{"id":51312,"date":"2019-05-17T09:30:28","date_gmt":"2019-05-17T07:30:28","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51312"},"modified":"2019-05-16T13:56:08","modified_gmt":"2019-05-16T11:56:08","slug":"guerra-di-dazi-globalizzazione-e-esportatori-nel-mirino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51312","title":{"rendered":"Guerra di dazi: globalizzazione e esportatori nel mirino"},"content":{"rendered":"<p><strong>di FEDERICO DEZZANI<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Dopo un\u2019effimera tregua, i negoziati sino-americani per riequilibrare il disavanzo commerciale degli Stati Uniti si sono arenati: Washington ha esteso i dazi ad altri 200 $mld di merci cinesi, continuando il giro di vite iniziato lo scorso autunno. A distanza di pochi giorni, Pechino ha risposto aumentando i dazi su 60 miliardi merci americane: i mercati finanziari hanno subito incassato il colpo, scontando l\u2019incancrenirsi della guerra commerciale con le pesanti ricadute globali in termini di crescita. Difficilmente Washington rimpatrier\u00e0 posti di lavoro adottando questa politica: ci\u00f2 che interessa agli angloamericani \u00e8 far deragliare l\u2019attuale globalizzazione, per acuire i nazionalismi economici e destabilizzare i grandi produttori\/esportatori (Germania compresa). La probabile saldatura con la No Deal Brexit.<\/em><\/p>\n<h2>\u201cNo Deal China\u201d<\/h2>\n<p style=\"text-align: justify\">Il disavanzo commerciale degli USA nei confronti della Cina, pari a un deficit annuo di 500 $mld di dollari (a lungo finanziati dall\u2019acquisto cinese di debito pubblico americano), \u00e8 sempre stato in cima all\u2019agenda dell\u2019amministrazione nazionalista-populista di Donald Trump. La retorica anti-cinese aveva gi\u00e0 contraddistinto la campagna elettorale di Trump nel 2016 e, dopo una serie di lunghe accuse, dalla manipolazione dello yuan al furto della propriet\u00e0 intellettuale, nell\u2019autunno 2018 si era arrivati al primo round di dazi: su 200 $mld di merci cinesi, le imposizioni fiscali erano saliti dal 10 al 25%. A inizio del dicembre scorso, Washington aveva quindi dichiarato una \u201ctregua\u201d, ossia nessuna ulteriore stretta, e l\u2019avvio di negoziati per ricomporre le relazioni commerciali: certo, la scelta del negoziatore, il \u201cfalco\u201d Robert Lighthizer, lasciava presagire la volont\u00e0 americana di arrivare ad una rottura. Cos\u00ec infatti \u00e8 stato: venerd\u00ec 10 maggio, l\u2019amministrazione Trump ha annunciato il clamoroso fallimento delle trattative, ossia il \u201cno deal\u201d, lasciando che i dazi passassero dal 10 al 25% per un\u2019altra corposa fetta (250 $mld) dell\u2019import annuale dalla Cina. A questo punto, Pechino, calcolati i pro ed i contro con la solita flemma, ha reagito, innalzando i dazi al 25% su altri 60 $mld di merci importate dagli Stati Uniti (la Cina compra annualmente beni per 120 $mld dagli USA)<a class=\"sdfootnoteanc\" href=\"http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/guerra-di-dazi-globalizzazione-e-esportatori-nel-mirino\/#sdfootnote1sym\" name=\"sdfootnote1anc\"><sup>1<\/sup><\/a>. Si noti che i dazi cinesi colpiscono essenzialmente materie prime (grano, mais, soia, carni), \u201cspecialit\u00e0\u201d, a basso valore aggiunto, degli Stati Uniti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tra venerd\u00ec e luned\u00ec le piazze finanziarie internazionali hanno accusato pesanti perdite, scontando gli effetti dello scontro commerciale sempre pi\u00f9 aspro tra USA e Stati Uniti. Un\u2019escalation di dazi (nient\u2019altro che nuove tasse per imprese e consumatori e quindi maggiori costi) rischia infatti di indebolire la crescita mondiale, di cui la Cina \u00e8 stata il motore indiscusso nell\u2019ultimo decennio, e causare una recessione che non risparmierebbe nessuno. Non solo, quindi, gli Stati Uniti non rimpatrierebbero nessuno posto di lavoro (le filiere produttive sono scomparse da anni e non basteranno certamente i dazi a farle rinascere), ma rischiano concretamente di provocare un rallentamento generalizzato che finirebbe col colpire il loro stesso mercato del lavoro. Possibile che l\u2019amministrazione Trump, composta dal fior fiore di Goldman Sachs (il segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, in primis), non ne sia consapevole? Perch\u00e9 nessuno valuta i modesti vantaggi e gli enormi rischi di una guerra commerciale contro la Cina? La risposta \u00e8 semplice: i moventi della politica americana sono di natura geopolitica e non commerciale. Una probabile recessione globale, la caduta generalizzata della domanda e l\u2019aumento della disoccupazione sono considerati semplici mezzi per raggiungere precisi fini di politica estera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/geopolitica-applicata-al-2019\/\">Sull\u2019argomento abbiamo gi\u00e0 scritto circa sei mesi fa, nella nostra analisi geopolitica per li 2019<\/a>: Washington e Londra, collassata l\u2019Unione Sovietica, si sono fatte garanti di ordine mondiale che, a distanza di trent\u2019anni, non \u00e8 pi\u00f9 conveniente, ma addirittura svantaggioso. Nell\u2019attuale economia globalizzata, infatti, i grandi vincitori (cio\u00e8 le potenze che hanno conosciuto un indiscusso aumento di forza e prestigio dopo la fine della Guerra Fredda) sono la Cina e la Germania. Due potenze continentali, contrapposte a quelle marittime anglosassoni, che hanno prosperato producendo beni di qualsiasi tipo, dalle macchine utensili ai computer, per il resto del mondo, giovandosi del WTO (la Cina) e del WTO con l\u2019aggiunta del mercato unico europeo (la Germania). Si noti che questa naturale affinit\u00e0 tra Pechino e Berlino si sia trasformata in questi ultimi anni in una fitta rete di legami diplomatici-economici-infrastrutturali: l\u2019industria automobilistica Geely \u00e8 il primo azionista di Daimler-Mercedes, Huawei ha avuto via libera per il 5G in Germania nonostante gli ammonimenti americani,<a href=\"http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/via-della-seta-un-nuovo-south-stream\/\">\u00a0il terminale della \u201cVia della Seta\u201d continentale \u00e8 proprio la tedesca Duisburg<\/a>, sul dossier iraniano Berlino \u00e8 pi\u00f9 vicina ai cinesi che agli americani, etc. etc. La crescente forza della Cina (e in misura minore, ma comunque gi\u00e0 apprezzabile, della Germania, se si pensa al Nord Stream 2) le sta permettendo di \u201corganizzare\u201d l\u2019Eurasia e l\u2019Africa, disseminando ovunque ferrovie, porti e grandi investimenti, incontrando l\u2019ovvia resistenza delle potenze atlantiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La distruzione della cornice (WTO, UE, libero scambio) in cui la Cina (e la Germania) prospera, \u00e8 quindi una priorit\u00e0 per Washington, che da garante della globalizzazione si sta trasformando, come negli anni \u201830 del Novecento, in bastione del nazionalismo economico e del protezionismo, con l\u2019obbiettivo di esportare il modello \u201cautarchico\u201d all\u2019estero. In questo senso, i dazi, la recessione globale e le pesanti ripercussioni sui mercati finanziari sono solo strumenti per finalit\u00e0 geopolitiche: all\u2019amministrazione Trump non interessa il benessere dell\u2019operaio di Detroit, ma l\u2019effetto destabilizzante che i dazi producono sui Paesi manifatturieri\/esportatori in Asia ed Europa. Per quanto concerne la Germania\/Unione Europea, l\u2019amministrazione Trump ha adottato una politica di dazi mirati contro il settore auto<a class=\"sdfootnoteanc\" href=\"http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/guerra-di-dazi-globalizzazione-e-esportatori-nel-mirino\/#sdfootnote2sym\" name=\"sdfootnote2anc\"><sup>2<\/sup><\/a>\u00a0e minacciato di introdurre dazi generalizzati (compreso il settore alimentare, leggasi Italia e Francia) in rappresaglia agli aiuti di Stato ad Airbus<a class=\"sdfootnoteanc\" href=\"http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/guerra-di-dazi-globalizzazione-e-esportatori-nel-mirino\/#sdfootnote3sym\" name=\"sdfootnote3anc\"><sup>3<\/sup><\/a>: come nel caso di Pechino, anche Bruxelles ha minacciato rappresaglie, tassando le merci americane per un pari importo. I casi di Cina e Unione Europea sono per\u00f2 profondamente diversi tra loro: mentre la prima \u00e8 uno Stato-nazione in grado di resistere agli choc esterni con misure anti-cicliche, la seconda \u00e8 un fragile organismo sovranazionale, gi\u00e0 duramente provato dalla crisi economica nei Paesi mediterranei, dall\u2019affermazione dei sovranismi-populismi di chiara matrice anglosassone (vedi The Movement di Steve Bannon) e dall\u2019estenuante divorzio tra Bruxelles e Londra. Una guerra commerciale tra Cina e USA, rallentando l\u2019economia mondiale, rischia di esacerbare ulteriormente i rapporti all\u2019interno della UE e di indebolire i gi\u00e0 fragili Paesi mediterranei, caricando un peso insopportabile sulle spalle dell\u2019Unione Europea: se poi al \u201cNo Deal China\u201d si aggiunge il \u201cNo Deal Brexit\u201d, con le sue esplosive ricadute commerciali e finanziarie, il quadro \u00e8 completo.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/guerra-di-dazi-globalizzazione-e-esportatori-nel-mirino\/\">http:\/\/federicodezzani.altervista.org\/guerra-di-dazi-globalizzazione-e-esportatori-nel-mirino\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di FEDERICO DEZZANI Dopo un\u2019effimera tregua, i negoziati sino-americani per riequilibrare il disavanzo commerciale degli Stati Uniti si sono arenati: Washington ha esteso i dazi ad altri 200 $mld di merci cinesi, continuando il giro di vite iniziato lo scorso autunno. 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