{"id":51480,"date":"2019-05-23T09:00:43","date_gmt":"2019-05-23T07:00:43","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51480"},"modified":"2019-05-23T08:03:52","modified_gmt":"2019-05-23T06:03:52","slug":"come-ci-siamo-ridotti-cosi-risvegliamoci","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51480","title":{"rendered":"Come ci siamo ridotti cos\u00ec? Risvegliamoci!"},"content":{"rendered":"<p><strong> <img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/images\/stories\/stories8\/21lettere-pag-15-destra-commento-fernand-leger-les-constructeurs-1950.jpg\" alt=\"21lettere pag 15 destra commento fernand leger les constructeurs 1950\" width=\"300\" height=\"247\" \/><\/strong><\/p>\n<p><strong>di SINISTRA IN RETE (Francesco Ciafaloni)<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Mi \u00e8 capitato di recente di leggere o rileggere alcuni testi sulla riduzione e la redistribuzione dell\u2019orario di lavoro scritti pi\u00f9 o meno un quarto di secolo fa, quando si discuteva di 35 ore, di autori che mi sono familiari, come Giovanni Mazzetti (Teoria generale della necessit\u00e0 di redistribuire l\u2019orario di lavoro) o Giorgio Lunghini (Introduzione a\u00a0L\u2019ABC dell\u2019economia, di Ezra Pound).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Mi sono reso conto che alcune delle tesi sostenute dagli autori, che avevo ben presenti venti anni fa, erano come sparite dal mio orizzonte mentale negli ultimi tempi. Avevo smesso di fatto di usarle per cercare di capire quello che succede tutti i giorni. Mi sono accorto di essermi come addormentato, intontito dall\u2019eterna ripetizione delle tesi correnti: l\u2019eccesso di spesa pubblica, la necessit\u00e0 di puntare sull\u2019innovazione tecnica e sull\u2019industria 4.0, la possibilit\u00e0 che si crei, all\u2019interno del sistema produttivo, occupazione sostitutiva di quella distrutta dall\u2019automazione, l\u2019ossessione e la necessit\u00e0 della crescita del PIL.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Venti anni fa erano vivi De Cecco, Graziani, Gallino, non c\u2019era la resa culturale che ci sommerge ora. C\u2019erano economisti, sociologi, storici autorevoli, che non si rifugiavano nel silenzio e avevano modo di esprimersi sui giornali maggiori. Oggi prevale l\u2019imbarazzante ripetizione di parole senza senso, come \u201cmercato\u201d, inteso come il dispensatore di giudizi inappellabili di adeguatezza, positivit\u00e0, efficienza di qualsiasi iniziativa; \u201ccrescita\u201d intesa come la tendenza naturale di tutti i Paesi del mondo, a meno di colpe gravi dei loro cittadini, ad aumentare il PIL pi\u00f9 o meno del 3% l\u2019anno; \u201cequilibrio\u201d, inteso come la naturale, automatica, tendenza all\u2019equilibrio tra domanda e offerta (\u00abl\u2019equilibrio \u00e8 un caso\u00bb, avrebbe ribattuto Lunghini citando Marx).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Eravamo abituati a distinguere tra economisti ortodossi ed eterodossi. Gli ortodossi avevano un bel sistema ma negavano l\u2019evidenza della disoccupazione involontaria, della concentrazione della ricchezza, dell\u2019uso del denaro per arricchirsi senza produrre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli eterodossi prendevano atto dello scandalo della disoccupazione (contro\u00a0le tesi dell\u2019equilibrio economico generale), delle altre emergenze impreviste che preparano la crisi prossima ventura. Ci si poteva schierare. Oggi tutti sembrano convinti della impossibilit\u00e0 di regolare la massa enorme di titoli inconoscibili che ci sovrasta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 ora di svegliarsi, di prendere atto della realt\u00e0. Continuare a parlare di \u201ccrescita\u201d perch\u00e9 \u00e8 aumentato il PIL quando sappiamo che, con la concentrazione del reddito e della ricchezza attuali, la ricchezza e il reddito mediani sono diminuiti, che tutti, salvo i pochi molto ricchi, stanno peggio, \u00e8 negare la realt\u00e0 evidente, un delitto contro il buon senso. Nessuna comunicazione, nessuna societ\u00e0 \u00e8 possibile se non si riconosce l\u2019evidenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Alcune ovviet\u00e0 negate da riaffermare<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non cercher\u00f2 di fare il sunto dei testi di Mazzetti e di Lunghini e dell\u2019opera di Luciano Gallino, n\u00e9 la sintesi delle teorie degli economisti eterodossi. Mi limiter\u00f2 a ricordare alcuni fatti gi\u00e0 evidenti 20 anni fa e riconfermati a maggior ragione dopo la crisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019innovazione tecnologica, fondamentale per il funzionamento del circuito produttivo capitalistico, distrugge lavoro da quando l\u2019aumento della produzione possibile a parit\u00e0 di lavoro impiegato non trova pi\u00f9 compratori. O si cambia tipo di produzione e distribuzione (prezzi pi\u00f9 bassi e pi\u00f9 soldi ai potenziali compratori) o aumentano i disoccupati. La legge di Say secondo cui l\u2019offerta crea la sua domanda, secondo cui cio\u00e8 c\u2019\u00e8 sempre un compratore che consente di completare il ciclo produzione-consumo per ogni merce prodotta, \u00e8 storicamente falsa, ci ricorda Mazzetti. I posti di lavoro che hanno consentito di limitare la disoccupazione sono stati creati dalla spesa pubblica, finanziata dalle tasse o dal deficit, che consente di pagare i servizi pubblici, tra cui la sanit\u00e0, l\u2019esercito e la pubblica sicurezza, e in generale i pubblici dipendenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non si tratta di previsioni o estrapolazioni ma di storia dei decenni prima del 2008.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Purtroppo negli ultimi anni c\u2019\u00e8 stato un vero e proprio tracollo culturale seguito da una sconfitta politica e sociale. Ha prevalso la tesi della intrinseca corruzione e inefficienza del settore pubblico, della superiorit\u00e0 dell\u2019appalto e subappalto ai privati, con la conseguente contrazione del finanziamento al Servizio sanitario nazionale e tendenza a privatizzare il privatizzabile. Marcello De Cecco, nella prefazione a\u00a0Le privatizzazioni nell\u2019industria manifatturiera italiana, curato insieme ad Affinato e Dringoli, ricordava che storicamente molti settori sono stati alternativamente pubblici e privati e che il fatto meriterebbe una riflessione e una ricerca. Non c\u2019\u00e8 nessun motivo di pensare che la gestione privata sia intrinsecamente migliore di quella pubblica. La gestione dei Riva della gi\u00e0 Italsider \u00e8 stata peggiore di quella pubblica, ha inquinato di pi\u00f9 e meritato una pesante condanna. Le privatizzazioni sono state spesso un regalo ai privati e un danno pubblico. Si possono costruire e sono state costruite aziende pubbliche pi\u00f9 efficienti di quelle private. Non si pu\u00f2 ridurre l\u2019intervento pubblico al finanziamento delle aziende appaltatrici private, agli incentivi e alle facilitazioni perch\u00e9 i privati assumano; o peggio al rendere possibili o facili i licenziamenti per invogliare ad assumere \u2013 non \u00e8 mica per sempre! \u2013 come se si assumesse senza averne bisogno. Giustamente Luciano Gallino sosteneva che per creare lavoro bisogna che gli enti pubblici assumano, direttamente. E calcolava i costi, sostenibili, delle sue proposte, perch\u00e9 era contrario alla spesa in deficit, fondata per forza sull\u2019indebitamento pubblico, sull\u2019aumento della finanza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 noto che Keynes ha scritto che per stimolare la produzione pu\u00f2 essere meglio scavare buche per terra per poi farle riempire che non fare nulla. Ma se invece di scavare buche per terra si sistemano i fiumi, le frane, i boschi, le case degradate o pericolose, i treni a normale velocit\u00e0, le strade, i viadotti, tutte cose di cui c\u2019\u00e8 grande, impellente bisogno ma non domanda, \u00e8 meglio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il punto \u00e8 creare le organizzazioni adeguate, rendere il lavoro finanziato dal pubblico realmente utile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Proposta neokeynesiana<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Alcuni giovani e meno giovani economisti e sociologi (dal sito: Angela Ambrosino, Maria Luisa Bianco, Bruno Contini, Giovanna Garrone, Nicola Negri, Guido Ortona, Francesco Scacciati, Pietro Terna, Teodoro Dario Togati e Andrea Surbone) hanno costituito un gruppo di lavoro che si chiama \u201cProposta neokeynesiana\u201d. Il gruppo sostiene, giustamente, che l\u2019Italia, contro le convinzioni implicite correnti, ha una percentuale di pubblici dipendenti pi\u00f9 bassa della maggior parte dei Paesi europei, in particolare della Francia e della Germania. Perci\u00f2 la via maestra per ridurre la disoccupazione \u00e8 l\u2019assunzione di dipendenti pubblici. La tesi mi sembra giusta e convergente con i testi citati prima, ma i fatti a sostegno resi pubblici dai proponenti non mi sembrano sufficienti. In particolare mancano fatti disponibili che sarebbe importante ricordare. Non riesce a raggiungere la maggioranza degli italiani la storia della creazione di lavoro nei servizi pubblici che ha compensato la riduzione del lavoro necessario generata dal mutamento tecnico, quella ricordata da Mazzetti 20 anni fa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non mi sembra venga sostenuta, o non raggiunge il pubblico, la necessit\u00e0 della riduzione degli orari e della redistribuzione del lavoro. L\u2019Italia ha orari di lavoro, contrattuali e di fatto, tra i pi\u00f9 lunghi d\u2019Europa. L\u2019argomento \u00e8 impopolare, non fa parte delle idee propagandate, ma \u00e8 tutt\u2019altro che assente dal dibattito tra gli specialisti. \u00c8 un argomento comparativo, parallelo a quello del numero dei pubblici dipendenti. Andrebbe approfondito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come andrebbe ripreso il tema della mobilit\u00e0 dei lavoratori, mediamente pi\u00f9 alta in Italia che negli Stati uniti e in molti paesi europei. Bruno Contini, tra i pi\u00f9 anziani e autorevoli del gruppo di Proposta neokeynesiana, \u00e8 uno degli studiosi pi\u00f9 importanti della natimortalit\u00e0 delle aziende, da cui dipende l\u2019alta mobilit\u00e0 dei lavoratori italiani. Si diventa disoccupati non solo per licenziamento ma anche per fallimento o scomparsa dell\u2019azienda da cui si dipende. La\u00a0frammentazione del posto di lavoro\u00a0(vedi\u00a0The fissured workplace\u00a0di David Weil) dovrebbe aver aumentato, non diminuito, la mobilit\u00e0, oltre a generare precariet\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non \u00e8 necessariamente neokeynesiano ma sarebbe molto utile, indispensabile, per rovesciare le convinzioni correnti, un\u2019analisi dell\u2019efficienza dei settori pi\u00f9 importanti del pubblico impiego, dei servizi pubblici essenziali, in particolare del Sistema sanitario nazionale, ma anche della Pubblica amministrazione in senso stretto. Il Servizio sanitario nazionale, malgrado la riduzione dei finanziamenti e i difetti, resta uno dei migliori e meno costosi al mondo. E nelle amministrazioni non tutto \u00e8 corruzione. Se non si riesce a distinguere, nella proposta politica, tra settori, comuni, province, regioni, qualunque progetto di assunzioni pubbliche verr\u00e0 respinto a furor di popolo. So che Proposta neokeynesiana ha presentato un progetto di ricerca sull\u2019efficienza della Pubblica amministrazione. Devono esserci stati problemi perch\u00e9, al momento, non ho letto risultati. I tempi della politica sono brevi. C\u2019\u00e8 bisogno di risultati il pi\u00f9 presto possibile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>L\u2019ultimo tab\u00f9<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci si pu\u00f2 chiedere quando e come ci siamo ridotti cos\u00ec.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una parziale risposta si pu\u00f2 trovare in\u00a0L\u2019ultimo tab\u00f9, un libro di venti anni fa di Aris Accornero, gi\u00e0 operaio Riv, licenziato per rappresaglia dalla Fiat, poi diventato uno degli studiosi pi\u00f9 importanti del mondo del lavoro. L\u2019ultimo tab\u00f9, da superare, \u00e8 il licenziamento, che andrebbe accettato come un normale evento della vita, da cui si esce con un nuovo lavoro, in una Italia non pi\u00f9 segnata dalla scarsit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Accornero, morto l\u2019anno scorso, \u00e8 stato uno studioso competente che ha sostenuto tesi opposte a quelle di Gallino (citato anche in questo libro per la sua \u201ccritica tagliente\u201d), Mazzetti, De Cecco e altri di cui \u00e8 stato contemporaneo. Lo citer\u00f2 per documentare la totale interiorizzazione, da parte dell\u2019ambiente culturale e politico del PCI o della sua maggioranza e degli studiosi di riferimento comunisti, delle tesi neoliberali in economia, della fine della scarsit\u00e0 in Italia, dell\u2019eccesso di difesa dei diritti del lavoro (che sono \u201cun\u2019invenzione dei giuslavoristi\u201d), della necessit\u00e0 di uscire dalla cultura pauperistica che nega la realt\u00e0 della prosperit\u00e0 raggiunta, lo scudo per i giovani rappresentato dalle famiglie, le preferenze per la flessibilit\u00e0 e la variet\u00e0, il rifiuto della stabilit\u00e0 e della noia. Confesso che anche\u00a0L\u2019ultimo tab\u00f9, che non avevo mai letto, per me \u00e8 stato un risveglio:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le garanzie in Italia sono state \u00abconcepite nel dopoguerra, quando nessuno poteva prevedere che l\u2019Italia si sarebbe posta tra i Paesi pi\u00f9 dinamici d\u2019Europa per reddito prodotto e distribuito. Purtroppo il nostro sviluppo non \u00e8 stato ben interiorizzato e infatti gli italiani non si gloriano di queste\u00a0performance\u00a0[\u2026] e anzi continuano a credere che il loro Paese sia fragile e povero. Persiste qua e l\u00e0 l\u2019immagine ingenerosa e persino spregiativa di una \u201cItalietta\u201d alla Benito Mussolini fatta di persistenti arretratezze, di croniche instabilit\u00e0, di rattoppi sistematici. [\u2026] L\u2019indennit\u00e0 di liquidazione, la Cassa integrazione straordinaria, le pensioni baby, poi travasate in quelle di anzianit\u00e0, il fuori ruolo ai professori universitari si improntano a quell\u2019immagine di scarsit\u00e0 e di sottosviluppo che ha indotto scelte opportunistiche di ipergarantismo. [\u2026] Il collocamento proteggeva attraverso la lista \u201cnumerica\u201d che assicurava il posto in base alla condizione familiare e all\u2019anzianit\u00e0 di iscrizione. Gli imprenditori dovevano attingervi almeno il 50% degli assunti (pp. 6-7). Mentre il principio di giusta causa nei licenziamenti esiste in vari Paesi, ormai interiorizzato come \u201cnorma sociale\u201d, il diritto al reintegro e l\u2019obbligo di riassunzione esistono soltanto in Italia, sacrosanti ma ineffettivi (p. 12). Ci siamo liberati dell\u2019oppressione della monotonia ma abbiamo acquisito l\u2019ansia della variabilit\u00e0. E non si salva nessuno. \u2026 Cos\u00ec la disoccupazione europea diventa la prova che tutto sta andando a remengo e l\u2019insicurezza nel lavoro \u2013 dai 1300 morti per infortunio all\u2019anno, al 60% di assunzioni a tempo determinato diventano la dimostrazione che il mondo del capitalismo sta impazzendo (p. 49). D\u2019altronde era in atto in Italia una rivoluzione sociale che stava andando ben oltre il fugace e fantasioso Maggio francese. Gli slogan erano \u201clotta dura senza paura\u201d, \u201cdai contratti alle riforme\u201d, \u201csalario variabile indipendente\u201d,\u201dnord e sud uniti nella lotta\u201d, \u201cnuovo modo di fare l\u2019automobile\u201d. Chi avrebbe osato sostenere che era meglio lasciare qualche piccola differenza tra la paga dei giovani e quella degli adulti? (p. 91).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Insomma Accornero condivideva, qualche volta fino al grottesco, qualche volta con sensate distinzioni, le tesi che hanno trionfato, poi diventate propaganda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Alcune critiche di Accornero sono fondate, e sono state ampiamente condivise. Le pensioni\u00a0baby\u00a0sono state veramente una sciagura, il mancato adeguamento tra requisiti per iscriversi alle varie facolt\u00e0 e contenuto dei corsi \u00e8 stato veramente un trauma per generazioni di studenti, tra cui la mia. Mi sono trovato a seguire le lezioni di alcuni dei migliori fisici del mondo senza capire nulla, perch\u00e9 il corso usava il calcolo differenziale e io, come molti, venivo dal Liceo classico dove le derivate non si studiavano. I diritti dei precari andrebbero difesi come tali, non ricondotti a quelli dei dipendenti stabili. Ma\u00a0L\u2019ultimo tab\u00f9\u00a0\u00e8 una requisitoria, irridente e ingiusta, alla pigrizia, alla passivit\u00e0 dei lavoratori che non vogliono rimettersi in gioco e accettare le nuove sfide, alla cecit\u00e0, alla ottusit\u00e0 di chi li difende. Non ci sono limiti alla critica del\u00a0welfare\u00a0e dei diritti. Non c\u2019\u00e8 empatia per i lavoratori, trasformati tutti in fannulloni opportunisti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Stupisce soprattutto che Accornero, a fine secolo, pensasse di vivere ancora nell\u2019Italia del boom, degli alti tassi di sviluppo, diminuiti in effetti gi\u00e0 nel \u201963 (vedi Augusto Graziani,\u00a0Lo sviluppo dell\u2019economia italiana: dalla ricostruzione alla moneta europea) e crollati negli anni Settanta. Gi\u00e0 allora l\u2019Italia era in sostanziale stagnazione, accentuata nei venti anni successivi. Certo non eravamo pi\u00f9 nell\u2019Italia delle case senza servizi, dei paesi senz\u2019acqua, soprattutto nella montagna meridionale, dove sono nato sei anni dopo Accornero. Ma i poveri ci sono ancora, purtroppo, e i figli di pap\u00e0 non bastano a spiegare la disoccupazione giovanile. Misure migliori del reddito di cittadinanza e della\u00a0flat taxpossiamo proporle. Per esempio l\u2019assunzione diretta di lavoratori per le attivit\u00e0 di cui c\u2019\u00e8 estremo bisogno ma non c\u2019\u00e8 domanda; e la redistribuzione del lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>E allora cosa facciamo per l\u2019orario?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Difficilmente riusciremo a proporre misure generali gestite centralmente, senza distinzione di fini e di settori. Dovremmo elaborare analisi e proposte partendo da situazioni di movimento, di protesta. La\u00a0Teoria generale\u00a0esiste da venti anni, per opera di Mazzetti. Le situazioni locali attuali dobbiamo documentarle noi, caso per caso, districandoci tra giovani e vecchi, locali e immigrati, sovraoccupati e disoccupati. Basta la visita a un ospedale o a un ricovero per anziani non autosufficienti per ricordarci in che mondo viviamo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Fonte: <\/strong><a href=\"https:\/\/www.sinistrainrete.info\/lavoro-e-sindacato\/14985-francesco-ciafaloni-come-ci-siamo-ridotti-cosi-risvegliamoci.html\">https:\/\/www.sinistrainrete.info\/lavoro-e-sindacato\/14985-francesco-ciafaloni-come-ci-siamo-ridotti-cosi-risvegliamoci.html<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SINISTRA IN RETE (Francesco Ciafaloni) &nbsp; Mi \u00e8 capitato di recente di leggere o rileggere alcuni testi sulla riduzione e la redistribuzione dell\u2019orario di lavoro scritti pi\u00f9 o meno un quarto di secolo fa, quando si discuteva di 35 ore, di autori che mi sono familiari, come Giovanni Mazzetti (Teoria generale della necessit\u00e0 di redistribuire l\u2019orario di lavoro) o Giorgio Lunghini (Introduzione a\u00a0L\u2019ABC dell\u2019economia, di Ezra Pound). 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