{"id":51903,"date":"2019-06-14T10:30:24","date_gmt":"2019-06-14T08:30:24","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51903"},"modified":"2019-06-13T14:35:04","modified_gmt":"2019-06-13T12:35:04","slug":"la-germania-mal-guidata-rischia-il-declino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=51903","title":{"rendered":"La Germania mal guidata rischia il declino"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>CARLO CLERICETTI<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il grafico \u00e8 semplicissimo, appena due linee. L\u2019ha pubblicato su Twitter Christian Odendahl (<a href=\"https:\/\/twitter.com\/OdendahlC\">@OdendahlC<\/a>.), capo economista del\u00a0<a href=\"https:\/\/www.cer.eu\/about\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Centre for European Reform,<\/a>\u00a0accompagnato dalle poche parole caratteristiche del mezzo. Ma \u00e8 quanto basta per far capire l\u2019assurdit\u00e0 della politica economica tedesca, quella che Berlino e i suoi alleati hanno di fatto imposto a tutta l\u2019Unione europea.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Prima di parlare di questo \u00e8 bene sapere che questo think-tank britannico, nella sua presentazione, si definisce \u201cpro-European but not uncritical\u201d, europeista ma non acritico, considera l\u2019integrazione europea \u201clargely beneficial\u201d ma ritiene che \u201cper molti aspetti l\u2019Unione non funzioni bene\u201d. Ne consegue che le sue intenzioni sono di fare critiche costruttive, questo centro non \u00e8 un nemico dell\u2019UE.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma torniamo al grafico, che mostra gli andamenti dei tassi d\u2019interesse sul Bund, il titolo tedesco a dieci anni, e degli investimenti pubblici in Germania.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Germ-tassi-e-invest.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-810\" src=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Germ-tassi-e-invest.jpg\" alt=\"Germ-tassi-e-invest\" width=\"573\" height=\"392\" \/><\/a>\u201cBuongiorno dalla Germania \u2013 scrive ironicamente Odendahl \u2013 dove siamo pagati per prendere in prestito i soldi eppure i nostri investimenti pubblici sono all\u2019incirca quanti erano dieci anni fa\u201d. Avrebbe potuto dire venti anni fa, e anche aggiungere che ancora prima, nel 1991, quando i tassi sul debito erano quasi al 9%, gli investimenti pubblici erano stati pi\u00f9 alti di circa un punto di Pil.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli ultimi dati congiunturali della Germania sono pessimi. Ad aprile le produzione industriale \u00e8 calata dell\u20191,9% sul mese precedente e dell\u20191,8% su base annua, ma quella dell\u2019industria in senso stretto (escluse cio\u00e8 energia e costruzioni) ha segnato un -2,5. La Bundesbank ha tagliato le stime della crescita di un intero punto, dall\u20191,6 allo 0,6%, riducendo anche quelle per l\u2019anno prossimo. Se per crescere ci si affida solo alle esportazioni, quando succede qualcosa nel resto del mondo \u2013 come ora con la guerra dei dazi \u2013 si subisce un contraccolpo pesante. Insieme a questi dati arriva infatti anche quello dell\u2019export, calato del 3,7% sul mese precedente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Oh, ma forse il settore pubblico investe poco perch\u00e9 non ce n\u2019\u00e8 bisogno, perch\u00e9 c\u2019\u00e8 un boom di investimenti privati. E\u2019 cos\u00ec? Un altro grafico ci aiuta a capirlo. Questo \u00e8 di\u00a0<a href=\"http:\/\/bruegel.org\/2018\/06\/understanding-the-lack-of-german-public-investment\/\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">Bruegel, altro think-tank autorevole,<\/a>\u00a0ed \u00e8 in un articolo (di Alexander Roth e Guntram B. Wolff) dal titolo significativo: \u201cCapire la carenza di investimenti pubblici tedeschi\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Ger-inv-pub-priv.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-811\" src=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Ger-inv-pub-priv.jpg\" alt=\"Ger-inv-pub-priv\" width=\"611\" height=\"579\" \/><\/a>Gli investimenti privati, come si vede, hanno pi\u00f9 o meno lo stesso andamento di quelli pubblici, ed erano pi\u00f9 elevati quando i tassi d\u2019interesse erano pi\u00f9 alti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma gi\u00e0, forse la Germania sta gi\u00e0 a posto, non ha bisogno di fare tanti investimenti. Cosa dice il\u00a0<i>paper<\/i>\u00a0di Bruegel? Non \u00e8 di questo parere. Non solo parla di \u201csottoinvestimenti nel settore aziendale\u201d, ma ritiene che la \u201cqualit\u00e0 decrescente delle infrastrutture pubbliche &#8211; come l&#8217;istruzione e i servizi digitali, ma anche le strade &#8211; avr\u00e0 ovviamente implicazioni negative per l&#8217;attivit\u00e0 economica privata e potrebbe a sua volta ridurre ulteriormente gli investimenti aziendali\u201d. Anche perch\u00e9 il calo degli investimenti tedeschi non \u00e8 cosa di questi ultimi anni: come mostra questo grafico, nell\u2019ultimo mezzo secolo la tendenza \u00e8 stata quella di una progressiva riduzione.\u00a0<a href=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Ger-inv-70-17.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-812\" src=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Ger-inv-70-17.jpg\" alt=\"Ger-inv-70-17\" width=\"720\" height=\"450\" \/><\/a>E s\u00ec che le risorse per investire di pi\u00f9 la Germania oggi le avrebbe, e anche in abbondanza. Dal 2014 il suo bilancio chiude non con un deficit, ma con un surplus: nel 2018\u00a0 \u00e8 stato dell&#8217;1,7% del PIL, pari a 58 miliardi di euro, il pi\u00f9 alto degli ultimi 30 anni. E l\u2019enorme attivo dei conti esteri \u2013 negli ultimi anni oltre l\u20198% del Pil, mentre le regole europee stabiliscono un massimo gi\u00e0 generoso di 6 \u2013 che equivale anch\u2019esso a risparmio non utilizzato. Qualcuno potrebbe replicare che lo fanno per ridurre il debito pubblico, ma come \u00e8 noto quello che conta \u00e8 il rapporto tra debito e Pil: e se investendo si facesse aumentare la crescita, il rapporto diminuirebbe lo stesso, e i cittadini tedeschi sarebbero complessivamente pi\u00f9 ricchi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Perch\u00e9 la Germania si comporta in questo modo? La spiegazione si pu\u00f2 cercare nella combinazione fra teorie economiche dominanti, declinate secondo un orientamento teorico caratteristico di un filone di studiosi tedeschi \u2013 il famoso ordoliberismo \u2013 e impostazioni che affondano le loro radici sia in eventi della storia del paese sia nella cultura di questo popolo. L\u2019attenzione maniacale per il controllo dei prezzi deriva certo dal ricordo indelebile della catastrofica iper-inflazione all\u2019inizio degli anni Venti del secolo scorso, mentre l\u2019avversione ai debiti appare un atteggiamento pre-razionale. Questo sedimento ha generato una interpretazione specifica del liberismo economico, l\u2019ordoliberismo appunto, non a caso elaborato negli anni Trenta. I suoi pilastri sono che il compito dello Stato \u00e8 quello di tenere i conti in ordine e di intervenire nell\u2019economia solo per garantire che vengano rispettate le regole del mercato, soprattutto tutelando la concorrenza. Deve astenersi, invece, dall\u2019indirizzare la politica industriale, perch\u00e9 spetta ai privati decidere se, come e dove investire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lo ha ribadito di recente un documento del Consiglio degli esperti economici (i cosiddetti \u201cCinque saggi\u201d) replicando alla \u201cStrategia 2030 per l\u2019industria nazionale\u201d del ministro dell\u2019Economia, Peter Altmaier della Cdu, insolitamente interventista. Altmaier, pur spargendo a piene mani espressioni come \u201ceccezionalmente\u201d e \u201cin situazioni eccezionali\u201d, afferma che nessun paese basa il suo successo affidandosi solo alle forze del mercato e rivendica allo Stato un ruolo attivo nella costituzione di \u201ccampioni nazionali\u201d (cio\u00e8 imprese abbastanza grandi da poter competere con i giganti americani e cinesi), nel favorire l\u2019innovazione e nel proteggere le imprese ritenute strategiche dalle acquisizioni estere, se necessario con la nazionalizzazione. Musica stonata per i Saggi, custodi dell\u2019ortodossia tradizionale:\u00a0<i>\u201cPer avere un successo duraturo, un progetto di innovazione dovrebbe astenersi da una politica industriale orientativa, che considera un compito statale identificare i mercati e le tecnologie future come strategicamente importanti &#8230; \u00c8 improbabile che i responsabili delle politiche abbiano una conoscenza e una comprensione sufficienti dei futuri sviluppi tecnologici e dei cambiamenti della domanda per rendere questa strategia efficace a lungo termine. Se il governo \u00e8 preoccupato per i progressi da conseguire, dovrebbe piuttosto fare affidamento sulle conoscenze decentrate e sulle azioni individuali di vari attori dell&#8217;economia nazionale\u201d<\/i>. Da queste conclusioni\u00a0<a href=\"https:\/\/www.socialeurope.eu\/industrial-policy-in-germany\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">ha dissentito come di consueto Peter Bofinger<\/a>, l\u2019unico dei cinque ad essere invece di orientamento keynesiano, che in questi anni ha condotto una battaglia solitaria contro queste impostazioni: ma \u00e8 stata la sua ultima relazione di minoranza, perch\u00e9 ha concluso il suo terzo mandato nel febbraio scorso e quindi non fa pi\u00f9 parte del Consiglio. In un suo recente intervento Bofinger sollecita una discussione a livello europeo sulla politica industriale. Altrimenti, prevede, nonostante che anche Annegret Kramp-Karrenbauer, attuale presidente della Cdu e potenziale successore come cancelliere di Angela Merkel, abbia parlato in un\u2019intervista della necessit\u00e0 di un &#8220;vero cambio di paradigma&#8221; nella politica industriale, \u201c\u00e8 da temere che questo impulso possa affondare nel mainstream tedesco\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Alle intenzioni espresse da Altmaier e da Kramp-Karrenbauer si sono aggiunti anche segnali concreti. Sono stati decisi investimenti pubblici per 150 miliardi \u2013 ma in quattro anni \u2013 e uno stimolo fiscale dello 0,4% del Pil con la riduzione di tasse e contributi. Ma \u00e8 ancora poco per recuperare l\u2019inerzia del passato. E\u2019 ancora Bruegel che ci mostra come la Germania abbia investito cos\u00ec poco da paragonarsi ai paesi che hanno pi\u00f9 sofferto la crisi, come l\u2019Italia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Ger-inv-netti-confr.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-813\" src=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Ger-inv-netti-confr.jpg\" alt=\"Ger-inv-netti-confr\" width=\"660\" height=\"588\" \/><\/a>Tutto questo rigore non poteva non avere effetti sulla condizione dei cittadini tedeschi. E\u2019 ancora Odendahl che sottolinea il peggioramento delle condizioni di vita di un gran numero di persone. Questo \u00e8 l\u2019aumento di chi \u00e8 a rischio di povert\u00e0, un aumento che , come si vede, colpisce anche chi ha un lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Germ-risk-poverty.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-814\" src=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Germ-risk-poverty.jpg\" alt=\"Germ-risk-poverty\" width=\"620\" height=\"483\" \/><\/a>Anche i \u201clavoratori poveri\u201d, infatti, sono in aumento. Si considera a rischio di povert\u00e0 chi guadagna meno di due terzi del salario mediano. Costoro sono passati da circa il 15% della met\u00e0 degli anni \u201990\u00a0 a quasi un quarto del totale, soprattutto a causa della situazione dell\u2019Est, dove sfiorano quasi il 40%.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Ger-low-wages.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-815\" src=\"http:\/\/cdn.gelestatic.it\/repubblica\/blogautore\/sites\/873\/2019\/06\/Ger-low-wages.jpg\" alt=\"Ger-low-wages\" width=\"500\" height=\"395\" \/><\/a>Chi volesse una spiegazione del perch\u00e9 sono ai loro minimi storici tanto i popolari della Cdu-Csu che i socialdemocratici della Spd, i due grandi partiti che si sono alternati alla guida della Germania e negli ultimi anni l\u2019hanno governata insieme con la \u201cGrande coalizione\u201d, pu\u00f2 trovare in questi grafici una risposta convincente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma se \u00e8 vero che la Germania \u00e8 governata male, come mai ha un\u2019economia cos\u00ec forte da essere diventata la prima esportatrice del mondo? Innanzitutto, come si \u00e8 visto anche dai grafici, non \u00e8 stato sempre cos\u00ec. Nel passato il paese ha generato un sistema industriale potente e tecnologicamente avanzato, con produzioni di alta qualit\u00e0 molto competitive sui mercati internazionali. E\u2019 per\u00f2 anche vero che i record di surplus della bilancia commerciale sono di quest\u2019ultimo decennio. E questo \u00e8 dovuto a un altro fattore: l\u2019euro. In un\u00a0<a href=\"https:\/\/www.imf.org\/en\/Publications\/CR\/Issues\/2018\/07\/04\/Germany-2018-Article-IV-Consultation-Press-Release-Staff-Report-and-Statement-by-the-46049\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\"><i>paper<\/i>\u00a0del Fondo monetario internazionale<\/a>, citato in un\u00a0<a href=\"https:\/\/www.ilsole24ore.com\/art\/commenti-e-idee\/2019-05-26\/germania-quel-surplus-bilancio-che-non-piace-nessuno-092830.shtml?uuid=ACdECwI&amp;fbclid=IwAR2OdkzguAFHXDALOeL7XNv-6DHDHxqp35IDKAiUuTDhCBa5Pdyw5a-aIS8\" target=\"_blank\" rel=\"noopener noreferrer\">articolo di Marcello Minenna<\/a>, si stima che il cambio reale effettivo (REER) della Germania sia sottovalutato tra il 10 e il 20%. Se ci fosse ancora il marco, quella sarebbe la sua quotazione sul mercato dei cambi, e i prezzi dei prodotti tedeschi sarebbero pi\u00f9 alti di una percentuale analoga. Per di pi\u00f9, aggiunge Minenna, l\u2019afflusso di capitali verso i titoli di Stato tedeschi, considerati un impiego sicuro, fanno s\u00ec che le imprese possano essere finanziate a tasso zero, aumentando ulteriormente la loro competitivit\u00e0. Insomma, anche grazie all\u2019euro i tedeschi stanno vivendo di rendita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per inciso, la situazione tedesca contribuisce a demolire aspetti fondamentali della teoria economica dominante. Quello, per esempio, che gli investimenti dipendono dal livello dei tassi d\u2019interesse e che l\u2019emissione di debito pubblico, facendo aumentare i tassi, \u201cspiazzi\u201d gli investimenti privati. Come si \u00e8 visto neanche il settore privato investe, nonostante i tassi a zero. L\u2019idea che ha finora prevalso in Germania, secondo cui il deficit di bilancio \u00e8 un male comunque, anche se serve per investire, riceve da questi dati una secca smentita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Bisogna sottolineare infine che se la Germania \u00e8 governata male non sono soltanto \u201caffari loro\u201d, per due ragioni. La prima \u00e8 che la sua politica \u00e8 del tipo\u00a0<i>beggar-thy-neighbor<\/i>, cio\u00e8 \u201cfai affari a scapito del tuo vicino\u201d. Comprimendo la sua domanda interna Berlino indebolisce tutta l\u2019economia dell\u2019Unione (e anche quella internazionale: non a caso Trump non ce l\u2019ha solo con la Cina, e in questo caso non gli si pu\u00f2 dar torto). La seconda \u00e8 che pretende che la stessa politica sia applicata da tutti i paesi Ue, costringendoli a competere su chi peggiora di pi\u00f9 le condizioni di vita dei suoi cittadini. Si parlava una volta di \u201cmodello europeo\u201d, caratterizzato \u2013 rispetto a quello anglosassone \u2013 da una pi\u00f9 equa distribuzione della ricchezza in una societ\u00e0 che cercava di offrire benessere al maggior numero possibile dei suoi cittadini. La Germania, quel modello, lo ha da tempo dimenticato.<\/p>\n<p><strong>Fonte: <a href=\"http:\/\/clericetti.blogautore.repubblica.it\/?fbclid=IwAR2hDLWDFS6ft_8Ouk9tN4Xk1ERpPI8Awckd1OOeJSAK8DR58V4wLwtCyDM\">http:\/\/clericetti.blogautore.repubblica.it\/?fbclid=IwAR2hDLWDFS6ft_8Ouk9tN4Xk1ERpPI8Awckd1OOeJSAK8DR58V4wLwtCyDM<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CARLO CLERICETTI Il grafico \u00e8 semplicissimo, appena due linee. L\u2019ha pubblicato su Twitter Christian Odendahl (@OdendahlC.), capo economista del\u00a0Centre for European Reform,\u00a0accompagnato dalle poche parole caratteristiche del mezzo. 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