{"id":51309,"date":"2019-05-16T09:00:41","date_gmt":"2019-05-16T07:00:41","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51309"},"modified":"2019-05-16T07:54:14","modified_gmt":"2019-05-16T05:54:14","slug":"e-venne-il-giorno-in-cui-il-financial-times-vide-lo-sfruttamento-ma-non-se-ne-accorse","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51309","title":{"rendered":"E venne il giorno in cui il Financial Times vide lo sfruttamento, ma non se ne accorse"},"content":{"rendered":"<p><strong><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2019\/05\/financial.png?w=700\" alt=\"financial\" \/><\/strong><\/p>\n<p><strong>di CONIARE RIVOLTA<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sembrer\u00e0 strano, ma queste non sono le parole del leader di un temutissimo sindacato estremista. Si tratta invece del contenuto di un articolo apparso qualche giorno fa sul\u00a0<a href=\"https:\/\/www.ft.com\/content\/0a245c28-6cc3-11e9-80c7-60ee53e6681d\">Financial Times<\/a>. Direttamente dalla City di Londra, il quotidiano della finanza internazionale sciorina una serie di dati e riflessioni che mostrano, inequivocabilmente, in quali condizioni di disuguaglianza e precariet\u00e0 versi il mercato del lavoro europeo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Guardando in maniera neutra i dati, ci viene detto nell\u2019articolo, salta agli occhi un presunto paradosso. Nel nostro continente, il tasso di occupazione avrebbe ormai superato i livelli pre-crisi. Ci\u00f2, tuttavia, non \u00e8 stato accompagnato da una crescita dei salari, la cui dinamica rimane avviluppata in una stagnazione che dura ormai da decenni.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Andando nel dettaglio, viene sottolineato come, a fronte di 15 milioni di nuovi occupati nei 28 Paesi dell\u2019Unione Europea, i salari nominali tra il 2010 e il 2017 siano cresciuti in media ad un tasso annuo del 1,7%, decisamente inferiore al 2,5% che aveva caratterizzato il periodo 2000-2007 (Figura 1).<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\" size-full wp-image-1063 aligncenter\" src=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2019\/05\/figura-1.png?w=700\" alt=\"figura 1\" data-attachment-id=\"1063\" data-permalink=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/figura-1\/\" data-orig-file=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2019\/05\/figura-1.png\" data-orig-size=\"594,396\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"figura 1\" data-image-description=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2019\/05\/figura-1.png?w=300\" data-large-file=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2019\/05\/figura-1.png?w=594\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo fenomeno viene confermato anche dall\u2019andamento della quota salari sul PIL, che rappresenta la parte del reddito nazionale che \u00e8 attribuito ai lavoratori. Infatti, sostiene a ragione l\u2019articolo mostrando i dati della Commissione Europea, i profitti si sono impossessati di una quota sempre maggiore del reddito, a scapito dei salari. Questa tendenza \u00e8 generalizzata e continua dalla prima met\u00e0 degli anni Settanta ad oggi. Tuttavia, il paese che pi\u00f9 degli altri spicca per l\u2019entit\u00e0 di questa redistribuzione dal lavoro al capitale \u00e8 proprio il nostro. La quota salari italiana, pari a pi\u00f9 del 65% nel 1975, \u00e8 oggi di poco superiore al 55% e le proiezioni per il 2020 riportate nell\u2019articolo la danno ancora in diminuzione (Figura 2).<\/p>\n<p><img decoding=\"async\" class=\" size-full wp-image-1065 aligncenter\" src=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2019\/05\/figura-2.png?w=700\" alt=\"figura 2\" data-attachment-id=\"1065\" data-permalink=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/figura-2\/\" data-orig-file=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2019\/05\/figura-2.png\" data-orig-size=\"595,396\" data-comments-opened=\"1\" data-image-meta=\"{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}\" data-image-title=\"figura 2\" data-image-description=\"\" data-medium-file=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2019\/05\/figura-2.png?w=300\" data-large-file=\"https:\/\/coniarerivolta.files.wordpress.com\/2019\/05\/figura-2.png?w=595\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per rendere il quadro ancora pi\u00f9 fosco, l\u2019articolo ci ricorda anche che l\u2019aumento del tasso di occupazione, di per s\u00e9, non \u00e8 sufficiente a descrivere accuratamente la situazione occupazionale del continente. Esiste infatti, in Europa, un enorme problema di sotto-occupazione. Per sotto-occupato si intende quel lavoratore che sarebbe disposto a lavorare a tempo pieno ma, per carenza di domanda di lavoro, \u00e8 costretto a lavorare ad orario ridotto. In Europa almeno un lavoratore part-time su quattro lo \u00e8 suo malgrado. In paesi come l\u2019Italia e la Spagna la situazione \u00e8 ancora peggiore, poich\u00e9 addirittura il 60% dei lavoratori part-time desidererebbe lavorare (e guadagnare) di pi\u00f9. Spesso, come lo stesso articolo sottolinea citando l\u2019OCSE, questi part-time assumono la forma di contratti a chiamata \u201czero hours contracts\u201d, vale a dire contratti di lavoro in virt\u00f9 dei quali si \u00e8 ufficialmente occupati, ma che ciononostante non implicano la certezza di lavorare neanche un\u2019ora settimanale, dando vita al paradosso per il quale un lavoratore potrebbe essere considerato dalle statistiche ufficiali \u2018occupato\u2019 e al contempo ricevere una retribuzione di zero euro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questa condizione di precariet\u00e0 e povert\u00e0, conclude l\u2019articolo, \u00e8 spesso aggravata da difficolt\u00e0 in termini di accesso al welfare, ai sussidi di disoccupazione e alle pensioni. Difficolt\u00e0 che, apparentemente, avrebbero una natura impersonale, astratta e sarebbero il frutto di qualche sfortunata coincidenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Passando a noi e parafrasando il noto cantautore, potremmo chiosare con un \u201cse non del tutto giusto, quasi niente sbagliato\u201d. Il quadro tracciato \u00e8 drammatico, descrive bene la fragilit\u00e0 che affligge i mercati del lavoro europei ed \u00e8, per altro, ci\u00f2 che pi\u00f9 e pi\u00f9 volte abbiamo sottolineato. Lo spaccato offerto dall\u2019articolo del Financial Times, per\u00f2, \u00e8 anche parziale e ipocrita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come dicevamo, l\u2019apertura del pezzo \u00e8 dedicata all\u2019analisi dei trend occupazionali in Europa. Quello che viene omesso, per\u00f2, \u00e8 che la dinamica cos\u00ec fortemente positiva, in termini di riduzione della disoccupazione, che ha caratterizzato gli ultimi anni \u00e8 pressoch\u00e9 del tutto imputabile ai Paesi dell\u2019Est Europa. In Estonia, ad esempio, il tasso di occupazione \u00e8 cresciuto dal 2010 al 2018 del 22%; in Lituania del 26%, in Polonia del 14,4%. In altri Paesi, invece, la situazione \u00e8 ben meno rosea: in Francia \u00e8 cresciuto del 2%; in Italia del 3%; del 6% in Spagna. Si tratta naturalmente di situazioni e strutture economiche ben diverse, ma ci\u00f2 che ci preme sottolineare qui \u00e8 che questi dati verosimilmente celano in s\u00e9 il frutto avvelenato delle delocalizzazioni verso economie ad uno stadio di sviluppo capitalistico meno avanzato, in cui condizioni lavorative e salari sono decisamente peggiori. La libera circolazione dei capitali, architrave su cui si regge l\u2019Unione Europea, mette i lavoratori gli uni contro gli altri su scala continentale ed esercita una formidabile pressione al ribasso sui salari, evidentemente all\u2019insaputa del Financial Times che non coglie in questo processo una delle spiegazioni per l\u2019apparente paradosso su cui si interroga.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma ci\u00f2 che, ancora di pi\u00f9, risulta indigeribile dell\u2019articolo, \u00e8 lo stupore con cui sia la giornalista sia il pi\u00f9 volte citato Stefano Scarpetta dell\u2019OCSE guardano alla fotografia che essi stessi hanno scattato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La drammatica situazione in cui versano milioni di lavoratori europei, infatti, non \u00e8 un risultato casuale e imprevedibile di fantasmagoriche leggi economiche. Esso \u00e8, al contrario, il risultato deliberato di una precisa stagione di politiche economiche e delle cosiddette riforme strutturali che sono state imposte, a pi\u00f9 tornate, dalle Istituzioni internazionali alla classe lavoratrice dei Paesi europei. L\u2019obiettivo di queste cosiddette riforme era quello di rimuovere le \u2018rigidit\u00e0\u2019 dal mercato del lavoro, sulla base dei dettami della teoria economica dominante per la quale, nonostante <a href=\"https:\/\/papers.ssrn.com\/sol3\/papers.cfm?abstract_id=2206526\">numerose smentite empiriche e teoriche<\/a>, la flessibilit\u00e0 del lavoro \u00e8 la panacea per risolvere tutti i mali di un\u2019economia. Da un lato, infatti, la flessibilit\u00e0 favorirebbe la competitivit\u00e0 delle merci prodotte nel paese, rendendole pi\u00f9 appetibili sui mercati internazionali e stimolando quindi le esportazioni. Dall\u2019altro, incentiverebbe gli imprenditori ad aumentare le assunzioni. Il meccanismo magico che dovrebbe garantire questi risultati \u00e8, se si vuole usare uno degli eufemismi tanto cari a liberisti di varia estrazione, il contenimento del costo del lavoro. Guardando alla realt\u00e0, stiamo parlando esattamente della violenta compressione salariale che turba oggi i sogni del Financial Times.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La stessa Banca Centrale Europea, che\u00a0<a href=\"https:\/\/www.ecb.europa.eu\/press\/key\/date\/2017\/html\/sp170406.en.html\">ultimamente ha lamentato la stagnazione dei salari<\/a>, non pi\u00f9 tardi di\u00a0qualche anno\u00a0fa auspicava un maggiore sforzo nel perseguire quelle riforme volte a ridurre ulteriormente i livelli salariali e il potere contrattuale della classe lavoratrice. Tradotto in termini concreti, ci\u00f2 di cui la BCE si faceva e si fa promotrice, \u00e8 lo sforzo imposto ai lavoratori di dover accettare sacrifici su sacrifici, in nome di un benessere futuro che, in maniera non sorprendente, non si \u00e8 ancora manifestato e mai si manifester\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le politiche di deflazione salariale, che hanno contribuito in maniera decisiva alla riduzione della quota salari, sono state dunque una chiara e precisa scelta e indicazione delle Istituzioni europee e internazionali. \u00c8 forse inutile aggiungere che questa indicazione \u00e8 stata solertemente accettata dai governi dei Paesi europei, da ormai venti anni. Le riforme del mercato del lavoro si sono abbattute ovunque come una clava, si pensi alla Spagna (1994, 2006, 2010, 2012) o alle riforme Hartz in Germania (2002-2005), senza dimenticare il ventennale e mai pago ciclo di flessibilizzazione in Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Oltre a facilitare l\u2019accesso a forme contrattuali pi\u00f9 precarie e ai contratti atipici a tempo indeterminato, una parte importante di queste riforme ha riguardato anche i sussidi di disoccupazione e i modelli di welfare. In particolare, con la scusa di allargare la platea dei beneficiari \u2013 nella falsa logica dei lavoratori privilegiati a cui si deve la disoccupazione dei lavoratori non tutelati \u2013 si sono di fatto ridotte, sia nei trasferimenti che nella durata, le prestazioni di cui i disoccupati beneficiavano. L\u2019intento \u00e8 sempre lo stesso: smorzare la conflittualit\u00e0 dei lavoratori, renderli ricattabili e costringerli ad accettare una riduzione dei salari. Il metodico lavoro di erosione del potere contrattuale dei lavoratori, operato a colpi di \u2018raccomandazioni\u2019 delle Istituzioni europee e felicemente eseguito da governi nazionali al servizio del capitale, ha lasciato un campo di macerie, fatto di salari da fame e condizioni lavorative sempre pi\u00f9 precarie. Ecco quindi che quello che pareva un inspiegabile paradosso, almeno per il Financial Times, si mostra per quello che realmente \u00e8: il risultato deliberato di una lotta di classe esercitata dai privilegiati contro l\u2019enorme maggioranza della popolazione. Un risultato talmente sbilanciato a favore del capitale che quest\u2019ultimo pu\u00f2 adesso raccoglierne a piene mani i frutti, fatti di una produzione che torna ad aumentare e che garantisce enormi margini di profitto, grazie ai miserabili salari pagati.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte:\u00a0<\/strong><a href=\"https:\/\/coniarerivolta.org\/2019\/05\/11\/e-venne-il-giorno-in-cui-il-financial-times-vide-lo-sfruttamento-ma-non-se-ne-accorse-2\/\">https:\/\/coniarerivolta.org\/2019\/05\/11\/e-venne-il-giorno-in-cui-il-financial-times-vide-lo-sfruttamento-ma-non-se-ne-accorse-2\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONIARE RIVOLTA &nbsp; Sembrer\u00e0 strano, ma queste non sono le parole del leader di un temutissimo sindacato estremista. Si tratta invece del contenuto di un articolo apparso qualche giorno fa sul\u00a0Financial Times. 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