{"id":51583,"date":"2019-05-29T11:30:54","date_gmt":"2019-05-29T09:30:54","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51583"},"modified":"2019-05-28T19:58:37","modified_gmt":"2019-05-28T17:58:37","slug":"una-politica-oltre-la-nazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51583","title":{"rendered":"Una politica oltre la nazione"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">di <strong>JACOBIN ITALIA (Valerio Renzi)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: center\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"attachment-large size-large wp-post-image\" src=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/wp-content\/uploads\/2019\/05\/dicesare_jacobin_italia-990x361.jpg\" alt=\"\" width=\"990\" height=\"361\" \/><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<div class=\"entry_excerpt\">\n<h2 style=\"text-align: justify\">Per reagire alla globalizzazione non bisogna guardare al passato ma immaginare nuove politiche. Un\u2019intervista a Donatella Di Cesare su migranti, stati-nazione, diritto all\u2019abitare e su costruire comunit\u00e0 senza pretese di immunit\u00e0<\/h2>\n<\/div>\n<div class=\"the_content\">\n<p class=\"has-drop-cap\" style=\"text-align: justify\">Donatella Di Cesare insegna filosofia teoretica alla Sapienza di Roma ed \u00e8 uno dei pochi intellettuali italiani a prendere parola di fronte al degrado della politica e del dibattito pubblico. Lo fa con nettezza, senza sconti al pensiero egemone. Un suo testo sul sovranismo come forma di ideologia proprietaria all\u2019ennesima potenza comparir\u00e0 sul numero tre di <em>Jacobin Italia<\/em> che \u00e8 appena andato in stampa (del numero parleremo a breve). La nostra discussione comincia ricordando di quando, al convegno per i vent\u2019anni di vita della Fondazione Italiani Europei, le sue parole sembrano aver dato fastidio all\u2019ex ministro dell\u2019interno Marco Minniti che ha lasciato la sala rinunciando all\u2019intervento. \u00abIn quell\u2019occasione \u2013 esordisce \u2013 ho semplicemente svelato l\u2019ipocrisia di chi da un lato denuncia il razzismo all\u2019interno del paese, e dall\u2019altro persegue una politica sull\u2019immigrazione come quella del governo Gentiloni per la quale si firmano accordi per i rimpatri e per fermare i flussi con paesi come la Libia. \u00c8 un comportamento davvero assurdo. Credo che questa sia una ferita per la sinistra davvero difficile da rimarginare\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Non hanno ancora fatto i conti con quelle scelte?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sappiamo bene che nel Pd non si mette ancora in discussione quel trattato e quella stagione politica. E si continua a usare un certo linguaggio: c\u2019\u00e8 chi sottolinea i mancati rimpatri per attaccare Salvini, chi parla di immigrati \u00abirregolari\u00bb, o addirittura di \u00abclandestini\u00bb. Si dovrebbe invece mettere in discussione queste formule. L\u2019idea dei confini chiusi, di una comunit\u00e0 che si difende, si immunizza nei confronti dell\u2019immigrazione, si \u00e8 imposta a partire dall\u2019estate del 2015, nei mesi della grande crisi migratoria. Mentre paesi come la Germania aprivano i propri confini ai profughi siriani, in Italia si praticava una politica ostile ai migranti, ostile non solo ai confini esterni ma anche all\u2019interno. Come dimenticare quelle terribili scene violente quando la polizia ha sgomberato lo stabile di Piazza Indipendenza a Roma dove avevano trovato rifugio centinaia di cittadini provenienti soprattutto dall\u2019Eritrea? Un paradosso per la coscienza storica di questo paese \u2013 se \u00e8 rimasta ancora una coscienza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>In <em>Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione<\/em>, (Bollati Boringhieri, 2017) sostiene che la filosofia \u00abin nessun modo riesce a giustificare [l\u2019argomentazione sovranista, ndr], perch\u00e9 mai dovrebbero prevalere i diritti di chi appartiene a una comunit\u00e0 statuale rispetto a quei diritti universali riconosciuti dalla politica dei giacobini\u00bb. Seppur fallaci filosoficamente gli argomenti sovranisti riescono ad aver presa sulla societ\u00e0. Colpa della falsa alternativa offerta dal pensiero liberale, che si interroga non su una cittadinanza universale ma su come dividere e differenziare i meritevoli da i non meritevoli di essere accolti? Cos\u00ec non si gioca sul terreno dell\u2019avversario?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Certamente. Questo \u00e8 proprio il punto del mio libro. \u00c8 ovvio che se guardiamo ai fenomeni migratori esclusivamente in un\u2019ottica statocentrica, cio\u00e8 a partire solo da quel che avviene all\u2019interno dei confini di una nazione, ad esempio l\u2019Italia, finiamo per essere fuorviati. Perch\u00e9 \u00e8 inevitabile difendere i privilegi che abbiamo come cittadini. Da una parte lo Stato ci protegge, dall\u2019altra ci chiede di sostenerlo contro chi lo metterebbe in pericolo. Qui sta lo scontro epocale tra i cittadini dello Stato-nazione e i migranti, uno scontro che si sta trasformando in una vera e propria guerra. Se si accetta la logica della selezione dei flussi, la migrazione diventa solo un problema di governance: quanti rimpatri riusciamo a fare, quanti migranti riusciamo a respingere, quanti ne sbarcano. Su questo terreno \u00e8 evidente che la sinistra rincorre la destra. Succede in Italia, ma anche in Germania, dove questi argomenti sono sposati dalla socialdemocrazia e persino da una parte della Linke. Se si segue questa logica il miglior risultato possibile non pu\u00f2 che essere quello dei porti chiusi. Il problema sono i flussi migratori o lo Stato nazione che \u00e8 una forma politica assolutamente obsoleta? Dobbiamo ribaltare la prospettiva. Il sovranismo nasce esattamente qui: dalla volont\u00e0 di tenere in vita lo Stato-nazione, mentre si dovrebbe guardare, nel contesto della globalizzazione, a forme politiche post-nazionali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La necessit\u00e0 di una \u00abfilosofia della migrazione\u00bb nasce proprio da qui: dal fatto che le migrazioni non solo sono un fenomeno storico presente dall\u2019inizio della storia umana, ma che sono anche un diritto. Serve per\u00f2 che il discorso filosofico venga incarnato da una politica concreta, da una prassi, altrimenti rischiamo di affrontare le sfide presenti sempre da una posizione di minorit\u00e0. Abbiamo bisogno di un nuovo internazionalismo?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Vorrei precisare che io non difendo semplicemente la \u00ablibert\u00e0 di movimento\u00bb. Il diritto alla circolazione \u00e8 una posizione astratta, speculare al liberalismo. Chi emigra \u00e8 spinto a muoversi da cause gravi, individuali e collettive, spesso intrecciate tra loro: guerre, cambiamenti climatici, carestia, persecuzioni ecc. Migrare \u00e8 un atto esistenziale e politico, che \u00e8 determinato da alcuni fattori, ma \u00e8 pur sempre una scelta. Lo ius migrandi \u00e8 una delle grandi battaglie del nostro secolo: il punto non \u00e8 semplicemente la possibilit\u00e0 di attraversare le frontiere, ma il diritto a una nuova chance di vita, a una nuova possibilit\u00e0. Occorre garantire il diritto non solo a circolare, ma a essere accolti, a risiedere dove si desidera. Io sono contrarissima a vedere la questione delle migrazioni come una questione di etica \u2013 come ha fatto tanta filosofia \u2013 ma anche attraverso il bel gesto della carit\u00e0 cristiana. Il punto \u00e8 politico: bisogna mettere in discussione lo Stato. Perci\u00f2 \u00e8 necessario rovesciare i termini: il problema \u00e8 lo Stato-nazione, non le migrazioni. Si tratta di radicalizzare quello che Hannah Harendt gi\u00e0 aveva intuito, ed \u00e8 questa la novit\u00e0 del lavoro che sto discutendo in Italia e all\u2019estero. Non riusciamo per\u00f2 a fare passi avanti nel costruire un\u2019innovazione della prassi politica perch\u00e9 c\u2019\u00e8 una sinistra che pensa che il welfare si possa garantire solo nei confini dello Stato nazione. Quindi s\u00ec, serve un nuovo internazionalismo ma questo si dar\u00e0 solo in presenza di una nuova sinistra che faccia suoi questi assunti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Alcuni a sinistra invece, nella crisi della globalizzazione, riscoprono lo Stato forte. In quest\u2019ottica solo la sovranit\u00e0 statuale e nazionale riuscirebbe a garantire politiche redistributive e soprattutto a rendere effettivo il processo democratico. Quali sono i problemi sollevati da questa posizione?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si pu\u00f2 raccontare la storiella che lo Stato-nazione \u00e8 un palliativo: dato che il capitalismo \u00e8 globale, e il capitale non conosce pi\u00f9 frontiere, il movimento opposto e contrario dovrebbe essere quello di rinsaldare stato e frontiere. C\u2019\u00e8 una sinistra \u2013 forse la maggioranza a livello mondiale in questo momento \u2013 che pensa che per arginare il capitale globale, per far fronte ai problemi complessi della globalizzazione, occorra ripartire da una forma politica che conosciamo e che ha dimostrato di funzionare. Un ragionamento che apparentemente ha dei punti di forza, a cominciare dal fatto che i ceti popolari e anche la classe media potrebbe comprendere questa impostazione sul breve termine nella speranza di vedersi protetti. Ma ci sono due enormi problemi. Anzitutto i migranti vengono sacrificati sull\u2019altare della riconquista della sovranit\u00e0 statale. Questo \u00e8 un atteggiamento reazionario, cio\u00e8 proprio regressivo, perch\u00e9 si limita a reagire alla realt\u00e0 della globalizzazione, senza guardare alla possibilit\u00e0 di nuove forme politiche. In secondo luogo si tratterebbe di rafforzare l\u2019indebolito Stato-nazione. Il che si traduce in un surplus di sovranismo. Fili spinati, muri, torrette con uomini armati, vigilantes sono una drammatica teatralizzazione della sua forza per mascherarne le debolezze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Insiste molto sulla categoria di <em>abitare<\/em>, opponendola alla cittadinanza fondata sul <em>sangue e suolo<\/em>. Come si fa ad abitare nel mondo senza che questo voglia dire possedere?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Siamo stati abituati a quelle metafore che vengono da miti potentissimi. Soprattutto il mito dell\u2019autoctonia. In greco essere autoctoni vuol dire proprio fare tutt\u2019uno con il suolo. La terra diventa madre e il suolo patrio. Diventare proprietari di un luogo per\u00f2 vuol dire soprattutto diventare sovrani, conquistando il diritto di dire a chi arriva dopo \u00abtu non puoi abitare qui\u00bb. Da almeno un secolo, con l\u2019aumento vertiginoso della mobilit\u00e0 umana, viviamo ormai tutti in un esilio planetario. La mobilit\u00e0 \u00e8 accentuata dalla comunicazione: discutiamo, abbiamo scambi, conosciamo e frequentiamo persone che non sono solo i nostri vicini e i nostri concittadini pi\u00f9 prossimi. Questa nuova condizione esistenziale \u00e8 diventata assolutamente egemone. Per questo dobbiamo interrogarci sul significato attuale del coabitare con l\u2019altro. Tanto pi\u00f9 che, lo voglio ricordare \u2013 ed \u00e8 un grande tema del comunismo classico troppo spesso trascurato \u2013 essere cittadini non vuol dire essere proprietari del luogo in cui si risiede.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Per\u00f2 sembra che sorgano delle isole in cui l\u2019identit\u00e0 non \u00e8 solo esclusione. Citt\u00e0, quartieri, paesi, case dove l\u2019identit\u00e0 della comunit\u00e0 si basa al contrario sulla disponibilit\u00e0 ad accogliere. Che cosa ne pensa?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A me non piace la parola identit\u00e0, la trovo sempre pericolosa e inquietante, soprattutto in Italia. L\u2019identit\u00e0 \u00e8 solo un mito. Fondamentale invece \u00e8 la comunit\u00e0. Se lo stato perde terreno, l\u2019alternativa \u00e8 proprio la comunit\u00e0. Ma non quella fondata sull\u2019identit\u00e0 e l\u2019immunizzazione, ma una comunit\u00e0 fondata sull\u2019ospitalit\u00e0. Dobbiamo anche superare il diritto d\u2019asilo per guardare a un\u2019ospitalit\u00e0 che diventi un dato costitutivo delle nostre societ\u00e0. Non \u00e8 un caso che, in questa battaglia, all\u2019avanguardia siano le citt\u00e0, le grandi metropoli. Come sapeva bene Walter Benjamin, le citt\u00e0 sono costituite per lo pi\u00f9 da stranieri residenti, estranei che ricevono il diritto di residenza, e non solo quello di visita, costituendo cos\u00ec un nuovo paesaggio umano e politico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Saskia Sassen ci ha insegnato a guardare alle citt\u00e0 globali come abitate anche da un\u2019\u00e9lite la cui caratteristica \u00e8 proprio la mobilit\u00e0. E proprio i bisogni di questa \u00e9lite ridisegnano le metropoli globali in senso esclusivo. La mobilit\u00e0 \u00e8 oggi un privilegio che disegna nuove geografie. Lo ius migrandi di cui parlava ci pone soprattutto il tema delle diseguaglianze e della redistribuzione, ma fa emergere anche lo sciovinismo del benessere che fa diventare senso comune lo slogan una volta appannaggio esclusivo dell\u2019estrema destra \u00abaiutiamoli a casa loro\u00bb\u2026<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per questo serve una nuova Internazionale! Sarebbe comodo decidere di agire solo all\u2019interno del territorio nazionale. Ma \u00e8 possibile farlo nel mondo globale? Non si pu\u00f2 far finta di non vedere le disuguaglianze globali. Cos\u00ec come non si pu\u00f2 far finta di non vedere che le bombe costruite in Italia vengono sganciate in Yemen. Le periferie planetarie dove \u00e8 concentrata la povert\u00e0 sono i luoghi da cui partono i migranti, per lo pi\u00f9 giovani depositari degli investimenti e delle speranze delle famiglie. Possiamo far finta che non ci siano, ma ci sono. Va bene un mondo cos\u00ec? Dove c\u2019\u00e8 un\u2019\u00e9lite globale non trova mai un ostacolo e invece milioni di persone sono condannate all\u2019immobilit\u00e0, ma anche all\u2019invisibilit\u00e0? Un mondo fatto di Stati-nazione e di sterminati campi profughi? La sinistra deve fare un passo al di l\u00e0 dello Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Nel volume parla della nostra come di un\u2019epoca \u00abpost nazista\u00bb ma al contempo di un \u00abnuovo hitlerismo\u00bb. Cosa lo contraddistingue?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u00c8 una domanda difficile. In questi anni mi sono spesso occupata dell\u2019ideologia dell\u2019ultradestra. Si tratta di fenomeni nuovi solo in parte, perch\u00e9 a ben guardare vengono ripresi e rilanciati temi radicati nel nazionalsocialismo. Dobbiamo stare molto attenti: se suona ridicolo dire \u00absta tornando il fascismo di ieri\u00bb, non possiamo neanche escludere l\u2019arrivo di un fascismo contemporaneo. Io vedo una continuit\u00e0 tra le idee di ieri e quelle di oggi, prima di tutto nella pretesa di decidere con chi si vuole abitare. In altri termini: stiamo vivendo una pulizia etnica ai nostri confini. Non solo con le politiche dei porti chiusi, ma anche ai confini terrestri. \u00c8 una pulizia sistematica richiesta, fuori e dentro, dallo Stato-nazione, che altrimenti non potrebbe esistere.<\/p>\n<\/div>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Fonte: <a href=\"https:\/\/jacobinitalia.it\/una-politica-oltre-la-nazione\/\">https:\/\/jacobinitalia.it\/una-politica-oltre-la-nazione\/<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di JACOBIN ITALIA (Valerio Renzi) &nbsp; Per reagire alla globalizzazione non bisogna guardare al passato ma immaginare nuove politiche. 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