{"id":51145,"date":"2019-05-08T09:10:49","date_gmt":"2019-05-08T07:10:49","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51145"},"modified":"2019-05-08T07:53:38","modified_gmt":"2019-05-08T05:53:38","slug":"istruzione-e-disoccupazione-chi-non-e-causa-del-suo-mal-non-pianga-se-stesso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51145","title":{"rendered":"Istruzione e disoccupazione: chi non \u00e8 causa del suo mal non pianga se stesso"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2019\/05\/tinder.jpg?w=700\" alt=\"tinder\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>di CONIARE RIVOLTA<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non si fa mai in tempo ad indicare la Luna, che qualche editorialista de Il Sole 24 Ore continua a guardare il dito. Qui per\u00f2 non si tratta di stolti, ma di\u00a0ben educati alfieri del liberismo\u00a0proni e pronti a procurar sciagure ai diseredati. Il tema, nostro malgrado, \u00e8 ben noto: l\u2019atavico problema della disoccupazione che attanaglia l\u2019economia italiana. La risposta della stampa padronale, con minime variazioni sul tema, \u00e8 sempre la stessa: quella sbagliata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Di recente Il Sole 24 Ore ha pubblicato\u00a0l\u2019ennesimo articolo\u00a0in cui\u00a0la colpa della disoccupazione giovanile ricadrebbe ancora una volta sui giovani stessi. Quale sarebbe la loro colpa, nello specifico? Avere scelto\u00a0un percorso di studi non congruo alle richieste del mondo del lavoro. Ad un buon osservatore, potrebbe far gi\u00e0 ridere cos\u00ec. Ma proviamo ad andare con ordine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Qual \u00e8 il paradigma che ispira l\u2019autore del pezzo lo si capisce dalle prime righe: la domanda aggregata non ha alcuna importanza, nel determinare il livello d\u2019occupazione. Detto altrimenti, secondo l\u2019autore per le imprese non \u00e8 rilevante quanta domanda di beni (e servizi) si trovino a dover fronteggiare, nel decidere quante persone assumere. Il problema vero, apparentemente, risiederebbe negli sbagli fatti dai \u2018giovani\u2019 al momento di scegliere quale scuola superiore frequentare o a quale facolt\u00e0 iscriversi: abbiamo pochi studenti che frequentano i corsi di avviamento professionale e troppi che invece si accaniscono nelle inutili lauree umanistiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201cL\u2019Italia ha anche la pi\u00f9 bassa percentuale di laureati in Europa\u201d, afferma anche l\u2019autore, e aggiunge: \u201cquesta scarsit\u00e0 per\u00f2 non si traduce in un vantaggio\u201d. Pare di capire, quindi, che il problema sia che in pochi si iscrivono all\u2019universit\u00e0 e buona parte di quelli che lo fanno si iscrive alla facolt\u00e0 sbagliata. Ad aggiungere la beffa al danno, tra i molti che invece all\u2019universit\u00e0 non ci vanno solamente pochi scelgono scuole utili, cio\u00e8 quelle che idealmente dovrebbero trasformare lo studente in un precoce e spersonalizzato ingranaggio della catena produttiva.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Scorrendo l\u2019articolo, si susseguono una serie di domande retoriche, a cui vengono date risposte controverse e contraddittorie. \u201cCome \u00e8 possibile che i nostri (relativamente pochi) laureati non riescano a soddisfare le esigenze delle imprese?\u201d, si chiede l\u2019autore. La domanda genera per\u00f2 un paradosso che l\u2019autore non sembra cogliere. Ai troppi laureati in discipline umanistiche, che stentano a trovare lavoro poich\u00e9 formati in materie non in linea con le esigenze del mercato, si affiancherebbe un numero esiguo \u2013 a questo punto \u2013 di laureati in facolt\u00e0 tecniche. Questi ultimi per\u00f2 tendono a essere sovra-qualificati rispetto alla posizione lavorativa che si trovano a ricoprire. Come il combinato disposto delle due costatazioni possa far ritenere che la soluzione al problema della disoccupazione risieda in una scelta pi\u00f9 oculata del percorso di studi, non ci \u00e8 dato sapere. Come i giovani possano avere delle responsabilit\u00e0 nel non riuscire a districarsi in questo ginepraio, \u00e8 incomprensibile: da un lato, si sostiene fin dal titolo che esistano lauree inutili; dall\u2019altro, si ammette che i pochi laureati \u2018utili\u2019 non trovino un posto adatto alle loro qualifiche e adeguatamente pagato. Per quale ragione il \u2018giovane\u2019, anche quello desideroso di fare la scelta pi\u00f9 atta a \u201csoddisfare le esigenze delle imprese\u201d, dovrebbe iscriversi alla facolt\u00e0 \u2018giusta\u2019, se questo implica finire a lavorare sottopagati?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma non finisce qui. Parte delle responsabilit\u00e0 viene\u00a0attribuita anche alle famiglie\u00a0che \u201cnella scelta della scuola superiore sono troppo focalizzate su aspetti di breve termine (il gradimento dello studente, l\u2019impegno necessario, la qualit\u00e0 percepita dell\u2019istituto) e troppo poco sugli aspetti di lungo periodo, come le prospettive in termini di mercato del lavoro o accesso all\u2019universit\u00e0\u201d. Dovrebbero, per farla breve, prediligere i cosiddetti\u00a0programmi di vocational training. Questi programmi, la cui introduzione \u00e8 fortemente incentivata dall\u2019Ocse e dalle\u00a0istituzioni europee, rappresentano quello che ai tempi della scuola esplicitamente classista si chiamava avviamento professionale, un\u2019alternativa al percorso scolastico generalista il quale, a differenza del primo, permetteva l\u2019accesso all\u2019universit\u00e0. Nella loro versione contemporanea, i cosiddetti percorsi di istruzione e formazione professionale (IeFP) sono percorsi triennali o quadriennali, finalizzati all\u2019ottenimento di un diploma professionalizzante e strutturati congiuntamente tra le Regioni e le imprese. Prevedono attivit\u00e0 di stage, di laboratorio e di apprendistato:\u00a0una vera e propria\u00a0fabbrica di manodopera\u00a0per le imprese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fa dunque capolino il consueto paragone con la Germania, la quale presenterebbe dei tassi di disoccupazione dei laureati decisamente pi\u00f9 bassi dell\u2019Italia. Ci\u00f2 testimonierebbe come i giovani tedeschi siano in grado di scegliere con pi\u00f9 efficacia il proprio percorso di studio. Andando a guardare i dati Eurostat, tuttavia, possiamo permetterci di avanzare qualche dubbio sull\u2019interpretazione del fenomeno.\u00a0La Germania mostra\u00a0tassi di occupazione sensibilmente pi\u00f9 alti di quelli italiani per qualsiasi classe di istruzione. Nel 2018, il tasso di occupazione per i lavoratori che non hanno pi\u00f9 che la quinta elementare (o l\u2019equivalente tedesco) \u00e8 di quasi 5 punti percentuali pi\u00f9 alto in Germania che in Italia (48,3% vs. 43,8%); 16% in pi\u00f9 tra i diplomati (80% vs. 64%) e 9% tra i laureati (88% vs. 79%). Il quadro \u00e8 variegato e risulta difficile sostenere che in Italia ci sia un problema specifico riguardante i lavoratori maggiormente specializzati, soprattutto volendo collegare questo risultato alla laurea scelta. Tra l\u2019altro, si pu\u00f2 notare come il tasso di occupazione cresca al crescere della qualifica, il che da s\u00e9 fornirebbe un indizio contro la ben nota retorica dello studio che non serve a trovare lavoro e della convenienza nell\u2019intraprendere percorsi di studi superiori professionalizzanti, invece che proseguire con gli studi universitari. Soprattutto, \u00e8 necessario leggere questi dati tenendo conto che il tasso di occupazione complessivo nel 2018 \u00e8 stato in Germania ben 17 punti maggiore di quello Italiano (79,9% vs. 63%) ed \u00e8 quindi necessario, per affrontare il tema della disoccupazione, fare riferimento alla situazione complessiva del mercato del lavoro che, come sappiamo, dipende dalle dinamiche della domanda aggregata: se l\u2019economia tira e c\u2019\u00e8 un\u2019alta domanda di beni e servizi, le imprese assumono per poter produrre quanto viene loro domandato. Voler far passare la situazione sopra descritta come una pura e semplice questione di \u2018qualit\u00e0\u2019 dei giovani che si offrono sul mercato del lavoro invece \u00e8 non solo sbagliato, ma rappresenta bene l\u2019ideologia che anima e arma questa retorica fortemente classista e antistatalista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Proviamo comunque, per un attimo, a prendere sul serio l\u2019argomento proposto dall\u2019autore e pi\u00f9 in generale da questo filone di pensiero. Non ci vuole molto a rendersi conto\u00a0che i dati smentiscono\u00a0in maniera netta questa narrazione, che vede nel\u00a0mismatch\u00a0la principale causa della disoccupazione in Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Facciamo un passo indietro: cosa si intende per\u00a0mismatch\u00a0nel mercato del lavoro? Si parla di\u00a0mismatch\u00a0(o effetto disallineamento) riferendosi a quei casi in cui le imprese vorrebbero assumere pi\u00f9 lavoratori ma non riescono a trovare candidati in linea con le loro esigenze. Per valutare questo fenomeno, in economia, si fa riferimento ai posti vacanti, che sono esattamente le posizioni aperte presso i datori di lavoro che ancora devono essere occupate. Per quanto il\u00a0mismatch\u00a0possa dipendere da fattori tipicamente congiunturali (come le varie fasi del ciclo) o temporanei (quali la c.d. disoccupazione frizionale), i teorici neoliberisti attribuiscono il problema esclusivamente alla rigidit\u00e0 del mercato del lavoro in entrata e in uscita o, nella versione apparentemente pi\u00f9 edulcorata, alla mancata (auto)formazione della classe lavoratrice, che non sarebbe adatta a soddisfare le esigenze del mercato. Bene, andando a guardare i dati, sembrerebbe che il problema riguardi pi\u00f9 la Germania che l\u2019Italia. Il tasso di posti vacanti in Germania, a fine 2018, \u00e8 pari al 3,4%, con un numero di posti vacanti che \u00e8 oscillato tra 1.200.000 e 1.400.000. In Italia, invece, il tasso di posti vacanti \u00e8 pari al 1% e il numero assoluto delle posizioni aperte non occupate \u00e8 di poco superiore a 200.000, a fronte di oltre due milioni di disoccupati.\u00a0Abbiamo gi\u00e0 sottolineato\u00a0come basterebbe questo dato a sgonfiare la retorica della disoccupazione \u2018da offerta\u2019 nel nostro Paese, ma pare che la realt\u00e0, nonostante la sua durezza, non riesca a scalfire l\u2019insormontabile montagna retorica liberista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Anche volendo accettare per assurdo l\u2019interpretazione teorica della disoccupazione da\u00a0mismatch, emergerebbe comunque un problema logico per i sostenitori di questa impostazione. Fingiamo per un momento che davvero da parte delle imprese ci sia questo indomabile e frustrato desiderio di assumere. Come mai gli esperti del giornale di Confindustria non consigliano a queste imprese un semplice rimedio che, all\u2019interno del loro paradigma teorico di riferimento, dovrebbe risultare infallibile? Volendo credere ai meccanismi noti come curve di domanda e offerta di lavoro \u2013 strumenti teorici \u2018volgari\u2019 e\u00a0completamente screditati\u00a0da un punto di vista logico e analitico \u2013 sarebbe sufficiente aumentare a sufficienza i salari in quei settori in cui pi\u00f9 pesa, come dice l\u2019autore, la scarsit\u00e0 di offerta. Questo forse aiuterebbe a risolvere entrambi i presunti problemi che attanaglierebbero l\u2019economia italiana: renderebbe pi\u00f9 appetibili posizioni lavorative che potrebbero essere occupate anche da lavoratori altamente specializzati provenienti dall\u2019estero \u2013 qualora non fossero disponibili in Italia \u2013 e incentiverebbe la scelta di quelle facolt\u00e0 che forgiano le competenze che servono al nostro sistema produttivo. Tuttavia, una curva di domanda decrescente nel salario, che postula cio\u00e8 che ci sia una relazione inversa tra numero di lavoratori richiesti dalle imprese e salario di mercato (al diminuire del salario le imprese assumeranno pi\u00f9 lavoratori e viceversa), sembra esistere solamente quando serve ai padroni, come strumento da brandire per chiedere tagli salariali per far ripartire l\u2019occupazione. L\u2019aumento dei salari, invece, \u00e8 un vero e proprio tab\u00f9. E questo accade nonostante in tale maniera la teoria economica del\u00a0mismatch, che \u00e8 bene ricordarlo \u00e8 un apparato analitico del nemico di classe, perda di coerenza interna. Persino\u00a0Paul Krugman, non certo un economista eterodosso, ma pura espressione di una variante \u201cprogressista\u201d del pensiero economico dominante, ha recentemente criticato l\u2019idea che negli USA esista un problema di disallineamento, asserendo che, se fosse vero, nei settori in cui la scarsit\u00e0 di offerta \u00e8 maggiore si sarebbe dovuto notare un aumento dei salari che in realt\u00e0 non si nota.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A tutto questo si pu\u00f2 aggiungere un altro paradosso: nonostante si sostenga che \u201cl\u2019Italia doppia la Germania per laureati in scienze sociali e in discipline artistiche e umanistiche\u201d, i dati Istat ci dicono che il tasso di posti vacanti nel settore dell\u2019istruzione in Italia \u00e8 superiore alla media di tutta l\u2019economia (1,1% nel terzo trimestre del 2018 e 1,9% nel secondo) e che quindi le discipline umanistiche non sono necessariamente l\u2019anticamera per un futuro di disoccupazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In ogni caso, un quadro cos\u00ec complesso non scalfisce le convinzioni del giornalista del Il Sole 24 Ore, che conclude con le ben note ricette di stampo liberista: sussidiare le imprese, affinch\u00e9 si impegnino \u201cin investimenti che facciano crescere il livello tecnologico delle produzioni, ma soprattutto spingere il pedale dell\u2019acceleratore sull\u2019attrattivit\u00e0 e la comprensione di programmi di\u00a0vocational training, puntando sulla formazione professionale pi\u00f9 efficace e su politiche attive del lavoro\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Scaricare tutto l\u2019onere della disoccupazione su chi \u00e8 disoccupato e cerca lavoro e sulle sue scelte formative assomiglia pi\u00f9 ad un\u2019operazione ideologica, assai lontana da un\u2019analisi seria e verificabile del mercato del lavoro del paese, finalizzata a difendere politiche economiche e del lavoro di stampo liberista, che persistano nell\u2019opera di compressione dei salari e dei diritti del lavoro. N\u00e9 sembra coerente tenere insieme queste tesi e la proclamata necessit\u00e0 di spostare il Paese su una frontiera tecnologica pi\u00f9 alta: come lo si fa in un contesto in cui l\u2019azione e la programmazione pubblica sono impossibili e rappresentati come il male da estirpare? Tra l\u2019altro, proprio questo approccio ha favorito e teorizzato la svendita dell\u2019intero sistema produttivo pubblico, composto dalle imprese pi\u00f9 produttive e innovative del Paese, nella convinzione che un processo di privatizzazione diffusa ci avrebbe garantito un sistema pi\u00f9 efficiente e dinamico, grazie all\u2019intraprendenza del settore privato. Invece, proprio gli investimenti privati, incentivati solo a colpi di tagli dei salari e del costo del lavoro. sono rimasti al palo, non avendo il Paese nessuna prospettiva concreta di crescita, azzoppato com\u2019\u00e8 da tagli continui alla spesa pubblica e da una dinamica dei consumi sfiancata, tra l\u2019altro, da salari da fame.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 chiaro che la soluzione per incamminarsi su un sentiero di crescita occupazionale, che riguardi anche i giovani e tutte le categorie pi\u00f9 svantaggiate, non possa che risiedere su due pilastri: da un lato, su\u00a0un rinnovato stimolo alla domanda aggregata\u00a0da parte dello Stato\u00a0tramite una politica fiscale realmente espansiva; dall\u2019altro su\u00a0un nuovo ciclo di lotte per l\u2019aumento dei salari, che comporti la crescita dei consumi e permetta di combattere la crescente disuguaglianza. Una duplice ricetta che richiede inevitabilmente la riappropriazione di tutti gli strumenti di politica economica, ad oggi\u00a0resi inutilizzabili\u00a0dai trattati europei.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><a href=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/2019\/05\/04\/istruzione-e-disoccupazione-chi-e-causa-del-suo-mal-pianga-se-stesso\/\">https:\/\/coniarerivolta.org\/2019\/05\/04\/istruzione-e-disoccupazione-chi-e-causa-del-suo-mal-pianga-se-stesso\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONIARE RIVOLTA &nbsp; Non si fa mai in tempo ad indicare la Luna, che qualche editorialista de Il Sole 24 Ore continua a guardare il dito. Qui per\u00f2 non si tratta di stolti, ma di\u00a0ben educati alfieri del liberismo\u00a0proni e pronti a procurar sciagure ai diseredati. Il tema, nostro malgrado, \u00e8 ben noto: l\u2019atavico problema della disoccupazione che attanaglia l\u2019economia italiana. 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