{"id":51213,"date":"2019-05-13T09:30:57","date_gmt":"2019-05-13T07:30:57","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51213"},"modified":"2019-05-12T20:41:22","modified_gmt":"2019-05-12T18:41:22","slug":"franco-cfa-tutto-quello-che-avreste-sempre-voluto-sapere-e-non-avete-mai-osato-chiedere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51213","title":{"rendered":"Franco CFA: tutto quello che avreste sempre voluto sapere e non avete mai osato chiedere"},"content":{"rendered":"<p><strong>di MARX XXI (Thomas Fazi)<\/strong><\/p>\n<p><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.marx21.it\/images\/soldi_banconote\/francocfa_mano.jpg\" alt=\"francocfa mano\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Franco CFA. Fino a poco tempo fa queste due parole non avrebbero significato un granch\u00e9 per la maggior parte degli italiani. Oggi, invece, il termine \u00e8 entrato nel dibattito pubblico anche da noi, grazie alle dichiarazioni di alcuni noti politici italiani, che hanno scatenato un\u2019aspra crisi diplomatica tra Roma e Parigi. Dunque, chi segue la cronaca politica sa probabilmente che il franco CFA \u00e8 una valuta utilizzata da una serie di paesi africani e soggetta alla tutela pi\u00f9 o meno esplicita e pi\u00f9 o meno disinteressata \u2013 a seconda dello schieramento del dibattito a cui si \u00e8 scelto di credere \u2013 della Francia. Tuttavia per i pi\u00f9 la questione rimane a dir poco fumosa. Vediamo dunque di fare chiarezza una volta per tutte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tanto per cominciare, quando parliamo di franco CFA, parliamo in realt\u00e0 di due unioni monetarie: la Comunit\u00e0 economica e monetaria dell\u2019Africa centrale (CEMAC), di cui fanno parte il Camerun, il Gabon, il Ciad, la Guinea Equatoriale, la Repubblica Centrafricana e la Repubblica del Congo; e l\u2019Unione economica e monetaria ovest-africana (UEMOA), che comprende il Benin, il Burkina Faso, la Costa d\u2019Avorio, la Guinea-Bissau, il Mali, il Niger, il Senegal e il Togo.<\/p>\n<p>Queste due unioni monetarie usano due franchi CFA distinti, che per\u00f2 condividono lo stesso acronimo: per il franco della zona CEMAC, CFA sta per \u201cCooperazione finanziaria in Africa centrale\u201d, mentre per il franco dell\u2019EUMOA sta per \u201cComunit\u00e0 finanziaria africana\u201d. Ad ogni modo, questi due franchi CFA funzionano esattamente alla stessa maniera e sono ancorati all\u2019euro con la stessa parit\u00e0 di cambio. Insieme a un quindicesimo Stato \u2013 l\u2019Unione delle Comore, che usa un franco distinto ma soggetto alle stesse regole \u2013 formano la cosiddetta \u201czona del franco\u201d. Complessivamente, pi\u00f9 di centosessantadue milioni di persone usano i due franchi CFA (pi\u00f9 il franco delle Comore), secondo i dati ONU del 2015.<\/p>\n<p>Occultato per lungo tempo dal dibattito pubblico \u2013 anche in Francia e persino nei paesi africani interessati \u2013 il franco CFA \u00e8 da qualche tempo al centro di un dibattito sempre pi\u00f9 vivace, anche grazie a libri come\u00a0<a href=\"https:\/\/www.ibs.it\/arma-segreta-della-francia-in-libro-fanny-pigeaud-ndongo-samba-sylla\/e\/9788893255660\">L\u2019arma segreta della Francia in Africa. Una storia del franco CFA<\/a>, della giornalista francese Fanny Pigeaud e dell\u2019economista senegalese Ndongo Samba Sylla, pubblicato l\u2019anno scorso in Francia e uscito da poco anche in Italia. Scrivono gli autori:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per molto tempo, \u00e8 stato fatto di tutto per mantenere il tema del franco CFA e le questioni che lo circondano lontano dal dibattito pubblico, in Francia come in Africa. Male o poco informati, i cittadini non avevano dunque gli strumenti per mettere in discussione il sistema. Tuttavia, da qualche anno a questa parte, il franco CFA ha smesso di essere una questione dibattuta unicamente dagli esperti: \u00e8 uscito dai corridoi delle istituzioni finanziarie per affacciarsi sulle strade e sulle piazze. Oggi \u00e8 oggetto di articoli, manifestazioni, spettacoli televisivi e conferenze nel continente africano e in Francia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Secondo il governo francese, il franco CFA \u00e8 un fattore di integrazione economica e di stabilit\u00e0 monetaria e finanziaria. Per contro, secondo gli oppositori della moneta \u2013 che include numerosissimi economisti e intellettuali africani (e non solo) \u2013 essa rappresenta a tutti gli effetti una forma di \u201cschiavit\u00f9 valutaria\u201d che impedisce lo sviluppo delle economie africane e le tiene asservite agli interessi francesi. Come notano Pigeaud e Sylla, \u00abnegli ultimi anni si sono moltiplicate le voci \u2013 in strada, sui social network, nei circoli intellettuali o artistici \u2013 che chiedono la fine del franco CFA\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Una storia di repressione e violenza<\/strong><\/p>\n<p>Per districarsi in questo complesso dibattito \u2013 e prima di passare ad analizzare il funzionamento del sistema CFA \u2013 \u00e8 necessario partire dalle origini. Il franco CFA \u2013 che originariamente significava \u201cfranco delle colonie francesi d\u2019Africa\u201d \u2013 nasce nel 1945, quando divenne la valuta ufficiale delle colonie francesi in Africa, che fino a quel momento avevano utilizzato il franco francese. In seguito alla guerra, infatti, Parigi fu costretta ad allentare la presa sulle sue colonie africane, che avevano giocato un ruolo decisivo nello sforzo bellico. Secondo le dichiarazioni degli ufficiali francesi, la fine dell\u2019unicit\u00e0 monetaria tra la Francia e i suoi territori africani segnava la \u00abfine del patto coloniale\u00bb. In verit\u00e0, scrivono Pigeaud e Sylla, \u00ab[l]ungi dal segnare la fine del \u201cpatto coloniale\u201d, la nascita del franco CFA favor\u00ec il ripristino di relazioni commerciali molto vantaggiose per la Francia\u00bb. Il franco CFA, infatti, era a tutti gli effetti una creatura francese, emessa e controllata dal ministero delle Finanze francese: la Francia poteva cos\u00ec decidere il valore esterno della valuta \u2013 la sua parit\u00e0 di cambio rispetto al franco francese \u2013 secondo i propri bisogni. E lo dimostr\u00f2 fin da subito, imponendo alle colonie un tasso di cambio fortemente sopravvalutato. Il perch\u00e9 \u00e8 ben spiegato dagli autori:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019economia francese, fortemente indebolita dalla guerra, aveva bisogno di recuperare la sua quota di mercato e di assicurarsi nuovamente la fornitura di materie prime. In questo contesto, un franco CFA sopravvalutato era perfettamente funzionale agli interessi di Parigi. Il fatto che il suo valore fosse superiore a quello del franco metropolitano, infatti, rendeva i prodotti della metropoli pi\u00f9 economici. Questo avrebbe dunque incoraggiato le colonie ad aumentare le loro importazioni dalla Francia continentale. Allo stesso tempo, un franco CFA forte avrebbe avuto l\u2019effetto di aumentare i prezzi dei prodotti delle colonie destinati alle esportazioni e dunque di renderli pi\u00f9 costosi rispetto a quelli dei loro concorrenti in Asia e in America Latina. Dunque, per sbarazzarsi della produzione in eccesso, le colonie avrebbero dovuto rivolgersi alla metropoli. I flussi commerciali delle colonie si sarebbero dunque riorientati a favore della metropoli, che ci avrebbe guadagnato sia in termini di esportazioni che di importazioni, senza dover toccare le proprie riserve valutarie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il vantaggio pi\u00f9 evidente del franco CFA per la Francia, tuttavia, era un altro: poich\u00e9 la valuta era emessa dalla Francia, quest\u2019ultima godeva di un \u00abprivilegio esorbitante\u00bb, secondo la famosa definizione usata nel 1964 da Val\u00e9ry Giscard d\u2019Estaing, l\u2019allora ministro delle Finanze francese, per stigmatizzare l\u2019egemonia del dollaro americano: la possibilit\u00e0 di continuare ad approvvigionarsi delle preziosissime risorse delle colonie a costo zero, di fatto, esattamente come faceva quando le colonie utilizzavano il franco francese. Le finalit\u00e0 del franco CFA, dunque, erano piuttosto diverse da quelle reclamizzate dalla propaganda coloniale francese, rilevano Pigeaud e Sylla, ossia \u00abgarantirsi attraverso di esso il controllo economico dei territori conquistati e facilitare il drenaggio delle loro ricchezze\u00bb verso la Francia.<\/p>\n<p>Fin qui, comunque, nulla di particolarmente fuori dall\u2019ordinario: al tempo era prassi comune per le potenze coloniali imporre alle proprie colonie forme pi\u00f9 o meno esplicite di sudditanza monetaria. Il vero colpo da maestro la Francia lo realizz\u00f2 a partire dalla fine degli anni Cinquanta, cio\u00e8 da quando prese il via il processo di decolonizzazione del continente africano, che preannunciava la graduale disintegrazione degli imperi coloniali di Gran Bretagna, Belgio, Spagna, Portogallo e Francia e delle loro rispettive aree valutarie. E infatti cos\u00ec fu per quasi tutti gli imperi in questione: man mano che le loro ex colonie divennero indipendenti, infatti, queste adottarono tutte delle valute nazionali.<\/p>\n<p>L\u2019unica eccezione alla regola fu l\u2019impero coloniale francese: la Francia, infatti, \u00e8 l\u2019unica ex potenza coloniale ad essere riuscita a mantenere intatta la sua zona monetaria in Africa anche in seguito al processo di decolonizzazione, cio\u00e8 alla conquista ufficiale da parte dei paesi africani della loro indipendenza formale (fatta eccezione per il Marocco, la Tunisia e l\u2019Algeria, che si dotarono subito di una loro moneta nazionale). E lo ha fatto ricorrendo a tutti gli strumenti di pressione a sua disposizione: dalla diplomazia alla corruzione, dalla destabilizzazione economica alla violenza.<\/p>\n<p>Il primo passo fu costringere i futuri Stati a firmare una lunga lista di cosiddetti \u201caccordi di cooperazione\u201d prima di concedere loro \u201cl\u2019indipendenza\u201d. In base a questi accordi, i nuovi Stati furono obbligati ad affidare allo Stato francese la gestione di praticamente tutti i settori chiave dell\u2019economia (e non solo): la politica estera, la difesa, il commercio e lo sfruttamento di materie prime e prodotti strategici, la valuta, la finanza, l\u2019istruzione superiore, la marina mercantile, l\u2019aviazione civile ecc. In questo modo, scrivono Pigeaud e Sylla, \u00abla Francia si garantiva la perpetuazione del suo \u201cdiritto naturale\u201d sulle ex colonie e sulle loro risorse\u00bb. Pierre Villon, deputato comunista francese, not\u00f2 come nel campo economico, monetario e finanziario gli accordi tendessero \u00aba limitare nella pratica una sovranit\u00e0 riconosciuta dalla legge\u00bb. Il cuore di questo dispositivo \u2013 fondato sul riconoscimento alle ex colonie di diritti formali di cui gli veniva impedito di godere nella pratica \u2013 era la moneta. Tutti gli accordi in questione, infatti, confermavano l\u2019appartenenza dei nuovi Stati all\u2019unione monetaria della zona del franco.<\/p>\n<p>Per capire perch\u00e9 i neonati Stati africani accettarono delle limitazioni cos\u00ec pesanti alla sovranit\u00e0 appena conquistata, \u00e8 necessario comprendere il rapporto di sudditanza \u2013 innanzitutto psicologica \u2013 nei confronti della Francia instauratosi nel corso di decenni di \u201ctutela\u201d coloniale e di gestione eterodiretta dei loro affari. \u00c8 perfettamente comprensibile che uno Stato che emerga da una situazione di questo tipo ritenga di non essere in grado di gestire autonomamente i propri affari. Se oggi, dopo vent\u2019anni di moneta unica, osserviamo una dinamica di questo tipo persino in un paese come l\u2019Italia \u2013 una delle prime dieci economie al mondo \u2013, figurarsi in degli Stati agricoli o comunque estremamente sottosviluppati quali erano le ex colonie in questione all\u2019indomani dell\u2019indipendenza.<\/p>\n<p>Tuttavia, le ribellioni nei confronti del sistema CFA non si fecero attendere. E neanche le rappresaglie della Francia. Negli anni successivi all\u2019indipendenza \u2013 soprattutto tra gli anni Sessanta e Settanta \u2013, diversi paesi tentarono di abbandonare il sistema CFA, ma in pochi ce la fecero. Come scrivono Pigeaud e Sylla, la Francia \u00abfece di tutto per scoraggiare quegli Stati che intendevano uscire dal CFA. Intimidazioni, operazioni di destabilizzazione e perfino assassinii e colpi di Stato contraddistinsero questo periodo, a testimonianza dei rapporti di forza permanenti e diseguali su cui si basavano \u2013 e si basano tutt\u2019oggi \u2013 le relazioni tra la Francia e i suoi \u201cpartner\u201d in Africa\u00bb.<\/p>\n<p>Il caso della Guinea \u00e8 esemplare. L\u20191 marzo del 1960, di fronte all\u2019indisponibilit\u00e0 di Parigi di allentare le regole del sistema CFA, la Guinea \u2013 che aveva preparato tutta l\u2019operazione in segreto \u2013 lanci\u00f2 una propria moneta nazionale, il franco guineano, e abbandon\u00f2 la zona del franco. Poco tempo prima, Ahmed S\u00e9kou Tour\u00e9, deputato dell\u2019Assemblea nazionale francese e vicepresidente del Consiglio governativo della Guinea, si era espresso cos\u00ec di fronte a nientedimeno che il generale De Gaulle: \u00abNoi non ci arrenderemo e non rinunceremo mai al nostro diritto legittimo e naturale all\u2019indipendenza. Preferiamo essere poveri in libert\u00e0 che ricchi nella schiavit\u00f9\u00bb.<\/p>\n<p>La reazione di Parigi alla fuoriuscita della Guinea dal sistema CFA ha dell\u2019incredibile. Nei mesi successivi, la Francia fece di tutto per isolare e destabilizzare la Guinea e per rendere S\u00e9kou Tour\u00e9 \u00abvulnerabile\u00bb e \u00abimpopolare\u00bb. L\u2019operazione fu orchestrata dal Servizio di documentazione estera e di controspionaggio (SDECE), con la complicit\u00e0 attiva dei presidenti del Senegal e della Costa d\u2019Avorio, L\u00e9opold S\u00e9dar Senghor e F\u00e9lix Houphou\u00ebt-Boigny. Come avrebbe raccontato qualche decennio pi\u00f9 tardi Maurice Robert, direttore della sezione africana dello SDECE, la Francia lanci\u00f2 una serie di operazioni armate sfruttando mercenari locali, \u00abcon l\u2019obiettivo di sviluppare un clima di insicurezza e, se possibile, rovesciare S\u00e9kou Tour\u00e9\u00bb.<\/p>\n<p>Lo SDECE lanci\u00f2 anche una serie di attacchi economici contro il paese. Uno di questi, che faceva parte di un\u2019operazione di destabilizzazione nota come \u201cPersil\u201d, fu particolarmente perverso: esso consistette nella produzione, per mezzo delle tipografie dello SDECE, di banconote guineane false, che furono poi riversate in massa nel paese. Il risultato fu un drammatico aumento dell\u2019inflazione e il crollo dell\u2019economia guineana. Nonostante i vari tentativi di destabilizzazione da parte della Francia, per\u00f2, la Guinea mantenne comunque la sua moneta e tutt\u2019ora rimane al di fuori della zona del franco. La Francia riusc\u00ec comunque nel suo intento: trasformare la Guinea in uno \u201cStato fallito\u201d che fungesse da spauracchio agli occhi degli altri paesi che avessero accarezzato l\u2019idea di abbandonare il franco CFA.<\/p>\n<p>Una sorte simile tocc\u00f2 al Mali. Anch\u2019esso, dopo che le sue richieste di riforma del sistema CFA rimasero inascoltate, abbandon\u00f2 la zona del franco nel 1962. Successivamente al lancio del franco maliano, la Francia fece pressione sugli altri Stati membri dell\u2019UMOA \u2013 l\u2019unione monetaria di cui faceva parte il Mali \u2013 perch\u00e9 adottassero subito una serie di misure per limitare il commercio con il Mali, un paese senza sbocchi sul mare, il che contribu\u00ec a deprezzarne fortemente la moneta. Il paese si trov\u00f2 rapidamente in difficolt\u00e0. Nel 1967, il Mali si vide costretto a rientrare nella zona del franco. L\u2019anno successivo, un colpo di Stato militare guidato da un ex legionario francese rovesci\u00f2 il governo in carica. Fine della storia.<\/p>\n<p>Come detto, la Francia non si limit\u00f2 a ricorrere a forme di pressione economica e diplomatica. Il 12 dicembre del 1962, il neoeletto presidente del Togo, Sylvanus Olympio, promulg\u00f2 una legge che annunciava l\u2019imminente lancio di una moneta nazionale, il franco togolese. Ma questo non avrebbe mai visto la luce: il 13 gennaio del 1963, Sylvanus Olympio venne ucciso a colpi di arma da fuoco, in circostanze mai chiarite. Pochi giorni dopo, il suo posto fu preso da un fedele alleato della Francia, che in poco tempo firm\u00f2 otto \u201caccordi di cooperazione\u201d con la Francia, incluso un \u201caccordo di cooperazione in materia economica, monetaria e finanziaria\u201d che stabiliva che il Togo sarebbe rimasto nella zona del franco e avrebbe mantenuto il franco CFA. Fine della storia.<\/p>\n<p>La stessa sorte tocc\u00f2 negli anni Ottana al famoso rivoluzionario burkinab\u00e9 Thomas Sankara, salito al potere nell\u2019allora Alto Volta (ribattezzato Burkina Faso) nel 1983. Anche lui era determinato ad ottenere l\u2019indipendenza monetaria per il suo paese. Nel 1985 dichiar\u00f2: \u00abPossiamo affermare che il franco CFA, poich\u00e9 \u00e8 legato al sistema monetario francese, \u00e8 un\u2019arma per la dominazione degli africani. L\u2019economia francese, e dunque la borghesia mercantile capitalista francese, ha costruito la sua fortuna sulle spalle dei nostri popoli attraverso questo legame, questo monopolio monetario. Questo \u00e8 il motivo per cui il Burkina si sta battendo per porre fine a questa situazione attraverso la lotta del nostro popolo per costruire un\u2019economia indipendente e autosufficiente\u00bb. Come Sylvanus Olympio vent\u2019anni prima, per\u00f2, neanche Thomas Sankara fu in grado di completare il suo progetto: venne assassinato il 15 ottobre del 1987. Uno dei principali sospettati di questo omicidio \u2013 per il quale non si \u00e8 mai svolto alcun processo \u2013 \u00e8 il suo successore ed ex compagno d\u2019armi Blaise Compaor\u00e9. Quest\u2019ultimo, che sarebbe rimasto al potere fino al 2014, non ha mai contestato l\u2019esistenza del franco CFA e ha mantenuto legami molto stretti con la Francia.<\/p>\n<p>Questa lunga di scia di violenza e repressione ci aiuta a capire come la Francia sia \u00abl\u2019unico paese al mondo a essere riuscito nella straordinaria impresa di far circolare la sua moneta, e solo la sua moneta, in paesi politicamente liberi\u00bb, come osserv\u00f2 l\u2019economista camerunense Joseph Tchundjang Pouemi nel 1980. Fatta questa necessaria disamina storica \u2013 utile a comprendere come l\u2019adesione \u201cvolontaria\u201d degli Stati africani al sistema CFA poi cos\u00ec volontaria non sia \u2013 possiamo ora passare ad analizzare il \u201cmeccanismo diabolico\u201d che sottende il franco CFA.<\/p>\n<p><strong>Il \u201cmeccanismo diabolico\u201d del franco CFA<\/strong><\/p>\n<p>Oggi Parigi afferma che il franco CFA \u00e8 diventato una \u201cmoneta africana\u201d gestita dagli africani. Verso la fine degli anni Settanta, infatti, in un processo che assunse il nome di \u201cafricanizzazione\u201d della zona del franco, i quartieri generali delle banche centrali delle due unioni monetarie \u2013 la BEAC (Banca degli Stati dell\u2019Africa centrale), l\u2019istituto di emissione dell\u2019UEMOA, e la BCEAO (Banca centrale degli Stati dell\u2019Africa occidentale), l\u2019istituto di emissione della CEMAC \u2013 furono trasferiti nel continente africano. Inoltre, la rappresentanza francese nei consigli d\u2019amministrazione delle banche centrali fu rivista al ribasso. Come notano Pigeaud e Sylla, per\u00f2, a prescindere da questi cambiamenti di facciata, \u00ab[i]l sistema \u00e8 cambiato cos\u00ec poco che all\u2019\u201cunicit\u00e0 monetaria\u201d prevalente durante il periodo coloniale se ne \u00e8 semplicemente sostituita un\u2019altra\u00bb: i cosiddetti quattro princ\u00ecpi fondamentali della zona del franco, che permettono ancora oggi alla Francia di esercitare un controllo pressoch\u00e9 assoluto sul sistema CFA, sebbene il paese non possieda pi\u00f9 il franco francese da vent\u2019anni: in occasione dell\u2019adozione dell\u2019euro, infatti, la Francia diede un\u2019altra grande prova di abilit\u00e0 diplomatica, riuscendo a ottenere che la gestione del sistema CFA rimanesse di sua competenza esclusiva, senza che l\u2019Unione europea e gli altri Stati membri potessero esercitare alcun diritto di controllo. Il risultato \u00e8 che \u00ab[l]o spirito e la funzione del dispositivo su cui poggia questa creazione coloniale rimangono gli stessi di quando fu creato nel 1945\u00bb.<\/p>\n<p>I quattro princ\u00ecpi in questione sono\u00a0<em>il cambio fisso<\/em>\u00a0(cio\u00e8 l\u2019ancoraggio dei franci CFA prima al franco francese e oggi all\u2019euro);\u00a0<em>la libert\u00e0 di movimento dei capitali<\/em>, in particolare tra i paesi africani e la Francia;\u00a0<em>la convertibilit\u00e0 illimitata<\/em>\u00a0dei franchi CFA con l\u2019euro ma non con le altre valute, per cui ogni pagamento estero effettuato in franchi CFA deve essere prima convertito in euro passando per Parigi; e, in ultimo,\u00a0<em>la centralizzazione delle riserve valutarie<\/em>. I vantaggi che la Francia ricava dai quattro princ\u00ecpi alla base del sistema CFA sono innumerevoli. \u00abPi\u00f9 che una semplice moneta\u00bb, scrivono gli autori, \u00abil franco CFA consente alla Francia di gestire i suoi rapporti economici, monetari, finanziari e politici con alcune delle sue ex colonie secondo una logica funzionale ai suoi interessi\u00bb. Nei fatti, per esempio, in virt\u00f9 del suo ancoraggio nelle istituzioni della zona del franco, \u00e8 Parigi a determinare il valore esterno dei franchi CFA, cio\u00e8 il loro tasso di cambio, \u00abspesso senza nemmeno informare preventivamente gli Stati interessati\u00bb. Era il 1994 quando la Francia decise, contro la volont\u00e0 degli Stati africani, di svalutare del 50 per cento i franchi CFA. Lo stesso\u00a0accadde con la transizione dal franco francese all\u2019euro, avvenuta l\u20191 gennaio del 1999. Inoltre, grazie al libero movimento dei capitali, le imprese francesi possono \u201cprivatizzare\u201d i\u00a0profitti realizzati in Africa rimpatriandoli in Francia piuttosto che investirli nello sviluppo locale.<\/p>\n<p>Ma la vera chiave di volta del sistema CFA \u00e8 rappresentata dalla centralizzazione delle riserve valutarie: le banche centrali della zona del franco \u2013 la BEAC e la BCEAO \u2013 devono depositare una parte delle loro riserve in valuta estera in Francia, in dei cosiddetti \u201cconti operativi\u201d che detengono presso il Tesoro francese. All\u2019indomani dell\u2019indipendenza, questo obbligo riguardava la quasi totalit\u00e0 delle loro riserve valutarie; oggi questa percentuale \u00e8 stata ridotta al 50 per cento per la BEAC e al 65 per cento per la BCEAO. Questi conti operativi sono dei conti correnti denominati in euro. Sono regolarmente accreditati e addebitati in base ai flussi in entrata e in uscita dei paesi africani che appartengono alla zona del franco. Il meccanismo di fondo del sistema \u00e8 relativamente semplice: se l\u2019economia ivoriana esporta in Francia cacao per un valore di 400 milioni di euro, questa somma viene accreditata sul conto operativo della BCEAO: \u00ab+400 milioni di euro\u00bb. Per contro, se importa dall\u2019area euro attrezzature per un valore di 400 milioni di euro, il conto operativo viene addebitato per il medesimo importo: \u00ab-400 milioni di euro\u00bb.<\/p>\n<p>In teoria, la centralizzazione delle riserve sarebbe la contropartita della garanzia di convertibilit\u00e0 illimitata offerta \u2013 sulla carta \u2013 dalla Francia ai paesi della zona del franco. Questa garanzia prevede che in caso di carenza di valuta estera, il Tesoro francese \u00e8 tenuto a concedere un anticipo alle banche centrali della zona del franco per evitare una svalutazione dei franchi CFA. Ma si tratta di una garanzia perlopi\u00f9 fasulla. Parigi, infatti, ha introdotto delle regole stringenti che rendono improbabile l\u2019insorgere di una situazione da \u201czero riserve valutarie\u201d (tra cui una serie di meccanismi automatici che scattano in caso di scarsit\u00e0 di riserve). A ben vedere, come notano Pigeaud e Sylla, non \u00e8 la Francia a garantire la convertibilit\u00e0; sono piuttosto le riserve dei grandi paesi esportatori, come la Costa d\u2019Avorio e il Camerun, a compensare la scarsit\u00e0 di riserve di paesi come la Repubblica Centrafricana e il Togo, che hanno meno risorse.<\/p>\n<p>Non a caso, i conti operativi delle banche centrali della zona del franco sono in attivo praticamente da sempre (a parte un breve periodo in cui sono andati a debito tra la fine degli anni Ottanta e l\u2019inizio degli anni Novanta). Come se non bastasse, se \u00e8 vero che quando i conti sono in attivo il Tesoro francese versa degli interessi alle banche centrali della zona del franco, \u00e8 altrettanto vero che parliamo di tassi irrisori. Al punto che tra il 2010 e il 2013 queste hanno ricevuto dal Tesoro francese interessi reali negativi, essendo il tasso di prestito marginale della BCE, nello stesso periodo, inferiore al tasso di inflazione nell\u2019area dell\u2019euro. Ci\u00f2 significa che hanno perso denaro e che anzi \u00abhanno pagato il Tesoro francese per tenere le loro \u201cvalute\u201d\u00bb, come disse Joseph Tchundjang Pouemi. Oltre al danno la beffa.<\/p>\n<p>Ma il vero \u201cprivilegio esorbitante\u201d che la Francia trae dal sistema dei conti operativi \u00e8 un altro. Grazie ad esso, come spiegano Pigeaud e Sylla, \u00abla Banca di Francia non ha bisogno di reperire dollari quando un importatore francese acquista del cotone burkinab\u00e9 del valore, per esempio, di 1 milione di dollari. Piuttosto, attraverso una semplice scrittura contabile, si limita ad accreditare l\u2019equivalente in euro di questo milione di dollari sul conto operativo della BCEAO. Questo offre alla Francia un grande privilegio: quello di pagare le proprie importazioni dalla zona del franco con la propria moneta (prima il franco, ora l\u2019euro), senza avere bisogno di passare per altre valute\u00bb. Stiamo parlando di un ampio ventaglio di risorse agricole, forestali, minerarie ed energetiche, tra cui l\u2019uranio, di cruciale importanza per l\u2019economia francese. In breve, scrivono gli autori, \u00abil franco CFA continua la sua missione originaria, cio\u00e8 quella di servire gli interessi economici della Francia. Ci\u00f2 non dovrebbe sorprendere: esso \u00e8 stato creato per questo scopo e dalla sua nascita non ha mai sub\u00ecto modifiche sostanziali. I due principali beneficiari continuano a essere lo Stato francese e le multinazionali francesi, i cui interessi sono strettamente legati\u00bb.<\/p>\n<p><strong>Un ostacolo allo sviluppo<\/strong><\/p>\n<p>E che dire dei presunti benefici che il sistema CFA arrecherebbe agli Stati africani che ne fanno parte? Secondo i suoi difensori, il franco CFA avrebbe favorito lo sviluppo economico dei paesi che ne fanno parte, facilitando \u00abl\u2019integrazione economica regionale\u00bb e offrendo una \u00abstabilit\u00e0 macroeconomica\u00bb che ne favorisce l\u2019attrattivit\u00e0. In realt\u00e0, scrivono Pigeaud e Sylla, il sistema CFA infligge \u00abquattro importanti handicap\u00bb ai paesi che ne fanno parte.<\/p>\n<p>I primi due handicap sono ovviamente, il tasso di cambio fisso e l\u2019ancoraggio delle valute locali all\u2019euro. Come \u00e8 noto, un paese che anc\u00f3ra la propria moneta a un\u2019altra non pu\u00f2 avere una politica monetaria autonoma. L\u2019UEMOA e la CEMAC, due unioni valutarie composte principalmente da paesi poveri, sono di fatto subordinate alla politica monetaria di un\u2019altra unione valutaria, la zona euro, che riunisce paesi ricchi con priorit\u00e0 e bisogni totalmente diversi. Le conseguenze di ci\u00f2 sono state ben spiegate dal premio Nobel per l\u2019economia Robert Mundell nel 1997:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se un piccolo paese fissa unilateralmente la propria valuta a un vicino pi\u00f9 grande, in realt\u00e0 sta trasferendo la propria sovranit\u00e0 in termini di politica economica a quel vicino pi\u00f9 grande. Questo paese perde la propria sovranit\u00e0 perch\u00e9 non controlla pi\u00f9 il proprio destino monetario; il paese pi\u00f9 grande, invece, guadagna sovranit\u00e0 perch\u00e9 gestisce un\u2019area valutaria pi\u00f9 ampia e guadagna un maggiore \u201cpeso\u201d nel sistema monetario internazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Inoltre, come nell\u2019eurozona sappiamo fin troppo bene, il cambio fisso significa che<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">i quindici paesi membri della zona del franco, presi individualmente, non hanno la possibilit\u00e0 di utilizzare il tasso di cambio per ammortizzare gli shock che colpiscono l\u2019economia o per migliorare la competitivit\u00e0 di prezzo dei prodotti locali. E questo in un continente in cui gli shock \u2013 politici (colpi di Stato, guerre, tensioni sociali ecc.), climatici (variazioni pluviometriche, siccit\u00e0, inondazioni ecc.) ed economici (volatilit\u00e0 dei prezzi dei prodotti primari, dei tassi di interesse del debito estero, dei flussi di capitale ecc.) \u2013 sono all\u2019ordine del giorno. Per far fronte a degli shock avversi, dunque, i paesi del franco hanno un\u2019unica soluzione, in assenza di trasferimenti di bilancio: la \u201csvalutazione interna\u201d, cio\u00e8 un adeguamento dei prezzi interni che passa attraverso la riduzione dei redditi da lavoro e della spesa pubblica, l\u2019aumento delle imposte e infine il declino dell\u2019attivit\u00e0 economica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sono le stesse statistiche dell\u2019FMI a confermare come il tasso di cambio fisso si sia rivelata una scelta funesta per i paesi africani: dal 2000, i paesi dell\u2019Africa subsahariana che operano in un regime di cambio fisso hanno registrato una crescita economica che va da 1 a 2 punti in meno rispetto ai paesi con un tasso di cambio flessibile. Questo scarto \u00e8 dovuto in particolare \u00aballa minore crescita dei paesi membri della zona del franco\u00bb, afferma il Fondo monetario.<\/p>\n<p>Da questi primi due handicap discende il terzo handicap della zona del franco: il sottofinanziamento delle economie della zona del franco. Al fine di evitare una caduta duratura del livello delle loro attivit\u00e0 estere, che metterebbe a repentaglio la parit\u00e0 fissa, le banche centrali della zona del franco devono infatti limitare la crescita del credito interno (il volume di prestiti bancari messi a disposizione di governi, imprese e famiglie). Inoltre, dal 1999, i paesi della zona del franco sono soggetti agli stessi vincoli di bilancio dei paesi dell\u2019eurozona in termini di deficit e di debito pubblico, nonch\u00e9, ovviamente, al divieto di finanziamento monetario degli Stati.<\/p>\n<p>\u00abIl franco CFA svolge unicamente una funzione di stabilizzazione e non svolge alcun ruolo attivo nell\u2019economia\u00bb, ha osservato l\u2019economista Makhtar Diouf nel 2002. Una delle conseguenze \u00e8 che i paesi africani devono rivolgersi all\u2019estero \u2013 spesso e volentieri alla Francia stessa \u2013 se vogliono finanziare il proprio sviluppo, contraendo prestiti in valuta estera a tassi molto onerosi. Il meccanismo, dunque, non fa che stringere il cappio del debito estero che attanaglia i paesi africani, con tutto il dramma umano che ne consegue. Come riportano Pigeaud e Sylla, \u00abogni dollaro speso in Africa per il servizio del debito si traduce in una riduzione del 29 per cento del bilancio sanitario (che, in termini pi\u00f9 tragici, pu\u00f2 essere tradotto economicamente come segue: ogni 140.000 dollari destinati al servizio del debito, un bambino muore)\u00bb.<\/p>\n<p>Questo debole finanziamento delle economie penalizza chiaramente la crescita economica, cosa che ammettono anche economisti favorevoli al franco CFA come Sylviane Guillaumont Jeanneney: \u00abLa debole crescita dell\u2019UEMOA \u00e8 in parte spiegata da un tasso di investimento inferiore rispetto ad altre regioni dell\u2019Africa\u00bb. L\u2019economista senegalese Demba Moussa Demb\u00e9l\u00e9, critico del sistema CFA, \u00e8 pi\u00f9 severo. A causa della parit\u00e0 fissa e della politica restrittiva della BCEAO, spiega, \u00absiamo soggetti agli imperativi della Banca centrale europea, che \u00e8 ossessionata dalla disciplina fiscale e dalla lotta contro l\u2019inflazione, mentre le priorit\u00e0 dei nostri paesi sottosviluppati dovrebbero essere l\u2019occupazione, gli investimenti in capacit\u00e0 produttiva, la creazione di infrastrutture. Ci\u00f2 implica una maggiore distribuzione del credito al settore privato e al settore pubblico\u00bb. L\u2019economista togolese Kako Nubukpo condivide questo punto di vista: \u00abNon pu\u00f2 esserci sviluppo senza credito, e una maggiore inflazione incoraggerebbe gli investimenti. C\u2019\u00e8 una contraddizione tra il discorso sullo sviluppo, che richiede finanziamenti significativi, e il sistema del franco CFA. Le nostre politiche monetarie non tengono conto dell\u2019obiettivo di crescita\u00bb.<\/p>\n<p>Questa politica estremamente restrittiva viene spesso giustificata col fatto che la creazione di moneta nei paesi poveri che importano quasi tutto dall\u2019estero rischia di esaurire le loro riserve valutarie e quindi di ridurre ulteriormente il valore delle loro valute. Ma la realt\u00e0, notano gli autori, \u00e8 che molti paesi africani importano grandi quantit\u00e0 di prodotti alimentari che potrebbero produrre localmente. Quello che manca, il pi\u00f9 delle volte, sono i mezzi finanziari per sviluppare i loro sistemi agricoli e la protezione commerciale contro le importazioni straniere. In questo senso, se i paesi africani finanziassero lo sviluppo della propria agricoltura, non ridurrebbero le loro riserve valutarie, ma, al contrario, risparmierebbero denaro. Purtroppo il sistema CFA impedisce qualunque politica di mobilitazione delle risorse interne.<\/p>\n<p>Infine, l\u2019ultimo handicap: la libert\u00e0 di movimento di movimento dei capitali. Si tratta, scrivono Pigeaud e Sylla, di \u00abun fattore che ostacola considerevolmente lo sviluppo dei paesi interessati, traducendosi il pi\u00f9 delle volte in un dissanguamento finanziario che, per certi versi, ricorda quello dell\u2019economia della tratta degli schiavi. Quando settori economici fondamentali sono sotto il controllo del capitale straniero, come \u00e8 il caso nella maggior parte dei paesi della zona del franco, la libert\u00e0 di movimento dei capitali agisce come un meccanismo di drenaggio delle risorse africane verso il resto del mondo: un\u2019autorizzazione al saccheggio\u00bb. Questo fenomeno \u00e8 osservabile soprattutto nei paesi maggiormente dotati di risorse naturali: Costa d\u2019Avorio, Camerun, Congo, Gabon e Guinea Equatoriale. Basti pensare che tra il 2000 e il 2009 i trasferimenti netti di reddito verso il resto del mondo \u2013 che includono i profitti e i dividendi delle multinazionali operanti in quei paesi \u2013 ammontavano all\u2019incirca al 43 per cento del PIL per la Guinea Equatoriale e al 30 per cento del PIL per il Congo.<\/p>\n<p>Il risultato di questi \u201cquattro handicap\u201d \u00e8 che, sebbene alcuni paesi della zona del franco (soprattutto quelli pi\u00f9 ricchi di materie prime) abbiano registrato un tasso di crescita annuo del PIL piuttosto poderoso negli ultimi anni, un\u2019analisi delle statistiche a lungo termine dimostra che il PIL reale pro capite \u2013 o \u201creddito medio\u201d \u2013 della maggior parte dei paesi della zona del franco \u00e8 pari o inferiore (in alcuni casi di un terzo o di quarto) a quello registrato negli anni Settanta o Sessanta. Anche un\u2019analisi degli indicatori relativi alla salute e all\u2019istruzione conferma la conclusione secondo cui il progresso socioeconomico nella zona del franco \u00e8 stato decisamente limitato: 12 dei 15 Stati africani della zona del franco sono classificati tra i \u201cpaesi a basso sviluppo umano\u201d, l\u2019ultima categoria dell\u2019indice di sviluppo umano (HDI, Human Development Index) sviluppato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo e basato sul reddito nazionale lordo pro capite, l\u2019aspettativa di vita alla nascita e il livello di scolarizzazione. Nel 2015, gli ultimi quattro posti nella classifica HDI sono andati al Burkina Faso, al Ciad, al Niger e alla Repubblica Centrafricana, tutti paesi che appartengono alla zona del franco. Inoltre, dieci Stati della zona del franco fanno parte di quelli che le Nazioni Unite chiamano i \u201cpaesi meno sviluppati\u201d, cio\u00e8 paesi la cui popolazione \u00e8, in linea di principio, inferiore a settantacinque milioni di abitanti, che hanno un reddito nazionale lordo pro capite basso, un basso livello di sviluppo umano e un\u2019elevata vulnerabilit\u00e0 economica.<\/p>\n<p>\u00abOvviamente, il franco CFA non \u00e8 l\u2019unica causa di questo sottosviluppo generale e altri paesi africani non se la sono necessariamente \u201ccavata meglio\u201d\u00bb, notano Pigeaud e Sylla. \u00abMa \u00e8 indiscutibile che l\u2019argomento secondo cui il franco CFA abbia \u201cfavorito\u201d la crescita e lo sviluppo \u00e8 falso\u00bb:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In tutti i paesi in cui circolano i franchi CFA e delle Comore, il sottosviluppo del potenziale umano e delle capacit\u00e0 produttive \u00e8 la norma. Il sistema CFA non ha stimolato n\u00e9 l\u2019integrazione commerciale tra i suoi membri, n\u00e9 il loro sviluppo economico, n\u00e9 la loro attrattivit\u00e0 economica. Al contrario, ha privato gli Stati interessati della possibilit\u00e0 di condurre una politica monetaria autonoma, ha paralizzato le dinamiche produttive attraverso la limitazione dei crediti bancari, ha penalizzato la competitivit\u00e0 dei prezzi delle produzioni locali attraverso tassi di cambio strutturalmente sopravvalutati e ha facilitato forme di dissanguamento finanziario destabilizzanti e molto costose sul piano sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Le conseguenze politiche della privazione di sovranit\u00e0 monetaria<\/strong><\/p>\n<p>Alla luce di quanto detto fin qui, ci si potrebbe chiedere perch\u00e9 gli Stati della zona del franco non abbandonino il sistema CFA. Una prima risposta \u00e8 che ancora oggi la Francia non si fa alcuno scrupolo a utilizzare tutti gli strumenti di pressione a sua disposizione contro quei paesi che osino mettere in discussione il sistema CFA. Un esempio particolarmente eclatante di ci\u00f2, riportato da Pigeaud e Sylla, si \u00e8 avuto recentemente in Costa d\u2019Avorio. Tutto ebbe inizio in seguito alle elezioni presidenziali del 2010, quando il paese si ritrov\u00f2 di fatto con due presidenti. Il primo, Laurent Gbagbo, il presidente uscente, era stato riconosciuto come il legittimo vincitore delle elezioni dal Consiglio costituzionale ivoriano e aveva quindi mantenuto il potere e il controllo dell\u2019amministrazione statale; il secondo, Alassane Ouattara, era invece considerato il vincitore dalla \u201ccomunit\u00e0 internazionale\u201d. Volendo vedere Ouattara a capo del paese, il presidente francese Nicolas Sarkozy, suo amico e principale sostenitore, attiv\u00f2 vari dispositivi e in particolare quello della zona del franco. \u00abL\u2019idea delle autorit\u00e0 francesi \u2013 scrivono gli autori \u2013 era di paralizzare l\u2019amministrazione ivoriana per spingere Gbagbo a dimettersi\u00bb.<\/p>\n<p>Per prima cosa, su istruzione di Parigi, la BCEAO \u2013 cio\u00e8 la banca centrale della CEMAC, l\u2019unione monetaria di cui fa parte la Costa d\u2019Avorio \u2013 inizi\u00f2 a impedire al governo ivoriano di accedere ai propri conti presso la BCEAO. Inoltre, chiuse le filiali ivoriane della BCEAO. Il governo riusc\u00ec per\u00f2 a riaprirle tramite una misura di precettazione del personale; a quel punto, la BCEAO attiv\u00f2 un software per bloccarne il funzionamento. Gli amministratori della banca costrinsero anche il suo governatore a rassegnare le dimissioni, accusandolo di essere troppo compiacente con le autorit\u00e0 ivoriane. Poi, nel febbraio del 2011, di fronte al rifiuto di Gbagbo di cedere alle pressioni internazionali, il ministero dell\u2019Economia e delle Finanze francese chiese alle banche francesi operanti in Costa d\u2019Avorio di cessare di cessare le loro attivit\u00e0 nel paese. Allo stesso tempo, la BCEAO minacci\u00f2 di sanzionare le altre banche se persistevano nel voler collaborare con il governo di Laurent Gbagbo.<\/p>\n<p>Dal momento che non era possibile ordinare alle istituzioni finanziarie non francesi di cessare le loro attivit\u00e0, la Francia pass\u00f2 al prossimo stadio. Mobilit\u00f2 la sua arma invisibile: il conto operativo. Con l\u2019assistenza della BCEAO, il ministero delle Finanze francese sospese le operazioni di pagamento e di cambio della Costa d\u2019Avorio, che dovevano passare attraverso il conto operativo della BCEAO. In questo modo, tutte le transazioni commerciali e finanziarie tra la Costa d\u2019Avorio e il resto del mondo furono bloccate. Le imprese ivoriane si ritrovarono impossibilitate a esportare e a importare. Questo sabotaggio imped\u00ec inoltre alle rappresentanze diplomatiche ivoriane di ricevere i loro stanziamenti di bilancio. In questo modo, scrivono Pigeaud e Sylla, \u00able autorit\u00e0 francesi dimostrarono che il sistema del conto operativo poteva diventare un formidabile strumento di repressione: attraverso di esso, la Francia fu in grado di organizzare un embargo finanziario spaventosamente efficace\u00bb.<\/p>\n<p>Justin Kon\u00e9 Katinan, il ministro del Bilancio di Laurent Gbagbo durante quella crisi, avrebbe poi raccontato nel 2013: \u00abHo visto la Franciafrica con i miei occhi. \u2026 Ho visto come i nostri sistemi finanziari continuino a essere totalmente sotto il dominio della Francia, nell\u2019interesse esclusivo della Francia. Ho visto come un singolo funzionario in Francia possa bloccare un intero paese\u00bb.<\/p>\n<p>Di fronte all\u2019embargo finanziario della Francia, l\u2019amministrazione ivoriana cominci\u00f2 ad organizzarsi per per creare una propria moneta nazionale e portare la Costa d\u2019Avorio fuori dalla zona del franco, l\u2019unico modo per aggirare la trappola della BCEAO. A quel punto la Francia, per evitare di essere battuta sul suo stesso terreno, pass\u00f2 alle maniere forti: utilizz\u00f2 le proprie forze armate presenti in Costa d\u2019Avorio \u2013 cos\u00ec come in molti altri paesi della zona del franco \u2013 per rovesciare il governo di Gbagbo. Dopo aver bombardato per diversi giorni le caserme militari, il palazzo presidenziale e la residenza ufficiale del capo dello Stato della Costa d\u2019Avorio, i soldati della base francese di Abidjan lanciarono, l\u201911 aprile del 2011, un attacco su larga scala contro l\u2019esercito ivoriano. Questa operazione si concluse lo stesso giorno con l\u2019arresto di Laurent Gbagbo. Fine della storia.<\/p>\n<p><strong>Uno status quo insostenibile<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019episodio sopracitato fa intendere quanto sia ridicola l\u2019argomentazione secondo cui i paesi della zona del franco aderirebbero \u201cvolontariamente\u201d alla zona del franco e potrebbero andarsene in qualunque momento. Ci\u00f2 detto, \u00e8 indubbio che le \u00e9lite africane della zona del franco sostengano, con poche eccezioni, il sistema CFA. Questo \u00e8 perfettamente comprensibile. Dopotutto, queste \u00absono salite al potere \u2013 e continuano a esercitarlo \u2013 con il sostegno dell\u2019Eliseo\u00bb, scrivono Pigeaud e Sylla. I dirigenti africani sanno che finch\u00e9 continueranno a facilitare le operazioni dello Stato francese e a non sfidare il franco CFA, godranno, per esempio, di una protezione relativa \u2013 anche militare, come abbiamo visto in Costa d\u2019Avorio \u2013 contro i loro oppositori. A queste condizioni, \u00e8 ovvio che non hanno alcun incentivo a migliorare la sorte dei loro concittadini, poich\u00e9 sanno che rimarranno comunque al potere, con o senza il loro sostegno.<\/p>\n<p>Inoltre, spiegano sempre gli autori, pur essendo architettato per servire gli interessi francesi, il sistema CFA offre certi benefici economici ad alcuni gruppi sociali africani. L\u2019ancoraggio del franco CFA all\u2019euro, una valuta forte, consente agli importatori dei paesi africani, ad esempio, di acquistare a un prezzo vantaggioso prodotti che permettono loro di competere facilmente con le produzioni locali, che spesso non sono molto competitive e godono di una scarsa protezione. Allo stesso tempo, fornisce alle classi medie e benestanti locali un potere d\u2019acquisto internazionale \u201cartificiale\u201d che d\u00e0 loro l\u2019opportunit\u00e0 di avere accesso agli stessi beni e servizi delle loro controparti occidentali. Infine, la libert\u00e0 di movimento dei capitali consente alle \u00e9lite facoltose del posto di investire le loro fortune, pi\u00f9 o meno legalmente, in Europa e altrove.<\/p>\n<p>Tuttavia, come detto all\u2019inizio, \u00abda qualche anno a questa parte, il franco CFA ha smesso di essere una questione dibattuta unicamente dagli esperti: \u00e8 uscito dai corridoi delle istituzioni finanziarie per affacciarsi sulle strade e sulle piazze. Oggi \u00e8 oggetto di articoli, manifestazioni, spettacoli televisivi e conferenze nel continente africano e in Francia. Le richieste di porre fine al franco CFA si stanno moltiplicando e la pressione sta aumentando\u00bb. Sono sempre di pi\u00f9 gli economisti, gli intellettuali, gli artisti e i movimenti sociali africani che chiedono la fine del colonialismo monetario. Le loro argomentazioni, notano gli autori, \u00abhanno una certa eco nell\u2019opinione pubblica, sempre pi\u00f9 consapevole che, senza indipendenza monetaria, gli Stati della zona del franco continueranno a rimanere assoggettati alla Francia\u00bb.<\/p>\n<p>\u00abSenza conoscere necessariamente tutti i dettagli tecnici del caso \u2013 scrivono \u2013 un numero crescente di cittadini africani si sta rendendo conto del fatto che sar\u00e0 impossibile determinare liberamente il proprio destino senza una reale sovranit\u00e0 monetaria\u00bb. Un monito su cui anche i popoli dell\u2019eurozona farebbero bene a riflettere.<\/p>\n<p><em>A chi \u00e8 interessato ad approfondire il tema si consiglia la lettura del libro\u00a0<\/em><a href=\"https:\/\/www.ibs.it\/arma-segreta-della-francia-in-libro-fanny-pigeaud-ndongo-samba-sylla\/e\/9788893255660\">L\u2019arma segreta della Francia in Africa. Una storia del franco CFA<\/a>,<em>\u00a0pubblicato da poco in Italia<\/em>.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/africa\/29736-franco-cfa-tutto-quello-che-avreste-sempre-voluto-sapere-e-non-avete-mai-osato-chiedere\">http:\/\/www.marx21.it\/index.php\/internazionale\/africa\/29736-franco-cfa-tutto-quello-che-avreste-sempre-voluto-sapere-e-non-avete-mai-osato-chiedere<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di MARX XXI (Thomas Fazi) Franco CFA. Fino a poco tempo fa queste due parole non avrebbero significato un granch\u00e9 per la maggior parte degli italiani. 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