{"id":51006,"date":"2019-05-02T11:30:02","date_gmt":"2019-05-02T09:30:02","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51006"},"modified":"2019-05-02T08:02:43","modified_gmt":"2019-05-02T06:02:43","slug":"germania-chi-semina-sfruttamento-raccoglie-crisi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51006","title":{"rendered":"Germania: chi semina sfruttamento raccoglie crisi"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2019\/04\/amleto.png?w=700\" alt=\"amleto\" \/><\/p>\n<p><strong>di CONIARE RIVOLTA<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo la saggezza popolare, l\u2019erba del vicino \u00e8 sempre pi\u00f9 verde. Un caso di scuola di questo luogo comune si d\u00e0 quando si discute della Germania e del suo modello economico. Quale che sia il tema specifico, il sottotesto ci parla sempre della supremazia tedesca dal punto di vista tecnologico, culturale ed economico, un risultato ottenuto a seguito di\u00a0taumaturgiche riforme\u00a0e che permette alla Germania di fare\u00a0da locomotiva\u00a0per la crescita di tutta l\u2019Europa. Se questo \u00e8 il mito, la realt\u00e0 ci offre tuttavia uno spaccato leggermente diverso. Ai racconti di un\u2019economia vitale e rigorosa, che dovrebbe fungere da esempio terapeutico per tutti i Paesi mediterranei, si stanno pian piano sovrapponendo\u00a0cronache pi\u00f9 nefaste:\u00a0la Germania starebbe finendo in recessione. Stando alla lettura dei media, la frenata dell\u2019economia tedesca deriverebbe, da un lato, dal rallentamento della domanda internazionale e, dall\u2019altro, dal \u2018complesso adeguamento dell\u2019industria dell\u2019auto ai pi\u00f9 rigidi standard europei di emissione dei motori diesel\u2019. Come vedremo, per\u00f2, si tratta di una spiegazione parziale e che nasconde le cause pi\u00f9 profonde e sistemiche, che hanno le loro radici in uno scellerato modello di crescita per sua natura insostenibile, basato sulla compressione salariale e sulla disponibilit\u00e0 di altri paesi a continuare comprare le merci prodotte internamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In qualche sobborgo di Wolfsburg sono stivate\u00a0migliaia di auto invendute. Sarebbe facile associare questo fosco scenario semplicemente alle conseguenze dello\u00a0scandalo Dieselgate, che ha coinvolto la celebre casa automobilistica \u2018del popolo\u2019 (sic). Ma la storia non \u00e8 cos\u00ec semplice. Al di l\u00e0 di questo caso \u2018patologico\u2019, il vero problema del modello economico tedesco \u00e8 strutturale e per capirlo \u00e8 necessario fare un passo indietro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La Germania compete internazionalmente sui costi di produzione\u00a0a suon di precariet\u00e0 e delocalizzazioni. Si tratta di un modello di crescita,\u00a0perfettamente coerente con l\u2019attuale architettura dell\u2019Unione Europea, che la Germania persegue da ormai vent\u2019anni\u00a0a colpi di mini-job, con ripercussioni drammatiche sulle classi subalterne. Non si tratta, infatti, di una\u00a0partita tra Germania e resto del mondo, bens\u00ec di un vero e proprio\u00a0scontro di classe senza confini geografici. Da decenni la Germania ci viene spacciata per l\u2019avanguardia dell\u2019efficienza e della competitivit\u00e0, cui si contrappone un\u2019improduttiva periferia europea incapace di adottare un modello di sviluppo \u2018moderno\u2019 come quello tedesco. Il fiore all\u2019occhiello dell\u2019efficienza tedesca sarebbe rappresentato dalla capacit\u00e0 di vendere i propri prodotti sui mercati esteri: dal 1999 ai giorni nostri, la Germania ha in media esportato un ammontare di beni e servizi pari al 40% del proprio PIL (per un raffronto, in Italia lo stesso dato si aggira attorno al 25%). Le ragioni della competitivit\u00e0 tedesca sono facilmente individuabili andando a guardare i differenziali di prezzo: i beni realizzati in Italia, che generalmente non sono di minore qualit\u00e0 di quelli prodotti a Stoccarda o a Monaco (tant\u2019\u00e8 che molta della componentistica dei beni finali\u00a0made in Germany\u00e8 prodotta da aziende italiane), sono diventati dal 1999 ad oggi pi\u00f9 cari del 20% rispetto alle merci tedesche. In breve, il segreto del modello tedesco risiede soprattutto nella capacit\u00e0 di\u00a0produrre le stesse merci a costi minori, con l\u2019ovvio risultato che, mentre la Germania \u00e8 cresciuta grazie alla domanda estera, i Paesi della periferia europea hanno progressivamente perso pezzi pregiati della propria industria, con effetti drammatici sull\u2019occupazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa strategia di crescita \u00e8 frutto di una deliberata scelta di politica economica, definita\u00a0\u2018crescita trainata dalle esportazioni\u2019. Generalmente, i beni prodotti da un\u2019impresa possono essere venduti nel mercato domestico, traducendosi in domanda interna (ossia in consumi delle famiglie, investimenti di altre imprese, oppure acquisti fatti dal settore pubblico), o su quello estero, intercettando la domanda estera (esportazioni verso un soggetto residente in un altro Paese). Nell\u2019implementazione di un modello di crescita fondato sull\u2019export diventa cruciale\u00a0il contenimento dei salari, considerati un mero costo di produzione, al fine di moderare la dinamica dei prezzi e dare linfa (via maggiore competitivit\u00e0) alle vendite all\u2019estero. La conseguente anemia della\u00a0domanda interna\u00a0(indotta da salari stagnanti), combinata alla fissazione di\u00a0prezzi competitivi, obbliga e al tempo stesso permette alle aziende di vendere i proprio prodotti all\u2019estero, intercettando la domanda proveniente da Paesi dove le stesse merci sono generalmente pi\u00f9 care.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come si pu\u00f2 facilmente intuire, questa strategia fondata sulla repressione di salari e domanda interni per stimolare le esportazioni \u2013 una strategia definita in letteratura \u2018mercantilista\u2019 \u2013 presenta degli evidenti limiti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il primo limite \u00e8 che questo modello, per costruzione, facendo leva sulla compressione dei salari,\u00a0distrugge la domanda interna\u00a0di un Paese. Oltre ad avere, quindi, conseguenze sociali particolarmente sgradevoli, in primo luogo per la classe lavoratrice, presenta un naturale elemento di vulnerabilit\u00e0. Se la domanda estera inizia a stagnare (a causa, ad esempio, di una congiuntura economica avversa che coinvolte il resto del mondo), oppure entrano sul palcoscenico mondiale nuovi\u00a0competitor\u00a0ancora pi\u00f9 concorrenziali (come i Paesi emergenti, caratterizzati da un bassissimo costo del lavoro), il Paese che persegue questa strategia finisce per cadere in crisi. Non sorprendentemente, le recenti statistiche ci indicano che la Germania\u00a0sta scivolando in recessione\u00a0perch\u00e9 la crescita del commercio internazionale sta rallentando. Gli ultimi dati sugli ordinativi industriali in Germania\u00a0parlano chiaro: a febbraio 2019, si \u00e8 registrato un -4.2% su base mensile e un -8.4% su base annuale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il secondo limite ha invece a che vedere con la possibilit\u00e0 di generalizzare e replicare questo modello di crescita. Volendo dare credito alle raccomandazioni delle istituzioni internazionali, infatti, questa sarebbe la via maestra, soprattutto per le economie del sud Europa, per uscire dalle sacche della recessione. Non ci vuole molto, per\u00f2, per capire la fallacia di questo ragionamento, poich\u00e9 se qualcuno esporta, qualcun altro deve importare. In altre parole: non tutti i Paesi possono campare di export. Ciononostante, questa rappresenta ormai la ricetta standard, suggerita dall\u2019Unione Europea anche alla periferia europea come\u00a0un modo efficace per uscire dalla crisi. Ci dovremmo quindi tutti imbarcare per questa china, ma questa strategia, oltre ad accrescere povert\u00e0 e sfruttamento, risulterebbe addirittura inutile in termini di esportazioni qualora fosse applicata contestualmente da tutti i Paesi a colpi di svalutazione salariale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ecco il motivo delle auto stivate nelle periferie delle grigie metropoli tedesche: come accade in tutte le fasi di crisi, non c\u2019\u00e8 sufficiente domanda di merci, interna e\/o esterna (nel caso tedesco, sono crollati sia gli ordinativi domestici che quelli esteri, scesi rispettivamente dell\u20191.6% e del 6%). Certo, nelle fasi di depressione economica internazionale, e di conseguente bassa domanda estera, ci sarebbe un modo relativamente semplice per tornare a crescere: sarebbe sufficiente riattivare la domanda interna, ormai agonizzante in quanto falcidiata dal contenimento dei salari (la cui quota sul reddito ha perso circa 3 punti percentuali in vent\u2019anni), ma per farlo occorrerebbe invertire la rotta in cui l\u2019economia tedesca \u00e8 invischiata da ormai due decadi, in cui si \u00e8 assistito alla pressoch\u00e9 totale deregolamentazione del mercato del lavoro e ad una concertazione tra imprese e sindacati tedeschi funzionale alla deflazione salariale. Non in ultimo, occorre sottolineare che nel 2012 la Germania ha raggiunto il pareggio di bilancio e nei cinque anni successivi \u00e8 arrivata ad accumulare un avanzo pubblico (avanzo totale, non solo primario, vedi\u00a0qui\u00a0per una spiegazione delle differenze tra queste due grandezze): in altri termini, anche lo Stato ha contribuito a frenare la domanda interna. Se questa sottrazione di risorse da parte del settore pubblico non ha generato crisi nel recente passato \u00e8 stato solo per effetto di un forte dinamismo dell\u2019export: come i dati di oggi ci indicano, quando l\u2019export cede il contenimento della spesa pubblica rappresenta la ciliegina sulla torta di una strategia completamente suicida.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dalle nostre parti, tuttavia, non si respira un\u2019aria molto diversa: in Italia, le esportazioni sono l\u2019unica componente della domanda che mostra una certa vitalit\u00e0, i consumi interni crollano a causa della stagnazione dei salari, e il processo di riforma del mercato del lavoro \u00e8 in atto dai primi anni \u201890. Per queste ragioni, non bisogna commettere l\u2019errore di individuare il nemico nella Germania, bens\u00ec in un modello di crescita (di cui la Germania \u00e8 solo un esempio di fulgida attuazione, con buona pace dei proletari tedeschi pagati\u00a0un euro all\u2019ora) che promuove precariet\u00e0, disoccupazione, crisi e, di conseguenza,\u00a0redistribuzione del reddito dai salari ai profitti. Queste considerazioni ci portano ancora una volta a riflettere sulla vera natura degli assetti politico-economici delle attuali economie avanzate, dove sulla contrapposizione tra \u2018centro\u2019 e \u2018periferia\u2019 europea si innesta la realt\u00e0 di una societ\u00e0 divisa in classi, in cui la deregolamentazione del mercato del lavoro, combinata alla libera circolazione di merci e capitali, non pu\u00f2 che portare a pressioni a ribasso sul costo del lavoro, con l\u2019unico effetto di spostare ancor pi\u00f9 i rapporti di forza a favore dei capitalisti.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><a href=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/2019\/04\/23\/germania-chi-semina-sfruttamento-raccoglie-crisi\/\">https:\/\/coniarerivolta.org\/2019\/04\/23\/germania-chi-semina-sfruttamento-raccoglie-crisi\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONIARE RIVOLTA &nbsp; Secondo la saggezza popolare, l\u2019erba del vicino \u00e8 sempre pi\u00f9 verde. Un caso di scuola di questo luogo comune si d\u00e0 quando si discute della Germania e del suo modello economico. Quale che sia il tema specifico, il sottotesto ci parla sempre della supremazia tedesca dal punto di vista tecnologico, culturale ed economico, un risultato ottenuto a seguito di\u00a0taumaturgiche riforme\u00a0e che permette alla Germania di fare\u00a0da locomotiva\u00a0per la crescita di tutta&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":89,"featured_media":40187,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[32],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2018\/03\/coniarerivolta.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-dgG","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/51006"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/89"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=51006"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/51006\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":51007,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/51006\/revisions\/51007"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/40187"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=51006"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=51006"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=51006"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}