qualora considerato in modo astratto, ad es. non considerare il merito \u00e8 una forma di ingiustizia (come osserva Aristotele nella Politica), chi si impegna e si dedica con passione al suo lavoro non deve essere considerato allo stesso modo di chi fa il suo lavoro con disinteresse e con il minimo possibile d impegno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8\u00a0interessante notare che l&#8217;ontologizzazione del conflitto si ritrova ugualmente nel versante politico opposto, ovvero quello nazionalista. Heidegger, il cui intero discorso filosofico \u00e8 fondato sull&#8217;identit\u00e0 di essere e nulla, quella formulata nella <em>Scienza della logica<\/em>, come chiarito in <em>Introduzione alla metafisica<\/em> (per questo sono convinto che il pensiero di Heidegger si collochi all&#8217;interno dell&#8217;impero della filosofia hegeliana, per dirla con Gadamer), riconobbe subito il carattere \u201cdialettico\u201d dell&#8217;opposizione amico\/nemico su cui Schmitt fond\u00f2 \u201cil politico\u201d, richiamandosi in una lettera al giurista tedesco del del 22 agosto 1933 al detto di Eraclito secondo cui <em>\u201cpolemos<\/em> \u00e8 il padre di tutte le cose\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;opposizione amico\/nemico \u00e8 una forma ontologizzazione del conflitto in quanto tale coppia \u00e8 fondativa, non \u00e8 un&#8217;opposizione in senso aristotelico, cio\u00e8 tra attributi della sostanza, ma \u00e8 un principio primo che non necessita di dimostrazione. Il suo errore di fondo non \u00e8 il porre l&#8217;esistenza di conflitti nelle relazioni inter-nazionali, i quali realisticamente esistono, anzi il mancato e ipocrita riconoscimento del \u201cnemico legittimo\u201d (<em>justus hostis<\/em>) pu\u00f2 portare a combattere i propri nemici nel nome della pace e della democrazia, ideologia alla base di quell&#8217;interventismo umanitario che porta alla criminalizzazione del nemico e quindi ad una esasperazione del conflitto, come ha messo in luce Danilo Zolo richiamandosi proprio a Schmitt.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ontologizzando il conflitto, esso diventa realt\u00e0 ultima, ma proprio perch\u00e9 esistono nemici nelle relazioni internazionali esistono alleati, le relazioni inter-nazionali consistono tanto nel combattere i propri nemici, quanto nella ricerca di alleati per combattere i nemici . Il conflitto, tanto tra gli individui quanto tra le nazioni, non \u00e8 mai un \u201crapporto a due\u201d, \u00e8 evidente l&#8217;influenza dell&#8217;individualismo liberale, ma \u00e8 sempre un rapporto in cui interviene un \u201cterzo\u201d, chi al di fuori della coppia amico\/nemico pu\u00f2 con il suo intervento determinare il conflitto. (l&#8217;incapacit\u00e0 di concepire il \u201cTerzo\u201d \u00e8 la principale \u201ccorrezione\u201d del \u201cpolemologo\u201d Julien Freund a Schmitt, in realt\u00e0 una vera e propria revisione).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;ontologizzazione del conflitto configura in questo caso una forma di inversione di mezzi e fini, la guerra non \u00e8 continuazione della politica con altri mezzi, ma la politica \u00e8 la continuazione della guerra con altri mezzi. Pace e guerra piuttosto sono gradi tra due estremi quali la completa pacificazione e la guerra totale che mira allo sterminio dell&#8217;avversario, le relazioni inter-nazionali si collocano su una scala, non sono mai completamente pacifiche, e anche durante la guerra aperta vengono mantenute quelle relazioni che alla fine permettono di concludere un accordo e giungere alla pace, mentre durante la pace continuano gli atti ostili non aperti pi\u00f9 o meno lievi (la storia delle relazioni tra gli stati europei nella seconda met\u00e0 del secolo scorso ne \u00e8 piena). Senza una tale concezione \u00e8 impossibile concepire il <em>justus hostis,<\/em> la sua formulazione in effetti \u00e8 contraddizione con l&#8217;opposizione ontologica tra amico\/nemico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In breve, la teoria del \u201cpolitico\u201d schmittiana fu un altro prodotto della strutturale incapacit\u00e0 egemonica tedesca. Senza per questo voler nazificare il grande giurista tedesco, infine lo stesso Hitler si richiama al <em>polemos<\/em> di Eraclito quale \u201cfilosofo militare\u201d (cit. in D. Losurdo, <em>Heidegger e l&#8217;ideologia della guerra<\/em>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Grande merito di Louis Dumont \u00e8 stato mostrare, in <em>Saggi sull&#8217;individualismo<\/em>, come la mentalit\u00e0 social-darwinista di Hitler non fosse una mostruosit\u00e0 sorta da chiss\u00e0 dove, ma il portato di un contesto sociale in cui l&#8217;individualismo ha azzerato ogni senso di identit\u00e0 collettiva, per cui l&#8217;identit\u00e0 collettiva viene ristabilita attraverso un segno esteriore: la razza. La Germania hitleriana sorse da una contesto in cui il liberismo ha trasformato tanto i rapporti individuali che tra gli stati in una \u201clotta per l&#8217;esistenza\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ritornando in conclusione alla questione del conflitto sociale, \u00e8 evidente che non \u00e8 possibile fare un discorso sul conflitto sociale prescindendo dalla sovranit\u00e0 dello Stato, superando quindi le forme di ontologizzazione del conflitto. La sovranit\u00e0 dello Stato \u00e8 la \u201csostanza\u201d che viene prima, in senso onto-logico, del conflitto sociale, infatti le classi sociali possono confliggere quanto vogliono in merito a come distribuire la ricchezza dello Stato, su come distribuire il reddito nei vari settori dello Stato, della sanit\u00e0, del sistema pensionistico, votare questo o quel partito, ma in assenza di sovranit\u00e0 alla fine le decisioni verranno prese altrove.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E questa forse \u00e8 la migliore dimostrazione di quanto sia necessaria una diversa concezione del conflitto sociale, esso va visto all&#8217;interno dello Stato, che sostanzia tali conflitti, mirando ad una sua adeguata e sufficiente sovranit\u00e0, senza la quale le relazioni dinamiche fra classi e gruppi sociali sono desostanziate.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>[fine]<\/em><\/p>\n<p><em><a href=\"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=50914\">Qui<\/a> la prima parte dell&#8217;articolo<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GENNARO SCALA (FSI Bologna) Le radici filosofiche della concezione del conflitto di Marx sono la dialettica hegeliana. 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